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lavoro pubblicato giovedì 3 marzo 2016
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

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Bailando (Parte 1)

di eriksomethinglikethat. Letto 414 volte. Dallo scaffale Viaggi

Ero indeciso. Sapevo che L'Havana non era il luogo adatto a me, ma oramai lo avevo promesso al mi hermano svitato. Il fatto di averlo conosciuto produ...

Ero indeciso. Sapevo che L'Havana non era il luogo adatto a me, ma oramai lo avevo promesso al mi hermano svitato.
Il fatto di averlo conosciuto produsse aspetti in parte positivi ed in parte negativi: con le donne sembrava ci sapesse fare, aveva un gran chiacchera.
Ma, come per ogni qualità, c'era il rovescio della medaglia: la chiacchera dovevo sorbirmela anche io, ed era veramente estenuante.
Lo avevo conosciuto durante il mio soggiorno a Stoccolma.
A Stoccolma ci ero finito per una serie di eventi e turbamenti personali che, per un qualche motivo, erano culminati con un biglietto di sola andata per la Svezia e l'idea di restarci finché avessi avuto le disponibilità economiche che, detto fra noi, non erano molte.
Avevo affittato una specie di cantina molto buia vicino ad uno studentato, ad un prezzo decisamente abbordabile, e così non dovetti preoccuparmi di cercare un posto dove dormire per almeno un paio di mesi, forse più se nessuno fosse venuto a reclamare il locale. Fatto che non accadde poiché fui io a levare le tende prima del previsto.
Il locale disponeva di un materasso decisamente sottile poggiato a terra, un armadio a giorno ed una scrivania con sgabello, per cucinare potevo utilizzare la cucina del vicino studentato. Il problema era che non disponevo delle chiavi della cucina comune e dunque mi toccava sperare sempre che ci fosse qualcuno al suo interno per poter entrare a cucinarmi un pasto caldo, in seguito risolsi il problema prendendo ‘'in prestito'' una delle chiavi che gli sprovveduti studenti avevano lasciato nella sala comune dopo una delle numerose notti alcoliche.
Il tipo che mi aveva affittato il ‘'buco'', così lo chiamavo, era uno studente trovato su internet e mai visto di persona, ma dal nome sembrava essere anche lui un altro di quei hombres svitati che girano per Stoccolma.
Tutte le pratiche economiche le avevo effettuate con una ragazza svedese, amica del proprietario del ‘'buco''.
I primi giorni erano passati molto tranquilli, da tipico viaggiatore giravo la città a piedi dalla mattina alla sera, cercando di spendere il meno possibile per mangiare, soprattutto perché sapevo che il grano vero lo avrei speso soprattutto in alcol e tabacco.
Ora, il problema vero del vivere in Svezia è che i bei vizi come bere e fumare sono cari a livelli ridicoli, e se non fosse abbastanza, anche molto controllati dallo stato.
L'unico modo che si ha per comprare qualche bottiglia di whiskey, qualsiasi marca mi andava più che bene, è di entrare in uno di quei maledetti alcolshop (systembolaget). Casi esemplari di una società a metà strada tra il proibizionismo anni '30 e una dittatura di stampo sovietico, mascherata dalla libertà democratica che tutti tanto amiamo. Ovviamente avevo tentato qualsiasi altro tipo di negozio o attività commerciale per comprare il mio caro succo a buon prezzo, e dopo qualche tentativo ero riuscito ad adocchiare una bottiglia di vino rosso in un normale supermercato, entusiasta l'avevo afferrata al volo quasi fosse il santo Graal, e senza neanche leggere il nome o il paese di provenienza mi ero concentrato sul prezzo: molto economico.
Uscii trionfante dal negozio. Il posto era un classico supermercato per famiglia fornito di ogni cosa inutile esistente sulla terra, il tutto inondato da una luce estremamente bianca, quasi a voler imitare una qualche specie di paradiso creato dalla religione del consumismo. Purtroppo solo dopo essere uscito mi accorsi che in realtà avevo appena acquistato la bevanda creata dall'ingegno del demonio svedese: vino rosso alcolfree, che sarebbe a dire succo d'uva acidulo e senza alcol. Ero a furioso e con il portafoglio più leggero. Ma ormai il danno era fatto, il market aveva appena chiuso le serrande ed il commesso non aveva nessuna intenzione di aiutarmi, soprattutto dopo averlo insultato più volte e minacciato con la bottiglia.
In ogni caso quella bottiglia non sarebbe durata a lungo, e mi sarebbe tornata utile per tirarmi fuori dai guai nei quali mi avrebbe messo quello stronzo del mi hermano.
O forse la bottiglia fu proprio la causa di tutto, non saprei.
Il mi hermano lo avevo conosciuto subito dopo la brutta esperienza del succo d'uva stagionato, devastato dalla scoperta vagavo per Sodermalm, quartiere bohemien di Stoccolma, alla ricerca di un pub con prezzi contenuti. Ne trovai uno accanto al supermercato, pur essendo sicuro che prima non ci fosse, mi convinsi che ero solo troppo impegnato nel prendere la fregatura del secolo, per rendermi conto che avevo la soluzione a due passi da me.Il pub era una merda. Una merda zeppa di vecchi con un piede nella fossa. Non avrei altri termini per descriverlo. Affacciava su una strada secondaria e non aveva nulla accanto, oltre al maestoso supermarket che con la sua luce lo nascondeva alla vista degli ignari passanti assetati. Il posto era pieno di vecchi perché probabilmente ci erano arrivati una sera, come me, ed erano invecchiati lì dentro insieme alla tappezzeria inglese e a quei divani da rigattiere, sempre e immancabilmente ricoperti di polvere.
La luce del supermarket doveva averli tratti in inganno e l'avevano confusa con la luce del sole esterno, era evidente.
Mi stavo girando una sigaretta, mentre valutavo se entrare o meno, quando mi si avvicinò un ragazzo. Era più basso di me e dai tratti sud americani, capelli lunghi legati e camminata alla Spaghetti Western. Attaccò bottone chiedendomi, in un pessimo svedese, dove si trovasse un alcolshop aperto a quell'ora, ed io replicai in inglese spiegandogli che non ne avevo la più pallida idea, e che odiavo i fottuti systembolaget.
Mi guardò sorridendo, evidentemente la pensava come me.
Riattacco a parlare di sé, si definiva un artista a tutto tondo ma in particolare poeta, e come ogni poeta riempiva la testa di chiunque lo ascoltasse di cazzate e poesie di merda. Poesie in spagnolo.
Ad essere sincero mi disse anche il suo nome di battesimo, ma lo persi fra le mille informazioni che mi diede durante tutta quella sera. Mentre continuava a ciarlare di cose inutili condendo il discorso di tanto in tanto con qualche informazione vera seguita da una serie di cazzate, pensavo a quanto fosse poco sicuro ed assai stravagante girare per una città sconosciuta, con un tizio sudamericano appena incontrato che si proclamava successore di Neruda.
Mentre ragionavo su questo fatto e valutavo la possibilità di andarmene con qualche scusa, mi resi conto che aveva smesso di parlare e che stava fissando il pub con la tappezzeria inglese dove ci eravamo incontrati:
- Stavi entrando qua? - mi chiese perplesso.
- Ho bisogno di bere qualcosa.
- No. Non è il luogo adatto a noi. Abbiamo bisogno di donne, conosco un posto perfetto per entrambe le cose.
- Ok. - I suoi argomenti erano indubbiamente validi.
Mi spiegò che conosceva un bar non molto lontano dove potevamo bere buona birra a prezzi decenti e dove potevamo anche rimediare qualcosa da portare a casa, o al bagno del locale. Il posto si chiamava Tiger Bar, ma era evidente che lui non avesse idea di dove fosse. Vagavamo da ormai una quarantina di minuti buoni, continuando a girare a destra e a sinistra senza un disegno preciso, ed ovviamente lui continuava a parlarmi senza sosta, Inserendo ogni tanto una qualche poesia scritta da lui.
Le poesie riguardavano sempre l'anima o l'amore o la natura, ma devo ammettere che aveva tanta capacità di accostare qualsiasi argomento al sesso quanto un ragazzino in piena esplosione ormonale che si sega a forza di programmi di televendite di materassi o elettrodomestici da cucina.
In ogni caso, mentre continuavo a pensare a come ero fino in quella bizzarra situazione, lui aveva cominciato un nuovo argomento, la mentalità sessuale delle femmine svedesi:

- Sono tutte schizzate. Sembrano angeli ma in realtà sono demoni. Una donna svedese è meglio perderla che trovarla. Vanno bene per una scopata. Ma lì deve finire. Sono stato con diverse donne del nord, e mi sono fidanzato con alcune di queste. Le norvegesi sono le più facili. Le rimorchi in discoteca, o loro rimorchiano te più spesso, ti portano a casa loro, passate la notte insieme, e poi la mattina dopo non ti riconoscono, vogliono chiamare la polizia. Ricorda: Esci di casa prima che si svegli, altrimenti rischi di passare qualche brutto guaio. Ogni donna con la quale mi sono fidanzato alla fine mi ha denunciato o ha tentato di denunciarmi.

Il discorso sulle denunce aumentava e rispecchiava in pieno i miei sospetti su come il mio carissimo hermano, altro non fosse che un criminale affiliato a qualche cartello della droga messicana, e che i suoi piani su di me fossero quelli di portarmi in uno dei suoi covi, farmi legare dal suo compare Rodriguez e asportarmi gli organi da vendere al mercato nero. Mentre io ero ancora ovviamente vivo, per mantenerli ‘'freschi''.
Stavo riflettendo su quale tipologia di anestetico potessero utilizzare la gang messicane: se una mazza da baseball o una qualche droga, sinceramente speravo in una droga sintetica, ma probabilmente le avrebbero utilizzate entrambe (la vicinanza del Messico agli USA e la cattiveria dei cartelli messicani su Breaking Bad le rendevano entrambe credibili), quando mi concentrai nuovamente sul discorso e compresi qual era il motivo delle possibili denunce:
- Perché devi capire, ovviamente il fatto di non pagare un cazzo di affitto e di mangiare a sbafo forse potrebbe valere per qualche mese di astinenza sessuale da altre donne, ma dopo i sei mesi il gioco non vale più la candela. Ed è per questo che ho dovuto tradire Annette, la norvegese con cui stavo prima. Questa maniaca voleva cacciarmi da casa sua e pretendeva anche il pagamento degli affitti precedenti, ovviamente io non avevo un soldo. Per questo motivo andò a denunciarmi e io dovetti cambiare aria, e stato.
Il finale del racconto mi tranquillizzo non poco.
Durante il nostro girovagare il mio Hermano attaccò bottone con diverse ragazze, il più delle volte usava il pretesto di chiedere informazioni a proposito del locale che cercavamo, per poi spostarsi su tutt'altri argomenti. L'unica costante erano le cazzate. Ne diceva a fiotti. Una volta era uno studente di medicina, un'altra un filosofo, altre ancora un viaggiatore proveniente da paesi esotici e, per dimostrare che diceva la verità, tirava fuori dalle tasche delle piccole pietre colorate o denti di squalo e le mostrava all'interlocutrice accompagnandoli da delle improbabili legende.
Ad una coppia di ragazze arrivò a dire che lavorava come trapezista per il circo che si trovava in città quel periodo, e loro le credettero! Donne.
Devo però ammettere che era molto convincente nelle sue fantasie, ed era evidente che erano state tutte studiate molto a fondo, era capace di creare dei veri e propri alter-ego. Le vite alternative che utilizzava più spesso erano quella di insegnante di salsa privato o di poeta dedito alla ricerca del vero amore, su queste ci si era impegnato molto, ed effettivamente funzionavano quasi sempre.
Mi espose anche una nuova teoria, disse di averla appresa non so dove, per la quale dava molto importanza ai gesti ed ai movimenti del corpo della persona che aveva davanti, in particolare delle donne.
In pratica si stava rivelando anche come psicologo comportamentale in termini d'accoppiamento. Sosteneva di capire se una donna potesse essere interessata a lui in base a come teneva le mani sul grembo o alla posizione dei piedi rispetto all'asse che li congiungeva.
In realtà avevo già sentito parlare di queste teorie, ma sono convinto che possano facilmente essere confutate e che possano accadere molti imprevisti in una normale discussione con una donna. Ad ogni modo, ormai non mi sarei stupito se si fosse rivelato anche come cowboy, astronauta o grande magnate americano.
Dopo aver camminato a lungo incrociammo una coppia di danesi che ci seppero indicare la strada per raggiungere il Tiger, purtroppo erano in ritardo per andare a vedere uno di quei noiosissimi film impegnati al cinema universitario, e dunque il mio sfortunato hermano non poté renderle partecipi del suo caliente e fantasioso sex appeal.
Ma finalmente vedevo in lontananza il bar, e ormai nella mia mente si erano formate delle immagini da vero e proprio eden in terra: con banconi zeppi di ottimi alcolici a prezzi bassissimi, varietà infinite di birra alla spina provenienti da ogni angolo d'Europa, musica melodiosa suonata dall'orchestra del titanic e soprattutto donne. Decine di ragazze bionde e vogliose. Stranamente non immaginavo altro uomo oltre a me, il mi hermano e l'enorme uomo di colore che vedevo all'entrata del locale: probabilmente il buttafuori.
Quando fummo abbastanza vicini per notare le altre persone era ormai troppo tardi: il mio sogno si era infranto in mille pezzi.
Fuori dal locale sostavano solo uomini, e già questo di per sé non era un buon segno. Erano tutti accalcati uno sopra l'altro a fumare Marlboro, a sputare a terra e a bere birra. Inoltre urlavano. Era un gregge di ubriachi pronti ad una rissa con chiunque o qualsiasi cosa, anche contro il muro sul quale avrebbero poi, probabilmente rimesso il troppo succo ingerito.
Il Buttafuori ci chiese le carte di identità e, dopo averci chiesto se fossimo già ubriachi, ci fece entrare.
Il locale all'interno migliorò decisamente, certo non era l'eden che mi ero immaginato, ma andava bene per iniziare una serata. La proporzione di ragazze non era di 30 a 3 come avevo fantasticato, ma non erano neanche del tutto assenti.
E l'alcol era economico, per lo meno le birre. Ne ordinai due e la pagai anche per il mio nuovo amico poeta.
La presenza femminile era per la maggior parte di provenienza est-europea e in minor parte sud-americana. Bionde svedesi neanche l'ombra. Ma il fatto non mi scoraggiò affatto, anzi poteva essere più interessante attaccare bottone con un'altra persona non originaria del posto.
Il nuovo Neruda attaccò subito.Mentre ero ancora intento a cercare di capire come funzionasse il bancomat del locale, lui stava già parlando con una prosperosa latina seduta di fianco a me.
Passai la birra al mio amico e mi presentai. Sta volta stava utilizzando il metodo dello studente di filosofia. Io dovetti aspettare a parlare per non rovinare l'intricata rete di menzogne che il mio amico stava tessendo piano piano intorno alle nostre due povere ragazze. Quando ebbi afferrato dove voleva andare a parare entrai nella discussione e mi presentai come studente (non ricordo quale facoltà scelsi) in visita a Stoccolma.
Ovviamente le due ragazze credettero ad ogni parola. Loro non so cosa facessero, non mi interessava allora e non mi interessa tuttora, sicuramente qualcosa di noioso.
Mentre il mio amico psicologo comportamentale sessualmente deviato si lavorava la sud americana prosperosa, io mi buttai sull'amica più delicata e aggraziata.
Era molto alta, forse quasi quanto me, ma dallo sgabello era difficile capirlo. Anche lei di origine sud-americana ma svedese di nascita (avevo finalmente trovato la mia svedese, seppur non bionda) aveva la pelle color caramello e capelli scuri tendenti al rosso, probabilmente una vecchia tinta ormai quasi sbiadita. Portava dei pantaloni\gonna neri e una camicetta bianca aperta a mostrare le proprie grazie.
La cosa che notai per prima furono le labbra. Solitamente inizio dal didietro, ma stavolta il fato mi era avverso e lo sgabello mi oscurava la vista, dunque mi dovetti concentrare su altro, il sedere lo avrei controllato quando si fosse allontanata per andare a prendere altro succo o per andare a incipriarsi il naso
Però aveva delle gran belle labbra, quasi non mi interessava più del resto.Mentre le facevo le classiche e banali domande per farla aprire, e lei mi rispondeva in modo cordiale, io non smettevo di fissarle le labbra.
Non sentivo nulla di quello che diceva, semplicemente ripetevo le ultime parole o esclamavo con un - Ah davvero!? O - Molto interessante!
Lei a quanto pare non si accorgeva che non la stavo ascoltando, o forse il succo stava facendo effetto, era almeno alla seconda birra.
Le labbra erano gonfie, tirate, quasi come se avesse preso un bel gancio in pieno volto, portava un rossetto molto delicato, quasi invisibile, e mentre parlava le labbra si schiudevano e richiudevano...

Mi tenevo con una mano sulla parete alla mi destra mentre con l'altra le tenevo delicatamente la testa, accompagnandola nei movimenti. Sentivo il calore emanare dalla sua bocca, la saliva che lubrificava dava una sensazione di un calore umido: quasi tropicale.
Mi guardava negli occhi mentre continuava a lavorarci, si aiutava a tenere il ritmo tenendo una mano sulla base e accarezzando lentamente. Chiaramente ci trovavamo nel bagno del locale, ma questo era inaspettatamente pulito e profumato, non si sentiva alcun rumore da fuori e non c'era nessun cliente ubriaco fuori dalla porta a bussare e sbraitare. Lei continuava a guardami, ma il suo sguardo improvvisamente cambiò, dapprima divenne accigliato poi continuò in uno sguardo furioso...

Si alzò dal tavolino imprecando in svedese e si allontanò facendomi il dito medio. Ovviamente la ragazza che si stava lavorando il mio compare, studente di filosofia, la seguì immediatamente.
Ed entrambi rimanemmo a fissarci.
Lui mi lanciò un'espressione curiosa come a chiedermi che cavolo avessi combinato.
Roteai gli occhi, feci spallucce e mi diressi al bagno.
La fila di ululanti ubriaconi iniziava fin dal bancone e una volta riuscito ad entrare, a suon di spintoni, fui avvolto da un odore di piscio e vomito misto a vergogna, ovviamente.



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