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lavoro pubblicato venerdì 8 aprile 2016
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Europa

di Bule. Letto 395 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Europa Quel giorno la perturbazione acida era davvero insistente e da vari punti della città si poteva osservarne gli effetti attraverso la cupola. Mime stava con gli occhi verso l’alto mentre consumava il suo pranzo prima di tornare .......

Europa


Quel giorno la perturbazione acida era davvero insistente e da vari punti della città si poteva osservarne gli effetti attraverso la cupola.
Mime stava con gli occhi verso l’alto mentre consumava il suo pranzo prima di tornare al lavoro. Non mangiava mai con gli altri, perché era stufa del continuo lamentarsi dei suoi colleghi "Così non possiamo andare avanti…la terra dovrebbe rendersi conto…siamo solo dei numeri…" poi, finito il pranzo, tornavano al proprio incarico silenziosi e come se niente fosse; quanta ipocrisia.
Ciò che attirava l’attenzione di Mime verso il cielo sopra di lei era il colore giallo rancido, quasi verde, che si proiettava sulla superficie liscia del vetro della cupola durante le perturbazioni. A pensarci bene metteva inquietudine. Chi era nato su Europa, come lei, ci era abituato, ma per una persona vissuta sotto il cielo azzurro della Terra quello spettacolo sarebbe stato raccapricciante; lei però non ne aveva mai conosciuto uno di terrestre.
Molti dei suoi conoscenti, durante le conversazioni di tutti i giorni, amavano fare sfoggio dei parenti, nonni, bisnonni e via dicendo, nati sulla Terra; del fatto che queste parentele fossero reali Mime dubitava; almeno per la maggior parte di loro. È vero, in un certo senso tutti gli abitanti di Europa avevano un antenato terrestre, ma da quando il piccolo satellite era stato colonizzato, oltre 500 anni fa, le origini e i legami familiari di ciascuno dei primi coloni erano andati via via sbiadendo fino a scomparire come disciolti nella debole atmosfera che avvolgeva il piccolo pianeta. Ora, tranne funzionari, legali rappresentanti e altre figure professionali, a nessun terrestre veniva in mente di venire a vivere lì. Anche il turismo terrestre, un tempo industria florida e vanto di Europa, era pressoché scomparso. I notiziari continuavano a parlarne e a diffondere dati ottimistici a riguardo, ma Mime non dava ascolto ai media e faceva i conti con quello che poteva osservare: da piccola, quando la domenica passeggiava con i suoi genitori e andavano a fare shopping, incontrava sempre qualche turista che si era perso nei tunnel a levitazione che collegano le cupole, ma ora non le accadeva mai, letteralmente.
«Mime! Stiamo rientrando»
La voce di Red era fastidiosa come un taglietto in bocca che non si riesce a rimarginare; insopportabile essere strappati dai propri pensieri proprio da lui. Red era l’incarnazione dell’europiano medio: nazionalista e fiero, una persona ottusa che faceva degli stereotipi una filosofia di vita e che non aveva abbastanza cervello per provare vergogna nell’andarne fiero.
«Mi chiedo cosa vuoi dimostrare mangiando in disparte da tutti noi. È perché ti credi superiore?»
«Si Red. Te l’ho già detto, ma non sei abbastanza umile da crederci» L’unica soddisfazione per Mime era provocarlo. Lui continuò a parlare mentre scendevano al 40esimo livello, ma lei non ascoltò una parola.


Le giornate al Cilindro erano interminabili. I primi giorni in cui aveva lavorato lì credeva sarebbe impazzita; ci si sentiva come in un formicaio. Quasi 10.000 persone lavoravano nell’altissimo edificio che dominava tutto il panorama della cupola 1, quella più antica e sede della gran parte degli organi burocratici del pianeta. Lei veniva dalla cupola 9, ci volevano poco più di 10 minuti per il viaggio nei tunnel.
Era frustrante non avere nessuno con cui parlare o con cui potersi confrontare; non era una presa di posizione, Mime non riusciva davvero a legare con nessuno in particolare. Semplicemente non si riconosceva in nessuna delle persone che passavano per la sua vita. Troppo accecati; nessuno si chiedeva dove li avrebbe portati l’autarchia promossa dal governo? Nessuno sognava qualcosa di meglio che un posto di lavoro e un loculo dove andarsi a riposare la sera? Nessuno vedeva la gabbia, che non era nemmeno poi tanto dorata, che li circondava e che ogni giorno di più si incrinava finché non li avrebbe schiacciati?
Checché i suoi colleghi ne pensassero, i terrestri avevano fondato una colonia, avevano portato la razza umana su un altro pianeta; loro cosa facevano? Nulla. Non c’erano sogni su Europa, l’unico fiato di genialità che ancora si respirava era quello che li aveva portati lì 500 anni fa ed era ormai ridotto a un debole rantolo che si sarebbe spento di lì a poco. Tutti gli sforzi del governo per far diventare Europa un pianeta indipendente e autosufficiente a lei sembravano come i capricci di un ragazzino caparbio e borioso.


Inventare scuse per rifiutare gli inviti dei suoi colleghi ad unirsi a loro per cena, o per un’uscita, era sempre più difficile e per questo quando alle 17.00 terminava l’orario di lavoro lei di solito era già uscita dal cilindro. Non prendeva mai il primo tunnel disponibile per tornare a casa e preferiva camminare un po’ in giro per la cupola; sentiva più vita negli edifici di metallo e per le strade che nelle persone. C’erano attività e negozi che ciclicamente chiudevano mentre altrettanti nuovi aprivano.
Il suo punto di riferimento era una piccola libreria, l’unica che vendeva volumi stampati, specializzata in narrativa terrestre e di Europa antica; era quanto di meglio si potesse trovare. Su Europa adesso non si pubblicavano autori di narrativa, solo saggi, pubblicazioni scientifiche o pseudo-tali. Il pragmatismo imposto dall’attuale regime autarchico bocciava le opere di fantasie perché distolgono dalla realtà.
Era quasi al negozio e mentre camminava il suo sguardo veniva ancora catturato dai riflessi verdognoli della perturbazione sulla cupola.
«Ahi» Andò dritta senza nemmeno accorgersene contro uno degli spigolosi distributori di proteine sintetizzate disseminati lungo tutti i percorsi pedonali della cupola.
Si piegò premendo entrambe le mani sul ginocchio; un piccolo rivolo rosso di sangue aveva già iniziato a scenderle lungo il polpaccio.
«Posso aiutarla? Si è fatta male?» Mime udì una voce maschile senza vederne il viso, mentre ancora era chinata sul suo ginocchio.
«Non è niente, ora passa» Si rialzò.
«Sta sanguinando! Aspetti, usi questo»
Il giovane le stava porgendo un fazzoletto e istintivamente Mime lo prese per tamponare il sangue.
«Vera carta?» Esclamò stupita e gli fece cenno di riprendere il fazzoletto come fosse uno spreco.
La carta veniva importata dalla Terra ai tempi in cui era bambina, ma già prima dell’autarchia se ne vedeva sempre meno in giro per via del costo molto elevato rispetto ai prodotti in fibra sintetica prodotti su Europa. Il paragone però era impietoso; la morbidezza della vera cellulosa era una carezza in confronto all’irritante, dura e liscia fibra di Europa.
«Ne ho una scorta, lo usi pure»
«Grazie. Ero distratta»
«Lei lavora al cilindro vero? Mi scusi se glielo chiedo, ma sono sicuro di averla già vista»
«Lavoro lì» Rispose secca. Le difese spontanee di Mime erano entrate in allerta ed era pronta a inalzare tutte le sue barriere anti-dialogo per uscire dalla trappola della conversazione.
«Certo. Non volevo essere invadente. Arrivederci» Il giovane la superò e girò l’angolo mentre lei non disse nemmeno una parola. Finito di tamponare il sangue riprese a camminare fino alla piccola libreria. «Ciao Isaac. Do un’occhiata»
«Fai pure Mime, sei a casa tua» Il vecchietto le sorrise e abbassò nuovamente lo sguardo sul libro che stava leggendo.
Dietro uno scaffale, con un libro tra le mani, c’era il giovane del fazzoletto di carta.
Mime stava già facendo marcia indietro per non farsi notare, ma lui alzò lo sguardo e le sorrise. Non disse una parola.
Per un motivo che non avrebbe saputo spiegare, Mime in quel momento, anziché seguire la sua logica ed evitarlo accuratamente, gli andò incontro.
«Grazie per prima. Mi chiamo Mime»
«Eto, piacere» Non le porse la mano e non posò il libro che aveva in mano.
«Ti piace leggere?»
«A essere sincero sono venuto solo per curiosare, non sono un esperto di letteratura»
«Sei venuto nel posto giusto. Isaac tiene solo il meglio della narrativa terrestre e europiana storica. Io ci vengo quasi tutti i giorni e se vuoi qualche consiglio approfitta pure di me. Così mi sdebiterò» Era un fiume di parole per Mime e mentre stava già per chiedersi che diavolo stava facendo Eto accettò il suo invito.
«Grazie. Dimmi! Cosa consiglieresti ad un principiante come me?»
«Vieni, ti mostro il mio scaffale preferito. Qui trovi il meglio della fantascienza classica terrestre e fossi in te inizierei con questo. Wells!» Gli porse un volume prelevato dallo scaffale. «La macchina del tempo, se non hai mai letto nessuna opera di fantasia questo ti aprirà gli occhi alle meraviglie del possibile. Guarda quando è stato scritto»
Eto era indubbiamente di bella presenza, ma non era quello ad attrarla; c’era qualcosa nei suoi occhi che non aveva mai visto in nessun’altra persona. Una sorta di triste consapevolezza, un tratto di coscienza insolito per uno della sua età.
«Perché proprio questo?»
«Da qualche parte bisogna pur iniziare»
«Hai ragione»
Mime sentiva l’impulso di continuare a strappargli parole che lui sembrava invece voler trattenere. Era la prima volta che si sforzava di intrattenere una conversazione con una persona che invece dava l’impressione di volerlo evitare.
«Io di solito non cerco di socializzare con gli sconosciuti e non sono brava a fare inviti, ma tu sembri diverso da tutti gli altri che ho conosciuto al cilindro. Ti va di venire a mangiare qualcosa?»
«Nemmeno io sono tanto bravo e…» Un’inaspettata esitazione «…in fondo in un modo o nell’altro sono tenuto a darti una spiegazione»
Un lampo di curiosità e stupore trapassò lo sguardo di Mime. «Cosa vuoi dire?»
«Io ti conosco da più tempo di quanto tu creda»
«Non hai l’aria del maniaco, ma guarda che ci metto un attimo a liberarmi di te» Fece qualche passo indietro, quel tanto che bastava per avere un vantaggio sul suo avversario. Mime era stata educata all’apprendimento della arti marziali fin da bambina, come da tradizione nella sua famiglia ed era una combattente di tutto rispetto. Non era minimamente preoccupata di affrontare qualcuno ben più grande di lei.
«Ti prego, scusami! Non voglio spaventarti; ci ho messo così tanto ad avvicinarmi a te e adesso non c’è quasi più tempo»
«Ok, adesso chiamo Isaac se non mi dici subito chi sei e cosa vuoi»
«Aspetta…Allora, come ti ho detto lavoro al Cilindro da poco, ma più in generale è da poco che mi trovo su Europa, vengo dalla Terra»
Mime voleva ribattere, ma questo ragazzo era così diverso da tutti gli altri che aveva conosciuto che la sua affermazione avrebbe potuto essere plausibile e lo lasciò continuare.
«Avrai notato che praticamente nessuno di noi viene più su Europa»
«Si, la vista mi funziona bene»
«Il motivo è semplice. Sulla Terra adesso, 2723 d.c. stiamo morendo. Credo che non verrà più nessuno dopo di me»
«Dimmi chi sei o me ne vado seduta stante»
«Lavoro per il governo Mime»
«Perché dovrei crederti?»
«Non ho ragione di mentirti, se mi lasci parlare ti spiego tutto»
«Ti ascolto…»
«Allora, prima di tutto, la storia della terra non è esattamente come tu la conosci. Da secoli la vita lì sta lentamente spegnendosi, anche se abbiamo fatto in modo che la cosa non divenisse di pubblico dominio qui su Europa. Era il 2201 quando i risultati ottenuti con i campi gravitazionali ci hanno permesso di realizzare la propulsione che ha portato fin qui i primi coloni, ma non eravamo sull’onda di una crescita esponenziale come studiate qui; eravamo all’apice che precede l’inevitabile declino. Non è stata la voglia di scoprire a portarci qui, ma la disperata ricerca di una nuova casa, di nuove risorse, perché sulla Terra avevamo sorpassato già da molto il punto di non ritorno»
«Usciamo» Mime ascoltava le parole di Eto e nonostante si sforzasse di pensare che aveva di fronte un pazzo che si divertiva a stupirla con fantasie senza senso, non poteva fare a meno di sentire il peso che schiacciava la sua voce e la profonda e triste consapevolezza che traboccava dai suoi occhi; doveva essere sincero.
La perturbazione stava scemando e dalla cupola si poteva di nuovo vedere la sagoma di Giove che rifletteva la luce solare sulla cupola tingendola di un delicato beige.
Fuori dalla libreria un flusso di migliaia di persone animava i viali pedonali e i due fecero alcuni passi in silenzio seguendo la corrente.
«Posso continuare?» Chiese lui titubante.
«Non qui. Andiamo a sederci; c’è un posto qui vicino»
Qualche livello sopra di loro c’era un osservatorio panoramico, dalla cui sommità si ammiravano da un lato il paesaggio europiano fuori dalla cupola e dall’altro tutta l’estensione della città al suo interno.

«Mime, quasi nulla di quello che sai è reale, mi dispiace di essere io a dovertelo dire»
«Già…sulla terra state morendo»
«Si, ma lascia che ti spieghi dall’inizio…» La sua voce era molto ferma, ma delicata allo stesso tempo. Era colpita dall’attenzione con cui pesava ogni parola che le rivolgeva facendola sentire appena in imbarazzo e nonostante l’assurdità della situazione e lo stupore, lei stava lasciandosi sopraffare da una timida attrazione verso di lui. Lo ascoltò con attenzione.
«…la prima missione arrivata qui su Europa aveva l’incarico di trasportare i primi materiali e i macchinari necessari per l’impianto della prima cupola ed era composta di tecnici e ingegneri, i primi coloni. L’ente spaziale aveva passato settimane a studiare la superficie del satellite per trovare il punto migliore per l’atterraggio e l’inizio dei lavori; poi si erano concentrati sul posizionamento dei moduli gravitazionali, uno in orbita intorno alla terra, uno spedito verso l’orbita di Europa. Sai come funzionano?»
«Più o meno. So che la nave entra dal primo e poi esce dal secondo»
«A conti fatti è così. Comunque, partita la prima missione, si tornò a monitorare il punto previsto per l’atterraggio e fu quello il momento in cui la verità si rivelò ai nostri antenati, anche se ci volle un po’ prima che capissero cos’era accaduto»
«Cosa?»
«Le immagini restituite dal telescopio non avevano alcun senso: cupole ovunque e in stato di abbandono. Tracce di una colonizzazione millenaria fitta e ben distribuita ovunque, su tutta Europa, ma nessun segno di vita. Cercarono di mettersi in comunicazione con la missione, ma senza riuscirci; fino a che non provarono a trasmettere il segnale attraverso il portale, stabilirono il contatto e la missione confermò di essere in avvicinamento al suolo, come da programma. Non notavano nulla di anomalo. Ci volle un po’ per accettare l’unica spiegazione possibile. Un’anomalia, un effetto collaterale imprevisto del viaggio attraverso il campo gravitazionale: i coloni non avevano viaggiato solo attraverso lo spazio, ma anche attraverso il tempo. So che è difficile crederlo, ma aspetta che finisca di spiegarti come sono andate le cose, poi se vuoi posso darti le prove di quello che sto dicendo»
«Continua!»
«Grazie ai riscontri effettuati con i coloni che erano su Europa capirono che qualunque cosa passasse attraverso il portale veniva catapultata indietro nel tempo di circa 3000 anni. Quando accettarono che era quello che davvero stava accadendo, sai cosa pensarono?»
«Non saprei…»
«Che potevano sfruttare questa anomalia per recuperare il tempo perduto. Si poteva “traghettare” il genere umano attraverso i due portali gravitazionali e ripopolare la terra, evitando però di rifare gli errori che ci avevano portato a dover cercare una nuova casa tra le stelle. Niente idrocarburi, niente sfruttamento della flora e della fauna. Capisci? videro la possibilità per una seconda occasione. C’erano delle difficoltà oggettive: le popolazioni del 1200 a.c. ma degli esperimenti vennero comunque fatti. Hai mai sentito parlare delle leggende sulle popolazioni dell’America centrale? Be, un fondo di verità c’era; avevano trovato tracce del nostro passaggio. Ad ogni modo, decisero di fermare tutto quando ci arrivò il tuo messaggio, siamo in pochi a essere a conoscenza della sua esistenza e del suo contenuto»
«Scusa? Il mio messaggio?»
«Sapevi esattamente dove e quando farcelo trovare, eri informata sui fatti, sapevi quello che stava succedendo e ci avvisavi caldamente. Era un monito: Se vogliamo avere una speranza la vita deve continuare su Europa, la terra è persa in ogni caso. Immaginerai i dubbi e le domande che per secoli hanno attanagliato fisici e astronomi. Ci avevi dato informazioni dettagliate su quando saresti nata e quando avremmo potuto trovarti, ma nessuna spiegazione. Normalmente nessuno avrebbe dato particolare importanza al consiglio di una ragazza sconosciuta arrivata dal nulla, ma data la singolarità delle circostanze…eccomi qui! a scoprire perché ci hai detto che la terra è persa e perché la nostra ultima speranza è Europa»
«Hai detto di poter provare quello che dici. Voglio vedere»
«Certamente»
Eto mostrò dal suo terminale portatile documentari e notiziari dalla terra sull’avanzamento dei deserti, il riscaldamento globale. Era terrificante, la terra che conosceva lei esisteva solo nella storia. In quel momento sul pianeta era rimasta un’unica zona abitata, ma allo stato attuale le risorse necessarie a sostenere la vita avevano letteralmente i giorni contati.
«Ok, la terra è spacciata. E tutto il resto?»
«Ho i codici per accedere al telescopio in orbita intorno ad Europa. Guarda tu stessa la terra, cerca dove vuoi. Non troverai New York, Tokyo, Seoul, niente. Cerca Roma, vedrai un giovane villaggio che ha visto da poco la luce dell’alba»
Mime osservava le immagini dettagliate che il satellite inviava al dispositivo. «Mio dio…è tutto vero!»
«Te l’ho detto! Stai guardando la terra com’era nel 750 a.c. circa»
«Ma come avete fatto a tenere all’oscuro il nostro governo?»
«I vostri capi di stato sanno perfettamente della situazione della terra. Per questo promuovono l’autarchia»
«Capisco; e immagino che se te lo chiedo puoi anche farmi vedere il messaggio che vi avrei mandato»
«Si Mime! Io sono qui da sei settimane, avrei dovuto contattarti subito, ma non ci sono riuscito. Erano giorni che ti seguivo fuori dal cilindro cercando una scusa per parlarti»
«Perché ci hai messo tanto?»
«Ero in imbarazzo! Nessuno mi aveva avvisato di come…di come eri bella»
Mime arrossì leggermente, ma riuscì a trattenere l’imbarazzo. «Tu eri qui per fare chiarezza su uno dei misteri più assurdi che esistano e hai aspettato sei settimane perché avevi paura di non riuscire a fare colpo? Scusa, non voglio farla sembrare una situazione comica, però…»
«Mi hanno scelto per questo incarico per la mia specializzazione in fisica, non certo per le mie doti di latin-lover…»
Mime stava sorridendo e anche se la sua mente era rapita, stupita e incuriosita da tutto quello che le era piombato addosso, il cuore le batteva un po’ più veloce del normale e dal suo stomaco un calore che dava assuefazione saliva fino a colorarle leggermente le guance. Le piaceva; era il primo ragazzo che conosceva che aveva esitato tanto ad avvicinarsi a lei. Di solito facevano il contrario e più erano stupidi o arroganti più cercavano di andare dritti al punto. Tutto questo tempo senza nemmeno dirle una parola o farsi notare e nonostante l’importanza vitale della sua motivazione.
«Se è uno scherzo è ben architettato, non c’è che dire; ma ammettiamo che ti creda anche se non so spiegarmi il perché, io non ho le risposte che cerchi. Cosa faccio al cilindro lo sai, vero? Non sono un astrofisica»
«Sei laureata in matematica, ti occupi di statistica»
«Esatto! Quello di cui mi stai parlando è degno di uno dei miei libri preferiti, ma queste cose per me sono solo fantasie, sogni. Come posso aiutarti a risolvere i tuoi quesiti?»
«Non lo so. Ho immaginato per anni il momento in cui ti avrei incontrata e ho sempre vissuto con la convinzione che avresti risolto tutti i nostri dubbi; non ho mai pensato che nemmeno tu sapessi cosa ci riserva il futuro»
«Vuoi dirmi che non avete nemmeno preso in considerazione l’eventualità che io non avessi la minima idea di quello che è accaduto?»
«No. Il messaggio era così perfettamente dettagliato da poter escludere qualsiasi altra possibilità»
Mime gli afferrò di scatto un polso «Aspetta!»
«Che c’è? Ti è venuto in mente qualcosa?»
«No! Vieni via, seguimi!»
Si diressero con passo affrettato verso l’ascensore che riportava al livello inferiore; senza dire una parola.
Al sicuro dietro le porte dell’ascensore lei continuò: «Non l’hai visto?»
«Chi?»
«Un tizio con i capelli grigi, alto, vestito di scuro. Era dietro di te quando mi hai dato il fazzoletto e adesso l’ho notato sulla piattaforma affianco a quella dove eravamo noi»
«Una coincidenza, perché ti preoccupi?»
«Dalla Terra sei venuto solo, vero?»
«Solamente io, te l’ho detto»
«Queste piattaforme le avevamo costruite per i turisti, difficilmente un europiano ci verrebbe. Ti ho portato quassù per parlare in pace, sapevo che non avremmo incontrato nessuno. Quello non è di Europa, credimi!»
«Se non viene dalla Terra e non di Europa, chi credi che sia?»
«Non lo so, ma l’istinto mi dice che è meglio stargli alla larga»
Quando le porte si riaprirono Mime si tuffò nella corrente di persone continuando a stringere il polso di Eto trascinandolo quasi.
«Non ci segue! Puoi camminare più piano?»
Non appena finì di pronunciare queste parole si trovarono di fronte una figura alta, avvolta in un cappotto scuro e con i capelli grigi.
«Cosa vuoi?» sbottò Mime.
Una frazione di secondo dopo che lo sconosciuto ebbe mosso un passo verso di loro, Mime lo atterrò con un movimento fulmineo del braccio e facendo leva sulla propria gamba, senza mai lasciare il polso di Eto.
«Come hai fatto?» Esclamò lui con l’espressione inebetita.
«Andiamo, muoviti!»
Stavano letteralmente correndo in mezzo al fiume di persone del viale pedonale e Eto sbatteva goffamente a destra e sinistra contro altri passanti.
Mentre la figura scura che si erano lasciati alle spalle si stava ancora rialzando, si infilarono in uno stretto vicolo laterale chiuso tra due edifici. Non appena svoltato l'angolo un lampo bianco li investì. Mime era accecata e senza che avesse il tempo di reagire sentì i sensi venire meno e si accasciò a terra.


Mime aprì gli occhi svegliata da una fitta lancinante alla spalla. Le sue braccia erano intorpidite e indolenzite; era legata mani e piedi dietro la schiena. Anche Eto era legato e giacevano entrambi sul pavimento di una stanza molto grande. C’era una sola porta, o almeno quella che avrebbe potuto esserlo, e una parete interamente in vetro. Non erano su Europa, lei conosceva bene il paesaggio europiano e non erano da nessuna parte sul pianeta.
«Eto! Eto, svegliati!» Cercò di scuoterlo con i piedi.
«Sono sveglio. Ahi, non sento più le braccia»
«Dove siamo? Riconosci questo posto?»
Eto alzò leggermente la testa tirando il collo per guardare fuori dal vetro. «Non ne ho idea; sei tu l’europiana…»
«Questa non è Europa Eto. Speravo che tu riconoscessi il paesaggio. Non siamo sulla terra?»
«No, non è la terra. Di questo sono sicuro»
La luce che entrava dalla parete finestra era abbagliante e calda e i colori che si potevano intravedere non ricordavano nulla che i due avessero mai visto prima.
Le ore passarono senza che nessuno fosse entrato nella stanza e senza che si udisse un solo suono provenire da dietro le pareti.
«Non so quanto riuscirò a resistere, non sento più le mani»
Mime lo guardò; effettivamente le sue dita erano blu ed erano chiaramente molto gonfie. «Cerca di muovere le mani, rotola! Aiuterà la circolazione»
«Ma cosa vogliono da noi? Perché ci stanno facendo questo?»
«Non ne ho idea, ma dobbiamo aver dormito parecchio»
«Si, ho la stessa impressione. Certo non era questo che mi aspettavo quando immaginavo il momento in cui ti avrei incontrata»
Mime ritornò con la mente a qualche ora prima e tutti i dubbi e le domande che le rivelazioni di Eto avevano fatto scaturire in lei riaffiorarono velocemente.
«Davvero non mi hai avvicinata prima perché ti mettevo in imbarazzo?»
Eto si sforzò per rotolare su se stesso e avvicinarsi un po’ di più a lei. «Dovevo fare rapporto due giorni dopo il mio arrivo…puoi immaginare il disappunto dei miei superiori. Se non avessi stabilito il contatto oggi credo che mi avrebbero richiamato sulla Terra»
Mime notò che si stava sforzando di rimanere serio mentre in realtà l’immagine goffa di sé stesso lo faceva sorridere.
«Non credo sia il momento più adatto per chiedertelo, ma adesso che mi hai conosciuta ti faccio ancora lo stesso effetto?»
Eto arrossì leggermente, pur rimanendo composto. «Credo che tu conosca la risposta senza il bisogno della mia conferma»
«Invece non lo so. Quando ti ho detto che non sono una a cui piace socializzare non era tanto per dire, anzi, a volte ho l’impressione che ci sia qualcosa che non va in me; è come se non mi piacessero le persone»
«Sei diversa da ogni ragazza che io abbia mai conosciuto; sembri spontanea in tutto quello che fai e questo ti rende ancora più attraente e c’è qualcosa nel modo in cui guardi gli altri: non guardi il mio viso o i miei occhi, sembra che mi guardi direttamente dentro»
«Visto? Qualche ora passata con me e stai già migliorando nel corteggiamento»
«…Non era mia intenzione…scusa»
«Non devi scusarti…»
Dal soffitto si udì una voce: Allontanatevi dalla porta! Dopo qualche istante la sagoma della porta scomparve lasciando un’apertura sulla parete e l’uomo dai capelli grigi che li avevi seguiti su Europa entrò nella stanza.
«Cosa vuoi da noi? Perché ci avete legato?» Mime fece un balzo per riuscire a mettersi eretta sulle ginocchia.
«Avrete molte domande immagino. Premetto che non sono tenuto a darvi nessuna risposta e dato il destino che vi aspetta, non ce ne sarebbe il bisogno, ma sono curioso di sapere com’è che vi siete incontrati e dobbiamo aspettare che arrivi il Supervisore prima di decidere se terminarvi o tenervi vivi in prigionia»
«Non abbiamo fatto niente! Dicci chi sei!» Lo incalzò Mime.
«Prima vi dirò chi siete voi e cosa rappresentate per me. Voi minacciate la nostra esistenza, non dovreste esservi mai conosciuti e io sono venuto a prendervi per porvi rimedio» Il grigio iniziò a camminare verso la parete finestra con le mani incrociate dietro la schiena, poi si voltò nuovamente verso di loro e ricominciò a parlare: «Nella mia linea temporale non è mai arrivato nessun messaggio e dopo che la missione per Europa è partita e ci siamo accorti dell’anomalia, abbiamo studiato gli effetti dei campi gravitazionali, li abbiamo capiti e ne abbiamo fatto uno strumento. Ad esempio, abbiamo scoperto che più lontani venivano posizionanti i portali e più il balzo indietro nel tempo era lontano. Europa ci è servita solo come serbatoio di rifornimento per materie prime e come base per lanciare altri portali sempre più avanti. Nei secoli siamo diventati padroni dello spazio e del tempo, dimensioni nelle quali voi invece vivete intrappolati. La terra e la colonia sono morte nella realtà da cui provengo io, ma guardando indietro, ad un certo punto, abbiamo visto Europa continuare a crescere e prosperare oltre la vita sulla terra e nessuno sviluppo nei campi gravitazionali. Questo non deve avvenire e voi due ne siete la causa»
«Quello che dici non significa nulla! Noi non abbiamo fatto niente e io ho scoperto solo oggi la verità sulla Terra e sull’anomalia temporale. Come potrei modificare il tuo futuro?» Mime voleva tenerlo impegnato a parlare mentre stava pensando ad un modo per liberarsi.
«Voi due avete mandato un messaggio sulla Terra; avete usato le vostre conoscenze per impressionare ed influenzare i nostri antenati, convincendoli che puntare tutto su Europa era l’unica strada da perseguire. Voi sareste stati i responsabili della fine dell’evoluzione della razza umana»
«Dici che non avremmo dovuto incontrarci; che significa?» Chiese Eto, notando che Mime si stava lentamente avvicinando all’alta figura del loro interlocutore.
«Non è mai esistita nessuna ultima missione nella realtà della nostra linea temporale; nella data che per voi è quella odierna avevamo già abbandonato la terra ed eravamo qui, su Alfa Centauri B. Il motivo della deviazione dalla linea temporale standard è il vostro messaggio. Avremmo potuto cancellarvi già da bambini, o eliminare i vostri genitori, non ha importanza. Abbiamo scelto questo momento per prendervi insieme e perché non è piacevole per noi tornare al sistema solare alla luce della sua stella piccola e fredda. L’ingrato compito è toccato a me, per fortuna però è stato facile»
«Non capisco una cosa. Se abbiamo mandato questo messaggio e l’umanità ha continuato a vivere su Europa, non sei tu che non dovresti nemmeno esistere?»
«Si vede che non conoscete bene il tempo e i suoi paradossi. Provare a farvi capire sarebbe inutile, comunque ti basti sapere che il tempo non è una linea come lo immaginate voi, è più una sfera che si espande ed è legato allo spazio, a meno che tu non lo alteri con la gravità. Abbiamo osservato l’evento prima che accadesse e ora che vi ho fermato è la vostra di realtà che è stata cancellata»
Mime era praticamente a meno di un metro dal loro inquisitore e con una rapidità eccezionale riuscì a ruotare su stessa e colpirlo all’altezza delle ginocchia atterrandolo, poi lo colpì duramente sulla nuca con i talloni.
«Aiutami, cerca nelle tasche, avrà una chiave per questi affari»
Eto non si fece pregare e incespicò fino a riuscire a infilare le mani nelle tasche del cappotto dell’uomo disteso. «C’è solo questo!» estrasse una piccola sfera di fattura indefinibile e che sembrava brillare di una propria luce. Continuò a frugare. «Ecco!» Tirò fuori dal cappotto un badge che a contatto con la fibra che gli teneva le mani e i piedi legati allentò la presa.
«Ti libero subito» Si precipitò da Mime e fece lo stesso coni lei.
«Ah, finalmente! Vieni usciamo!» Mime si avvicinò all’apertura sulla parete, ma dovette fermarsi bruscamente.
«Non c’è nulla qui!»
«Fammi vedere!» Anche Eto si accostò all’apertura. Di fronte a loro c’era solo il vuoto, bianco ovunque e nessun altro oggetto o punto di riferimento in nessuna direzione, a perdita d’occhio.
«Controlliamolo, deve avere qualcos’altro in tasca» Mime tornò sulla sagoma stesa terra e senza sensi.
«Niente! Non ha altro con sé. Eppure…dammi la sfera!»
Mime prese l’oggetto dalle mani di Eto e si avvicinò alla porta sul vuoto con in mano l’oggetto. Varcata la soglia la piccola biglia iniziò ad espandersi di fronte a loro; era come trovarsi di fronte a un foro sferico, la luce bianca spariva e al suo interno solo nero, il nulla.
«È un wormhole, un buco nero» Esclamò Eto. «Dev’essere con questo che si spostano nel tempo e nello spazio». Mentre parlava varcò la soglia muovendo un passo verso il nulla che la sfera aveva creato.
«Attento!»
Mano a mano che Eto entrava nel nulla Mime lo vedeva scomparire e dopo che ebbe messo dentro la testa si ritrasse di scatto.
«Cos’hai visto? Cosa c’è?»
«Devi vederlo con i tuoi occhi! Vieni!» Prese la mano di Mime. Era la prima volta che la loro pelle veniva a contatto e lei ebbe un piccolo brivido che dalla mano corse veloce fino in cima all’attaccatura dei suoi capelli.
Si lasciò condurre da Eto dentro al nulla tenendo gli occhi chiusi e quando li riaprì ciò che vedeva la lasciò senza fiato.
Era come avere davanti, allo stesso momento, qualsiasi luogo e qualsiasi tempo si possano immaginare; tutto scorreva di fronte a loro e guardare un particolare momento o un particolare luogo era come viverlo direttamente.
Non c’era stupore o confusione, ma un’emozione così grande che Mime si sentiva letteralmente traboccare, come se il suo respiro e il suo cuore battessero così lentamente da essere prossimi e fermarsi.
Nessuno dei due avrebbe saputo dire quanto tempo rimasero lì immobili perché era come aver vissuto in ogni tempo e in ogni luogo.
Sempre tenendosi per mano, entrambi si mossero verso il momento in cui la luce li aveva accecati nello stretto vicolo della cupola 1 su Europa. Appena prima di posare il piede sulla strada fuori dalla sfera scorsero correre verso di loro un folto gruppo di persone con cappotto e capelli grigi e Mime trattenne Eto dal compiere il passo.
Guardarono verso la piattaforma, ma anche lì c’erano uomini grigi ad spettarli, nel negozio di Isaac, al cilindro; erano ovunque. Con la padronanza di tempo e spazio erano in grado di anticipare ogni loro mossa, dovunque avessero deciso di mettere piede, avrebbero trovato un manipolo di grigi ad aspettarli. Le possibili realtà di tempo e spazio che nella bolla potevano scegliere di vivere continuavano a restringersi.
Anche se non lo stava realmente guardando, Mime poteva percepire lo stato d’ansia di Eto e anche lei si sentiva perduta.Impossibile dire dopo quanto tempo, perché anche i pensieri in quella dimensione avevano una ritmo e una velocità diversi, ma fu come un’illuminazione: finché Eto era con lei ed erano vivi esisteva un indefinito momento del loro futuro in cui avevano mandato un messaggio ai loro antenati e questo escludeva la linea temporale dei grigi dalle possibili realtà future. Nelle poche ore che avevano passato insieme il legame che si era creato tra di loro era diventato qualcosa di più di una semplice intesa ed entrambi ebbero lo stesso pensiero: fin tanto che fossero rimasti lì, i grigi non sarebbero stati in grado di impedire loro di mandare il messaggio e all’unisono presero la consapevole decisione di non abbandonare mai la bolla fuori dal tempo e dallo spazio. In quel preciso istante più nessun manipolo di uomini era davanti a loro, nessun grigio. Milioni di anni di possibili realtà si stendevano tutto intorno a loro. Erano liberi, ma se mai avessero deciso di rimettere piede fuori di lì, tutti i campi si sarebbero ristretti nuovamente, ripopolandosi di grigi.

Scelsero di non vivere, ma potevano allo stesso tempo vedere tutto; si potevano guardare mentre mandavano il messaggio che gli avrebbe permesso di incontrarsi, vedevano loro stessi invecchiare e crescere i loro figli in un mondo in cui nessuno dava loro la caccia.
Potevano ammirare le arti rifiorire su Europa e ascoltare le sinfonie, che i compositori creavano, evolversi assieme ad una coscienza e una consapevolezza che mai la nostra specie aveva raggiunto prima. Vedevano la luce del genio umano riaccendersi dopo il declino della Terra ed espandersi fino ad illuminare ogni angolo più remoto dell’universo.
Fin tanto che si tenevano lì per mano immobili potevano osservare ogni possibile destino della realtà. In ognuno di essi loro stavano assieme.


Mentre passeggiavano per un tunnel a levitazione, come faceva da bambina, Mime guardò Eto e gli disse: «Ricordi la prima volta che mi hai fatto capire che mi trovavi bella?»
«Come fosse adesso; eravamo sulla piattaforma panoramica, mi tremava la voce. Non sapevo come fartelo capire»
«Per me è stato quello il momento in cui ho capito che non ti avrei mai più lasciato, anche se…è strano come un attimo possa cambiare il tuo destino: ero spaventata dell’attrazione che sentivo per te ed ero indecisa se scappare fuori dall’ascensore e non farmi più rivedere o portarti a mangiare»
«Tanto ti avrei cercata ovunque. Non riuscirei a immaginare un futuro diverso, senza di te, nemmeno ora»


Fine



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