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lavoro pubblicato lunedì 15 febbraio 2016
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

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LO SCULTORE

di ginoragusa. Letto 488 volte. Dallo scaffale Viaggi

Lo scultoreNessuno ti ricorda. No. Proprio nessuno. Eppure i tuoi vagiti nel 1901 furono emessi in Pietraperzia e quel giorno in cui nascesti, primo figlio di sei fratelli, ti fu apposto il nome di Giuseppe Di Romano, ma dalla tua famiglia fosti chiama...

Lo scultore

Nessuno ti ricorda. No. Proprio nessuno. Eppure i tuoi vagiti nel 1901 furono emessi in Pietraperzia e quel giorno in cui nascesti, primo figlio di sei fratelli, ti fu apposto il nome di Giuseppe Di Romano, ma dalla tua famiglia fosti chiamato Pippo. Nessuno ti ricorda, ma io oggi ti rimembro, ti descrivo e in parte racconto la tua vita, di cui venni a conoscenza attraverso le narrazioni di mia madre, tua sorella, dei tuoi fratelli e delle altre tue sorelle, zii, a cui io fui molto legato.
Ti conobbi a Pietraperzia nel lontano 1948 per la prima volta, quando, unitamente alla tua famiglia, composta dalla tua consorte Yvonne e dai tuoi tre figli: Vincenzo, Renza e Liborio, venisti a trovare i tuoi fratelli. Allora vivevi a Parigi, ma i contatti epistolari con i membri della tua famiglia di Pietraperzia furono sempre vivi ed affettuosi, ricordando l’amore e i sacrifici che i tuoi genitori, nonché i tuoi fratelli, per farti studiare fuori di Pietraperzia fecero per te, genio dello scalpello e del pennello.
I rapporti epistolari, insieme alla tua famiglia, li intrattenesti anche con me e spesso sin da quando ero piccolo con bellissime cartoline e poi, adulto, studente al liceo classico, con lettere piene di insegnamenti.
La tua dote naturale del disegno e del modellare la mostrasti sin da piccolo: a tavola modellavi la mollica del pane e sui fogli di carta disegnavi ciò che tu sentivi. Frequentando le scuole elementari, infatti, mentre il tuo maestro spiegava una disciplina, seguendo attentamente anche la sua spiegazione, tu con la matita riproducevi lo stesso docente con la massima perfezione su un foglio del tuo quaderno da disegno.
Si accorse un tuo compagno di banco di quanto avevi disegnato e subito ti accusò a quel maestro, dicendo: “Professore, guardi cosa ha fatto Di Romano”. Indi strappò il foglio dalle mani di quel pittore in erba e, alzatosi, immantinente si affrettò a posarlo sulla cattedra; poscia, soddisfatto, tornò al suo posto.
Il maestro prese in mano il foglio e ammirò il disegno del discente; quindi si alzò e scese lentamente dalla cattedra, che poggiava su una pedana. Continuò ad ammirare quel maestro il disegno e poi, rivolgendosi alla scolaresca, così parlò: “Miei cari ragazzi, oggi il mondo dell’arte si arricchisce, oggi viene scoperto un nuovo talento e questi è proprio il vostro compagno Giuseppe Di Romano”. Poi, rivolgendosi all’alunno, che aveva accusato a Pippo Di Romano, aggiunse: “Turiddu, tu pensavi di rendere un buon servigio a me, accusando il tuo compagno, e ci sei riuscito in pieno; infatti, hai portato alla luce un artista, anche se questo non era il tuo intendimento. Non tutto il male, a volte, viene per nuocere”.
Poi, chiamato il giovane Pippo Di Romano, lo invitò a seguirlo per mostrare il suo disegno al direttore, agli altri insegnanti e agli alunni delle altre scolaresche. Terminato il giro, il maestro e il suo alunno, raccolti gli applausi del direttore, dei docenti e dei discenti delle altre classi, ritornarono contenti nella loro aula, dove la scolaresca, appena entrati, applaudì fervorosamente, chiedendo d’incorniciare il disegno e di affiggerlo in una delle pareti.
Il maestro, dopo avere ancora elogiato il disegno e il suo autore, gli augurò la buona sorte ed aggiunse che del suo talento ne avrebbe riferito in breve tempo a suo padre. E così fu.
Il maestro, infatti, sapendo qual era il sodalizio frequentato da don Vincenzo Di Romano, padre di Pippo, vi si recò e trovatolo lì, mentre leggeva un giornale, gli rivolse il saluto e lo pregò di fare quattro passi in piazza con lui. Don Vincenzo rispose che si onorava dell’invito e, alzatosi immediatamente, si affiancò al maestro, dandogli la destra come segno di rispetto: questa era l’usanza di allora.
I due si diressero verso la piazza, antistante il sodalizio, e, passeggiando avanti e indietro sulla stessa, il maestro riferì quanto era avvenuto in classe e, poiché quello era l’ultimo anno di scuola elementare, sollecitò don Vincenzo affinché facesse continuare a studiare il figlio.
Don Vincenzo ringraziò il docente e lo invitò a sedersi con lui per prendere qualcosa in uno dei tanti caffè, prospicienti la piazza. Fu proprio lì che il maestro, elencate le doti non solo artistiche di Pippo, promise al suo interlocutore che si sarebbe occupato dell’iter studiorum del ragazzo.
Grato, don Vincenzo strinse la mano al maestro e così ebbe inizio una nuova amicizia, che legò i due per molti anni.
Pippo continuò i suoi studi fuori dal suo paese e, infine, dopo la maturità, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti a Firenze, dove conseguì il titolo accademico. Ebbe molti amici a Pietraperzia e tra questi il Barone Michele Tortorici, che lo onorava della sua amicizia e quella del proprio figlio, anche lui di nome Michele, l’avvocato Cigna, il dottore Vincenzo Nicoletti, il poeta Francesco Tortorici Cremona (il cui epiteto è Cicciu Cudduzzu ), l’ebanista Filippo Panvini, l’atelier Luigi Maddalena ed altri.
Mentre frequentava l’Accademia conobbe una giovane donna, pure lei iscritta ad un corso accademico. S’innamorarono i due e dopo qualche anno si sposarono. La giovane donna era una nobildonna di Parigi, molto bella, fine nel portamento e nel dialogare; infatti, proprio per la sua bellezza anatomica e per la sua leggiadra espressione del viso fu da Pippo, suo marito, scelta più volte come modella per alcune sue opere.
Ricordo una grande statua in gesso di circa due metri di altezza ed un metro di diametro, posta su un robusto cavalletto, che, avendo come modella la moglie Yvonne, rappresentava “Il ritorno di un’anima a Dio”. Questo era il titolo che Pippo Di Romano le aveva apposto e, purtroppo, anch’essa, come tante altre opere, perduta. Delle opere di Pippo Di Romano oggi ci restano poche opere in gesso: La pietà - Beethoven – Suo padre, nonché mio nonno, Vincenzo Di Romano - Le maschere: la Tragedia, la Commedia e la Musica, progettate da Pippo Di Romano per abbellire il prospetto del teatro comunale di Pietraperzia, commissionategli dal Barone Michele Tortorici, allora Podestà del Comune di Pietraperzia, - Dante Alighieri - Due mezzi busti di bambini - Un piede - Il fascio littorio e qualche altra opera, di cui sono in possesso e qualche altra ancora, di cui possiedo delle fotografie, che ho inserito nel sito: xoomer.virgilio.it/ginoragusadiromano.
Contrario al regime fascista, Pippo Di Romano, dopo una permanenza in diverse città d’Italia: Caltanissetta, Taormina, Firenze, Fiesole, riparò a Parigi, dove nel 1960 morì.













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