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lavoro pubblicato domenica 21 febbraio 2016
ultima lettura domenica 26 luglio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Panacea: Capitolo 12

di FrancescoGiordano. Letto 465 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Erica si trovava in una situazione difficile, aveva dovuto spiegare ai suoi due bambini cosa fosse successo ad Alex. Per aiutarli si era avvalsa del s...

Erica si trovava in una situazione difficile, aveva dovuto spiegare ai suoi due bambini cosa fosse successo ad Alex. Per aiutarli si era avvalsa del sostegno di una psicologa, lei non aveva le capacità adatte per usare le parole giuste. Aveva paura che con una sola virgola errata, avrebbe potuto turbare le sue creature per sempre, cosa che, come madre soprattutto, non voleva.

La situazione aveva avuto un grande peso emotivo anche su di lei, aveva passato molti anni insieme a suo marito, ma adesso non c'era più. Si sentiva molto sola e triste, ma non poteva palesare questi suoi sentimenti, adesso aveva altro a cui pensare, i bambini erano la sua priorità. C'erano però anche altre cose che non poteva rimandare.

Si stava infatti recando a quello che si poteva considerare come il suo lavoro, anche se si era presa qualche giorno di riposo dopo l'improvviso lutto. Ancora non poteva dimenticare come le venne data la notizia, due agenti della CIA bussarono alla porta e, dopo aver comunicato il decesso del marito, entrarono in casa per ispezionare il luogo. I bambini erano spaventati, mentre la loro madre era scossa, non poteva credere alle sue orecchie.

Non le ci volle molto per accettare la realtà, perché quello era solo un sopralluogo, nei giorni successivi arrivarono altri agenti che confermarono il tutto. Anche se il corpo non era stato trovato, era impossibile che fosse ancora vivo, almeno tenendo in conto le condizioni in cui si trovava Alex. Le venne anche svelato la vera identità di suo marito, motivo che l'aveva portato ad incontrare la sua fine.

Ormai in macchina da una decina di minuti, la destinazione di Erica era vicina, parcheggiò l'auto accanto a quella che sembrava una casa abbandonata e vi entrò. Sia l'esterno che l'interno della struttura lasciavano molto a desiderare, i muri erano pieni di crepe, macchie e buchi di varia grandezza. Sembrava quasi che quella catapecchia fosse pronta a cadere a pezzi da un momento all'altro.

In tutto quel disastro, c'era però una stanza nuova di zecca, era la camera da letto. Una volta entrata, Erica aprì un cassetto del comò che si trovava al lato destro del letto matrimoniale e, al suo interno, trovò una sorta di tastiera numerica. Non era la prima volta che si recava in quel luogo, perché conosceva la combinazione adatta per sbloccare una porta segreta presente in quella camera.

Non si trattava di una nuova stanza, ma di un ascensore che l'avrebbe portata diversi piani sotto terra. Una volta all'interno di quest'ultimo, pigiò l'unico tasto presente e, nel giro di nemmeno un minuto, si ritrovò davanti ad una struttura del tutto diversa. Non c'erano più mura piene di crepe o sedie distrutte, ma sembrava di essere entrati in un film di fantascienza.

La stanza in cui si trovava adesso era di colore nero, era piena di monitor, strani strumenti e un gran numero di persone che andavano avanti ed indietro molto velocemente. Non appena la donna entrò, tutti i presenti si fermarono e le diedero il benvenuto con un gesto che sembrava ricordare un saluto militare. Chiusero la mano destra a pugno e la portarono verso il petto, restando dritti e fermi.

Erica, con un semplice gesto del capo, fece capire che potevano tornare a quello che stavano facendo. Quella non era la sua destinazione, doveva raggiungere un'altra zona di quella struttura sotterranea. Ma non doveva camminare molto, perché doveva semplicemente aprire la porta che si trovava alla sua destra. Aprire era un eufenismo, perché si trattava di una porta automatica, anche se per attivarla doveva inserire il dito indice in un macchinario situato accanto.

Una volta confermata l'impronta digitale, potè entrare. In questa stanza non c'erano monitor, ma solo un tavolo, sempre di colore nero, delle sedie, ed alcune persone presenti. Individui che portarono la loro attenzione verso la donna non appena la porta si aprì, portando anche loro il pugno destro verso il petto per salutarla.

Erica non disse nulla, semplicemente si recò verso una delle due sedie vuote, era quella più grande della stanza.

«Bentornata, Numero Uno.» a parlare fu il più anziano dei presenti, un uomo dalla folta chioma bianca. Nonostante il suo volto fosse scavato dalle rughe, era alto ed aveva dei muscoli sodi, il suo aspetto fisico lasciava presagire un'età inferiore a quella che aveva in realtà. Il suo soprannome era Mr. Lion, ed era il Numero Due.

«Grazie, Numero Due, ma non sono qui per festeggiare, dobbiamo parlare della nostra prossima mossa.» disse decisa e schietta Erica.

«Ma... E' sicura che non ha bisogno di altro tempo?» questa volta aprì la bocca una giovane ragazza, che non poteva avere più di sedici anni. Al suo fianco era presente un'altra persona, uguale identica a lei. Erano gemelle, ed erano le Numero Quattro.

«Vi ringrazio per la preoccupazione, ma se sono qui è perché sono pronta, inoltre non abbiamo molto tempo a nostra disposizione, non posso stare ferma troppo a lungo.» la Numero Uno, il capo di quella combriccola, parlava al plurale, perché anche se la seconda ragazza non aveva proferito parola, sapeva che le due pensavano all'unisono.

«Ha ragione, la situazione attuale non glielo permette, purtroppo. Quindi oggi parleremo del ritorno dei nostri "amici"?» domanda fatta da un altro uomo, diversamente dal Numero Due, era più giovane, aveva circa trentacinque anni. Ma quella non era l'unica differenza, aveva pochi capelli, era alto nella media ed era abbastanza esile, indossava inoltre degli occhiali. Lui era il Numero Sei.

«Esatto, perspicace come sempre, Numero Sei.» disse Erica. Nonostante si conoscessero da tempo, non usavano mai i loro veri nomi, una precauzione in caso qualcuno li stesse spiando. Ipotesi abbastanza remota, visto che si stava parlando dell'Elite Eight, gli otto migliori agenti dell'Ombra Bianca. «Aggiornatemi sulla situazione.» aggiunse.

«Questa volta ci ha contattato la Green World, vuole che ci occupiamo di Marx Dannel. Stando a quello che ci hanno detto, ha capito troppe cose e potrebbe svelare anche il collegamento della compagnia con i recenti casi per i quali ci ha assunto. Ovviamente hanno anche blaterato sul fatto che è in gioco anche la nostra copertura, perché se non facciamo bene il nostro lavoro e li arrestano, parleranno e faranno i nostri nomi, diranno tutto ciò che sanno e bla bla bla. Una minaccia per spingerci a fare di meglio, come se ci servisse.» l'unico che poteva parlare tanto ed in quel modo era il Numero Cinque. Diversamente dagli altri, se ne stava con le mani dietro la nuca e con la schiena volta all'indietro, sembrava che fosse pronto a farsi un riposino. Il suo carattere entrava spesso in conflitto con il suo lavoro, era un chiacchierone e gli piaceva molto giocare sulle parole, soprattutto appiccare il fuoco parlando di argomenti come la politica od i diritti degli omosessuali.

«La minaccia era preventivata, hanno paura e vogliono che ci muoviamo in fretta. Sapendo chi è Marx Dannel, sono preoccupati.» la donna che stava prlando era la Numero Sette, diversamente dal Numero Cinque, non amava parlare e lo faceva raramente. Era sempre seria e portava a termine ogni compito con il massimo impegno, era inoltre famosa per non emettere quasi nessun rumore mentre camminava o correva. «Dopotutto è stato lui a...» mentre stava per aggiungere altro, venne interrotta.

«Ehm... Sappiamo già cos'ha fatto, non devi ricordarcelo...» a fermarla fu la Numero Otto, indicando con un gesto del capo Erica. Tutti sapevano che Dannel aveva sparato ad Alex, che era il Numero Tre, l'unica sedia vuota rimasta in quella stanza. La Numero Otto, nonostante il suo comportamento timido e riservato, era un'esperta nelle armi corpo a corpo. La katana era la sua arma preferita e se ne portava sempre una dietro quando andava in missione. Per questo motivo, unito al fatto che avesse dei capelli lunghi e biondi, Il Numero Cinque gli diede il soprannome di Beatrix.

Erica osservò per qualche istante la sedia dove suo marito era solito sedersi. Erano lì che si erano incontrati la prima volta, lei era già a capo dell'Ombra Bianca da diverso tempo, mentre lui era il nuovo Numero Tre, una delle spie più promettenti e giovani che avessero trovato. Non c'era nessun regolamento che vietasse a due agenti dell'Ombra Bianca di avere una relazione, ma non fu comunque amore a prima vista.

«Si, hai ragione...» la Numero Sette tornò a parlare dopo l'interruzione, grattandosi i capelli ricci castani, prima di continuare «Comunque questo ci porta al problema successivo, dobbiamo anche organizzarci per trovare un nuovo Numero Tre.» nonostante potesse sembrare insensibile, Numero Sette pensava sempre all'organizzazione delle missioni e dell'Ombra Bianca. Per questo motivo le sue priorità adesso erano due, completare il nuovo incarico e sostituire Alex.

Senza scomporsi, la Numero Uno riprese la parola «Non vi preoccupate, ho un piano che potrebbe unire l'utile al dilettevole.» .

«In che senso?» per la seconda volta il Numero Due riaprì bocca, curioso di scoprire quello che il suo capo avesse in mente.

«Semplice, porteremo a termine la missione ma... Non uccideremo l'agente Dannel, lo rapiremo e lo porteremo qui da noi.» disse Erica, cogliendo di sorpresa tutti.

«Portarlo qui? Ma lui è il nemico, non ha bisogno che glielo ricordi, vero?» disse il Numero Sei.

«Forse lo vuole torturare per vendicarsi?» disse la solita gemella che aveva già parlato in precedenza delle Numero Quattro.

«Colpo di scena! E dire che di solito sono i cattivi a diventare buoni, forse vuole vedere se l'esperimento funziona anche al contrario.» disse, come sempre scherzosamente, il Numero Cinque.

«State calmi, adesso vi spiego.» la Numero Uno dovette semplicemente parlare, senza urlare, per mettere a tacere tutti «Non cerco vendetta, tutti qui sappiamo che il nostro lavoro comporta determinati rischi, non siamo dei principianti. Ma vi state dimenticando che la Green World non si fa sentire da un anno e adesso, dal nulla, riappare dicendo che ha bisogno di noi. C'è qualcosa di strano e stiamo già indagando, ma al momento non sappiamo ancora nulla.» disse.

«E questo cosa avrebbe a che fare con Dannel?» chiese la Numero Otto.

«Semplice, chiederemo il suo aiuto. Se è stato in grado di sconfiggere il Numero Tre, significa che è un'agente dalle spiccate capacità. In questo modo potremo rimpiazzare, almeno temporaneamente, il nostro membro mancante e far finta che la missione sia stata un successo.» spiegò Erica.

«Un aiuto? E crede che ci ascolterà? Non mi sembra un buon piano...» Numero Sette non era sicura che la cosa potesse funzionare, sentimento condiviso un po' da tutto il gruppo.

«Quando ascolterà le nostre ragioni, si. Siamo tutti nella stessa barca, ma lui ancora non lo sa, sono sicura che se gli spiegheremo tutto, sarà più che felice di darci una mano. Se mi sbagliassi, potremo sempre farlo fuori, non abbiano niente da perdere, no?» Numero Uno fu invece molto diretta, disse quella frase senza ripensamenti, quasi come se uccidere o no Marx non fosse né un piacere né un dispiacere. Era così che ragionavano, la morte doveva essere trattata in modo neutrale.

«Beh, se la mette così, ha già un altro senso...» disse Numero Sei.

«Bene, in ogni caso, Numero Due, sarà lei ad occuparsi del signor Dannel. Lo porti qui vivo e se ne occupi al più presto, ho il presentimento che non abbiamo molto tempo da perdere, purtroppo...» Erica si era fissata su quell'anno in cui la Green World e tutte le associazioni annesse non si erano fatte sentire. Poteva sembrare solo un dettaglio, ma stando a ciò che sapeva, per lei quel "silenzio" aveva il sapore di un presagio.

«Va bene, allora vado subito, chiedo scusa.» Numero Due si alzò, fece un piccolo inchino per scusarsi, ed andò via dalla stanza.

«Potete andare anche voi, la riunione di oggi è finita.» con queste parole, dette da Numero Uno, la banda tolse il disturbo, lasciandola sola. «Spero solo che la mia sia una fissazione...» disse Erica tra sé e sé, prima di alzarsi e recarsi in un'altra stanza.



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