ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 16 marzo 2016
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Quel folle corso

di xCodrinx. Letto 375 volte. Dallo scaffale Storia

La struttura prendeva vita nel cantiere edile, avvolta tra le polveri e i rumori degli attrezzi utilizzati dai lavoratori  per la sua realizzazione. Tra questi, con in mano la lunga asta di legno, cinta all’estremità da u...

La struttura prendeva vita nel cantiere edile, avvolta tra le polveri e i rumori degli attrezzi utilizzati dai lavoratori per la sua realizzazione. Tra questi, con in mano la lunga asta di legno, cinta all’estremità da un giunto metallico e la testa di ferro dal peso di 5 kg netti, c’era Pietro Zoccolella , operaio edile, incaricato allo smantellamento e abbattimento delle precedenti pareti, tramite l’utilizzo del grosso martello.

C’era da diventare pazzi per la monotonia di quel lavoro e la possibilità di ridursi a 50 anni, una larva, un essere strizzato sino al midollo dalla fatica, Pietro però non dava peso a tutto ciò, concentrandosi sui suoi compiti da padre e marito, sentendosi anche l’eroe del piccolo mondo che era riuscito a costruire in casa propria, quel posto dove la sua famiglia lo attendeva e ogni volta, tra un litigio e una risata, la gioia di vedere le persone che ama, sicure e protette dalle insidie del mondo esterno, quale cavaliere a servizio di un re, donatore di feudi che, in quel caso aveva lasciato a lui l’onere d’occuparsi di quel piccolo spazio vitale, quella costruzione edile fatta veramente male, coi piedi direbbero alcuni. Quel luogo che per Pietro era semplicemente casa. Aveva due figli e un cane – il suo orgoglio- gli aveva insegnato a dare la zampa, fare il morto, stare al passo e tante altre cosucce che si insegnano agli amici a quattro zampe, insomma, quel meticcio dal pelo bruno, trovato anni prima intento a rovistare tra i rifiuti, era per lui il terzo figlio, quello che sua moglie Agata, non era riuscita a donargli, un po’ per voglia e un po’ per i problemi economici che comunque, li stringevano in una morsa capace di far perdere il fiato, di fare prigionieri e piegare l’uomo, rubandogli anche l’ultimo respiro, perfino l’esalazione finale, quale atto di crudeltà che ogni padre, marito e uomo percepisce in quella che è una vita di stenti e di sacrifici, volta alla consuetudine di chi spera, prendendosi le pene amare del mondo in modo che i propri eredi, siano liberi da tale vincolo e possano rincorrere i propri sogni. La giornata di lavoro giungeva agli sgoccioli, il sole ne dava conferma, muovendosi nel cielo, spinto dal perenne moto che gli uomini osservano nel cammino della nana gialla dall’inizio dei tempi, ricordando ancora una volta a tutti, la fine delle pene e l’inizio delle poche ore concesse a quei sublimi attimi di riposo, dove la mente si schioda dal proprio lavoro e inizia a muoversi intorno ad altre faccende e ragionamenti, i quali trovatisi dinanzi alla porta di casa, cessano di esistere, per lasciar spazio alla sensazione della vista dei cari che se non felici, almeno al sicuro dai veri tormenti. Per Pietro, era l’ora di smontare, di scollarsi da tale impegno e far ritorno a quella parte di mondo che era riuscito a costruire, che riusciva a tenere in piedi e a goderne di tale operato.

Ahmed Zora, immigrato legalmente dall’Algeria, aveva smarrito i suoi documenti una decina di anni fa, un po’ la paura di essere rispedito indietro, d’esser arrestato e un po’ colpa anche della burocrazia che in questi casi ci mette sempre lo zampino, non aveva mai denunciato tale furto, restando in Italia, per maggior precisione in Campania come clandestino. Mingherlino com’è, resistette poco ai lavori di campagna, quelli che i suoi connazionali o gente di altri luoghi, riusciva a svolgere naturalmente a nero, restando così senza un’entrata che potesse consentirgli almeno una vita dignitosa. Anche se controvoglia, decise di intraprendere loschi affari e si dedicò alla distribuzione di Droga, Hashish per lo più che a differenza della marijuana, sembra essere fatto apposta per il trasporto, occultamento o l’eliminazione nel caso in cui la patata diventasse bollente. Ahmed, si era organizzato a dovere, aveva una SIM apposita, cedutagli da un tale che per 150 euro, gli aveva venduto un’identità a patto che in eventuali guai, ammettesse di essersi appropriato illegalmente di quest’ultima. Utilizzava tale SIM, in un cellulare di quelli antichi, le cui funzioni si limitavano alla semplice telefonata o all’invio di un sms, cedendo quel numero ai suoi clienti abituali che in caso di bisogno, con un colpo di telefono lo mettevano al corrente di tutto, organizzando con lui incontri in posti specifici, ovviamente con luoghi che solo i due interlocutori potevano definire a dovere, misti a false informazioni come precauzione per eventuali atti di natura indagatoria possibili in quei campi. Ahmed, in giro dalla mattina sulla sua bicicletta di seconda mano comprata da un nigeriano in un mercatino dell’usato per pochi euro, rispondeva alle chiamate, effettuava scambi, insomma, spicciava i clienti così come farebbe un macellaio, un salumiere, un tabaccaio, con la stessa identica praticità, l’unica differenza sostanziale era la merce. Proveniente direttamente dal Marocco, importata da un sistema criminale che trafficandoci sopra, ne traeva lauti e ingenti profitti, rivendendoli appunto ai privati come Ahmed che distribuendo tali mercanzie a chi ne faceva domanda, tirava su più di quel che serve semplicemente a campare e il superfluo, tramite loschi mezzi veniva sempre inviato ai parenti lì, nelle lontane terre algerine dov’era situato il suo passato.

Gabriele e Giacomo, due normalissimi ragazzi che purtroppo disoccupati quale reale risultato di un economia imprevedibile e politiche errate, passavano la maggior parte delle proprie giornate insieme, sbrigando faccende per terzi in cambio di favori o di denaro. Non facevano nulla di illecito attenzione, semplicemente si occupavano di cose che davano noia ai loro committenti, ritiravano gli abiti alle lavanderie, sbrigavano faccende burocratiche, facevano la spesa e tanti altri lavoretti di questo tipo. Gabriele a volte, riusciva anche a fare da autista, rubando il lavoro ai taxisti che nelle province nemmeno ci arrivano mentre Giacomo, era veramente bravo come segretario, si invischiava in tutte quelle faccende burocratiche che i committenti, odiavano e una volta sicuri delle abilità del giovane, gli lasciavano fare al loro posto. Erano entrambi educati e di buone famiglie, legati da differenti eventi nefasti di natura simile. Sia l’uno che l’altro, avevano vissuto tempi migliori prima che la crisi cavalcante del nuovo millennio, prendesse come vittime il conto in banca dei loro genitori, facendone fallire le aziende e restituendo a loro due, debiti. Se ne andavano in giro, nell’auto di Gabriele con l’intento di completare quella lista di cose da fare che occasionalmente in quella giornata era veramente lunga ma, senza perdersi d’animo, una cosa dopo l’altra, riuscirono nel breve tempo di una giornata ad arrivare all’ultima commissione, ritirare il ferro da stiro per la signora Carmela. Entrambi in auto, parlavano del più e del meno, cullati dalla musica che li teneva vispi anche se bloccati nel traffico degli orari di punta.

I didn't want to be the one to forget
I thought of everything I'd never regret
A little time with you is all that i get
That’s all we need because it's all we can take
One thing I never see the same when your 'round
I don’t believe in him — his lips on ground
I wanna take you to that place in the “Roche”

Istant Crush, Daft Punk.

<< Se continuiamo così, facciamo i soldi. Pare una stronzata, fidati è come dico io, dieci euro di qua, venti euro di là e a scorza a scorza, ci troviamo qualcosa a deposito.>> Diceva Gabriele mentre erano bloccati sul corso, subito dopo la piazza e Giacomo rispondeva <<Già, devo ammetterlo fratellì, non avrei mai immaginato che si potessero fare soldi in questo modo, però fossi in te, non ci metterei speranze, so lavori da niente, oggi ci stanno e domani bho chissà! Intanto godiamoci questi momenti.>>

<< Bravo, anche se pessimista, hai anche tu ragione, speriamo solo che questa nostra trovata, non ci lasci come prevedi tu! Ma sono fiducioso, i nostri numeri stanno viaggiando veramente molto tra le persone giuste, siamo passati dal niente a qualcosa e… Credo sia già qualcosa, non ti pare?>>

<<Mi pare, mi pare, e pare anche abbastanza buono!>> fece Giacomo, rassicurandosi per poi perdersi in uno sguardo sognatore sul loro futuro.

Ahmed, sbucò dal lato sinistro di un’auto – una Matiz- pedalando contromano, inseguito da Pietro che a piedi era di ritorno verso casa e un tizio grasso con la divisa da vigile. L’operaio, spinse l’algerino, facendolo cadere insieme alla bicicletta, proprio davanti al cofano dell’auto dove Gabriele e Giacomo, dal parabrezza quasi come a teatro, videro tutta la scena accompagnata dalle parole che lo stereo, sputava fuori.

Ahmed, costretto a rialzarsi da Pietro che lo scaraventò sul cofano dell’auto, venne poi preso ripetutamente a pugni da quest’ultimo che intanto gridava << T’ammazzo, quando è vero Iddio t’ammazzo!>> continuando a colpirlo, le nocche si scontravano col viso, col cranio e con le braccia dell’algerino che intanto cercava di proteggersi come meglio poteva, vittima dell’ira di Pietro che come un forsennato, tentava di massacrarlo. Gabriele gridava << Ma che cazzo sta succedendo qui?! E’ la mia auto! >>, Giacomo invece inerme, pietrificato e occhi spalancati, assisteva all’avvenimento. Il tizio grasso con la divisa, senza metterci ne anima ne corpo, riuscì ad allontanare Pietro, dirottandolo poi, verso il margine destro della carreggiata. Ahmed, spaventato e anche un po’ stordito dalle botte prese, senza pensare alla bicicletta, corse dall’altro lato, volatilizzandosi poi tra il traffico e i cittadini che a piedi si muovevano per il corso. Pietro ancora gridava mentre il vigile lo tratteneva << Io l’ammazzo! Giuro che gli faccio male!>> Gabriele, abbassò il finestrino, affacciandosi verso destra e venne il suo turno << La macchina è mia fratè!>> Pietro di rimando urlò << Ha venduto il fumo a mio figlio di quindici anni, davanti a me!>> trovando ancora una volta la risposta di Gabriele << Ho capito, ma la macchina è mia!>>. Ripartì poi, investendo la bicicletta che era rimasta lì a terra e un vecchietto che vide la scena, si avvicinò ad essa e gridò qualcosa rivolto verso il veicolo, dove Gabriele, affacciandosi dal finestrino di sinistra, mandò a quel paese il vecchietto con un gesto della mano, aggiungendo poi con un grido << Ma sto per fatti miei, devo pensare a te, alla bici, a quello che vende il fumo, andate a fare in culo tutti!>> Allontanandosi dal corso.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: