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lavoro pubblicato lunedì 21 marzo 2016
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

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Zenith 1 (La casa dei miei nonni)

di Saccinto. Letto 420 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ciao a tutti. Vorrei iniziare una pubblicazione a puntate per presentare il testo Zenith, scaricabile in versione ebook gratuita qui http://ebook.euro...

Ciao a tutti. Vorrei iniziare una pubblicazione a puntate per presentare il testo Zenith, scaricabile in versione ebook gratuita qui http://ebook.euronics.it/scheda-ebook/stefano-saccinto/zenith-9788892571204-353018.html e in vendita in versione cartacea su Mondadori Store cercando Zenith Stefano Saccinto. Posto una breve presentazione e inizio con la pubblicazione del primo pezzo.
PRESENTAZIONE:
Colleterno è una lugubre cittadina con un cimitero abbarbicato su una delle colline che lo circondano. Tra le sue stradine male illuminate e solitarie Sico, un ragazzo di sedici anni, si aggira in moto in una notte d'estate per tornare a casa. Colleterno è immersa in una atmosfera irreale a causa dell'inspiegabile freddo invernale che l'ha invasa dopo una giornata di pioggia ininterrotta. La città sembra viva, pulsante, trabocca oscurità e angoscia. Sconvolto dalla paura e con la sensazione di essere seguito da quella oscurità, Sico inizia a correre sempre più veloce sulla sua moto, fino a perderne il controllo e a cadere. Si risveglia immerso completamente nel buio. Si mette in cammino attraversando visioni assurde fino a raggiungere una tetra valle puntellata di sterpaglia con i profili di alberi scheletrici sullo sfondo. Due ragazze emergono dal silenzio della valle. Gli spiegano che la sua vita è sospesa, che può tornare indietro, ma per farlo dovrà salvare almeno cinque delle nove anime che raggiungeranno la valle. Sono anime di persone che moriranno quella notte, ognuna con la sua storia, ognuna col suo finale che Sico dovrà cercare di cambiare per riportare tutti indietro.
1
Il cielo era iniziato a venire giù dalla mattina presto di una giornata dei primi di luglio. Una raffica di grosse gocce di pioggia che sem­brava un semplice temporale estivo aveva continuato a batte­re per tutto il tempo Colleterno, un avvallamento di case e altri edifici, per lo più abbandonati, disteso tra sette colli come Roma. Un posto quasi del tutto disabitato. Si diceva che gli avessero dato quel nome per via del vecchio cimitero delimitato da un basso e irregolare muro di tufi che circondava l'intera vetta della collina più alta, relegata per sempre nel silenzio e nella solitudine della morte.
Le strade di Colleterno erano state invase da fiumi d'acqua che si rigiravano contro gli spigoli dei marciapiedi, lo scroscio insi­stente di centinaia di fontane echeggiava lungo i canali e si amplifi­cava nelle vie fino a insinuarsi nella testa come un insopportabile sottofondo mentale. Il freddo e il buio erano scesi con la rapidità di un'inaspettata invasione organizzata da forze soprannaturali. Al di là del volume impressionante di acqua, le auto, i pali della luce, i muri, le ringhiere dei balconi e gli angoli dei palazzi erano diventati defor­mi, ammorbiditi dall'umidità, quasi malleabili.
Avevo passato il pomeriggio con la fronte poggiata al vetro della portafinestra appannato regolarmente dal respiro, in piedi, na­scosto in silenzio dietro una tenda come un'ombra immobile attratta dal richiamo di qualcosa di invisibile, a guardare il cielo di luglio piovere sulle terrazze delle case e colare giù per le ruvide facciate, ri­vestendo le strade, gli alberi e tutto quanto di un velo di piombo li­quefatto che rifletteva oscurità. La città si era come diluita in una di­mensione senza luce.
La paura di qualcosa di indefinito mi aveva tenuto in piedi contro il vetro per tutto quel tempo. Poi, quando la pioggia aveva smes­so di colpo, mi ero risvegliato da quello strano, lunghissimo tor­pore. Avevo sfossato dall'armadio qualche indumento invernale e ave­vo scavalcato con un bacio le urla di mia madre che non voleva che uscissi. Avevo tirato lo scooter fuori dal garage e mi ero messo in strada. Avevo disceso il viale di casa lentamente, paralizzato dal fred­do dell'aria e dall'oscurità che avvolgeva ogni cosa, col mento dentro il collo della felpa, le maniche fin sopra le dita e il collo incassato nelle spalle.
La casa dei miei nonni era al termine di un labirinto di stradi­ne che portavano in un vicolo cieco e male illuminato alla periferia di Colleterno. All'esterno era un cubo sormontato dalla rin­ghiera del terrazzo, dalla facciata da rifare e con un solo finestrino grande quan­to un libro, in corrispondenza del bagno. All'interno era un'unica stanza a pianterreno comprensiva di cucina, camera da letto e sog­giorno, senza finestre. Le pareti screpolate si riunivano in una buia volta che il grande lampadario laccato in oro, dai portalampadine a for­ma di candele dentro bolle di vetro sottile, quasi non arrivava a illum­inare. La pavimentazione era fatta da ruvide mattonelle opache a mac­chie frastagliate gialle e nere, divise da fughe larghe dentro le quali si formava una caratteristica forma di sporcizia umida e nera.
In sequenza ravvicinata c'erano una stufa a legno per cucinar­e, il tavolo e il letto. Ai piedi del letto c'era una cassapanca si­mile alla bara che Django si trascina per tutto un film e di fronte un armadio di legno scuro. Sul fianco dell'armadio qualcuno aveva avu­to l'idea di ap­pendere una stampa di Dalì con un manichino in posa drammatica pieno di cassetti. In un angolo irraggiungibile della stan­za, sopra il materasso, dalla parte in cui il letto affiancava il muro, c'era una piccola men­sola. Un cero, che mia madre continuava a so­stituire e tenere acceso, illuminava i volti in bianco e nero di quattro giovani in foto, morti tempo prima. I loro occhi, accesi dal riflesso della fiamma, sembra­vano muoversi per la stanza. Non sapevo né chi fossero e né perché qualcuno avesse deciso di mantenerli vivi sul piccolo altare, sapevo solo che ogni volta che avevo trovato il corag­gio di avvicinarmi a guar­darli, da qualche parte nella mia mente una porta si era aperta e ave­va cigolato su un corridoio oscuro e io avevo lasciato perdere le foto e mi ero costretto a ignorarle finché la porta nella mia mente non si era chiusa di nuovo.
L'odore di vecchio aveva ormai impregnato qualsiasi cosa al­l'interno della casa e ogni volta che ci andavo, mia madre riusciva a capirlo soltanto annusandomi i vestiti. L'avrebbe capito anche quella volta, ma i miei nonni erano andati via da un pezzo, avevo una copia delle chiavi e io e i miei amici non avevamo un altro posto dove an­dare a vedere la semifinale.


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