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lavoro pubblicato sabato 19 marzo 2016
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

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Il mio Tsunami

di nerodavola. Letto 420 volte. Dallo scaffale Storia

IL MIO TSUNAMI Pochi sanno che lo tsunami del Dicembre 2004, che fece centinaia di migliaia di mort...

IL MIO TSUNAMI

Pochi sanno che lo tsunami del Dicembre 2004, che fece centinaia di migliaia di morti, non colpì solo il sud- est dell’oceano Indiano come Indonesia, Thailandia, Sri-lanka, Maldive, tanto per citare alcuni paesi, ma anche il lato ovest dello stesso oceano, cioè le coste africane all’altezza di Kenia e Somalia e, precedentemente, tutte le isole di fronte a questi litorali.

Il 26 Dicembre 2004 era Santo Stefano e per di più Domenica. Le feste natalizie impazzavano in tutto il mondo cristiano e a questi festeggiamenti non faceva eccezione il piccolo arcipelago delle Seychelles abitato da circa ottantamila persone che in maggioranza erano e sono di religione cristiana.

L’arcipelago delle Seychelles è formato da una pletora di piccole isole situate di fronte al Kenia e alla Somalia, lato est dell’Africa, poco sopra la grande isola del Madagascar nell’oceano indiano. Sono i resti naturali della separazione dell’antichissimo e grande continente detto Gonawandland che in tempi remotissimi, separandosi, diede origine all’Africa, all’Asia e all’Australia, lasciando grandi e piccoli frammenti di roccia sparsi per i mari.

Quel giorno, 26 Dicembre 2004 alle Seychelles era una bella giornata come la maggior parte dei 365 giorni di ogni anno. Il sole splendeva alto e poche piccole nuvole tentavano di stemperarne i raggi.

A Mahè, la più grande isola dell’arcipelago delle Seychelles, sulla sua più bella spiaggia, la splendida Anse Royale, sul lato sud-est dell’isola, c’è il ristorante Kaz Kreol che vuol dire Casa Creola.

Il ristorante, a due metri dall’acqua dell’oceano Indiano è sempre stato famoso per la sua pizza bassa, molto condita e cotta nel forno a legna.

Alle 13 di quella domenica il ristorante era pieno di clienti affamati. Molti turisti, in vacanza per festeggiare il Natale, ma anche molti seychellesi, clienti affezionati da diversi anni. Alcuni stavano già addentando con voracità la loro pizza e altri, ancora in attesa, bevevano birra o vino, beandosi della brezza marina che tentava di attenuare il caldo afoso tipico della stagione.

Quella mattina il pizzaiolo non si era presentato. Questo fenomeno di assenteismo ingiustificato è cosa abbastanza normale alle Seychelles in particolare nei giorni festivi e durante le festività natalizie. Di conseguenza, era toccato a me, preparare l’impasto con farina, acqua, lievito e sale e accendere il fuoco del forno a legna.

Ero intento a sfornare deliziose pizze fumanti, quando lo sguardo mi cadde sul bagnasciuga a pochi metri da me. Vidi l’oceano salire rapidamente e annullare il leggero dislivello fra il mare e la sabbia dove sorge il ristorante. L’acqua era sporca di detriti, pezzi di legno e schiuma bianca. Non poteva essere l’alta marea perché l’acqua era salita troppo in fretta e comunque non avrebbe portato tutta quella immondizia che si stava depositando proprio al limite del ristorante.

Per un momento sospesi il mio lavoro e mi avvicinai alla riva insieme ad altri clienti curiosi. Cercavamo una spiegazione allo strano fenomeno. Ma, se pur qualcuno aveva avuto notizia del terremoto in Indonesia e del relativo tsunami, non informò gli altri o, comunque, non fece un collegamento fra i due eventi tanta era la distanza fra i due continenti.

Continuammo a guardarci increduli chiedendoci cosa potesse significare quello strano fenomeno e non avendo una risposta da darci, dopo qualche minuto, tornammo alle nostre cose.

Io tornai al forno e i clienti tornarono a sedersi ai loro tavoli in attesa delle loro pietanze. Ripresi il mio lavoro con una sensazione di disagio e inevitabilmente, lo sguardo continuò ad andare poco più in là, al bagnasciuga, e in lontananza, alla barriera corallina che circonda l’isola.

In quel momento squillò il cellulare e mia moglie al telefono, in modo concitato, mi avvertì:

“Scappate, scappate… sta arrivando una grande onda di tsunami…”

“Ma che dici! Come faccio… il ristorante è pieno, non sarai la solita allarmista?”

“Lo hanno detto alla radio. Altre isole sono già state colpite e ora sta arrivando proprio sulla costa est dove siete voi. Scappate.”

La comunicazione si interruppe senza apparente ragione. Posai il cellulare e guardai ancora il mare.

Improvvisamente, come era aumentato senza ragione, il livello dell’acqua cominciò a diminuire con una rapidità assolutamente innaturale scendendo ben al di sotto del livello della comune bassa marea.

Dal ristorante alla barriera corallina l’oceano era completamente scomparso. I pesci guizzavano sulla sabbia, dibattendosi in cerca di acqua e le barche erano tutte piegate su un lato, come in uno scenario apocalittico.

Un quarto d’ora dopo che si era verificato lo strano fenomeno e pochi istanti dalla telefonata di mia moglie, guardando lontano, vidi una enorme massa d’acqua, come una gobba nell’oceano, che al di là della barriera si avvicinava all’isola e verso di noi.

Fu un attimo e mi ritrovai ad urlare verso tutti i clienti:

“Go! Go! Immidiatly”

Alle mie grida tutti si accorsero di quello che stava accadendo. La grande massa d’acqua che si muoveva rapidamente verso la barriera l’avrebbe presto superata e infrangendosi in essa si sarebbe alzata ancora di più trasformandosi in un mostro.

Il panico prese il sopravvento e, disordinatamente, tutti si alzarono dai tavoli rovesciando sedie, lasciando le loro pizze sul tavolo e precipitandosi fuori per strada, dall’altra parte del ristorante, cercando di allontanarsi il più possibile dalla spiaggia.

Le cameriere non si preoccuparono dei piatti che stavano servendo, così come, il personale di cucina, spaventato dalle urla provenienti da fuori, non si preoccupò di spegnere il gas o staccare l’elettricità ma si precipitò all’esterno dandosi alla fuga.

Quando mi fui accertato che tutti erano scappati guardai ancora il mare. In quel momento l’onda colpì la barriera corallina, distruggendone una parte e superando l’ostacolo. Si avvicinava velocemente a riva con una furia indescrivibile e sormontata da una enorme schiuma bianca.

Le piccole barche dei pescatori e i grandi motoscafi per la pesca d’altura divennero piccoli e fragili legni nel momento in cui l’enorme massa d’acqua li investì. Furono sollevati uno per volta di parecchi metri, trascinati violentemente per un lungo tratto, per poi precipitare ancora nell’acqua dopo il passaggio dell’onda.

Ormai mancavano poco più di cento metri alla enorme massa d’acqua per abbattersi sulla spiaggia. Intorno a me solo le urla della gente. Anch’io stavo guadagnando l’uscita quando mi accorsi di un cliente che teneva la sua bambina per mano. Invece di scappare come tutti, era rimasto ai bordi della spiaggia come imbambolato a guardare l’onda che stava per arrivare.

Capii che era in pericolo e che la sua meraviglia si era trasformata in una specie di trance che lo teneva bloccato. Solo la bambina fremeva cercando di liberarsi la mano e fuggire lontano, ma il padre, ignaro, la teneva stretta impedendoglielo.

Mi fermai. Guardai l’onda in tutta la sua potenza. Entro pochi secondi si sarebbe schiantata contro il ristorante travolgendo uomini e cose.

Calcolai il tempo che mi rimaneva e non me la sentii di lasciare quel padre e la sua bambina ad una morte certa. Tornai sui miei passi, raggiunsi i due e urlai:

”Peter, Peter… “ scossi il suo corpo come fosse un pupazzo e lo feci ritornare alla realtà. Subito, lo presi per mano e lo trascinai fuori insieme alla piccola. Un attimo prima di uscire dal ristorante e riversarmi in strada come tutti gli altri, mi voltai e la vidi. Era alta più di sette metri, copriva tutto il mio orizzonte e niente e nessuno avrebbe potuto fermarla.

Continuai la mia corsa, attraversai la strada e mi aggrappai ad un albero. Proprio in quel momento sentii lo schianto. Enorme, frastornante, distruttivo. La strada fu invasa da un’acqua sporca, melmosa. Furiosa si avventò su tutti noi, trascinando legni, sporcizia, rami di alberi ma anche sedie e tavoli del ristorante che galleggiavano per strada in modo surreale.

Aggrappato all’albero vinsi la forza dell’acqua che cercava di trascinarmi via. Attesi che la forza dell’onda si calmasse e che l’acqua scendesse sotto il livello della vita e quando ritenni di poter lasciare la presa, timidamente, feci ritorno al ristorante sguazzando inorridito in quella melma.

La scena era apocalittica. Solo i muri di cemento si erano salvati dalla forza distruttrice. Il tetto della pizzeria fatto di pali e di paglia era miseramente crollato. Non esistevano più tavoli e sedie ma solo differenti mucchi di pezzi di legno, accatastati scompostamente contro i muri. Tutto era stato divelto, ogni frigorifero sollevato e rovesciato. Uno strato di circa 30 cm di sabbia ricopriva tutte le superfici e da quella sabbia spuntavano pezzi di piatti, lame di coltelli, bicchieri sbeccati, utensili vari e gli oggetti più disparati che, posati sui tavoli dai clienti, erano stati abbandonati nella fuga e spazzati via dalla furia dell’acqua.

Per pochi secondi vagai, come inebetito e la scena che mi si presentò agli occhi fu ancora più sconcertante. Una barca a remi di qualche pescatore era incastrata nella porta della cucina come se volesse cercare riparo. Un grande motoscafo bianco, invece, era stato scaraventato dall’onda sul bagnasciuga del ristorante, aveva colpito con forza due enormi alberi di cocco sradicandoli e facendoli precipitare sul tetto della pizzeria che, indifeso, era crollato miseramente.

Alla vista di un tale disastro, la mia deduzione fu solo una. Non c’era niente da salvare, tutto era distrutto. L’unica cosa da fare era fuggire lontano, a casa, in alto sulla collina, per salvare me stesso.

Altre onde sarebbero arrivate, così si sentiva dire, e nessuno sapeva quanto sarebbero state alte e potenti.



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