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lavoro pubblicato mercoledì 2 marzo 2016
ultima lettura mercoledì 11 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il giramondo 7

di Tonino. Letto 513 volte. Dallo scaffale Storia

Cesare, partendo dai confini dell’Europa, dopo mille peripezie dove rischia prima la galera e poi la morte per fame, arriva a Lione. La metropoli francese sarà per l’Odisseo padano un nuovo trampolino di lancio, utile per imbarcarsi ...

Cesare, partendo dai confini dell’Europa, dopo mille peripezie dove rischia prima la galera e poi la morte per fame, arriva a Lione. La metropoli francese sarà per l’Odisseo padano un nuovo trampolino di lancio, utile per imbarcarsi in altre mirabolanti e assurde avventure.
Buona lettura.
Stazione ferroviaria di Lione. 8,30 del mattino.
Con l’animo di un mastro di chiavi in grado di schiudere anche le più impenetrabili cancellate che sbarrano il suo cammino, mi dirigevo giocondo lontano da quella stazione troppo ordinata, troppo pulita, troppo francese, cercando di distanziarmi il più velocemente possibile dal puzzo, ormai diventato nauseabondo, emanato dai chemins de fer francais. “Basta treni!” Sbottai lanciando all’indietro una sbracciata insofferente, “puntiamo sulle quattro ruote! O magari, sì, certo! L’aereo!” Conclusi sicuro di me e nello stesso tempo completamente ignaro dei casini che da lì a poco avrei dovuto affrontare.
Prima però era il caso di riposarsi un po’ eh! Di rimettersi in forze, in un posto tranquillo magari, popolato perché no da bravi e buoni figli di Maria, pronti a sostentare e incoraggiare questo nuovo e audace Budda padano, illuminato da quel fuoco sacro tipico di colui che cerca…non si sa bene cosa.
L’obbiettivo da raggiungere era Taizé, una comunità di monaci di non so quale ordine, che aveva come punto cardine della propria regola, l’accoglienza. Oltre al sostegno morale, scandito dalle corali funzione religiose lungamente cantate, i cari monaci taiziani donavano cristianamente ai bisognosi, un giaciglio coperto dove dormire e una ciotola di zuppa calda; perfetto! Faceva al caso mio! “Allons-nous!” Mi dissi pieno di vigore.
Dopo essere passato dal cambiavalute, mi diressi alla stazione dei bus, acquistai il biglietto giusto in tempo per salire sulla corriera diretta allo svincolo ai piedi del colle, sulla cima del quale era appollaiata la comunità monastica. Arrivato al bivio scesi e feci l’autostop. La terza auto di passaggio mi caricò lasciandomi proprio davanti alla porta d’ingresso della confraternita. Dirigendomi all’interno seppi che era ora di pranzo: alla mensa mi diedero una ciotola di minestra e un pezzo di pane. Tutto calcolato! Meglio di così!
Parzialmente sazio, in pace col mondo e soddisfatto di me stesso per come avevo dominato il tempo e lo spazio, mi addentrai nell’”accampamento” della comunità che, causa la grigia nebbiolina che lo avvolgeva, aveva un aspetto tetro e inquietante simile a un lager ristrutturato di fresco. La via principale era semi deserta: a destra e a sinistra di questa erano presenti baracche anonime dove regnava un silenzio tragico; cominciai a pensare di essere capitato nella rediviva e funerea Jonestown…quella del suicidio di massa, avete presente no?
Ma ecco che vicino ad un luogo di ristoro appena aperto, si muoveva rallentato come in una moviola, un omino gracile dall’aria innocua e rassicurante. “Buon giorno Dottore! Come va?” Lo abbordai ruffiano desideroso di comunicare con qualche anima buona. Nessuna reazione. “Senta!” Ritentai, “lei è di qua?...ehm…come sono i fratelli da queste parti?...Un bel posto qui non trova?” Mutismo totale fu la risposta, con in più un feroce sguardo sprezzante come se non potesse mandarmi direttamente a cagare. Io, pensando che non capisse l’italiano, gli “sfarfugliai” qualche parola di francese, speranzoso di sapere se costui facesse parte del genere umano. Di contro, non solo non proferì parola, ma girò i tacchi e se ne andò. Mentre si allontanava, vuoi per la sua presunta squallida spocchia, vuoi per il mio desiderio frustrato di parlare, mi scappò una frase fatta che si usa spesso quando ti sei rotto le balle: “Senti bello! Perché non te lo vai a prendere nel culo??” Inveii con voce rauca. Rimasi imbarazzato il giorno dopo, quando seppi che costui era un monaco della comunità che aveva fatto voto del silenzio: va bè oh! Ho fatto la cazzata! Anche Cesare non è infallibile!
Mi girai intorno, scocciato, insofferente, deluso, ma anche curioso di capire dove diavolo fossero rintanati i “fratelli”, le “sorelle” e i loro fedeli adepti. Intanto dall’interno di quel baretto sgangherato sentivo tenui segnali di vita, accompagnati da un odore di pane strinato condito da qualche carne speziata di non so quale animale. Misi la testa dentro la “finestrucola” e gridai: ”C’è nessuno?”. Con la flemma da cronico consumatore di droghe pesanti, comparve un uomo…più che un uomo un cadavere, meglio dire un fantasma: alto, corporatura anoressica, viso emaciato, occhiaie nere da malaria, non riuscivo a capire come quella salma potesse reggersi in piedi.
“Desidera?” Mi disse con un filo di voce. “Buon uomo! Cos’è quel profumino che proviene dalle sacre cucine del Tempio del Signore?” Domandai in tono ironico ma non irriverente. “Hot dog!” Fu la concisa risposta. “Vai per l’hot dog, oste della malora!” Urlai scherzoso. “…e mettici sopra un chilo di maionese, ketchup e senape! Ah, non dimenticare di farmi anche una razione maxi di patatine fritte, tutto annaffiato da una birrazza media ghiacciata! Vai col liscio!” Conclusi sghignazzando fregandomi le mani. “Non abbiamo né maionese né ketchup e neanche senape; per quanto riguarda il bere abbiamo solo acqua.” Fu la risposta del cadavere. Con la gioia strozzata simile a quella di colui che viene respinto dalla sua amata, ero lì lì per “schiaffeggiargli” addosso un insulto da marinaio: ”Sai allora dove te lo devi mettere il tuo hot dog??” Pensai di dirgli, ma poi il mio freno inibitore di emergenza mi fece desistere in extremis.
Presi il mio “panino”…è chiaro che sto usando un eufemismo: il pane era quello bruciacchiato di cui sopra, e il wurstel, di un colore pallido avariato, era di una straordinaria durezza marmorea simile a quella dell'uccello di Tarzan.
Diedi un morso. Mi bloccai paralizzato; in quel momento fui certo di aver addentato sterco di vacca. Che porcheria! Pensai disgustato; sputai il tutto e, mentre mandavo sottovoce a cagare il “fantasma”, m’incamminai in cerca del santo tempio Taiziano. “Dove sarà mai?” Riflettei con espressione indagatrice. “Forse là, sulla cima della collina!”. Con lo spirito dell’”acuto” investigatore delle cose celesti, mi diressi curioso verso la vetta del colle ma…un ostacolo mi sbarrava la strada.
Continua…


Commenti

pubblicato il mercoledì 2 marzo 2016
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