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lavoro pubblicato martedì 5 aprile 2016
ultima lettura lunedì 25 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

TORNERO' SUI MIEI PASSI PERDUTI

di michelino. Letto 434 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mi trovavo oltre la soglia di un grande cancello in ferro battuto che mi stavo lasciando alle spalle. Davanti a me, a due chilometri di distanza, adag...



Mi trovavo oltre la soglia di un grande cancello in ferro
battuto che mi stavo lasciando alle spalle. Davanti a me,
a due chilometri di distanza, adagiato sul fianco della collina,
si stendeva il lucido panorama del mio paese nel quale non
vivevo più ormai da parecchi anni . Da allora non avevo più
visto quel panorama e adesso che mi stava di nuovo davanti,
mentre un infinità di emozioni risaliva la china dei ricordi, mi era
parso di sentire accelerare i battiti del mio cuore. Dico che mi
era parso perché in realtà sapevo benissimo che non poteva
trattarsi di null'altro se non di un riflesso condizionato.

Molto lentamente e con il fiato in gola per l'emozione, cominciai
a percorrere i due chilometri che mi separavano dal paese.
La strada era inondata da un generoso sole, mi sovvenne
subito in mente che in quel giorno si festeggiava la Pasqua
e persino la natura ne sembrava consapevole fino a volersi
mostrare resuscitata in tutto il suo splendore.
Nel verde dei prati che fiancheggiavano la strada apparivano
qua e la numerose macchie colorate,erano chiazze di fiori
primaverili, ne raccolsi più che potei e li infilai nel mio zaino
vuoto. Man mano che proseguivo nel mio cammino mi
immedesimavo sempre più nei panni di un soldato che
approfittando di una breve licenza torna a far visita ai suoi
cari dai quali è lontano da ormai troppo tempo.

Quando arrivai nei pressi della prima casa ricordai che quella
era l'abitazione di un mio caro amico, mi accostai ad essa e fui
subito scosso da un leggero sussulto nel sentire che dall'interno
provenivano le voci di una famiglia raccolta intorno al tavolo da
pranzo,sussultai nuovamente quando tra queste voci riconobbi
quella del mio amico..dunque il povero Luciano era ancora vivo!...
Mi fermai un attimo in raccoglimento davanti alla buca delle lettere
che recava la scritta "famiglia Ferletti", sfilai qualche fiore dal mio
zaino e lo imbucai.

Ripresi il mio cammino lungo il paese. Era ormai mezzogiorno e
per giunta di un giorno festivo, per le strade non c'era anima viva;
naturale! a quell'ora, come di tradizione, tutti quanti presenziavano
al rito del pranzo in famiglia. Non mi restava altro che proseguire
per quel suolo deserto tra le voci ovattate dai muri, solo segno
di umane presenze. Avvertivo schiamazzi festosi, tintinnii di posate
e bicchieri, gridolini, risate,sospiri, lamentele, richiami, schiamazzi,
e un frusciare di frasi confuse, sovrapposte alternate o squillanti.
Tutti suoni filtrati attraverso i confini di domestiche case.

Avanzavo con un piglio irreale camminando quasi in punta di piedi,
inondato da un solenne rispetto per quei cari viventi imboscati nelle
stanze da pranzo, e ogni volta che passavo davanti a una casa mi
fermavo a guardare le insegne disegnate con cura sulle porte legnose:
" Mariani...Acqualuce...Verdelli...Calò...Filosia...Argentati..."
Di ogni nome ricordavo qualcosa o qualcuno, per ognuno risvegliavo
un pensiero delicato e fraterno. Ma nessuno che azzardasse a finestre
o balconi, che mostrasse alla luce - fosse solo per sbaglio - una
testa o la mano...o che so!...proprio niente...neanche l'unghia di un
dito che trovasse l'ardire di apparire al mio sguardo.
Nel chiarore di strade svuotate, sola cosa che vidi, fu quel cane che
giaceva supino per terra, come inerte creatura delegata a fornirmi
un fugace piacere che svanì come niente non appena l'animale si
mosse sollevandosi svelto dal suolo per scappare lontano.
Rattristato da tanta vigorosa e solerte accoglienza continuai nella
via percorrendo il calvario fino al luogo dovuto: una casa, la mia!
A traguardo raggiunto, l'emozione improvvisa mi strappo da ogni senso,
ma comunque ho potuto afferrare ugualmente una voce di donna,
sopraffatto dal docile suono riconobbi la voce di Marta; di mia moglie,
che con tono vivace e sereno richiamava al suo fianco i miei figli.
Poveracci, i miei figli adorati, così giovani e belli!...eran vivi anche loro!
Quale pena tremenda, che destino crudele, non poterli aiutare, non
poterli salvare dal recinto cosparso di spine di chi crede sia bene
campare.
Con un mesto cordoglio lessi il nome indicato al portone "Fuocofato"
era inciso nel legno più scuro.
Sono io, Fuocofato Michele!..sono io quel signore che non visto da
alcuno e nemmeno sentito è venuto nel giorno di Pasqua a lasciarvi
questi fiori di campo sparpagliati sui gradini di casa.

Tutto a un tratto, come fossi in un sogno, mi trovai nuovamente sulla
soglia del grande cancello. Questa volta però davo spalle al paese.
Mi girai per un ultima volta, salutai per un ultima volta tutti i poveri vivi,
che infelici, non conoscono ancora la maestosa grandezza di una pace
silenziosa e perpetua.
Recitai una breve preghiera per loro, feci segno di croce,mi lasciai la
collina nuovamente alle nuca e mi scossi per varcare una volta per
tutte il cancello che si chiuse alle spalle, dietro me che commosso
ritornai sui miei passi, ora e sempre e per sempre perduti.




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