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lavoro pubblicato giovedì 14 aprile 2016
ultima lettura lunedì 16 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Gli occhi del demone #1 - Il grande salto

di GillSully. Letto 511 volte. Dallo scaffale Fantasia

1 - Il Grande salto –   Era in quel periodo della vita in cui cominci a pensare che “e vissero per sempre felici e contenti” è davvero solo una favola per bambini, che i lavori di successo sono sempre quelli degli altri...

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- Il Grande salto –

Era in quel periodo della vita in cui cominci a pensare che “e vissero per sempre felici e contenti” è davvero solo una favola per bambini, che i lavori di successo sono sempre quelli degli altri e che non esiste alcuna giustizia in questo mondo abbandonato da Dio.

La luce soffusa di un lampione.

L'unica cosa che riusciva a intravedere era quella maledetta luce. Immobile in fondo alla strada, appariva come una faro per marinai disperati.

Non ricordava quando avesse cominciato a farsi, né quando avesse toccato il primo bicchiere, dopotutto, dimenticare era la cosa che sapeva fare meglio.

Avanzava lungo la strada ma riusciva a fatica a coordinare il passo, barcollando da una parte all'altra come l'inutile oscillazione di un pendolo che non tiene più il tempo. Non sapeva dire da quanto stesse camminando e comunque non gli importava molto di ciò che faceva, il giorno dopo non avrebbe ricordato nulla, come sempre.

Aveva ancora addosso l'odore dell'erba che si era fumato dopo la lezione. Roba pesante, avrebbero detto i ragazzi del bar, non che avessero torto. In equilibrio precario metteva un piede dopo l'altro cercando di rimanere al centro del marciapiede, ma con scarsi risultati. Perché non riusciva a reggersi in piedi? Non poteva certo essere colpa di una stupida canna, pensò. Forse aveva bevuto troppo, ma in fondo quanto era troppo?

O magari era quella roba nuova, quella che non aveva mai provato prima, a renderlo cosi instabile.

Roba da film, da drogati.

Lui, però, non era un tossico. Continuava a ripetersi quella bugia all'infinito da troppi anni, ma le orecchie di un uomo distrutto raramente ascoltano. Sentiva l'adrenalina gonfiargli le vene, pervadergli il corpo e colpire il cervello come un'improvvisa scarica elettrica che attiva un circuito da tempo spento. Quando arrivava la botta, come amava chiamarla lui, gli occhi si dilatavano, spalancandosi sul triste film di una vita che volgeva al termine e preso dall'attimo si sentiva in grado di poter fare qualunque cosa.

In quegli istanti la fame spariva, la sete diventava un ricordo e desiderava solo crogiolarsi in un'estasi infinita di piacere e dolore sovraumano dal quale non riusciva a staccarsi senza sentire l'animo distrutto.

Quella, era roba forte.

Ed eccolo lì a vacillare su una strada sconosciuta, vagabondando senza una direzione precisa e senza avere realmente un posto dove andare.

Distolse lo sguardo dalla luce e sentì gli occhi bruciargli dal dolore, mentre poco alla volta si abituavano al buio della notte. Non fu molto reattivo al cambiamento di luce e finì per scontrarsi con un passante.

"A che cazzo pensi?" gli urlò addosso quello.

Bofonchiò una scusa, probabilmente solo nella sua testa.

In lontananza sentì l'uomo (o la donna?) urlare drogato diverse volte e il suono di quelle parola gli pervase la mente proiettandola in una litania ripetitiva e disarmante, rimbombando ed echeggiando nel profondo del sistema nervoso. Di chi parlava?

Si guardò attorno guardingo, alla ricerca del presunto tossico, ma non vide nessuno se non un gatto randagio che l'osservava con regale portamento dalla cima di una scala. Persino il riflesso della luce in quello sguardo felino iniziava a dargli alla testa.

Se solo qualcuno avesse spento quel lampione, forse avrebbe affievolito il dolore. Forse.

Dove stava andando?

Non credeva che ci fosse più molto posto per lui in quel mondo, da tempo aveva iniziato a sospettarlo. A nessuno importava dove fosse, né cosa facesse. A chi mai dopotutto?

Un'anima sola e una luce su una strada.

Una luminosità che lo riempiva di un'insana allegria, alquanto insolita.

Non riusciva a comprendere se lui si stesse avvicinando alla fine della strada o se fosse quel maledetto lampione a venirgli incontro. Sentiva la testa pesante e il mondo girava tutt'attorno. Avrebbe dovuto fermarsi quando glielo avevano detto, ma non aveva avuto il coraggio.

Preferiva essere un codardo, ma dimenticare, che essere un coraggioso con la piena consapevolezza della sua inutile esistenza.

Per questo si era strafatto dopo la lezione e prima aveva bevuto e prima ancora aveva fumato o forse l'ordine non era proprio questo. Non gli importava.

L'unica cosa che contava, in quel momento, era raggiungere quella luce, anche se il motivo gli sfuggiva. Sentiva dei passi attorno a sé accompagnati da lenti ma regolari miagolii, a indicargli che il gatto lo stava accompagnando come fanno i becchini verso il proprio funerale.

No. A un funerale ci sono tutti i tuoi cari a salutarti, pensò. Chi sarebbe mai venuto al suo?

Si trattava di un piccolo passaggio, un piccolo salto, come lo chiamava suo nonno... un salto nel vuoto della morte o nel pieno dell'esistenza, per chi crede nella vita ultraterrena.

Per un attimo gli parve di riacquistare lucidità e la visione di vetrine spente accanto a lui gli diedero una vaga idea dell'orario. Osservò il felino, apprezzandone i movimenti ondulati e si perse nella leggiadria di un essere cosi antico e così poco considerato.

"Siamo simili... io e te... non trovi?" disse proiettando lo sguardo in quelli luminoso e taglienti del gatto. Occhi penetranti. L’animale lo osservava a sua volta con fare assorto e pensieroso, con quel muto consenso che pareva legarlo all'uomo, un legame invisibile all'occhio umano, troppo resistente per essere intaccato dall’esterno.

Rimasero a fissarsi per qualche minuto, prima che i dolori tornassero peggiorando la situazione.

Prese a urlare e a dimenarsi in preda alle convulsioni e alla nausea. Inciampò rovinando a terra e vomitando sino a sentirsi svuotato, solo allora provò a rialzarsi ma l'equilibrio sembrava ormai essere sparito e con esso, il senso dell'orientamento.

Ora c'era una nuova luce, più grande e potente di quelle di prima... più grande e più vicina... Il rumore di freni stridenti, il suono inaspettato di un clacson e le grida di qualcuno... fu investito.

Un dolore lancinante doveva essersi impadronito di lui o almeno cosi sarebbe dovuto essere per qualunque uomo, ma non per il ragazzo... in preda alla droga non sentiva più dolore, non provava nulla se non l'insana voglia di camminare e vedere per quanto ancora sarebbe riuscito a rimanere in piedi.

Sentì ancora quella parola cosi inusuale e inappropriata alle sue orecchie... tossico...

...il motore si accese e la macchina ripartì.

La osservò andarsene per la propria strada come lui andava per la sua e si chiese chi stesse guidando, ma in fondo neanche questo importava.

Ancora a terra, provò a rialzarsi, ma a pochi passi da lui vide il gatto ferito a morte. Lo osservò senza riuscire a piangere, senza neanche sentire tristezza dentro sé.

Restò per qualche istante a osservarlo: una creatura cosi tenera, che nulla di male aveva fatto al mondo, morta per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una cosa che gli suonava fin troppo familiare.

Lo salutò come si fa con un vecchio amico e riprese la via arrivando, finalmente, nei pressi del lampione. Quanto tempo era passato dall'inizio del viaggio? e per quale destinazione lo aveva intrapreso?

Da quel punto riusciva a vedere tutta Parigi, con quel fascino che mai era riuscito a far breccia nel suo cuore, nonostante la bellezza della capitale fosse indiscutibile. Aveva sempre provato una certa avversione per le grandi città, forse a causa delle sue origini paesane, eppure, aveva scelto proprio quella località per compire il Grande salto.

Osservò la Senna sotto di lui e guardò verso l'orizzonte per trovarne la fine, ma ancora una volta la vista sembrò negargli quella visione.

Il lampione si trovava all'inizio del ponte.

Guardò le acque sotto di lui, scure come la pece a quell'ora della notte. Era piatto come una tavola e lo colse una velata tristezza al pensiero di dover rovinare una tale perfezione della natura. Quante meraviglie nasconde la Terra. Passiamo un'intera vita alla ricerca della bellezza: la cerchiamo in noi stessi e negli altri, nei nostri amori e negli abiti, nelle carriere, nella propria macchina e nei matrimoni.

Uomini senza speranze che lottano per piacere e far piacere agli altri, senza dedicare una minima attenzione nei riguardi dell'amor proprio e di ciò che li circonda.

Non sapeva quando avesse formulato un tale pensiero, né era sicuro che gli appartenesse, ma sapeva con certezza che quel fiume là sotto rappresentava la bellezza più grande di tutte, quella della natura che si fa da sé, senza dover lottare per essere altro perché ogni cosa nasce perfetta.

Non pensò a nient'altro. Non mandò la mente al passato, perché era quello che sapeva fare meglio e non pensò neanche all'indomani perché era qualcosa che non l'avrebbe più riguardato.

Guardò giù, fisso.

Non sapeva quando si era lanciato, ma mentre osservava le acque avvicinarsi sempre di più, pensò che quella roba era davvero ottima.

Il fiume lo accolse, come una madre accoglie la prole tra le braccia, con quel fare delicato di chi si innamora di un figlio appena nato.

Lo prese a sé nell’abbraccio della morte, mentre la luna si rifletteva sull’acqua, mentre su tutto campeggiavano due occhi felini... Sorrise.

Il sorriso folle di chi volta le spalle al dono più caro.



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