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lavoro pubblicato venerdì 4 marzo 2016
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Borsa

di Cecia. Letto 508 volte. Dallo scaffale Sogni

Una borsa magica, che si trasforma nel tempo, come metafora dell'originalità e della mutevolezza dell'animo, oppure solo una storiella surreale e divertente.

La Borsa

Fu in un martedì pomeriggio di metà dicembre, che Gertrude portò a casa la Borsa.

Un martedì di metà dicembre come molti altri c'erano stati e come altri ancora sarebbero venuti.

Faceva freddo; d'altronde è facile che faccia freddo a metà dicembre in Lombardia.

La Borsa era stata acquistata a Pavia in un negozio appartenente ad una catena abbastanza nota che

vende borse, portafogli, cinture, scarpe a prezzi accessibili: sono per lo più di materiali sintetici, pur

annoverando anche alcuni esemplari di pelle.

Era di similpelle marrone scuro, amorfa e con due manici di media lunghezza di similpelle

scamosciata anch'essi marroni e ricoperti di paillettes di marrone di una tonalità più scura.

Era grande: per questa ragione colpì l'attenzione di Gertrude dagli scaffali del negozio.

Una commessa mora con i capelli lunghi fino ai fianchi era in piedi vicino alla cassa e guardava nel

vuoto. Gertrude si avvicinò alla Borsa che si afflosciava con grazia sul ripiano dello scaffale,

accanto ad una sua copia in piccolo e a una pochette marrone scuro in vernice cocco.

Evidentemente, pensò Gertrude, gli articoli erano stati accostati per colore.

Si avvicinò alla Borsa e la toccò: era morbida e liscia.

Gertrude pensò alla pelle di un vitellino vivo e a come, forse, dovesse essere piacevole accarezzarla.

Quindi afferrò i manici e se la tirò appresso.

Si guardò in giro in cerca di uno specchio e fu a quel punto che la commessa mora che fino ad

allora era stata immobile, come un manichino, le disse con voce leggermente roca: 'è l'ultimo

pezzo'.

A Gertrude fece un effetto forte udire quella frase.

L'ultimo pezzo.

Le vennero in mente gli scacchi. L'ultimo pezzo da mangiare prima di vincere la partita.

Oppure, l'ultimo pezzo di una concerto di musica classica.

L'ultimo, ultimo, pezzo.

Gertrude udì la propria voce dire: “la prendo”, senza nemmeno essersi guardata prima allo specchio

per vedere che effetto facesse appesa al suo braccio, la Borsa.

I primi giorni non accadde nulla di strano. Gertrude, quando le capitava di pensarci, era sempre più

soddisfatta del proprio acquisto. La Borsa era molto capiente, morbida, leggera, e le stava una

meraviglia.

La indossò con il cappotto nero lungo fino ai piedi e con il piumino viola che le arrivava alla vita.

La Borsa riceveva complimenti e apprezzamenti sinceri da amiche, familiari e colleghe.

Una sera, circa una settimana dopo averla acquistata, Gertrude la poggiò sul divano nero di casa sua

e vi si accomodò in fianco, distendendo le gambe su una sedia per guardare la televisione.

Non c'era nulla di particolarmente interessante in programmazione quella sera, ma Gertrude

desiderava spegnere il cervello e lasciar lavorare il proprio inconscio mentre con la parte conscia

ingoiava qualche programma spazzatura o film di terza categoria.

Questo almeno era quello che pensava Gertrude quando sorbiva qualche prodotto di scarto della

TV.

Quella sera, fece zapping per alcuni tediosi minuti prima che il polpastrello del dito indice della sua

mano destra approdasse al canale 9, emittente privata di proprietà del Cavalier Serioni, che quella

sera trasmetteva la diciassettesima puntata di un cosiddetto 'reality' show.

Il “reality” show si chiamava “La Mano” .

Succedeva che dodici ragazzi adolescenti, maschi e femmine, venissero internati per un tempo

variabile da una a varie settimane in un container sito alla periferia nord di Milano dove

conducevano la propria vita senza fare uso della mano destra, che era stata ingessata fino al polso e

veniva tenuta appesa al collo tramite un foulard colorato a motivi floreali.

Il tutto si verificava sotto l'occhio di alcune decine di telecamere posizionate in varie parti del

container; una, resa impermeabile, era situata persino sul fondo del water.

Le immagini registrate da questa telecamera non potevano per contratto essere visionate da alcun

essere vivente, ma in ogni caso essa era stata sistemata in quella posizione dalla mente

creativamente perversa di qualche autore di programmi folle.

Il container era privo di finestre e dotato di un'unica porta blindata che veniva chiusa dall'esterno

all'inizio del programma.

In questo parallelepipedo di plastica e metallo ampio poche decine di metri quadrati, i dodici

giovani vivevano stipati come sardine e privati della benché minima privacy.

Essi si sottoponevano a questa tortura sperando di rimediare un po' di visibilità mediatica che

avrebbe loro permesso di sbarcare il lunario partecipando, una volta usciti dal container, a

comparsate in discoteca o a programmi TV, opportunità che nel periodo di crisi economica in cui

versava l'Italia era molto appetibile dai giovani.

Il tasso di disoccupazione giovanile aveva infatti toccato in quegli anni massimi mai visti da alcuno

degli appartenenti alla generazione precedente.

Gertrude pensava proprio a questo, mentre guardava la presentatrice che con sorriso cavallino

faceva un riassunto delle puntate precedenti e si apprestava a presentare i filmati tratti dall' ultima

settimana di convivenza forzata nel container.

La compassione per quei poveri giovani disoccupati non riusciva ad avere la meglio sul ribrezzo per

la infima qualità cui erano giunti i programmi TV in quegli anni '10 del XXI° secolo.

Più passavano i minuti, più Gertrude desiderava solo di potersi addormentare presto e annegare nei

fumi del sonno il suo fastidio e i suoi dispiaceri.

Ma non era sempre facile per Gertrude lasciarsi andare al sonno.

Perché Gertrude era una donna sui generis.

Era una donna diversa da tutte le altre, strana, atipica, stramba, con nessun gemello omoziogote al

mondo.

Per lo meno lei si percepiva tale, e ne soffriva parecchio.

Si girò a guardare la Borsa che come un flaccido compagno di sventura le teneva passivamente

compagnia sul divano, adattandosi con la mollezza della sua pelle alle pieghe del velluto così come

il divano si adeguava alle belle forme dei fianchi di Gertrude, che tra parentesi era pure una bella

donna.

E, mentre la guardava, notò qualcosa di strano.

La Borsa era cambiata.

Gertrude ne afferrò i manici con la mano e come se fosse stato un neonato se la portò vicino e la

strinse al seno.

Quindi la allontanò da sé tenendola alla giusta distanza per poterla ammirare bene e constatò che,

indubbiamente, non era più la stessa borsa che aveva acquistato.

Era sempre una borsa di pelle marrone, aveva sempre i bordi marrone più scuro tempestati di

paillettes eppure... non era la stessa, non c'era dubbio.

Così come due ragazzi possono essere alti entrambi 180 cm, avere gli occhi azzurri e i capelli corti

corti e il naso aquilino ed essere due ragazzi diversi, così quella Borsa non era la stessa che

Gertrude aveva portato a casa dal negozio.

Non sapeva spiegare in cosa questa differisse da quell'altra, non aveva infatti abbastanza spirito di

osservazione e memoria per i dettagli per poterlo affermare.

Affannosamente la aprì e ne guardò il contenuto.

Il contenuto era esattamente quello che si aspettava di trovare nella SUA borsa, vale a dire: il SUO

portafogli, i suoi documenti, il suo pettine, la sua agendina, e via dicendo.

La richiuse e la riguardò, ma non c'erano dubbi: non era lei, era una sua parente forse, ma non lei.

La sigla assordante che segnalava l'inizio della pubblicità la colpì come uno sparo; la donna

sobbalzò e quindi rimise la Borsa al suo fianco sul divano.

Acchiappò il telecomando e questa volta il polpastrello dell'indice destro fece il proprio dovere e

premette il tasto rosso di spegnimento.

Emettendo un suono composto da due note calanti verso il basso, che a Gertrude fece venire alla

mente l'immagine di un budino malriuscito che collassava su se stesso, l'enorme schermo 40 pollici

acquistato da Gertrude al Carrefour sei mesi prima in compagnia di un amico, si spense e

nella stanza tornò la quiete.

Gertrude andò a lavarsi i denti e poi andò a dormire.

La Borsa venne utilizzata da Gertrude per sei mesi dopodiché fu buttata nel cassonetto dove la

Caritas raccoglie abiti e scarpe usati e destinata ai poveri della città.

Gertrude non era sicura di dove sarebbe finita quando la buttò e non era nemmeno sicura che le

borse fossero bene accette come dono per la Caritas, rispetto a beni di maggiore necessità quali

vestiti, cappotti, giacche, scarpe.

Ma lei, per i successivi due mesi, non se ne preoccupò più.

Due mesi dopo, sull'autobus, la vide di nuovo.

Era appesa alla spalla di un'extracomunitaria filippina di circa trent'anni.

Gertrude la riconobbe come la sua Borsa, anche se era ancora diversa sia dalla prima che dalla

seconda versione.

Era una terza parente, eppure era quella che aveva acquistata al negozio e che sei mesi dopo aveva

buttato nel cassonetto, ne era certa.

A Gertrude la testa improvvisamente prese a girare vorticosamente e quindi svenne nell'autobus

cadendo così addosso a una ragazzina di dodici anni che stava in piedi con la mano aggrappata in

alto e con l'ipod a massimo volume nelle orecchie e che urlò terrorizzata quando si vide piombare

addosso all'improvviso 65 kg di donna.

L'autobus frenando rumorosamente effettuò una fermata non prevista; qualcuno chiamò

un'ambulanza e l'autista e i passeggeri dovettero attendere per alcuni lunghi minuti l'arrivo perché il

conducente non se la sentiva né di continuare la sua corsa facendosi inseguire dal mezzo della

Croce Rossa a sirena spiegata e neppure di scaricare l'inferma da qualche parte lasciandola sola ad

aspettare i soccorsi.

Lei nel frattempo era già rinvenuta, era cosciente, e non aveva alcuna voglia di essere portata al

pronto soccorso.

Ma vi si lasciò condurre senza porre obiezioni e mentre attendeva l'arrivo del mezzo di soccorso

continuò per tutto il tempo a fissare la Borsa senza dire una parola.

Nel frattempo, la dodicenne urtata dalla caduta si massaggiava le parti dolenti del corpo

lamentandosi a voce alta della ''caprona imbecille” che le aveva spiegazzato la gonna e procurato

alcuni lividi sul corpo.

Gli altri passeggeri la osservavano con disapprovazione e un signore sulla cinquantina commentò

che ''non se ne poteva più di questa gioventù irrispettosa degli anziani''.

Al che Gertrude si riscosse dal proprio torpore meditativo nei confronti della Borsa e si rivolse al

signore dicendo: “Anzianii?????? ma cosa sta dicendo ???' .

Dall'alto dei suoi 37 anni splendidamente portati, infatti, Gertrude si sentiva profondamente offesa

da quella frase che voleva forse, nelle intenzioni, difenderla.

La dodicenne li guardava sempre più scocciata dal comportamento irritante di quelli che per lei

erano tutti adulti sfatti stupidi e lenti, mezzi matusalemme decadenti e privi di qualsiasi attrattiva

fisica.

Gertrude, il cinquantenne, la filippina appartenevano tutti ad una medesima tipologia: erano

'vecchi', non centravano niente con lei ed erano fondamentalmente dei gran rompicoglioni.

Fu in questo contesto che giunse la ambulanza e i volontari della Croce Rossa vestiti con la loro

divisa fecero accomodare la donna sul lettino, dopo averla portata fuori dall' autobus tenendola per

le braccia, uno a destra e uno a sinistra. Uscendo Gertrude liberò per un secondo il braccio sinistro

dalla presa dei volontari, allungò la mano e fece una delicata e veloce carezza alla borsa, senza farsi

vedere dalla filippina.

L'ambulanza portò Gertrude al pronto soccorso in codice verde, quindi procedendo con la massima

tranquillità e senza l'uso della sirena, dopo che i volontari si furono assicurati che la donna fosse

perfettamente vigile e lucida.

Uno dei crocerossini era un ex compagno delle elementari di Gertrude, un uomo dai tratti del volto

virili e dal colorito della pelle bruno.

Si riconobbero e si salutarono e Gertrude notò due cose: che l'uomo pareva visibilmente

imbarazzato e che per tre volte nel corso del tragitto buttò lo sguardo alle sue gambe, che erano

ricoperte da un leggero collant 10 denari color bronzo e da una gonna di seta color pesca.

La cosa stupì Gertrude che non aveva una grande opinione delle proprie gambe, giudicandole

troppo tornite e muscolose. Comunque, fu contenta che fosse in grado di suscitare ammirazione in

quel bell'omone robusto e in salute.

Il soggiorno al pronto soccorso durò cinque lunghissime ore, non certo per la gravità del problema

di Gertrude che richiedesse lunghi accertamenti o cure, ma per la lunghissima fila di attesa che le

toccò fare.

Entrata alle tre del pomeriggio, la donna venne ammessa a parlare con un dottorino solo alle otto di

sera, e il colloquio tra i due durò appena cinque minuti.

Il dottorino, un biondino slavato sui venticinque-ventisei anni, aveva gli occhi lucidi di sonno e

continuava a sbadigliare; fece poche domande a Gertrude e la liquidò senza alcuna prescrizione

medica e con una stretta della mano stanca e sudata.

Gertrude nonostante la lunga attesa cui era seguito un colloquio assai poco significativo, non si

spazientì, e per tutto il tempo rimase concentrata a pensare alla Borsa.

Proprio non si spiegava infatti come quell'accessorio avesse la possibilità di mutarsi in tanti cloni di

se stesso, pur rimanendo sempre lo stesso oggetto. Era affascinata da questa caratteristica e si

domandò a cosa potesse essere dovuta.

Rifletté che forse quella Borsa era in realtà un essere vivente, pertanto soggetto a crescita e

trasformazione. Come le cellule che ci compongono cambiano in continuazione e noi in realtà non

siamo mai gli 'stessi' che eravamo alcuni mesi fa, ma la nostra stessa sostanza è radicalmente

mutata, così forse anche le particelle della Borsa si duplicavano e venivano periodicamente

rinnovate.

Ma questa spiegazione seppur affascinante non poteva convincere davvero Gertry, perché era

decisamente fantasiosa e del tutto priva di fondamento scientifico.

Mentre vedeva vecchietti col respiro corto seduti sulle sedie nel corridoio in attesa del loro turno,

ragazzi che tenevano il braccio al collo legato da un fazzoletto contorcendo la bocca in silenziose

smorfie di dolore che le procuravano una certa compassione, Gertrude, che si era perfettamente

ripresa dal capogiro e stava benissimo, meditava se potesse avere un'utilità interrogare qualche

medico del pronto soccorso circa il mistero della Borsa mutante.

Silenziosamente scosse il capo tra sé e sé a destra e sinistra due, tre volte pensando “No, mi

prenderebbero per matta e rischierei di essere trattenuta per accertamenti. Magari potrebbero

pensare che il capogiro sia dovuto a un tumore al cervello che è anche la causa dei miei pensieri

vaneggianti. Meglio tenere le mie domande per me “.

Così trascorse il pomeriggio, la sera, nella sua casetta e alla notte Gertry andò a letto e si

addormentò con ancora in testa il pensiero della … Borsa .

Dall'indomani, Gertrude riprese la propria vita di tutti i giorni e non si spiegò mai la ragione del

singolare comportamento dell'oggetto, né le capitò di incontrarla ancora nella propria vita.

Se l'avesse rivista, era sicura che senza dubbio l'avrebbe riconosciuta, alla prima occhiata, anche

fugace, ma questo non avvenne mai più.

D'altronde nella vita molti avvenimenti non hanno alcuna spiegazione plausibile o quantomeno noi

esseri umani non possediamo le conoscenze necessarie a spiegarli.

E, nella vita, capiterà che di tante cose e persone che abbiamo incontrato, e che pure ci sono entrate

nel cuore, non sapremo mai più nulla.

Questa è la vita.

Scherzavo.

Questa non è la vita, ovviamente, questo è solo un racconto, quindi in realtà le cose non andarono

come ho detto poc'anzi.

Gertrude rivide sì' la borsa, e la rivide cinque mesi dopo l'episodio dell'autobus buttata in cima a un

cassonetto dell'immondizia a pochi isolati dalla sua sede di lavoro.

Mentre camminava a passo spedito e sguardo basso come faceva sempre quando si recava al luogo

di lavoro, la sua attenzione venne attratta da un oggetto marrone che spiccava in cima al cumulo di

immondizie e vide che era la Borsa n° 4 (anche se dal fetore che emanava sembrava piuttosto

Chanel n° 5 dei topi) .

Evidentemente, anche la filippina se ne era stufata e l'aveva smessa.

Utilizzando un fazzoletto di carta per non sporcarsi le mani, sollevò con delicatezza l'oggetto e lo

prese con sé.

Alla sera, quando giunse a casa, la disinfettò con un bagno in acqua ed amuchina e la lavò con

acqua e sapone usando una bella spazzola dura.

Mentre compiva quest'azione constatò con certezza per una volta ancora (la quarta) che si trattava di

un gemello.

Non ne fu, ovviamente, affatto stupita, anzi, si sarebbe molto stupita se così non fosse stato.

Il mattino seguente quando Gertrude si svegliò e andò a fare colazione la Borsa era bella asciutta e

profumata, e lei la sollevò, la guardò con ammirazione a distanza di venti centimetri tenendo il capo

leggermente reclinato da un lato.

Quindi, vi introdusse i propri effetti personali e la utilizzò per recarsi al lavoro e , da quel giorno,

non se ne separò mai più.

FINE



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