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lavoro pubblicato lunedì 14 marzo 2016
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Finestra

di Chozo. Letto 590 volte. Dallo scaffale Sogni

LA FINESTRA   Ricordo di essere stato anch’io un bambino. Ricordo gli amici e le femmine, ricordo la merenda ed il calcetto, ricordo nascondino e le storie dell’orrore che inventavamo solo per spaventarci da soli. Come tutti i bambini,.......

LA FINESTRA

Ricordo di essere stato anch’io un bambino. Ricordo gli amici e le femmine, ricordo la merenda ed il calcetto, ricordo nascondino e le storie dell’orrore che inventavamo solo per spaventarci da soli. Come tutti i bambini, gran parte della mia esistenza era la scuola. Questa era vicinissima a casa mia, i miei genitori hanno lavorato tanto fino alla morte, per cui ci andavo da solo. Zaino in spalla, scarpe slacciate, grembiulino blu elettrico come divisa di battaglia. Attraversavo il mio paesino ogni mattina dopo la carezza di papà ed il bacio sbrigativo di mamma. Non sentivo la loro mancanza, perché avevo la mia strada.

La mia strada. Non era la più breve, né la più sicura. Dovevo attraversare sulle strisce pedonali due volte e passare davanti ad un cane enorme appostato dietro ad un cancello. Dormiva sempre, anche per questo mi faceva così paura. Immaginavo i suoi occhi luminosi spalancarsi al mio passaggio, di un colore troppo terribile da affrontare. Non continuavo mai oltre questa immagine, rabbrividivo e pensavo ad altro. Non si è mai svegliato fino a quando è sparito. No, non era per comodità che seguivo la mia strada, ma per la finestra.

La finestra. La casa credo fosse abbandonata. A quei tempi non ci pensavo, non era importante. Era enorme e ricca, così diversa dal nostro appartamento. Aveva un giardino che si stava lentamente arrampicando su per i suoi muri, cancellate di metallo di un nero abbagliante, un portone con manopole a forma di leone ruggente e con un portico ampio quanto la mia camera da letto. Le vetrate erano smerigliate, il tetto di tegole spioventi, sul camino un galletto di ferro che roteava al cambiare del vento. Non vi erano macchine parcheggiate di fronte, uno squallido lucchetto sbarrava l’ingresso, aiutato dalle punte di lancia schierate sull’inferriata. Più in alto di tutto il resto stava una sorta di torretta schiacciata, vagamente sporgente come corno di unicorno, aperta al mondo tramite un balconcino e la finestra. Questa era tonda ed opaca, segnata da sbarre metalliche, il più delle volte chiusa come tutte le altre. Ma io l’avevo vista aperta una volta, per caso, passeggiando con i miei genitori. Da allora la osservavo ogni giorno mentre andavo a scuola, sperando sempre di gettare uno sguardo dentro. Perché la finestra non dava sulla casa, ma su di un altro mondo.

Vidi molte cose dentro la finestra, sempre di scorcio, sempre da lontano. Non erano mai le stesse, non era mai lo stesso luogo. Vidi un cielo coperto di nuvole gialle e rosa, coltivate come campi visti da un’aereo. Vidi un soffitto di seta su cui erano proiettate ombre di burattini con i loro fili e le loro mazze di cartapesta, danzanti al suono di risate ed applausi. Vidi una foresta accarezzata dal vento, colma di polline spirante e piume d’uccello. Vidi una stanza piena di specchi nel cui centro una famiglia felice pranzava e conversava, riflettendosi all’infinito eppure mai mostrando il volto. Vidi l’oscurità più assoluta squarciata dall’azzurro delle stelle, gabbie di lucertole grandi quanto il mio letto, fiamme trasparenti e girandole di glassa. Sapevo che trovare la finestra aperta significava buona fortuna, una buona giornata. La maestra mi faceva i complimenti, i miei amici organizzavano una festa di compleanno a sorpresa, mamma tornava a casa prima dal lavoro e giocavamo per quello che rimaneva del pomeriggio. Non mi fermavo mai per vedere meglio, avevo paura di sbagliare qualcosa e di non trovarla più. Non ho mai detto a nessuno della casa o della finestra, anche se sono sempre stato incapace di tenere un segreto. In qualche modo sapevo che era una cosa che andava scoperta da soli, vissuta da soli.

Sono passato per anni sulla mia strada, poi un giorno ho smesso. L’ultima volta c’era una persona affacciata, ed ero io. Ricordo di essermi fermato, di essermi guardato negli occhi e di avermi visto sorridere come mai ho visto lo specchio fare. Poi il me sul balconcino mi ha salutato con la mano e ha chiuso la finestra. Non ricordo come fu il resto della giornata, ma non tornai più davanti a quella casa e qualche mese dopo i miei genitori traslocarono altrove, in una città più grande.

Non ho avuto una brutta vita. Ho una famiglia, un lavoro, degli amici e degli hobby. Non ho cambiato il mondo, non ho salvato vite, non ho rapinato banche od ucciso presidenti. Amo i miei figli, talvolta piango i miei genitori e bacio mia moglie tutte le mattine. Porto a spasso il cane, mangio troppo e la domenica dipingo paesaggi con il mio vicino di casa. Un giorno, prima di morire, voglio passare di nuovo davanti alla finestra, fare la mia strada per andare da un’altra parte. Non credo ci sarò di nuovo, forse non sarò nemmeno cresciuto, ma anche se l’idea mi fa un po’ paura sarei curioso di sapere se, alla fine, dopo tanti anni, il volto che vedrò sarà ancora più felice di quello che porto.



Commenti

pubblicato il lunedì 14 marzo 2016
raandy, ha scritto: molto bello complimenti nella semplicita tanta passione
pubblicato il mercoledì 30 marzo 2016
elisaros, ha scritto: stupendo !!!!

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