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lavoro pubblicato giovedì 3 marzo 2016
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La musa e il poeta I

di SophieD. Letto 492 volte. Dallo scaffale Sogni

La musa e il poeta I Voglio parlarvi di un poeta. Da anni ha smesso di scrivere ormai. La sua musa è malata. Di notte la luna ha smesso di splendere per lei e le ha rubato il sonno. Qualche stella brilla ancora nel suo cielo, ma la luce &egrav.....

La musa e il poeta

I

Voglio parlarvi di un poeta. Da anni ha smesso di scrivere ormai. La sua musa è malata. Di notte la luna ha smesso di splendere per lei e le ha rubato il sonno. Qualche stella brilla ancora nel suo cielo, ma la luce è debole. Presto si spegnerà. Ha passato molto tempo a muovere la penna dell’unico uomo a lei fedele, a dettare parole e versi e strofe, opere intere che rimarranno segrete. E ad ogni parola, verso, strofa il suo respiro si è fatto sempre più leggero.

Ogni giorno il poeta la guarda. E’ silenziosa. Gli occhi coperti da un velo di angoscia dietro il quale si addensano paura e follia, insieme. E a volte lui ha la sfrontatezza di chiederle di cantare ancora di quell’antichità eterna, di cantare di crudeltà e bellezza. Vuole che lei canti ancora della morte, delicata presenza, che si diverte a danzare con gli uomini e striscia tra loro senza farsi sentire e, paziente, aspetta che qualcuno l’abbracci.

Rimarrà solo, il poeta, per il suo stupido orgoglio. Mai si è accorto di rubare l’anima alla sua musa. Voleva scrivere. E scrivere non bastava mai.

Ma per chi scrivi quando, odiato da tutti, ti rinchiudi nel tuo silenzio e con la tua malinconia esistenziale anneghi l’ispirazione? E quel silenzio pare bianco. Si, come la polvere che fluttua nei raggi di luce di un riflettore. Quel silenzio di quando sei a teatro e non fai altro che lasciarti ipnotizzare dalla polvere che svolazza, perché gli attori non recitano più per te ma solo per sé stessi, parlano. Parlano e non dicono niente.

Al poeta piaceva quando la sua musa narrava di quel meraviglioso mondo fatto di sogni. E anche di polvere. Cerca tra i libri, con disperato impulso, il testo che lei un giorno aveva modellato con l’inchiostro, in prosa, apposta per lui. Lo trova. Legge:

Il teatro è un mondo di sogni. Sogni appesi alle corde tese che aprono il sipario. Sogni leggeri. Sogni che volano in alto ed esplodono sulla scena. E poi cadono. Formano sottili strati di polvere. I sogni sono polvere. Polvere di stelle. Polvere che vedi solo sotto i riflettori, solo attraverso un filo di luce. E si alza mentre gli attori percorrono chissà quali strade immaginarie sul palco. Si alza per poi ricadere su tutti noi. Su tutti voi. Ricade e non si fa sentire. Ricade per poi alzarsi ancora ad ogni gesto compiuto. E avanti così fino alla fine di questo grande spettacolo. Qualcuno non se ne accorge nemmeno. Qualcuno starnutisce. Altri la allontanano con uno sbuffo. Un piccolo colpo di tosse. E la tristezza si fa largo tra i visi di chi è indifferente ai sogni. Di chi è allergico alla polvere di stelle. Di chi la allontana.

Ma poi vedi il sorriso di bambini immersi nel loro mondo di magia. Un mondo in cui la polvere di stelle non riesce a riempire lo spazio. E allora li vedi allungare la mano. Vorrebbero prenderla e ripetono il gesto dieci e cento volte. Ma si sa, la polvere non si lascia afferrare. Lasciatela cadere questa polvere di stelle. Lasciatela cadere sulla testa, sulle spalle. Lasciatela cadere negli occhi. E’ questo il segreto.

Li vedete, ora, i sogni?”

No. Il poeta non ha più sogni. Sente dentro di sé il vuoto che la vecchiaia ti incolla addosso quando le esperienze ormai sono solo ricordi lontani e puoi contare più giorni vissuti di quelli che ti rimangono ancora da vivere.

Non può far altro che guardare la sua musa, lui. Di tanto in tanto scorgere qualche parola scivolare come una musica dolce sui capelli di lei. L’accarezza. Ma al solo tocco le parole sfumano. Lontano. E si dispera l’uomo ingrato che ha succhiato via il sapere dalla sua preziosa fonte.

Che farai ora che le lacrime non solcano più il viso dell’amata tua musa, poeta? Ora che il suo respiro si è fermato. Né battito né presenza alcuna senti nella tua stanza. Il tuo silenzio s’è fatto nero, privo di colori.

Si chiamava Sofia, figlia della conoscenza. E di lei rimangono soltanto i libri che la sua mano ha scritto per lui.

Tra i versi impressi sui fogli ingialliti dal tempo il poeta legge per la prima volta:

“T’amo, come amo la volta notturna,

anfora di tristezza, taciturna,

più fuggi, bello, e più forte io sento

amore.”[1]

Rimane immobile. Non sa se l’aria aiuti ancora a respirare. Colpevole di un crimine mortale, aveva rubato la luna dal cielo di Sofia. E le stelle. Tutte. Odiava vederla piangere ma rubarle l’anima era l’unico modo che aveva per scrivere. Non s’era accorto che lei l’amava.



[1] Charles Baudelaire, I fiori del male, XXIV



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