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lavoro pubblicato venerdì 11 marzo 2016
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

CENA AL BUIO

di miki23. Letto 428 volte. Dallo scaffale Viaggi

Provate ad immaginare come sarebbe il mondo se tutte le persone, all'improvviso, perdessero l'uso della vista. Non vedere veramente nulla. Non é come chiudere gli occhi......

Provate ad immaginare come sarebbe il mondo se tutte le persone, all'improvviso, perdessero l'uso della vista.


L'idea non piomba dal cielo, ma é nata dall'esperienza, fatta in un ristorante in piazza Cavour, a Rimini.


Non vedere veramente nulla.

Non é come chiudere gli occhi.

Quando chiudiamo le palpebre in maniera volontaria lo facciamo perché ricerchiamo il buio, ne sentiamo il bisogno.

Cosicché quando le apriamo, é per vedere la luce, le case, i ponti e le fronde degli alberi.

Si.... Sentiamo il rumore del vento, ma l'uomo deve vedere per credere. É nella sua natura.

La fede lasciamola ai religiosi, che sono, senza saperlo, artificio dell'uomo stesso.

"E l'uomo creò la fede perché non sopportava l'idea di rimanere ad occhi chiusi".

Aveva bisogno della luce.

Per dare un senso al suono, all'odore, al tatto e al gusto; che senza la vista sembravano senza uno scopo preciso, svelato.

Come marionette senza burattinaio.

Come un cielo senza stelle.


Ma quando é buio pesto e la vista é una freccia che non può essere scoccata dal nostro arco, tutto cambia.


La prima sensazione che si prova é un panico improvviso, generato dall'inaspettata mancanza di luce, proprio quando ne sentivamo il bisogno.

Apriamo gli occhi, li spalanchiamo, ma ciò che ci sembra normale non accade.

Tutto tace.

Il buio resta buio e ci circonda, generando un apeiron (infinito) mitologico che ci sovrasta e che non possiamo controllare.


Il bambino rinchiuso nella scatola del nostro animo si risveglia. Teme il buio. Ha paura e comincia ad urlare e ad agitarsi, spaventando anche l'adulto, responsabile, che lo tiene fra le braccia.


É pura follia.

Che si accende in un attimo e piano piano si spegne, svanisce.

Piano piano.

Come il segno del mare sulla lingua di terra, vicino agli scogli, la quale assorbe un poco alla volta il profumo dell'acqua salmastra.


E quando siamo riusciti a far tacere l'infante, che scopre nel buio la magia del sogno, perdiamo contatto col tutto.

E il tutto ci ingloba.


E allora ci rilassiamo, consapevolmente esenti dall'occhio giudice, che alla luce del giorno traccia sbarre spioventi per i nostri pensieri.


Ascoltiamo i suoni che non abbiamo mai saputo udire.

La stanza si riempie di un odore di chiuso, di legna e di frittura.

Sento bagnato sopra le labbra. Sui palmi delle mani.

Respiro. L'aria accarezza la punta del naso.

La tavola é ruvida.

La gente sussurra e sembra prima lontana, poi ad un passo e ancora lontana, ma non saprei dire dove.

Avvicino il bicchiere alla bocca.

Il bicchiere..... PESA!


La felpa é un po' stretta. Togliamola.

Forse era bella.

Forse.

Non l'ho osservata bene prima, quando potevo.

Di che colore era?

Non importa più.


Scopro di amare il rumore della cerniera che scorre veloce.


Ah. Che peso la felpa.

Mi sento meglio ora.


Qualcuno cerca le posate.

Un tintinnio non molto lontano é portato da un vento immobile, insieme a qualche parola confusa.


Arriva il primo piatto.

Le prime quattro forchettate giungono vuote al mittente.

Posso sentire l'anima del metallo che stringo fra i denti.

Un brivido.

Lo sento salire dalla schiena e raggiungere le spalle, la fronte e le braccia.


É freddo.

Sorrido.

Sbadiglio. Non contagio nessuno.


Decido di rinunciare alle posate, senza badare troppo allo stile (lo stile (umpft), roba da vedenti) e tocco.

Già.... Prima tocco.


Una salsa.

Del Riso.

Uno spicchio di Arancia.

E... Eccolo! Un CROSTINO!


Vado sul solido, sul concreto.

Ho bisogno di certezze ora che buona parte di me mi ha abbandonato.


Un assaggio, di tutto.

Sono sazio.

Ogni boccone racconta una storia unica che la ripetizione potrebbe solo sminuire.


Mangiare diventa un gesto QUALITATIVO, non più QUANTITATIVO.


Scopro improvvisamente che il giusto si SENTE e il superfluo si VEDE.


Mi giro.

Verso destra.

I fumi dell'alcool amplificano il senso di pacifico smarrimento.


Sussurro qualcosa all'orecchio della ragazza che siede accanto a me.

Il mio naso sfiora il suo collo e l'intenso profumo di donna mi fa chiudere gli occhi.

Che cosa curiosa: In me c'é ancora quell'inconscia ricerca di assenza di luce che in quel momento desideravo, dimenticandomi di possederla già.


Le mie labbra sentono il calore del suo orecchio e si avvicinano delicatamente a quella sottovalutata fonte di passione.


Si sente un'energia strana.

Già provata prima, ma non con questa intensità.

Le parole assumono una forma e si lasciano cadere dolcemente, senza opporre resistenza, giù nella madre del ritmo e della purezza.

Nel profondo di colei che fu obbligata all'eterna veglia.


Arriva il dolce.

La curiosità mi assale.

É soffice.

Tiepido fuori e caldo dentro.

Odora di cacao e di zucchero a velo.

Con il tatto e l'olfatto gusto il mio tortino al cioccolato ancora prima di averlo gustato.


Richiudo gli occhi.

Forse é tutto un sogno.

Li riapro.

É ancora tutto buio e non sento mia mamma che mi ordina di alzarmi, per andare a scuola.


Tiro un sospiro di sollievo.

Sorridendo.

Facendo piano per mantenere il segreto di quel gesto.


Dopo qualche ora comincio ad abituarmi ai pregi generati dall'enorme difetto che un paio di buste dell'immondizia incollate alle finestre sono riuscite a creare.


La cosa che noto di più é l'assenza di giudizio che sin dall'inizio della cena regna sovrana.

Ognuno parla senza freni.

In maniera sensibilmente disinvolta.

Ci si ascolta e si lascia parlare.


L'apparenza inganna, ma senza apparenza non si sente la necessità di fingersi ciò che non si é.


E in questa disinvoltura generale, non possono mancare battute del tipo:" Gaia, ti è caduto il fazzoletto"

Oppure:" Miky, mi passeresti il tappo rosso vicino al vino bianco?"


Medito sull'importanza che nella mia vita ho attribuito ai colori.

Giallo... Marrone... Chiaro e Scuro.

Che senso hanno adesso queste parole?

Le parole non sono altro che l'artificiale riflesso del reale. E il reale é plasmato dai sensi.


Rifletto. In silenzio.

E, mentre l'incantesimo viene spezzato dalla fìoca luce di 3 piccole candele, capisco che l'uomo ha tanto e che in questa smodata abbondanza rischia di perdere il valore delle piccole cose.


Prometto a me stesso di ricordarmi, nel tornare vedente, che la realtà che ogni giorno arricchisce le nostre esistenze, é fatta per essere toccata, guardata ed assaporata nella sua concretezza;

Respirata ed udita nella sua volatilità.


E che a volte il miglior modo di vedere, é non vedere nulla.


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