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lavoro pubblicato lunedì 15 febbraio 2016
ultima lettura sabato 30 maggio 2020

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Limbo ATTO IX

di CarloBrenna. Letto 609 volte. Dallo scaffale Filosofia

Nel momento stesso in cui mi sono svegliato, ho preso atto di averlo fatto in un luogo totalmente diverso da quello in cui mi ero addormentato.....

Nel momento stesso in cui mi sono svegliato, ho preso atto di averlo fatto in un luogo totalmente diverso da quello in cui mi ero addormentato: cerco con lo sguardo sotto e intorno a me, ma non trovo altro che toghe bianche impegnate ad urlare slogan contro le toghe nere sovrastanti. Le loro grida si uniscono allo scroscio delle cascate che -inevitabilmente- trattengono ogni altro rumore sul fondo. Scorgo due paia di occhi complici, sono quelli di chi, come me, è appena trasmigrato in questa posizione ed ancora deve vestire il nuovo costume. «Il metro è il nostro feretro!» gridano tutti quanti in coro, sincronizzandosi nel disperato tentativo di vincere l'impeto delle acque in termini di decibel. Gridano perché le gole liquide di Nacheri si fanno sempre più profonde, anno dopo anno, costringendo le toghe bianche a ritrovarsi sempre più accalcate e soffocate, l'una dal corpo dell'altra. Questo è il ciclo naturale del mio popolo: coloro che abitano a ridosso della superficie sono destinati a scivolare verso il basso, sino ad ammassarsi in un unico e stretto bacile. Ora, mentre le toghe nere rivedono la situazione sotto luce diversa, affermando che "il fondo risucchierà gli ultimi, rigurgitandoli dalla parte opposta del mondo come primi" (teoria dei vasi comunicanti), le toghe bianche -viceversa- non sono di questo avviso ed immaginano il loro futuro come un semplice dilatarsi della presente agonia (teoria dell'imbuto cieco o strozzato). Queste due teorie costituiscono il corpo principale dell'ideologia sociale, religiosa, politica, economica e culturale tanto del popolo desertoceaniano, quanto di quello oceanodesertiano. Il loro riesame accompagna ogni trasmigrazione diretta sul fondo: ci si ritrova in mezzo ad una folla inferocita ed è lecito riflettere sul perché quella gente si stia dimenando. Sotto di noi altro non c'è che acqua profonda, impenetrabile alla vista, mentre intorno ogni volto e sagoma risultano inglobate nella bianca foschia delle cascate. Potrei volare verso l'alto e lasciarmi alle spalle questo caos, poi mi chiedo: "perché diavolo non lo fanno tutti?". Ciascun oceanodesertiano è in grado di volare, flutturare e galleggiare, ma i primi possono condurre tutti gli altri in volo, lontano dal fondo. Così potremmo raggiungere le toghe nere e creare un'unica società a ridosso della superficie. «Il metro è il nostro feretro!» urlano tutti quanti, invece di volare. Domando il perché di quel comportamento ad uno di loro, che risponde: «Se tutti quanti ci trasferissimo di sopra, quel piano crollerebbe e ci ritroveremmo di sotto, senza superfici sulle quali appoggiarci e in un numero ancora maggiore di quello attuale». Capisco che non è possibile trascorrere un'intera esistenza -tra l'altro pari alla nostra, ovvero infinita- in volo, ma allora gli domando «e dunque perché urlate, se sapete che non c'è soluzione e -soprattutto- perché affidate ogni colpa alle toghe nere, quando loro non hanno niente a che fare con questa tragedia?» «urliamo perché qui sotto non puoi fare altro, visto che le cascate coprono ogni sussurro, e diamo la colpa alle toghe nere in quanto noi ce la passiamo male e loro bene, quindi qualche responsabilità la devono pure avere». Inutile stare a discutere, quel tizio ha già ricominciato ad urlare e sgomitare più forte di prima. Il mio posto è questo sino al prossimo sonno, che io sia pro o che io sia contro, ma se mi dimenerò con loro mi stancherò quanto prima e velocizzerò il processo di trasmigrazione. Senza ulteriore indugio assecondo e lascio che un mezzogigante issi il mio corpo sulle sue spalle. «Il metro è il nostro feretro!» «Il metro è il nostro feretro!» «Il metro è il nostro feretro!»



Commenti

pubblicato il lunedì 15 febbraio 2016
Komorebi, ha scritto: Bellissimo!

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