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lavoro pubblicato martedì 1 marzo 2016
ultima lettura venerdì 17 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il giramondo 6

di Tonino. Letto 487 volte. Dallo scaffale Storia

Riassunto delle puntate precedenti.Cesare, scampato ad un linciaggio in Marocco, fugge in Spagna, qui, imbarcatosi da portoghese sull’unico treno diretto in Francia, scampa miracolosamente all’arresto minacciato da un solerte milite iberico...

Riassunto delle puntate precedenti.

Cesare, scampato ad un linciaggio in Marocco, fugge in Spagna, qui, imbarcatosi da portoghese sull’unico treno diretto in Francia, scampa miracolosamente all’arresto minacciato da un solerte milite iberico, il quale, dopo aver constatato l’audace disperazione del nostro eroe, confina quest’ultimo in un fatiscente vagone con l’ordine tassativo di non uscire per nessun motivo, pena, la galera. Cesare si trova dunque nuovamente in salvo, ma ora deve affrontare un nemico apparentemente invincibile: la Fame! Ce la farà?
Buona lettura.

Sigillato in un buio vagone come un deportato terminale, coi buchi nelle scarpe, mal in arnese, affamato e assetato, tentavo invano di dormire qualche ora, senza avere la cognizione di dove mi trovassi e dove fossi diretto. Sì, la Francia! Lo sapevo! Ma quanto mancava ancora? Un’ora? Un giorno? Un anno? Lo ignoravo completamente. Assorto com’ero dalla mia eroica vita parallela, dominato da favolosi pensieri mitomani, non sentivo né angoscia né disperazione, sicuro che avrei pescato, al momento opportuno, la mia “matta” vincente.
Il segnale rosso comunque si era acceso e qualcosa, come un feto pensante a digiuno da un mese, scalciava con foga assassina all’altezza del budello maestro, reclamando pane!
Terrorizzato dall’idea di uscire allo scoperto alla ricerca di cibo e incontrare qualche solerte sbirro che avrebbe potuto espellermi dal mio convoglio di salvataggio, mia unica ancora di salvezza, decisi di stare barricato nel mio triste vagone, sperando, pregando di arrivare sul suolo francese il più presto possibile. Lì, pensavo, il mio biglietto avrebbe acquistato validità, cambiando le poche Pesetas avrei mangiato, inoltre, ero certo, avrei trovato altri stimoli e mezzi per buttarmi a rotta di collo in altre assurde avventure.
Rofianculstronmercagaz!! Sì, anch’io come voi mi ero illuso che questo sordo fracasso provenisse da quel rudere di treno in fase di deragliamento; non era così; era invece il mio povero ventre a digiuno che bestemmiava alla grossa, arcistufo di quella carestia forzata che durava da giorni, e pronto a vendicarsi “chiudendo bottega” in caso di ulteriori dilazioni. Ero al limite. Cominciai ad avere allucinazioni. Vedevo grossi polli abbrustoliti che sgambettavano seducenti, “sgavette” di salsiccia che danzavano provocanti, porchette bisunte con tanto di enormi agrumi tra i denti…Dio che fame! Mi schiaffeggiai vigorosamente, mi stropicciai gli occhi cercando coraggiosamente di riprendermi: non ci fu verso; a quel punto sarei stato capace di mangiare qualsiasi cosa.
Memore degli espedienti per cibarsi degli assediati di Leningrado, staccai un pezzo di tappezzeria scollata di quel vagone fatiscente; era rossa con piccoli pallini bianchi molto simile ad un trancio di pizza alla marinara. Lo addentai con foga disperata e nello stesso tempo, con l’animo dell’uom che teme. Com’era? Uno stronzo di merda era più saporito. Sputai con forza quello schifo indicibile smadonnando come un marinaio. Mi sentivo finito. Vedevo la morte in faccia. Rannicchiandomi in posizione fetale mi predisposi ad affrontare da vero uomo il mio destino di morto di fame.
A pochi minuti dal collasso sentii un lieve scricchiolio proveniente dalla porta scorrevole: “E’ permesso?” sussurrava una dolce vocina femminile. Facendo capoccella dentro lo scompartimento, un volto timido e rispettoso replicava angelicamente: “E’ libero il posto?”. Come un ergastolano spacciato che scorge un’inaspettata via di fuga dalla sua cella di rigore, mi drizzai sull’attenti, pronto ad afferrare al balzo qualsiasi cosa rimbalzasse nei miei paraggi. “Prego! Si accomodi!” risposi con un filo di voce, resa roca dall’arsura desertica di cui soffrivo. Era una coppia di spagnoli sui 25 molto gentili e sorridenti, caricati con enormi zaini e borsoni che, una volta posati, occuparono tre quarti dello scompartimento. Erano diretti a Parigi via Lione in viaggio di piacere, utilizzando l’InterRail tiket, lo stesso che avevo io.
Scoperta la direzione del treno, non feci sforzi poi per socializzare con i miei due nuovi compagni di viaggio che si presentavano con caratteri estetici rassicuranti e caritatevoli, oltre che parlare un buon italiano. Se l'uomo era più taciturno, anche se non ostile, la ragazza era aperta e felice, trasmettendomi istantaneamente una sensazione di pace che calmò immediatamente i morsi della fame. D’un tratto il colpo a sorpresa. Da uno dei due colossali zaini simili a frigoriferi a tre ante, la dolce fanciulla estrasse, udite udite…una casseruola ricoperta accuratamente da un foglio d’alluminio. Incredibile! Sapevo cosa c’era dentro; per non pensarci feci finta di guardare altrove, non volevo fare la figura di quello che…ci siamo capiti no? Ero affamato morto sì! Ma non accattone!
A quel punto sentii pronunciare le parole più belle della mia vita, le quali erano unite insieme da una grammatica semplice come respirare, con un punto interrogativo finale che somigliava ad un gancio che ti ancorava alla vita. “Vuole favorire?” disse la giovane donna con tono garbato. “Ho appena mangiato, replicai con voce sicura mentendo spudoratamente, ma se proprio insiste…le tengo compagnia.” Mi sorrise entusiasta suscitando l’approvazione composta del taciturno compagno che mi allungò un piatto enorme colmo di una meravigliosa, profumata, filante pasta al forno. La guardai commosso per cinque secondi…dopodiché la divorai, come può fare un giovane cannibale col suo primo pasto umano.
E non era finita! Da quella big magic bag sbucò fuori una specie di enorme silos, che fungeva da contenitore di…VINO!!! YEAHH!!!
Comincia a tracannare bicchierazzi colmi di quel nettare alcolico, incurante della figura da barbone che stavo facendo. Completamente “allegro”, “ordinai” la seconda portata: ” Cosa c’è di secondo??” domandai con un velo d’ironia, tra l’altro apprezzata con grasse risate dalla coppia ispanica. “Scaloppine al limone??” urlai come dal pulpito, “io le preferisco ai funghi, ma stavolta passa! Butta ggiù!!”
Che magnata ragazzi! Dopo il dolce, il caffè, e l’amaro, ebbi la sensazione di esplodere. Per finire, l’angelica sfamatrice spagnola, estrasse da una profonda saccoccia una piccolissima mela color amaranto, proponendomela. “Vuoi, pomo?” mi chiese, “No!” risposi impettito “la frutta mi dà acidità di stomaco!”. Ci rimase un po’ male poverina…ma ormai l’avevo detta. Rimediai al malfatto ringraziandoli sentitamente della loro gentilezza e gradita compagnia, invitandoli formalmente a casa mia a Bologna.
Rilassato e pieno come una zampogna, mi resi conto di aver dimenticato completamente i nomi dei miei due benefattori.”. Ma sì! Come no!” mi sovvenne in un lampo, “Lui Pepe e Lei Maria!”. “Giuseppe e Maria?!... veh! Che coincidenza!” riflettei per un attimo. Guardandoli bene però rilevai dei particolari nel loro abbigliamento che la “nebbia” della fame mi aveva celato; portavano ambedue sandali stile francescano e se il vestiario era da secolare, notai solo allora appesa al collo di lei una croce, una croce di legno grezzo abbracciata da un cordino spelacchiato che la faceva apparire tenera e piangente.
Maria si accorse che il mio sguardo indugiava riflessivo sul suo simbolo sacro; notai che cambiò tono di voce, che diventò posato e serio, quasi volesse rispettare quella mia meditazione che somigliava molto ad un’ intima preghiera.
Causa la stanchezza, per colpa del troppo vino, o forse fu quella croce, così commuovente nella sua semplicità, di colpo inconsapevolmente mi estraniai dai miei due amici, dal treno, dal mondo, assumendo uno sguardo periferico rivolto, come del resto tutta la mia vita, verso il nulla. “Dove stai andando Cesare?” mi domandavo assorto, “Cosa cerchi? Stai scappando? Da chi? Perché non torni a casa?”…Sentii una carezza sulla mano; rinvenni di colpo, era Maria che con tono calmo e sicuro, fissandomi con la luce dei suoi occhi grandi e sereni mi diceva…”Dio ti ama!”.

…continua



Commenti

pubblicato il martedì 1 marzo 2016
Tonino, ha scritto: Tonino Guastavillani lascia tracce su tutto il web: racconti, poesie, video, tutto self made! Cercalo!

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