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lavoro pubblicato sabato 2 aprile 2016
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'amore non è mai andato via

di AngiESamara. Letto 604 volte. Dallo scaffale Amore

"Ti giuro che non sopporto questa sua depravazione!".Lo aveva ripetuto troppe volte durante la loro chiacchierata, ne era consapevole, ma Jeany era la sua unica amica e confidente e con lei poteva lasciarsi andare, nel bene e nel male. A Jean..

"Ti giuro che non sopporto questa sua depravazione!".
Lo aveva ripetuto troppe volte durante la loro chiacchierata, ne era consapevole, ma Jeany era la sua unica amica e confidente e con lei poteva lasciarsi andare, nel bene e nel male. A Jeany raccontava ogni cosa, non aveva segreti con lei; l'amica, a sua volta, trovava in Mary altrettanta amicizia e compagnia. Sedute alla tavola calda le due amiche sembravano sorelle: entrambe bionde e snelle, belle e ben curate nonostante non fossero più ragazzine. L'una aveva occhi color celeste, l'altra occhi castani e folte ciglia. Entrambe sposate da troppo tempo per non avere lamentele da scambiarsi sui rispettivi mariti. Ultimamente però Mary era quella che si lamentava di più e non trovava pace: il marito, Charles, uomo mite un tempo curato nell'aspetto e brillante, aveva scoperto il suo lato feticista. Amava i piedi e ne era attratto, e assillava spesso la moglie. Inizialmente si limitava a chiederle di mostrarglieli, lasciarglieli accarezzare e baciare, cosa che lei trovava irritante ma ancora sopportabile. Ma nel giro di poche settimane le pretese di Charles avevano passato il limite della sua sopportazione: aveva avuto il coraggio di chiederle di poggiargli i piedi sulle sue parti intime, e accarezzarle e strofinarle.
Charles si era lasciato un po' andare negli ultimi tempi: il suo monotono lavoro d'ufficio lo aveva appesantito e piegato e le passeggiate che un tempo amava fare ogni sabato e domenica mattina erano ormai un ricordo lontano. Un po' di pancetta, un inizio di calvizie, e l'inizio di una serie di scoperte in campo sessuale che la moglie trovava orripilanti. Aveva iniziato con le calze autoreggenti: non riusciva a fare l'amore senza e insisteva perché Mary le indossasse ogni sera prima di andare a letto. Dopo le autoreggenti aveva scoperto il vibratore per il piacere femminile e Mary odiava quell'insulso aggeggio di plastica e gomma a batterie. Infine aveva imparato ad amare i piedi. Questa sua fissazione durava da troppo tempo perché Mary avesse ancora speranza di un ritorno alla sanità mentale di suo marito: temeva che l'avrebbe assillata per tutta la loro vita insieme. E più lui insisteva e cercava di convincerla a giocare con lui, più lei si inorridiva alla nuova e persistente depravazione del marito. Solo una volta gli aveva concesso di toccargli l’intimità con la punta delle dita di un piede: vedere suo marito che eiaculava ansimando le aveva fatto venire il voltastomaco ed era corsa in bagno credendo che avrebbe rimesso.
"Oh, accidenti, ma guarda che ora è!". Mary si alzò afferrando la sua borsetta, baciò l'amica sulla guancia e corse verso l'uscita sussurrando: "Dio me la mandi buona. Stasera gioca il Liverpool e chissà che Charles resti al pub con gli amici fino a tardi.".
Si diresse al negozio presso cui lavorava come commessa da ormai undici anni; la sua passione per la moda sobria e raffinata l'aveva spinta a cercare, appena terminati gli studi al liceo, un lavoro presso negozi di abbigliamento e accessori in attesa di avere esperienza e condizione economica sufficienti ad aprire un proprio negozio ma ciò non era avvenuto: aveva invece incontrato Charles... L'affascinante Charles, di dieci anni più vecchio e con il cuore da bravo ragazzo, premuroso, gentile, tranquillo. Senza sapere perché aveva finito con il dimenticare la sua piccola ambizione e, dopo un breve fidanzamento, era arrivato il matrimonio con conseguenti progetti di pannolini da cambiare, bavaglie da lavare… E dopo cinque anni di tentativi la scoperta: Charles era sterile. Si erano dati ai viaggi: ogni estate un nuovo paese: prima l'Irlanda, la Scozia, il Galles, poi la Grecia. Questi ricordi le causavano un misto di amarezza e affetto. Charles era stato un bravo marito... Fino a un anno prima, quando improvvisamente erano nate idee troppo stravaganti per una donna pudica come Mary.
Mentre apriva la porta sul retro del negozio lo notò: ancora lì, appoggiato alla parete dell'edificio a fianco, sigaretta in bocca, la guardava accennando un sorriso, la penetrava con quegli occhi scuri e profondi. Mary nemmeno ricordava da quanto tempo incontrava quell'uomo, forse un mese, forse meno, ma tutti i giorni alla stessa ora, quando tornava dalla pausa pranzo per recarsi in negozio, lui era lì, e la guardava.
Le ore di lavoro in negozio passarono tra pensieri, ricordi e preoccupazioni, tra clienti capricciose e perditempo. Quando fu l'ora di tornare a casa, Mary salutò la collega nonché titolare del negozio e si affrettò a raggiungere la rosticceria per portare a casa la cena.
"E pensare che una volta veniva a prendermi tutte le sere...", ricordò Mary. Che ci fosse pioggia o sereno, Charles, che usciva dall'ufficio alle 17:00, passava a prenderla al lavoro e insieme andavano al supermercato o diretti a casa ma, da ormai un anno a questa parte, Charles preferiva stare a casa seduto davanti al computer e quando lei rincasava si sentiva immancabilmente dire: "Oh tesoro, sei già a casa?".
Il negozio distava da casa quindici minuti a piedi, non era certo lontano... Ma la perdita di interesse di Charles faceva sentire Mary trascurata e preoccupata: non sapeva mai cosa il marito facesse davanti a quel dannato computer! Probabilmente era proprio in quel lasso di tempo in cui rimaneva a casa da solo che aveva sviluppato questi interessi sessuali fuori dalla norma o comunque al di là della sua idea di sesso. Arrivò alla rosticceria e trasalì: lo sconosciuto era proprio di fianco alla porta, come se la stesse aspettando.
"Salve. Allora abbiamo avuto la stessa idea per la cena". E le sorrise. Uno splendido sorriso, invitante, caldo... E quegli occhi... Sembravano frugarle sotto i vestiti. Mary non aveva mai visto uno sguardo come quello, non lo aveva mai visto su di sé. Si avvicinò a lei gettando a terra il mozzicone di sigaretta.
"Che c'è, le faccio paura?". Non riusciva ad aprire bocca. Si sentiva ipnotizzata, paralizzata. All'improvvisò si vergognò di sé stessa e si sentì infiammare il viso.
"Mi scusi", farfugliò Mary, avanzando un passo verso l'entrata della rosticceria. Lui le afferrò il braccio, delicatamente ma con decisione, le accarezzò la spalla e avvicinando il viso al suo le sussurrò: "Non ho mai visto niente di più bello". La lasciò e se ne andò.
Lei non ebbe il coraggio di seguirlo con lo sguardo, si sentiva troppo imbarazzata, stordita; in lei prendevano forma sensazioni e pensieri che voleva scacciare ma non riusciva. In fondo, se ne rese conto in quel momento, ci sperava, aveva sempre sperato che quello sconosciuto attraente l'aspettasse di proposito ogni giorno e che prima o poi le avrebbe parlato. Questi pensieri, che Mary manteneva ben nascosti nel profondo, in quei pochi istanti erano spavaldamente emersi e venuti alla luce e portavano con sé un caldo e piacevole torpore che si era insinuato nel suo ventre.
Mio Dio, da quanto tempo un uomo non la faceva sentire così... Con un semplice tocco, e una frase sussurrata appena, quell'uomo aveva avuto il potere di risvegliare in Mary un fuoco che non aveva mai avuto modo di ardere. Non ebbe la forza di entrare in rosticceria, si sentiva destabilizzata, quasi scioccata. Girò l'angolo e imboccò una strada a caso, aveva bisogno di camminare e di riprendersi. Camminò per quasi un'ora fino a ritrovarsi spontaneamente davanti a casa. Salì le scale della palazzina e entrò fiaccamente in casa. Si diresse in cucina e quasi meccanicamente cominciò a preparare la cena.
"Oh tesoro, sei già a casa!". Sentì dire dal salotto.
"No. No, non è giusto. Non è questa la vita che mi merito. Non ho fatto nulla di male per meritarmi questa banale, spenta, pietosa vita.", pensò Mary mentre batteva le bistecche per la cena. Si rivolse a Charles: "Immagino che i tuoi amici ti aspettino al pub per la partita. La cena sarà pronta in pochi minuti."
.Ma lui nemmeno le rispose e lei, osservandolo dalla cucina, si accorse che era già in pigiama e pantofole e ciò significava che non aveva intenzione di uscire.
"Oh mio Dio no... Non anche questa sera...". Delusione.
Dopo aver cenato davanti alla tv, Mary lavò i piatti e si preparò per la doccia, per una lunga doccia. Infilata nella sua camicia da notte raggiunse la camera da letto dove con sua piacevole sorpresa trovò un Charles addormentato profondamente. Si distese nel letto facendo piano per non svegliarlo. Si addormentò immediatamente scivolando nel sogno. Vedeva sé stessa nel giardino di una grande casa coloniale, un grande giardino colmo di piante fiorite e tavolini in pietra. Non distante da lei una figura scura, un uomo seduto e chino su un piatto intento a divorare delle ciliege. Lei e l'uomo si guardavano e lui le si avvicinava senza mai smettere di guardarla negli occhi; lei lo guardava con desiderio e senza rendersene conto iniziava a sbottonarsi la camicetta. Voleva lui... voleva sentire le sue labbra frugare nella scollatura, voleva la sua bocca golosa sui suoi seni. Lo sconosciuto, alto, lunghi capelli scuri e spalle larghe, fianchi stretti da cingere con le gambe, labbra carnose e occhi profondi, si mise davanti a lei lasciando scendere lo sguardo sui seni ormai scoperti di Mary e, mentre lei fremeva di desiderio aspettando affamata la sua bocca, lui fece qualcosa di inaspettato: si inginocchiò, le afferrò una caviglia e iniziò a leccarle un piede! Sgomenta e confusa, si svegliò gridando: "E smettila di leccarmi i piedi!".
Fu come un fulmine a ciel sereno: il grido di Mary, carico di rabbia e repulsione, si sentì per tutto il condominio subito seguito da un "Ahi!" e un "Ma sei pazza?". Il povero Charles, chino tra i piedi della moglie, si era preso un calcio decisamente inaspettato.

"Ma si può sapere che diavolo stai facendo? Adesso aspetti che io dorma per mettere in pratica le tue sudice depravazioni?".
Mary si alzò con le lacrime agli occhi, sia per l'imbarazzo che per il nervoso. Imbarazzata sì, e turbata per il sogno e per quel desiderio inaspettato che quel maledetto sconosciuto aveva fatto crescere in lei.
"Al diavolo tutti gli uomini! Tanto non ce n'è uno che valga qualcosa!", borbottò mentre afferrava una coperta e si dirigeva in salotto, dove il comodo divano l'avrebbe ospitata per la notte.
Charles, mortificato, arrabbiato e dolorante, si rifugiò sotto le coperte chiedendosi se questa volta non avesse passato il segno. "No... Non c'è niente di male o di sbagliato nel desiderare la propria moglie." sussurrò tra sé e sé, mentre qualche lacrima bagnava il cuscino. Il mattino seguente i coniugi non si guardarono nemmeno e tutto si svolse in una consueta routine: una veloce colazione, un veloce vestirsi e di corsa al lavoro, ma questa volta senza un "ciao" e senza un "buon lavoro".
La mattinata passò velocemente e in men che non si dica Mary si trovò pronta e infilata nel suo cappotto in direzione della tavola calda, dove Jeany l'attendeva per il pranzo. Chiacchierò distrattamente con l'amica evitando di menzionare lo sconosciuto e l'incontro fuori dalla rosticceria. Di colpo Mary si chiese perché non aveva mai parlato di lui all'amica; a Jeany diceva veramente tutto ma aveva sempre custodito, quasi gelosamente, il segreto sull'uomo che la sera prima aveva risvegliato in lei un fuoco pronto a divampare con forza. Un fuoco primitivo, sconosciuto, temuto ma desiderato. Un fuoco che Charles, nella sua bontà e tranquillità, non solo non aveva mai acceso ma soprattutto cercava inconsapevolmente di estinguere proponendo a Mary certe sudicezze. Non aveva molto appetito ma Jeany lo notò appena, presa com'era nel raccontare i pettegolezzi su alcuni amici di infanzia e compagni di scuola. Mary ascoltava ben poco: i suoi pensieri erano tutti concentrati sullo sconosciuto. "Non conosco neppure il suo nome eppure fremo come un'adolescente alla prima cotta. Sto per incontrarlo... Oh mio Dio, sto per rivederlo...", pensava arrossendo. Pagarono il conto ed uscirono salutandosi con un abbraccio. Mary si sentì un po' in colpa: Jeany era come una sorella eppure non le aveva mai raccontato nulla. Mentre camminava verso il negozio si rese conto che accelerava di continuo il passo. "No, così non va bene. Devo sembrare fredda e distaccata.", ma era più facile a dirsi che a farsi! Ancora pochi passi... C'era quasi...Arrivò alla porta sul retro del negozio... La delusione che si dipinse sul suo volto era visibile e quasi tangibile. Lo sconosciuto non c'era. Armeggiò lentamente con la borsetta, fingendo di non trovare le chiavi così da perdere un po' di tempo. "Sono arrivata troppo presto... Accidenti a me!", si disse.
"Mary! Non avrai perso le chiavi?", Sonia, la titolare, aprì la porta e si scostò per farla entrare. Riluttante entrò nel negozio e si mise al lavoro.
"Stai aspettando qualcuno?", le chiese Sonia riportandola alla realtà.
"Uh, no... Perché me lo chiedi?", rispose distratta.
"Perché è da quando sei tornata che guardi continuamente fuori dalla vetrina.".
Mary non le badò ma si promesse di mantenere una certa calma. "Non posso certo comportarmi come una sciocca ragazzina. In fondo, chi è lui? Forse non lo rivedrò neanche più...", ma non fece in tempo a finire la frase che, stupita, vide entrare nel negozio il fattorino del fioraio con in mano un enorme bouquet di calle e gigli. Sonia scambiò due parole con lui e si girò verso Mary con una espressione interrogativa sul volto.
"Mary, cara, sono per te. Il fattorino non dice chi lo manda ma c'è un bigliettino".
Sonia porse a Mary il bellissimo e profumato bouquet con un'espressione mal celata di invidia. Mary sentì il proprio viso diventare rosso per l'imbarazzo e prese il bigliettino prima ancora di appoggiare i fiori.
"Scusami".
Solo questo. Uno scusami battuto a macchina, non una firma o altro. Sonia si finse impegnata e non le chiese nulla. Mary non sapeva cosa pensare se non che i fiori fossero un dono dello sconosciuto, forse per scusarsi di non essere stato lì ad aspettarla. Provava sentimenti contrastanti: da un lato la gioia di un simile gesto, dall'altra confusione e preoccupazione; come avrebbe raccontato a Charles dei fiori? Come dirgli che glieli mandava uno sconosciuto che in una sera soltanto, e con delle parole quasi banali, aveva sconvolto la sua vita? Non poteva nemmeno contare sulla solidarietà di Sonia; non era una persona cattiva ma nonostante lavorasse per lei da molto tempo non avevano mai legato, e inoltre aveva notato con che sguardo antipatico aveva guardato i fiori. Questi, per quanto graditissimi, rappresentavano un problema. Non poteva certo tornare da Charles con un bel mazzo di fiori spiegandogli da dove arrivavano!
"Pensa, pensa...", si ripeteva Mary, e l'idea arrivò: gli avrebbe detto che i fiori li mandava un anziano signore che il giorno prima l'aveva tenuta impegnata per un'ora buona nella ricerca dell'abito da regalare alla moglie.
"Perfetto!" si disse Mary con una punta di amarezza. Non voleva certo mentire al marito ma non vedeva altre soluzioni e non voleva buttare dei fiori così belli. Si fece l'ora di chiusura e Mary infilò il cappotto e prese borsetta e fiori, decisa a prendersela comoda e non rincasare prima di un'ora. Sarebbe passata al supermercato e avrebbe fatto un po' di spesa in tutta calma. Salutò Sonia e si diresse all'uscita con un sorriso stampato sul volto... che svanì subito: Charles era fuori che l'attendeva, ben vestito, sorridente e con tutta l'aria di avere qualcosa in mente.
"Charles...", farfugliò Mary confusa.
"Amore, ciao! Sorpresa! Andiamo fuori a cena!", e il suo sorriso si fece più ampio mentre notava il mazzo di fiori.
Passarono quattro secondi buoni prima che Mary allungò il passo verso il marito. Era stupita... Piacevolmente stupita. Come era bello Charles quando sorrideva! Quasi lo aveva dimenticato che era stato il suo sorriso a farle girare la testa quando lo aveva incontrato una sera in discoteca. Quel sorriso gentile, speciale, pieno di promesse di felicità.
"Ti ho stupita, eh!? Doppia sorpresa in un giorno solo: dei fiori bellissimi per una donna bellissima e una cenetta romantica che ci attende!".
E la prese tra le braccia, baciandola dolcemente sulle labbra. Aveva braccia forti, rassicuranti; le braccia di suo marito. Come al solito Charles profumava di ammorbidente, pensava Mary intenerita e commossa. Lui le prese i fiori con una mano e le cinse le spalla con il braccio, e insieme si diressero all'auto. Mentre guidava verso il ristorante Charles chiacchierava allegramente raccontando la giornata sul lavoro, il collega che si era rovesciato il caffè sulla camicia, la segretaria che piangeva perché il capo l'aveva ripresa... E Mary si sentiva in colpa, dannatamente in colpa. E anche sciocca. Come poteva aver fantasticato fino a quel punto? Credere che uno sconosciuto le avesse mandato dei fiori per scusarsi della sua assenza?
Charles si accorse del suo silenzio e le chiese se qualcosa non andava. Lei accennò a un mal di testa e lui riprese a chiacchierare.
Arrivarono al ristorante, uno dei migliori della città, e Charles fu un vero gentiluomo: le aprì la portieria e usò mille carinerie e cortesie.
Guardando fuori dalla finestra del ristorante Mary notò che aveva appena iniziato a piovere; si sforzò di rilassarsi un po' e soprattutto di apprezzare il gesto del marito. Chi aveva sbagliato era lei, e ne era cosciente.
"Charles, io vorrei parlare di una cosa..." iniziò lei quando furono serviti gli antipasti.
"Amore, anche io voglio parlarne. Prima di tutto mi scuso per il mio comportamento di ieri notte. Lo so quanto tu detesti... Certe cose. Ma io vorrei tanto che tu sapessi che sei la donna della mia vita... Che ti amo e ti desidero sempre. Sì, sono curioso... Sono un uomo. I miei colleghi parlano spesso di certe cose e in me nascono delle curiosità. Curiosità che voglio condividere con te. Ma se tu proprio non ci riesci non importa... Io... Ho pensato che potremmo trovare insieme qualcosa che piace ad entrambi.".
Mary restò in silenzio e si accorse della delusione sul volto di Charles che, da brav'uomo paziente e speranzoso, finse di non esserci rimasto male e continuò a parlare.
"Che ne pensi di Oslo? Dicono che la Norvegia è bellissima. Potrebbe essere la nostra prossima meta.", propose con un sorriso.
Mary lo guardò decisa a farsi coraggio e iniziò a parlargli liberamente di quanto si fosse sentita messa da parte e dimenticata, del suo astio nei confronti delle proposte sessuali del marito, della loro vita coniugale ormai spenta e triste. E gli parlò dello sconosciuto e di quello che lei aveva provato per lui.
Se prima Charles era riuscito a mascherare la delusione, dopo che Mary ebbe parlato non gli fu più possibile fingere. La lieve smorfia di dolore sulle labbra, gli occhi lucidi e la voce tremolante mentre sussurrava: "Oh, Mary", rivelarono apertamente la sofferenza che stava provando.
Anche Mary si sentiva male e si rese conto che non riusciva più a stare di fronte al marito: si alzò e corse via senza nemmeno prendere il cappotto. Uscì dal ristorante e con le lacrime agli occhi, incurante della pioggia fredda che ormai cadeva copiosamente, corse senza meta rivedendo il volto di Charles, ripensando al suo matrimonio e a tutti i loro anni insieme. Si sentiva talmente triste, desolata e sola. Sentiva che forse la colpa di quanto stava succedendo non era solo di Charles... Ma anche sua. Quante volte aveva detto "no" a suo marito? Quante volte lei per prima era stata fredda, noiosa e scontenta? È vero che anche Charles non aveva saputo gestire al meglio certe situazioni di coppia, che l'aveva un po' trascurata... Ma in fondo in una coppia si è in due e nessuno ha il potere di essere sempre impeccabile e perfetto. E ora, come avrebbero gestito tutto questo?
All'improvviso Mary andò a sbattere contro qualcosa... O qualcuno. Prima di riuscire a capire si sentì afferrare le braccia e respirò un intenso odore di fumo e dopobarba scadente. Alzò gli occhi ma era finita in una via poco illuminata e faticò alcuni istanti per riconoscere il volto che aveva di fronte.
Era lui, lo sconosciuto. Stava sorridendo mentre le stringeva le braccia e la spingeva a sé... E il suo sorriso, che il giorno prima Mary aveva scambiato per un sorriso di apprezzamento, le sembrò un ghigno pericoloso.
"Ma guarda un po' chi c'è... Allora è proprio destino!", sibilò lo sconosciuto respirando il profumo di Mary. Lei era spaventata e confusa, bloccata tra le braccia di un uomo a cui aveva permesso di entrare nella sua vita, che aveva persino sognato! Che aveva desiderato e acceso un fuoco in lei. Ma Mary si rese conto in quell'istante che non era l'uomo in sé ad averla scossa: ciò di cui lei aveva avuto bisogno erano… Attenzioni. Attenzioni diverse da quelle che le dava suo marito: lei, che vedeva il sesso come un momento romantico e da fiaba, si era comportata in modo immaturo, aveva voluto vivere in un romanticismo che nella vita reale non esiste. Ed ora si trovava in pericolo. Aveva forse ferito l'unico uomo con cui aveva sempre desiderato passare il suo tempo e la sua vita. Si, anche Charles aveva le sue colpe ma lei, come donna, avrebbe dovuto gestire meglio la sua vita, la loro vita.
"Che sciocca sono...", pensò Mary mentre lo sconosciuto avido del suo profumo le annusava il collo, scendendo velocemente verso la scollatura. E quando Mary sentì la bocca di lui insinuarsi sotto l'abito scollato ebbe una reazione. Iniziò a gridare di lasciarla andare, chiese aiuto, ma lui le coprì la bocca con una mano e nonostante Mary si divincolasse non riusciva a liberarsi dalla stretta. Le strappò il reggiseno con i denti, lasciandole scoperti i seni che prese a baciare e leccare. Di tanto in tanto, sentendo Mary singhiozzare e cercare di divincolarsi, le diceva: "Stai zitta, tu lo vuoi quanto me.".
Mary si sentiva debole e capì che di lì a poco sarebbe svenuta. E a un certo punto crollò... Si lasciò andare e cadde al suolo. L'ultima cosa che sentì furono le mani di lui che frugavano tra le sue cosce. E poi, il buio totale.
"Mary, tesoro... Oh mio Dio... Tesoro...", una voce che diventava via via più conosciuta la richiamava alla veglia. Mary aprì gli occhi ancora umidi di lacrime e mise a fuoco il volto del suo caro Charles. Era chino su di lei con uno sguardo disperato e carico d'amore allo stesso tempo. L'aiutò a rialzarsi con tanta delicatezza e con un fazzoletto le asciugò le lacrime che erano riprese a scendere copiosamente. Le accarezzò il viso e la strinse a sé, facendole sentire tutto l'amore che provava per lei. Per fortuna Charles era arrivato in tempo: aveva rincorso Mary quando era uscita dal ristorante ma prima aveva dovuto pagare il conto e perciò aveva perso alcuni minuti. Lo sconosciuto giaceva a terra privo di sensi, con la mascella rotta e probabilmente due costole incrinate. Charles ci sapeva ancora fare!
I coniugi decisero di lasciarlo lì e tornare a recuperare l'auto; Charles le disse che forse era meglio portarla al pronto soccorso ma lo sconosciuto non era riuscito a toccarla o a farle del male, e Mary voleva solo dimenticare l'accaduto e farsi una doccia.
Tornarono a casa e dopo essersi lavata, con Charles seduto sulla toilette a tenerle compagnia, si sedettero sul divano, abbracciati e in silenzio, dandosi un tenero bacio di tanto in tanto.
Era da tempo che non stavano così; entrambi avevano dimenticato le carezze, gli abbracci, lo stare insieme sul divano a chiacchierare oppure in silenzio: l'una abbandonata all'altro, e viceversa.
Charles le accarezzava i capelli, il viso, le sfiorava le labbra con le dita e poi le dava un bacio leggero. Mary si sentiva pervasa d'amore. Iniziò a sentirsi calda ed eccitata e decise di lasciarsi andare completamente e di lasciarsi guidare dal marito, senza pudore, senza paura di scoprirsi o di essere giudicata.
Fecero l'amore con una calma e un trasporto mai provato prima, sperimentando nuove posizioni e fu bellissimo. Poi si addormentarono abbracciati, sempre sul divano.
Era iniziata una nuova vita per Mary e Charles perché l'amore non era mai andato via.
Una vita senza segreti, senza paure, con una fiducia totale e incondizionata. Il loro matrimonio era salvo e più forte di prima. E ne era decisamente valsa la pena.


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