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lavoro pubblicato mercoledì 30 marzo 2016
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

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Quando il bastone divenne una farfalla

di ThinkerBeetle. Letto 488 volte. Dallo scaffale Fiabe

“Quando il bastone divenne una farfalla”Qualche tempo fa, sopra un rigoglioso cespuglio di rovo, viveva una sinuosa femmina di insetto ste...

“Quando il bastone divenne una farfalla”
Qualche tempo fa, sopra un rigoglioso cespuglio di rovo, viveva una sinuosa femmina di insetto stecco. Non era molto appariscente , e la sua livrea color nocciola la mimetizzava perfettamente sul fusto della pianta spinosa. Di giorno se ne stava completamente immobile, e si muoveva poi di qualche centimetro solo al crepuscolo per cibarsi delle succulente foglie dell’arbusto che la ospitava. Ma appena si era saziata , immediatamente tornava immobile, lasciandosi dondolare dal venticello gentile che di rado accarezzava il suo esoscheletro coriaceo. Era come paralizzata, del tutto simile ad uno stecco. Ed il motivo della sua staticità era semplice: la paura. L’angoscia di essere vista da qualche uccello passeggero e predata dal suo becco ricurvo, l’inquietudine che la soffocava alla sola idea che una mantide scagliasse i suo arti arcuati sul suo dorso, il febbrile panico che la assaliva ogni volta che vedeva un ragno su una pianta vicina conficcare i suoi cheliceri in qualche ignara mosca. “Se non mi muovo, nessuno di loro mi vedrà. E se nessuno di loro mi vedrà, potrò continuare a vivere, a sentire il dolce venticello che fa fremere le mie antenne, degustare qualche foglia e potrò riprodurmi, così che anche i miei figli possano vivere una vita come la mia.”. Già. Una vita passata come la sua. Una vita passata nella staticità, nell’aspettare che la natura spostasse il suo corpo, che lei lo volesse o no, che non concede tregue dalla paura. Era questa la vita a cui era destinata la sua prole. E nonostante non avesse mai conosciuto una vita diversa, non avesse mai visto nulla al di fuori del suo bel cespuglio o del piccolo campo che lo circondava, qualcosa in lei le diceva che potesse esistere un’esistenza migliore, qualcosa che potesse regalare esperienze diverse da tutto ciò che ella aveva provato sino ad allora. Ma appena tentava di compiere un singolo passo con le sue zampe sinuose, subito si pentiva amaramente: si chiedeva se qualche ragno l’avesse scorta, se un uccello stesse planando verso di lei, se una mantide stesse già sguainando le sue sciabole da cacciatrice. Quindi tornava subito immobile, e pregava che il vento non soffiasse proprio in quel momento, muovendola ulteriormente. Passarono pochi mesi, e la sua vita continuava nella paura quotidiana e nell’immobilità, un susseguirsi di uccelli che passavano, ragni che cacciavano, soli che sorgevano e tramonti che morivano. Fino a quando, una mattina, un enorme frastuono sconvolse la quotidianità. Il cielo si oscurò, e qualcosa che assomigliava ad una nuvola nerastra e freneticamente in movimento si avvicinò al suolo. Il fasmide* alzò gli occhi in direzione dello strano fenomeno atmosferico, sperando che il movimento dei suoi ommatidi** non attirasse troppo l’attenzione, e si accorse che la nuvola era composta da tanti strani esseri, che lei non aveva mai visto. Di colpo le creature si dispersero, e sciamarono in grandi gruppi sul campo circostante, sugli alberi ed infine sul suo rovo. Una di loro si posò vicinissimo a lei. Ella stette immobile, terrorizzata all’idea che potesse essere un vorace predatore. Aveva sei zampe come lei, una testa grossa e bitorzoluta, grandi ali giallastre e l’ultimo paio di zampe stranamente sviluppato, con femori grossi e sgargianti. La creatura iniziò ad abbuffarsi delle grandi more del rovo, ficcando il suo apparato boccale nelle viscere del piccolo frutto e sventrandolo velocemente, finendolo in pochi bocconi. L’insetto stecco si chiese che sapore potessero avere quelle perle brune che l’essere divorava con foga. Lei difatti non ne aveva mai mangiata una perché crescevano troppo distanti dai rami su cui soggiornava, e nonostante avesse sempre sperato che un giorno anche la sua postazione fosse invasa da quelle bacche per poterle assaggiare ciò non si era mai verificato , costringendola ad immaginarsi il loro aroma. Spinta dalla curiosità, si fece coraggio e chiese allo sconosciuto che sapore avesse ciò che stava mangiando. “Di cosa deve sapere, se non di mora? E proprio tu che abiti su un cespuglio di rovi mi fai una domanda del genere?”. Il fasmide rispose che non sapeva che quel frutto si chiamasse “mora”, e che erano troppo lontani per essere anche solo sfiorati dalla sue mandibole. “Come sarebbe a dire? Ti bastano pochi passi per raggiungerle, non essere ridicola! E non farmi perdere tempo, noi locuste dobbiamo consumare il prima possibile queste risorse per concludere il nostro viaggio. Ci tengo ad accoppiarmi e devo mantenermi in forze per raggiungere la nostra meta.”. Locuste… non aveva mai sentito dire questa parola. Si chiese come fosse essere una locusta, e cosa si intendesse esattamente per “viaggio”. Riferì cautamente i suoi dubbi al grande insetto divoratore di more. “Viaggiamo dove fa più caldo, in modo che i nostri piccoli possano crescere in fretta ed essere pronti a loro volta a migrare verso la piacevole calura del mondo. Ah già, tu mi hai chiesto cosa sia un viaggio giusto? Beh, è un lungo percorso che compiono gli animali più coraggiosi, e a mio parere anche più intelligenti degli altri. Durante un viaggio si osservano luoghi sconosciuti, si scoprono creature mai viste prima e si hanno mille avventure. Certo, corriamo anche svariati pericoli, ma….”. Non fece in tempo a concludere la frase, che l’insetto stecco immediatamente racchiuse le zampe fra di loro e stette completamente immobile. “ Ma cosa diavolo fai?”. Lo stecco non rispose. Al pensiero di tutti quei pericoli, di quei luoghi sconosciuti, dell’ignoto si era nuovamente paralizzata. La locusta comprese immediatamente, non era il primo fasmide che incontrava. “Vedi” disse, strappando l’ennesimo pezzo di mora dal frutto succoso “Io conosco la vita che trascorri, come essa sia diversa dalla mia. Ho già incontrato un essere simile a te, in un luogo lontano ed assolato simile a quello dove ci troviamo ora. Era grande e aveva due graziose corna sulla testa, e anche lei continuava a fingersi un bastone: aveva paura del mondo che la circondava, senza rendersi conto che faceva parte di esso. Che razza di paura stupida è questa! Ti parrebbe sensato se una delle tue zampe avesse paura di te perché saresti in grado di staccartela a morsi? E facendo essa parte del tuo corpo, tu lo faresti mai?”. Il fasmide non rispose subito, ma rifletté sulle parole del grosso ortottero***. Effettivamente lei era una parte, seppur piccola, di ciò che la circondava. Distese lentamente i piccoli arti.“ Vedi, io ho visto cose meravigliose, e ho imparato a comprendere ciò che è diverso da me. Ho viaggiato sopra una immensa distesa blu, che si muoveva ripetutamente in un’unica direzione, e che conteneva strane creature senza zampe che saltavano fuori dalla cerulea materia per osservarci meglio. Ho visto distese di terra in granelli, che volteggiavano a volte dolcemente e a volte bruscamente nel vento, componendo ancestrali melodie visive stagliandosi contro il sole bollente. Ho assistito alla vita e alla morte delle piante, ho compreso come tutto ciò che ci pare statico ed eterno prima o poi degeneri. Tu ora stai imitando un ramo, qualcosa che credi che ci sia stato da sempre e che quindi ritieni eterno. Ma io ho visto che con l’arrivo delle prime brezze fredde, i rami cadono appassiti dalle piante e vengono sbranati dai cervi e dagli ungulati, senza lasciare traccia alcuna della loro presenza. Non ti salverai dalla morte fingendo di essere qualcosa di così transitorio in questo campo. E forse, proprio come quel ramo, anche la distesa blu o i granelli nel vento un giorno o l’altro non esisteranno più lasciando il loro posto al vuoto, ma penso che sia meglio vederli prima che ciò accada. Non è la paura a cui devi affidarti se vuoi vivere. Vivere , capisci? Un ramo non vive, fa che qualcosa viva per lui, fa solo parte dello statico sistema che è l’albero, viene sfruttato da passeri e colombe per nidificare e poi digerito da qualche bestia anonima, costretto da eventi che non può controllare. Tu puoi vivere, se lo desideri, e puoi far sì che le tue figlie non siano rami, ma foglie sgargianti che tendono al cielo!”. La statica esapode era incredula, e tentava di riflettere con quel primordiale sistema nervoso che si ritrovava. Ma i suoi ragionamenti vennero bruscamente interrotti da un urlo che proveniva dall’alto: una locusta dalle ali porpora era stata afferrata in volo da un feroce grillaio****, che in pochi secondi si era appollaiato su una quercia secolare e aveva iniziato a sventrare la piccola preda. Il fasmide si paralizzò: a questo portava la vita libera della locusta? A questo servivano i viaggi, ad essere finiti da un ingordo rapace? “So a cosa stai pensando: se questo è il risultato dei nostri lunghi viaggi, che scopo hanno? Perché allora la vita in movimento dovrebbe essere migliore di quella statica, se con una si rischia di perire con dolore? Ti rivelerò un segreto, il perché la mia specie passi il tempo a migrare in ogni luogo caldo. Dapprima, i nostri avi erano simili a te, sia come fisionomia sia come comportamento, passavano la vita ad attendere qualcosa che non conoscevano, una gratificazione che mai accorreva. Morivano tutti assieme, così nessuno sapeva esattamente cosa fosse la morte e che fosse quella ciò che gli aspettava dopo l’attesa, e soprattutto nessuno poteva rivelarlo ai giovani. Ora, accadde che gli uccelli di quella zona improvvisamente aguzzarono la loro vista, e iniziarono a divorare la popolazione. Scoprirono così che cosa fosse la morte, e decisero di scappare via da quel luogo, ritenendo che fosse quello la causa dell’arrivo del triste giorno. Scapparono, deposero le uova in un luogo vicino e poi morirono tutti assieme. Non rimaneva nulla di loro fisicamente, ma nei loro piccoli si stampò l’idea che i modo di vivere migliore fosse la fuga verso luoghi distanti, perché era lo stare fermi la causa della fine. Pian piano, generazione dopo generazione, i nostri corpi si adattarono sempre di più alla fuga, regalandoci ali sinuose e zampe forti, con la speranza che questo ci allontanasse dalla morte. Ciò ovviamente non avveniva, ma da allora tutti i miei simili si muovono e viaggiano di continuo, con l’idea fissa che il fermarsi è come fermare il proprio respiro. Tutti noi, prima o poi, dobbiamo morire: possiamo decidere se aspettare o scappare finché possiamo, anche se questa fuga a volte porta nelle braccia della fine, con la consapevolezza però di aver vissuto.”. All’improvviso, moltissime locuste si alzarono in volo, ritornando nella formazione con cui erano arrivate. “Ciao piccola stecco, devo andare. Pensa alle mie parole, e fai la tua scelta!”. Detto ciò, si librò in aria leggiadra, ed in pochi minuti la nuvola nera si lanciò nuovamente alla scoperta del mondo. “Vivrò!” esclamò il fasmide, urlando verso lo sciame impazzito. Aspettò la notte, il momento chela faceva sentire più sicura. Iniziò lentamente a sollevare le fragili zampe, poco abituate a sostenere il peso del suo corpo in movimento, e cominciò la lunga discesa dalla sua pianta natia, guardandosi intorno per accertarsi di non essere seguita da qualche carnivoro in agguato. I suoi tarsi toccarono così per la prima volta il terriccio freddo, e provò una sensazione strana, un piacere che percorreva tutto il suo corpo segmentato, ben più grande di quello che la colpiva quando il vento la faceva oscillare spensierata. Passò così il resto della sua vita, marciando alla scoperta di nuovi orizzonti di notte e riposando durante il giorno, fino al momento in cui non perse la sua gara di corsa contro la morte. Sentì i suoi arti afflosciarsi al suolo, le antenne arricciarsi e l’esoscheletro cedere. Eppure, in quel solo istante, capì di aver vinto la gara.
La storia non finisce qui però. Bisogna sapere che la piccola insetto stecco aveva deposto tantissime uova durante il suo viaggio, sparpagliandole in ogni luogo che aveva visitato, da foreste a prati, da boschi a colline*****. E queste piccole copie in miniatura della madre nacquero con un unico pensiero in testa: quello della fuga. Così anche loro viaggiavano di notte e riposavano di giorno, e così fecero le loro figlie, e così via. E man mano che le generazioni si susseguivano, i corpi di questi insetti diventavano sempre più adatti a spostarsi, e sul loro nudo dorso crebbero ali rosate, le loro zampe divennero più robuste e assunsero tonalità sgargianti per mostrare la felicità con cui affrontavano la loro gara contro la morte. Intanto, gli scienziati che li studiarono si compiacevano di quanto fosse meravigliosa l’evoluzione, ignorando che il cambiamento si basa sull’affrontare le proprie paure.

Note
*Fasmide: con il termine “Fasmide” si intende un insetto dell’ordine Phasmotodea. Volgarmente chiamati “insetti stecco”, l’ordine comprende anche insetti foglia, insetti foglia secca ed altri che non posseggono nomi comuni. In particolare il fasmide a cui mi sono ispirato è Bacillus rossius (rossius), un insetto stecco presente in Italia.
**Ommatidi: gli ommatidi sono i singoli occhi elementari che compongono gli occhi composti di molti artropodi, fra cui gli insetti.
***Ortottero: con il termine “Ortottero” si intende un insetto dell’ordine Orthoptera, di cui fanno parte grilli, cavallette e locuste.
****Grillaio: il Falco naumanni è un piccolo rapace volgarmente chiamato “grillaio” a causa della sua dieta principalmente basata su grossi insetti.
*****: La maggior parte dei Fasmidi è in grado di riprodursi per partenogenesi, ovvero quel processo per il quale una femmina è in grado di fecondare le proprie uova (in caso il tipo di partenogenesi sia “perfetto”). Da esse nasceranno individui di sesso femminile con un corredo genetico pressoché identico a quello della madre, ma comunque in grado di modificarsi di generazione in generazione. Ovviamente , anche Bacillus rossius (rossius) è in grado di riprodursi in questo modo.



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