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lavoro pubblicato domenica 10 aprile 2016
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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Viaggiare

di kdtepof. Letto 508 volte. Dallo scaffale Viaggi

 Quando lo percorsi in automobile, il deserto della costa degli scheletri in Namibia sembrava una distesa grigia e marrone con un mare burrascoso e plumbeo che ci si sbatteva contro senza grazia né pazienza, e fu solo quando mi fermai per...

Quando lo percorsi in automobile, il deserto della costa degli scheletri in Namibia sembrava una distesa grigia e marrone con un mare burrascoso e plumbeo che ci si sbatteva contro senza grazia né pazienza, e fu solo quando mi fermai per una foratura che fui in grado di capire, vedere quanta vita ci fosse in realtà: piantine capaci di trarre acqua dal nulla, scarabei e lucertoline che si dirigevano veloci verso mete a me sconosciute, pietre di strani e sgargianti colori affioranti tra la sabbia grossa, ossa d'animali terrestri e di pesci, pezzi di legno levigati dal moto delle onde provenienti da chissà quali lontananze e frammenti metallici di finiture di navi, forse antichi galeoni spagnoli, una vertebra di balena che biancheggiava sulla battigia, grossa come un barile d'aringhe e poi, preannunciato dall'odore forte e pungente di pesce marcio, all'improvviso dietro una curva della costa, il grande branco di foche di Cape Cross, spettacolo a perdita d'occhio di corpi fumanti marroni e lucidi stesi nel sole o a bagno nell'acqua gelida, ed il rumore, e le lotte tra i maschi, e le femmine che allattavano i cuccioli.

E' da fare a piedi, il deserto, per conoscerlo nella sua vera essenza e per capirlo, per capirne le distanze e l'immensità e il pericolo e la crudeltà e la bellezza: bisogna avere le dimensioni naturali di uomo per capire le sue, e non ha nessun senso né dà emozioni l'attraversarlo velocemente in auto, anche e soprattutto perché in questo modo non se ne può ascoltare il silenzio.

Anche nella foresta bisogna camminare a piedi per poter percepire il respiro di tanta forza, come il fremito di un enorme muscolo in tensione, per poter udire la sua voce continua, il canto degli uccelli e il frinire delle migliaia di insetti diversi, per ricoprirsi di sudore nel caldo umido che ti avvolge ed appiccica come un pesante mantello, per calpestare tronchi enormi di alberi caduti e vedere che si sfarinano sotto il nostro peso ormai decomposti, e pensare per un attimo a quanta vita nasce dai resti di altre vite e per abituarsi, ma senza paura, all'idea che presto noi stessi saremo parte dello stesso fertile marciume.

Però la foresta bisogna anche volarla, bisogna prendere un aereo ed innalzarsi qualche migliaio di metri sopra di essa perché solo in questo modo si può comprendere quanto sia sterminato quest'oceano verde che ricopre monti valli e pianure, solcato dai lenti e tortuosi corsi d'acqua che la segnano come vene ed arterie di un immenso organismo, e solo in questo modo si possono individuare, perché è difficile arrivarci via terra, le zone di deforestazione, quelle ferite marroni e desolate che danno la reale sensazione di quanto il gigante sia debole e di quanto poco basti, di ignoranza e violenza, per distruggerlo irrimediabilmente.

Quando mi sono trovato in una grande città, se ci sono rimasto il tempo sufficiente per conoscerla un po', ho sempre amato farmi lasciare da un taxi in un luogo lontano dall'albergo o dalla residenza per poi riguadagnare a piedi le strade conosciute, la casa, cercando di chiedere il minor numero possibile di informazioni, cercando tra vie e palazzi i punti di riferimento più comodi: un grattacielo, un monumento, un'insegna luminosa o la posizione stessa del sole, che servissero ad orientarmi.

Cominciavo in quelle ore a percepire un nuovo tipo di casa, una casa priva di muri, non reale, creata dal nostro trovarci lì insieme in un posto sconosciuto e nell'essere davvero uniti, in quella complicità di intenti, in quel sentirsi per un secondo abbandonati se, girando lo sguardo attorno, non si vedeva immediatamente l'altro.

A Kuala Lumpur ce la facemmo ad attraversare tutta la città, e ci vollero forse tre ore di buon cammino, senza mai chiedere un'informazione: quando alla fine stavo per farlo mi sentii sfiorare una spalla da lei che puntava il dito sorridente verso un cartello che indicava, vicinissima, la nostra meta.

E durante quelle camminate si parlava, e lo si faceva in modo diverso anche se gli argomenti erano in fondo i soliti: eravamo noi che si viveva in una realtà non quotidiana, privi di tutti i paletti che ci aiutano ad andare avanti nell'ambiente consueto, bisognosi invece di riconoscerci e di basarci sui sentimenti come la casa sui muri, l'uno sull'altra solo per l'amore che ci univa, per la voglia che avevamo di stare insieme, perché eravamo lì e non altrove, perché era lì che volevamo essere.

Il mio primo viaggio era stato a Ceylon quando l'isola si chiamava ancora così, una breve escursione di poco più di dieci giorni durante le vacanze di Pasqua non coi miei genitori, che non hanno mai voluto viaggiare in aereo, ma con l'amico del cuore del tempo e coi suoi.

Viaggi avventurosi, all'epoca, con imbarchi in Svizzera e voli di dieci, dodici ore a bordo di quei piccoli Boeing che ora coprono i voli nazionali, con due posti di qua e due di la, e scali frequenti in aeroporti mai immaginati.

Il mio primo contatto con l'Asia, nel senso fisico, fu al primo scalo di quel viaggio, Karachi in Pakistan, allora città ed aeroporto ben diversi da quelli di oggi, e la prima sensazione è stata indimenticabile: il senso improvviso del caldo-umido e l'aria che pesava sulle spalle, come se mi avessero rovesciato addosso un secchio di acqua tiepida.

Ed era giusta come impressione, perché tutte le volte che sbarco in oriente è questo che provo, ed ogni volta che capita sorrido, ricordo e penso: 'Ecco, ce l'ho fatta, sono riuscito ancora una volta a partire …'.

Perché è nel partire e nell'andare che si trova la bellezza del viaggio, perché il viaggio è essenzialmente viaggiare …

E i riferimenti sono diversi, le nostre 'case' esistono sempre ma si riducono, di volume e di peso, fino a diventare borse, zaini, bagagli vari.

Noi iniziammo con una valigia a testa, ma successivamente abbiamo cercato di ridurre la quantità degli oggetti che ci portavamo dietro, fino a recarci in Borneo con una sola valigia in due, tra lo stupore delle hostess agli imbarchi aerei, abituate alle quantità di bagagli che i turisti si portano abitualmente dietro: e fu in effetti molto più comodo ed anche molto più interessante, perché tutti e due consideravamo come casa la stessa valigia e ci si sentiva un po' più vicini anche perché i nostri vestiti e le nostre cose erano lì dentro, mescolati tra di loro.

Ho poi cercato di ridurre il bagaglio quanto possibile e mi sono trovato sempre meglio, meglio quando non sono costretto ad attendere che la valigia esca dal tappeto rotante dell'aeroporto, meglio quando lo zainetto è agevolmente trasportabile, meglio quando mi accorgo che portare dietro quel determinato vestito sarebbe stato davvero inutile: vorrei muovermi senza bagagli, con quello che ho indosso viaggiando alla maniera nomade, spostandomi senza fretta per trovare luoghi in cui vivere per il tempo che mi separa da una nuova partenza, in un perenne viaggio all'esterno ed all'interno di me stesso.

L'animo nomade non possiede case, non è padrone di nulla, vive nel mondo con quello che riesce a portarsi addosso e usa il mondo e il mondo si fa usare da lui perché la sua casa reale e spirituale è proprio il mondo stesso.



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