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lavoro pubblicato giovedì 10 marzo 2016
ultima lettura mercoledì 19 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Heritage

di Silverspot. Letto 400 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un'eredità bloccata, un enigma da risolvere ed una persona da trovare. Ambientato nella Londra Vittoriana in un futuro che non è mai arrivato, tra galeoni volanti, automi assassini e vapore. Steampunk.....

Il rumore del metallo battuto, l’odore pungente del ferro che arrugginisce, le scintille che volavano a pochi centimetri dai suoi occhi coperti solo da un paio di pesanti occhialoni scuri, con i bordi in ottone antico e una fascia di pelle consunta che ormai faticava a tenerli su. Una patina sottile di sudore gli imperlava la fronte, ed il fuoco che bruciava nella fornace, accresceva il numero delle gocce limpide che gli scivolavano sulle guance e sul collo. Il braccio gli si appesantiva ad ogni colpo, ma non poteva permettersi di fermarsi. Quel metallo arroventato su cui il suo martello batteva senza sosta rappresentava un mese intero di cibo per la sua famiglia e se il lavoro fosse stato davvero perfetto, anche qualche farmaco per suo padre, di quelli buoni. L’immagine del sorriso con cui sua sorella lo accoglieva quando ritornava con un sacchetto di caramelle prese all’emporio per lei e suo fratello, era l’unica cosa che gli dava forza. Jamie e Claire, due bambini di rispettivamente sei e otto anni, belli quanto tremendi, che il giovane amava da impazzire.
I capelli biondi gli si erano appiccicati alla fonte, e così la camicia bianca, sporca di polvere e terreno, al corpo. Kyle era instancabile però, e continuava a battere, a plasmare. Si fermò solo per afferrare l’ormai già ben definito ingranaggio, l’ultimo di una lunga serie, dall’incudine. Le braccia gli tremavano mentre lo trasportava verso la vasca, e un sospiro di sollievo venne coperto dallo sbuffo che fece il ferro incandescente quando il giovane lo immerse nell’acqua fresca. Il fabbro sorrise, soddisfatto della propria opera, e posò l’ingranaggio sul banco, accanto agli altri dodici che aveva realizzato. Era stata una dura giornata di lavoro, quanto strana. Il vecchio Barrow non gli aveva neppure detto a cosa sarebbero serviti, né a chi fossero destinati, gli aveva semplicemente consegnato i progetti e se n’era andato a bere una pinta nella lurida taverna di Sten.
Ad interrompere il flusso di pensieri di Kyle fu il rumore del campanello di ottone appeso sulla porta della Bottega di Ferro di James Barrow; il giovane, allora, afferrò il panno meno sporco che riuscì a trovare e se lo passò sul viso, dopo essersi tolto gli occhialoni che ora penzolavano sul suo petto ancora miracolosamente tenuti su da quella fascia di pelle conciata.
Nel sentire dei passi felpati – così diversi da quelli di Barrow – Kyle aggrottò le sopracciglia, incuriosito; lanciò via lo straccio, ma non uscì dal retrobottega. Semplicemente si limitò ad un richiamo, quanto più educato possibile: « Chiunque tu sia, puoi trovare Barrow a tracannarsi barili di birra da Sten. Qui abbiamo finito. Siamo chiusi. » la sua voce era roca per via della sete che gli faceva ardere la gola, ma forte abbastanza da essere sentita. O almeno così sperava.
Finalmente i passi si fermarono e Kyle pescò nel suo zaino fino a trovare la borraccia di cuoio che sua mamma gli aveva sistemato lì dentro, per poi prendere una lunga sorsata d’acqua.
« Signor Kyle Blackburn? »
Quasi si strozzò Kyle quando sentì una voce di donna provenire da dietro le sue spalle; tossendo, si girò di scatto. Sulla porta c’era una ragazza, forse più grande di lui di un paio d’anni, con lunghi capelli castano scuro che le cadevano sulle spalle coperte da un lungo mantello olivastro, da cui si riuscivano solo a vedere gli stivali neri. Persino nella penombra della stanza, illuminata soltanto dalle lampade ad olio, il giovane fabbro riusciva perfettamente a distinguere il blu dei suoi occhi glaciali. Erano inespressivi, lontani, eppure decisi. Gli trasmettevano un senso di inquietudine. Il suo accento era lieve, ma lui lo aveva avvertito comunque: francese. Kyle non era mai stato fuori da Londra, ma aveva conosciuto molti ragazzi che si erano trasferiti nella capitale per trovare fortuna – ed erano finiti a lavare i pavimenti in qualche taverna di periferia – e molti di loro venivano da Francia e Spagna. Sapeva riconoscere, perciò, uno straniero, quando lo vedeva.
Dopo solo un istante, Kyle fissò lo sguardo sul pavimento; gli occhi della francese gli trasmettevano troppa inquietudine. Si schiarì la gola posando sul tavolo di legno dietro di sé la borraccia. « O-oh? Sono– sono io. Chi sei? » La sua voce tremava più di quanto volesse, ed il fatto di non riuscire a controllarla lo innervosiva ancora di più. Non aveva idea di chi fosse quella ragazza, ma aveva l’aspetto di chi porta guai.
Con un sorriso sinistro la ragazza avanzò verso di lui, e Kyle indietreggiò fino ad andare a sbattere contro il bancone. Un ingranaggio cadde per terra, proprio accanto al suo piede, ed il ragazzo sussultò, spaventato. Si chinò per raccoglierlo, ma senza distogliere lo sguardo dalla figura di fronte a lui, ormai sempre più vicina.
« Mi chiamo Astrid Gerbert, e ho viaggiato a lungo per trovarti, signor Blackburn. Ho una proposta per te. »


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