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lavoro pubblicato domenica 14 febbraio 2016
ultima lettura sabato 13 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

CONTRATTO ANNO LUCE

di AlvinMiller. Letto 681 volte. Dallo scaffale Fantascienza

E' davvero così facile accusare il Sistema per la disoccupazione italiana. Ma se fossero altri i motivi? Se invece quello che manca è solo un po' di coraggio, o magari una vena di follia, per accettare un impiego "Oltre i limiti dell'orizzonte" ?......

CONTRATTO ANNO LUCE

1 - OFFERTA

Mi sono trovato a leggere uno di quegli articoli da quotidiano on-line che trattano di giovani imprenditori italiani e delle loro star-up di successo. Quello di oggi, in particolare, a soli ventidue anni aveva inventato un’app che grazie a un algoritmo particolare, un database virtuale e tanta altra roba cui sinceramente ho conoscenze prossime allo zero, è in grado di dirti con estrema accuratezza che tipo di persona puoi avere di fronte, semplicemente da una scansione con la fotocamera del dispositivo. Capito come? Mica devi essere Patrick Jane per praticare la professione! Al giorno d’oggi basta uno scatto e poi vi possono pure dire di che colore sono le mutande che portate sotto!

Nell’intervista il tipo racconta di come abbia dato in prova la sua applicazione al parrucchiere di fiducia, che subito aveva trovato il modo di farne un potente magnete pubblicitario per attirare clientela al suo negozio: le pettegole di ogni età entravano, imparavano a conoscere l’applicazione e subito la volevano sui propri dispositivi. A quel punto bastava solo una foto scattata di nascosto, un gesto discreto e silenzioso, praticamente una tecnica ninja, e ognuna si poteva illudere di sapere tutto della propria vicina di salone.

Un passamano di qui, poi uno di lì, e ben presto altri estetisti cominciarono ad utilizzare e promuovere l’applicazione, e non passò molto prima che qualcuno suggerisse di utilizzarla per delineare un proprio profilo psicologico a scelta, sulla base del corrispettivo taglio di capelli che si sceglieva di adottare.

L’applicazione divenne social, poi diventò moda, e di conseguenza fenomeno di massa. Pure i media cominciarono a parlarne, e con l’aumentare dei profitti le grandi società presero a fare offerte per avere l’esclusività del nome.

Alla fine la spunto Testa Rossa, la nota produttrice di tinte per capelli e gel, che la comprò per una paurosa cifra a sei zeri, che io non avrei nemmeno potuto concepire nei miei sogni più perversi.

Ora il ragazzo vive nel lusso più sfrenato, tra festini, apparizioni in tv e interviste su quotidiani, ed io me ne sto qui in panchina a leggere di lui.

Bah, alcune volte mi domando se queste persone esistano davvero o se non sono costruite a tavolino per far sentire uno schifo quelli come noi, quelli della panchina alla fermata dell’autobus.

Io sono anni che cerco di sistemarmi in qualche modo. Giro di comune in comune portando il mio nome a inquietanti edifici dalle pareti lisce e ampie vetrate sporche, ma nessuno viene certo da me per intervistarmi; non sono abbastanza ricco, né abbastanza patetico.

Poi non ne parliamo delle agenzie interinali, che se mantenessero ciò che promettono, basterebbero da sole a risolvere la povertà italiana degli ultimi dieci anni.

Ne frequento diverse, sapete? Ormai sono anch’io un “abituè” di quei posti. C’è la Adesso, che ogni volta che ti presenti ti risponde «Per ora non abbiamo niente, ripassa tra un mese»; la WomanPower, che in effetti a ben pensarci assume solo donne, ed essendo maschio e pure macho, non credo di rientrare in quella categoria di lavoratori; e come dimenticare la Inumana e le sue incantevoli stagiste neo-laureate? Oh loro sono le peggiori! Ti guardano dall’alto in basso come a dirti «Gne gne, io lavoro e tu no!», ma non si rendono conto che entro un mese si ritroveranno nella tua stessa situazione.

A dirvi sinceramente, io da loro ci torno solamente perché quando sento in giro amici che hanno trovato lavoro, spunta sempre il nome Inumana, non si sa mai il perché. Il che dovrebbe dirla lunga sui valori reali delle altre agenzie.

Chiudo la scheda nel browser e mi caccio il telefono in tasca. Ma lo estraggo di nuovo, perché mi sono dimenticato di fare ciò per cui l’avevo aperto all’inizio. Guardo l’ora e mi rendo conto, con una certa apprensione, che l’autobus è in ritardo di quindici minuti. O è così oppure si è defilato approfittando della mia distrazione.

«Mi scusi, ha mica visto passare l’autobus?» Chiedo all’uomo grasso che mi sta seduto di fianco, che era stato con me fin da quando sono uscito dall’agenzia, e che ho il sospetto mi starà appresso fino a casa.

«Non saprei dirti.» Mi risponde lui avarissimo di parole, accompagnandosi al gesto di scrollarsi le spalle, per poi tornare alla sua attività di prima: fissare la strada in silenzio contemplativo.

Non reagisce neppure quando mi trattengo un po’ di più per esaminarlo, ho tempo di imprimermi nella memoria la sua pelata e i suoi baffi a manubrio, la camicia blu e sopra il gilet bianco.

Vaaa bene, direi che il mio tentativo di avviare una conversazione potrebbe chiudersi qui.

Mi piego in avanti e aspetto pure io, il tempo sembra essersi congelato, i secondi passano al ritmo dei minuti.

Faccio per alzarmi e andare a verificare gli orari alla fermata, ma poi vedo qualcosa sotto la panca che attira la mia attenzione. Lo raccolgo in mano.

È un oggetto molto curioso: è praticamente una sfera dalla grandezza di un mandarino, con un rivestimento lucido e bianco come la polpa di cocco. Al centro c’è un foro che la buca da parte a parte, e dal foro si estende un solco che si prolunga fino alla sua estremità, con una scocca nera in metallo che ricopre la superficie dello spazio interno. A vederlo così sembra un ritrovato tecnologico di qualche noto produttore di dispositivi multimediali, non fosse che sia totalmente priva di loghi o incisioni che ne indicano la provenienza.

Il tizio ciccione allunga gli occhi verso di me, e allora forse capisco da dove sia saltato fuori.

«È suo per caso?» Gli domando, e rimango davvero sorpreso quando mi risponde di no. La sua onestà si dimostra ammirevole, ma ciò non priva l’oggetto della sua aura di mistero.

D’un tratto al centro della sfera si accende una luce intensa, e la cosa mi fa sussultare. Lo lascio cadere istintivamente, ma con nostra maggiore sorpresa, essa non precipita al suolo.

E’ sospesa nell’aria, sostenuta da non si sa quale energia. Non emette alcun suono, neppure il minimo indizio di un processore o qualche altro componente in funzione. Si limita e restare appesa nel nulla, con la parte del solco direzionata verso di noi.

Io e l’uomo grasso ci guardiamo a vicenda negli occhi, sfidandoci a chi dei due fa la faccia più incredula.

L’intensa luce che risplende al centro della sfera si allunga attraverso il solco fuoriuscendo da essa, e si espande fino a disegnare un rettangolo nell’aria. Ora non farò finta di non sapere che cosa sia, in TV avrò visto cose del genere almeno un milione di volte: è un ologramma! Ed è in formato 16:9, aggiungo pure.

Per qualche secondo non vediamo altro che uno schermo pallido e inanimato, poi l’inquadratura cambia, e una ragazza dai capelli bruni, in camicia nera e dai tratti appena appena asiatici fa la sua comparsa da dietro lo schermo. È molto carina.

Lei ci guarda, e con questo non intendo che dirige lo sguardo all’inquadratura. I suoi piccoli occhi a mandorla sembrano quasi guizzare tra me e il faccione baffuto del ciccione alla mia sinistra, come se ce l’avessimo davanti in persona.

«Buongiorno a voi, e grazie per aver attivato il Modulatore di Comunicazioni Interculturali E.l.i.s.a. della Supernova Components.» Fa lei con l’entusiasmo artefatto che è tipico degli agenti di vendita. Noi non osiamo contraddirla.

«Siete esausti del vostro lavoro e cercato una nuova occupazione? La Supernova Components ha la soluzione per voi. Siete giovani, entusiasti, e con la voglia di mettervi in gioco? La Supernova Components ha la soluzione per voi. Oppure vi piace viaggiare, e pensate che sia emozionante incontrare nuove culture? La Supernova Components ha sempre una soluzione a misura per voi! La Supernova Components è una realtà in forte crescita, leader del settore, che da oggi vuole offrire anche a voi l’opportunità di una nuova ed emozionante esperienza lavorativa presso una delle sue storiche filiali; ampie possibilità di guadagno, e la chance di un cambiamento radicale della vostra vita, oltre i limiti dell’orizzonte! Se pensate di essere le persone giuste per questo incarico, dirigetevi presso il nostro ufficio di reclutamento. Un’incaricata sarà lì per rispondere a tutte le vostre domande!»

Detto ciò, l’ologramma si spegne, e la pallida sfera hi-tech cade per terra come se qualcuno avesse premuto il suo comando off. Il mio amico grasso la raccoglie in mano e la esamina.

«Che cosa significa secondo te?» Gli domando, come se mi aspettassi di ottenere una risposta esaustiva.

«Non lo so, a me questo sembra uno di quegli apparecchi che usate voi giovani d’oggi. Forse l’ha dimenticato chi era seduto qui prima di noi.» Intanto che parla ci armeggia con curiosità.

«Sarà, ma io non ho mai visto una cosa del genere prima d’ora. E dire che la tecnologia un po’ m’interessa. Parlava di un’offerta di lavoro. Dici che potrebbe valere qualcosa provare a vedere?»

Lui sbuffa e scuote con negazione la testa «Per me è una truffa. Attirano la gente con queste trovate e poi magari ti mandano in giro a fare i venditori porta a porta.»

A me il discorso non fila liscio per niente, e glielo faccio notare «Cioè, tutta ‘sta messinscena per assumere dei venditori? Non ti sembra tipo un po’ troppo?»

Più ne parlo e più la faccenda m’incuriosisce, ci farò un pensierino probabilmente.

«Chi ti dice che questa cosa sia costata tanto? Vedi che non funziona già più? Magari è fatta in Cina e tu pensi che sia chissà che!»

Sì, sono certo che una sfera che galleggia nell’aria e proietta ologrammi sia di fabbricazione cinese, magari di qualche laido laboratorio di periferia gestito da un tizio in accappatoio che fuma come un turco. Sono sempre più stupito delle virtù intellettuali del mio amico di panchina. Ma ancora di più, sono ansioso di scoprire qualcosa di questa fantomatica Supernova Components.

Apro il telefono e provo a digitare il nome, tanto l’autobus ormai me lo posso pure sognare. I risultati di ricerca sono molti, ma nessuno che effettivamente reindirizzi a questo fantomatico nome. Per giunta solo ora mi rendo conto che il messaggio sull’ologramma non aveva comunicato indirizzi da raggiungere.

Già mi vedo sfumare le mie buone intenzioni, quando la suoneria mi avvisa che è arrivato un messaggio. Il mittente è sconosciuto, ma il testo presenta la data di domani, e anche qualcos’altro:

“Via Rampolli Spennati, 18

Ore 15.30”

Conosco quella via. Non è molto lontana da dove vivo, tanto che potrei quasi arrivarci a piedi! E a pensarci bene, è meglio che mi avvio per casa.

Mi alzo e mi do una sistemata alla giacca, salutando il mio amico ciccione. Dalle sue parole ho avuto da dedurre che non abbia intenzione di andare fino in fondo alla faccenda, quindi il nostro è stato come una specie di addio. Peccato, perché mi ci stavo affezionando.

Percorro la via lungo marciapiede, e rifletto sull’ologramma e su tutta la singolarità che aveva contraddistinto quei pochi secondi in cui la signorina aveva recitato per noi, e anche sul messaggio ricevuto per telefono. Se non altro è una trovata molto originale per fare presa sulle nuove leve, questo fa della mia curiosità un animaletto scalpitante in attesa di risposte.

Ho deciso che domani mi presenterò all’indirizzo per vedere di capirci qualcosa.

2 - COLLOQUIO

Dunque, mi aspettavo molte cose, ma di certo non questa.

Non avevo la pretesa di trovarmi di fronte a un’imponente struttura con il nome della società appeso all’entrata in caratteri 3D, ma trattandosi pur sempre di un “loro ufficio di reclutamento”, così come aveva recitato l’ologramma, mi sarei aspettato come minimo un locale meglio in arnese. Ci sono cartellini appesi un po’ in giro con il logo (che per dovizia vi dirò che è una galassia stilizzata), che se non altro m’indica che sono nel posto giusto, e per tutto il resto è una visione di un avvilente stanzone dalle pareti spoglie e arredamento minimali.

C’è una fila di cinque sedie con delle basi per scrivere, e sopra di esse dei fogli con una penna per ciascun posto. Non mi accorgo subito della porta sull’angolo a sinistra, dalla quale d’improvviso fa la sua comparsa qualcuno.

Non riesco a credere ai miei occhi quando la vedo, tant’è che mi domando se la mia mente non mi stia effettivamente tirando in inganno, ma cazzarola è proprio lei, Elisa! Stesso abito elegante che indossava nell’ologramma, stesso sorriso ammiccante, stessi occhi asiatici! Quante probabilità c’erano di incontrare proprio la testimonial di quell’assurda pubblicità?!

«Benvenuto, vedo che sei il primo. Accomodati pure su una sedia e compila il questionario mentre aspettiamo l’arrivo degli altri.» M’invita lei.

«Sì, beh… più che altro sono venuto per qualche informazione… »

Per la miseria, questi vanno subito al sodo!

«Sarò ben felice di risolvere tutti i tuoi dubbi durante i colloqui individuali che si terranno tra poco. Per il momento l’Azienda ci tiene che voi rispondiate ad alcune semplici domande. È importante per delineare i vostri profili psicologici.»

Mi sembra di sentire uno strano accento nelle sue parole, ma dubito che se lo chiedessi ne ricaverei qualche spiegazione.

Questa ragazza in pratica mi sta costringendo a trovare un posto e mettermi a scrivere; ho il vago timore che se solo provassi a battere in ritirata, mi vedrei piombare in testa un’enorme serranda che m’impedirebbe di uscire.

Dato che mi sono ficcato da solo in questa situazione, decido che per ora è meglio obbedire e fare il loro gioco.

Come mi sono seduto e impugnato la penna, Elisa mi rivolge un altro sorriso paranormale e si rintana nuovamente dietro la sua porta, fiduciosa che avrei onorato la sua prescrizione. Le stranezze non si sarebbero fermate a questo…

Leggo attentamente le due pagine che compongono il questionario. Sulla prima in alto, trovo che è già scritto:

COGNOME e NOME: Raffaldi Martino

SESSO: Maschio

NATO IL: 12/08/1992

Insieme ad altri dati che non faccio fatica a riconoscere, poiché sono i miei! E di nuovo la stessa sensazione di disagio. Insomma, come fanno a sapere già tutto di me? Passi per il numero di telefono, ma quando mai gli ho riferito il mio nome e numero civico?

Forse che gli ho consegnato un curriculum vitae e ora non me ne ricordo? Lo trovo poco probabile.

Decido allora di passare oltre e dare un primo sguardo alla lista di domande: sono trenta e a risposta multipla. Le prime, in effetti, sono dello stesso tipo che mi aspetterei di trovare in un qualsiasi modulo per una domanda di lavoro.

Una di esse, per esempio, recita:

6 – Devi svolgere un importante incarico con il tuo team. Quali soluzioni adotteresti per valorizzare la tua figura a beneficio della squadra?

Ma già le successive iniziano a prendere una piega alquanto… stravagante.

Nel frattempo che decido a cosa pensare, un nuovo candidato fa la sua comparsa all’entrata. Elisa è già lì, ed è pronta ad accoglierlo.

Lo invita a sedersi con la stessa parsimonia di spiegazioni che aveva riservato a me, e quindi se ne torna lestamente nel suo stanzino. Io e l’uomo che mi si siede vicino ci diciamo poche parole, senza però oltrepassare la barriera di ghiaccio. Io evito di metterlo in guardia, più che altro perché spero così di studiare le sue reazioni, e dal modo in cui la sua fronte si aggrotta, capisco che non meno di me è rimasto frastornato del trovarsi i suoi dati anagrafici impressi sulla carta.

Continuo il mio questionario.

12 – Come valuti la situazione economica nella Nebulosa NGC 5189?

Questa domanda mi apre un grande punto interrogativo in testa, ma ormai mi sto facendo l’abitudine alle stranezze di quel posto. Invece di convincermi a tentare la fuga, mi concentro ancora di più per selezionare la risposta corretta.

16 – Come ti comporti se un Kripirapa ti offre un caffè e tu non sai da quale zampa accettarlo?

Beh, mi sembra più che logico che lo accetti da una qualunque delle zampe centrali, perché tutti sanno che le zampe laterali, invece, sono velenose…

22 – Il noto matematico Arghula D’Hun sostiene che l’universo è sostenuto da una massa di T’ripho-particelle sub-nucleari, sei d’accordo nell’affermare che senza questa legge, tutto l’equilibrio dello spazio e del tempo conosciuti collasserebbe su se stesso?

Certamente, mi domando come facciano i nostri fisici terrestri a non rendersene conto!

La stanza nel frattempo si è riempita di candidati, e tutte e cinque le sedie sono occupate da qualcuno che come me, in quel momento, scrollava le spalle o strabuzzava gli occhi di fronte alle medesime domande.

Oltre all’uomo di poco prima, si erano aggiunti una donna mussulmana sulla trentina di età e con uno hijab azzurro in testa, un giovane ragazzetto asciutto con gli occhiali e un fare molto mite e schivo, e un altro uomo che quando lo vidi entrare, per un momento ho sperato che fosse il mio amico di panchina, il ciccione grasso. Invece questo era sì grasso, e pure ciccione, ma era completamente rasato in volto e di contro aveva una generosa chioma di capelli castani diligentemente pettinati sopra la testa (avrà mica preso consigli da una nota applicazione per smartphone?)

Avendo cominciato il questionario per primo, sono anche il primo a portarlo a termine. Sollevo la testa dal foglio, ed è allora che comincio a sospettare che nella stanza ci deve essere una telecamera dalla quale siamo tenuti costantemente sott’occhio: Elisa è già tornata e m’invita a consegnarle il foglio senza neanche darmi il tempo di annunciarlo.

Mi ringrazia quando glielo porgo, e io faccio altrettanto per educata rassegnazione.

Potrei saltare subito al momento in cui sta per avere luogo il mio colloquio con la Supernova Components, ma prima penso che vi racconterò un po’ come sono andati quelli degli altri.

Elisa ci aveva convocato in ordine alfabetico, e caso voleva che per un incredibile gioco del destino, il mio cognome fosse risultato come l’ultimo della lista. Potete capire quindi, che prima che arrivasse il mio turno avevo avuto modo di assistere, uno per uno, a tutte le reazioni dei miei potenziali futuri colleghi all’uscita dalla stanza della donna.

Il primo a essere convocato era stato l’uomo che era arrivato dopo di me. Dopo alcuni minuti che era entrato, in cui era sembrato che tutto stesse andando per il meglio, noi dalla sala d’attesa abbiamo cominciato a udire lui che sbraitava con un vocione irruento, e in seguito, lo abbiamo visto uscire imprecando in modi irripetibili, lasciando quindi l’edificio senza rivolge lo sguardo a nessuno.

«Roba da matti! Prendono per il culo la gente che sta cercando lavoro!» È la sola cosa che ho la facoltà di riferire su tutti gli improperi che la sua bocca ha sputato fuori.

Almeno così ho avuto modo di accertarmi che non esiste alcuna serranda pronta a rinchiuderci.

Il turno successivo era spettato alla donna mussulmana. Il suo colloquio era durato il doppio rispetto a quello dell’uomo, e sembrava che dovesse prendere una piega più lucente della sua, ma a un tratto l’abbiamo sentita tutti pronunciare nitidamente «No, no, no! Io famiglia, io non posso andare! Io bisogno di Euro!»

Anche lei era evasa dalla stanza, con la sola differenza che al contrario del suo predecessore, i suoi lamenti furono espressi nella sua lingua natale, e in modo molto più mite.

Eravamo rimasti in tre.

Toccò al ragazzino, e se gli altri mi avevano fatto fiutare il vago sentore di una truffa nei paraggi, al suo ritorno occupò il posto una strana inquietudine, che in verità non sapevo affatto spiegarmi. Per farvi a capire, lui si era alzano, aveva guardato verso di me brevemente (forse per cercare la complicità di un suo quasi - coetaneo) e si era diretto con moto ciondolante e svogliato verso il destino che lo attendeva. Era rimasto dentro il tanto che bastava, presumo, perché il colloquio si concludesse senza interruzioni. Poi era tornato da noi più avvilito di prima, e con un cruccio pallido, come se gli avessero comunicato la morte di un parente stretto, si era seduto.

«In che razza di guaio ci stiamo ficcando?» Gli avevo rivolto la parola, ma lui non voleva sprecarne con me. Si era limitato a scuotere la testa, guardandosi i piedi per terra, e da quel momento avevo capito che era meglio lasciarlo in pace. Neppure quando era arrivato il turno dell’ampio uomo ben pettinato ero riuscito a trovare una risposta. Dopo essere uscito, quest’ultimo era poi tornato alla sua sedia senza tradire alcuna emozione sul viso.

Avevo deglutito pesantemente, sapendo che ora toccava a me. Mi ero avviato alla porta senza aspettare di essere chiamato, tuttavia Elisa era già pronta a ricevermi. Con gentilezza, mi aveva invitato ad accomodarmi.

L’ufficio non ha molto di che mostrare, tenendo fede alla povertà di arredi del resto della sede.

C’è una scrivania in legno con sopra il kit completo di un computer fisso, monitor, tastiera e mouse. Noto con piacere che almeno quelli sembrano nuovi, persino freschi di negozio.

Di vecchio invece c’è un armadio di metallo, sulle cui ante vedo i resti di antichi adesivi strappati e illeggibili, appesi probabilmente dai vecchi proprietari del locale.

Elisa è sulle sue e trascrive le mie risposte su un documento nel computer. La luce della stanza si riflette sulla sua pelle liscia mettendo in evidenza il make-up generoso che si è concessa, ma ciononostante, sono certo che anche al naturale rimarrebbe una ragazza molto apprezzabile.

Osservazione curiosa: non sembra a suo agio con i tasti meccanici della tastiera. Glieli vedo pigiare lentamente e con molte esitazioni, facendo spesso tappa sopra il tasto Canc. Ma probabilmente è abituata a lavorare su laptop. La lascio finire in silenzio.

«Dunque» comincia lei sollevando lo sguardo, «la Supernova Components ti rinnova il suo benvenuto e ti ringrazia per aver risposto al suo annuncio.»

«Beh, grazie… »

Ci stringiamo la mano.

«Ti dispiace se da questo momento ci diamo del tu e usiamo i nostri nomi? Io sono E.l.i.s.a., probabilmente mi hai già visto nello spot che abbiamo distribuito, anche se mi sembra che in uno di essi ci sia un mio collega. Tu eri tra quelli che mi hanno visto, se mi hanno informato bene.»

«Infatti. Non pensavo di trovare proprio “Te” quando sono entrato… »

«Come gli altri, del resto.»

«Che poi è strano. Ho cercato il vostro nome dappertutto, non ho mai sentito parlare di qualcosa come la Supernova Components… »

«Questo perché siamo un gruppo nuovo dalle vostre parti. So che sei rimasto molto colpito dalla modestia di questo locale, la spiegazione è proprio perché siamo qui da poco.»

«Ma nel video dicevi che siete una società leader nel settore, famosa in tutto il mondo per il vostro lavoro e tutto il resto… ? »

«Attenzione, perché per risponderti devo prima introdurti in che cosa consiste l’incarico in cui ti vogliamo inserire.»

«”Mi”?»

«Certo. Se l’offerta t’interessa e ti dimostri adeguato a ricoprire il ruolo.»

«Ok… »

Elisa allora estrae dei fogli da un fascicolo, e li distribuisce sulla scrivania in maniera ordinata. Prende poi il primo in alto a sinistra e me lo porge.

«L’Azienda vuole che prima di tutto tu legga questo e lo comprenda, lo abbiamo sottoposto anche agli altri candidati. Prenditi tutto il tempo che ti serve per assimilare le informazioni, e quando avrai finito avvisami.»

Così io obbedisco, in fiducia che presto la mia mente si scioglierà da quel groviglio di confusione, ma quando arrivo alla fine, dopo aver letto sia il fronte che il retro della scheda, mi sento come se stessi affogando sotto un’onda in incoerenze e informazioni di dubbia provenienza, e comincio a farmi un’idea del luogo in cui mi trovo.

Appoggio il foglio sul tavolo, e lentamente, cercando di prendere un distacco, sollevo lo sguardo su di lei.

«Posso farti una domanda prima di iniziare?»

Lei annuisce convinta «Certamente. L’Azienda ci tiene che ti vengano fornite tutte le risposte che desideri. Cosa vuoi sapere in particolare?»

«Ecco… state facendo una candid camera o qualcosa di simile? Mi state riprendendo per poi mettere il video su Youtube?»

Sono certo di stare mostrando degli occhi duri e accusatori mentre le parlo, ma lei non sembra risentirne.

«Anche gli altri candidati hanno avuto le tue stesse difficoltà.» Risponde preparata «alcuni di loro poi non hanno affrontato bene la faccenda, come hai potuto verificare di persona.»

Annuisco anch’io, lei comincia a sistemare il documento e ad allungarmene degli altri, come se nulla fosse.

Non le lascio il tempo di fare altro.

«Grazie, ma non m’interessa.» Faccio per alzarmi, convinto che da lì a poco mi sarei incontrato con la porta d’uscita.

Ma lei scatta in piedi fermandomi, e d’improvviso le vedo crollare tutta la sua verve professionale.

«Aspetta, non te ne andare! Qualcosa non ti è chiaro? Posso spiegarti tutto se vuoi!»

«Allora comincia! Sono venuto qui perché pensavo foste dei professionisti e che aveste un’offerta seria! Ma è chiaro che vi state solo prendendo gioco della gente bisognosa!»

«Noi non prendiamo in giro le persone! Ma comprendo benissimo il tuo scetticismo, perciò siediti, e dammi la possibilità di chiarire i tuoi dubbi!»

Mi supplica con lo sguardo, e io so che non è l’atteggiamento che ci si aspetterebbe da un reclutatore. Non di questi tempi di certo. Ma in lei c’è anche qualcosa, una scintilla negli occhi, che non so come mi convince a darle una possibilità, e provare a sentire che cosa vuole dirmi.

A mia colpa, potete anche affermare che ho avuto tutto il tempo del mondo per andarmene, e invece sono ancora qui.

Decido di tornare a sedermi. Lei si rilassa, ma si sbaglia se crede che da questo memento abbia intenzione di ammansirmi.

«Voglio una prova.» Le dico subito risoluto.

I suoi occhi scattano in più direzioni, come se cercassero una via di fuga.

«In che senso?» Mi domanda, pur sapendo che io so che lei finge.

«Intendo che se devo dare retta a quello che c’è scritto in questi fogli, devo almeno avere la certezza che non sia una fregatura.» Perché va bene tutto, ma persino nell’apertura mentale arriva un punto dopo il quale i cardini smettono di scorrere. «Per farla breve, cerca di metterti nei miei panni!»

«Io comprendo, Martino. Ma non so se l’Azienda mi autorizzi ad assecondare la tua richiesta. Purtroppo siamo ancora alla fase preliminare del recruitment, e in questa fase lo scopo è più che altro conoscerti e farci conoscere.»

«Beh, ma ci sarà pure qualcosa che puoi fare, no? Qualcosa che mi dica senza margine d’incertezza che non siamo qui per scherzare… »

La guardo mentre ci riflette, in cerca di un rimedio.

«Forse una cosa ci sarebbe.»

Attendo pazientemente e non senza una un grammo di curiosità, ma per quello che fa, lo avessi saputo prima, avrei certamente evitato d’insistere:

Il suo corpo comincia a cambiare. Se dovessi usare un termine diverso, direi che muta in un modo che mi fa accapponare la pelle e gorgogliare lo stomaco; immaginate di sgonfiare un pallone da calcio, di quelli in gomma facilmente reperibili nei negozi, e di rovesciarlo dall’interno verso l’esterno. Ecco, questo è esattamente quello che succede davanti a me, e quella che era prima una graziosa ragazza appartenente al genere umano, si trasforma poi in un incubo gelatinoso degni del peggior film di fantascienza degli anni 80.

Una sorta di voluminosa sacca di carne gialla e arancione, alta un metro e mezzo e con placche ossee su quella che ricorda molto la testa di una mantide religiosa, tre paia di tentacoli che esplorano l’aria e una lunga membrana ondeggiante sui fianchi, come nelle seppie. Il mollusco più grosso e rivoltante che abbia mai visto.

Sarei dovuto scappare più lontano possibile, e magari richiedere pure l’intervento dei carabinieri o dell’esercito stesso, non fosse che quel documento mi aveva in parte preparato a confrontarmi con quella visione.

«Basta per convincerti?» Pronuncia la creatura, con una voce asessuata che filtra attraverso un forte gorgoglio, come fosse pronunciata sotto il pelo dell’acqua.

«Immagino di sì… » Rispondo tenendo fisso lo sguardo.

La creatura ripete quindi la trasformazione, rovesciandosi di nuovo nel senso opposto, e in un attimo ritorna alla sua forma di “E.l.i.s.a.”, abiti da ufficio compresi.

«Insomma non è uno scherzo? State facendo sul serio?» Chiedo io, che a quel punto non posso più dubitare, né dei testi né della sua parola.

Lei mi guarda come se mi volesse rimproverare, ma poi si dimostra paziente e comprensiva nei miei riguardi.

«Nessuno scherzo Martino, quella che ti vogliamo proporre è un’offerta reale, e qualora decidessi di rifiutare, non avrai un’altra occasione per ritrattare. L’Azienda tiene che sia fatto così. Questi colloqui hanno appunto lo scopo di scremare i candidati più indecisi, in modo da garantire che dipendenti e datori di lavoro possano beneficiare di un rapporto di fiducia reciproca assoluta.»

«E quindi state veramente proponendo a un gruppo di persone di lavorare… » faccio fatica a pronunciare l’ultima parte «nello spazio?»

Sapete quella sensazione di aver detto qualcosa di sbagliato? Ecco, io mi sto sentendo proprio così.

«Non nel modo che intendereste voi» scuote lei la testa. «Questa mansione non ha nulla a che vedere con le vostre agenzie spaziali. Anzi, rimarrai stupito di quante analogie troverai con le occupazioni che avete qui sulla Terra.»

«Quindi tu saresti… un’aliena, Elisa?» Senza volerlo, credo di star arricciando le labbra.

«Dal tuo punto di vista, immagino di sì.» Sorride, come se volesse prendermi in giro.

Le mie braccia cadono lungo i bordi della sedia, ed io ormai non so più che pesci pigliare. Inizio a compatire lo stato di chi mi ha preceduto.

«Va bene, spiegami tutto con più calma.» La scongiuro infine.

Lei sembra non vedere l’ora di farlo, quanto mi si dimostra entusiasta.

«Se hai letto bene il testo che ti ho passato. Da quest’anno il vostro pianeta ha aderito al trattato sull’Unione dei Sistemi Solari Espansi. La U.S.S.E., così come viene riconosciuta dai popoli esterni. Lo scopo dell’U.S.S.E. è quello di favorire l’integrazione razziale di specie alloctone e la formazione di una Superfederazione Galattica tra i popoli della Via Lattea. Una sorta di Unione Europea, per usare un sillogismo terrestre.»

«Sì, questa parte credo di averla capita, è tutto il resto che mi sfugge!»

«È davvero semplice. Il nostro Governo Centrale crede fortemente che dei sani ed equilibrati scambi culturali siano – come dite voi – la Chiave di Volta per favorire le relazioni internazionali tra i pianeti che aderiscono all’U.S.S.E.. Per favorire ciò, quindi, è stato siglato un accordo in base al quale alcune aziende dei sistemi esterni hanno la possibilità di accogliere e assumere alcuni dipendenti umani, per favorire l’inserimento della vostra specie dentro i popoli dell’Unione. La Supernova Components è una di queste aziende. E tu, Martino, qualora accettassi la nostra offerta, diverresti uno degli ambasciatori che apriranno le porte a un nuovo futuro per tutta l’umanità!»

Termina di parlare, e allora io penso “Posto così sembra allettante”. Glielo dico, e lei me lo conferma.

«Lo è molto. Dai risultati dei nostri analisti, abbiamo convenuto che la vostra nazione si presenta come la candidata ideale come banco di prova per i primi inserimenti. La vostra gente ha un disperato bisogno di un’opportunità per ripartire, e la Supernova Components si è posta l’obbiettivo di aiutarvi. Anche se… » si ferma e si fa severa «l’Azienda non immaginava che ci sarebbe stata tutta questa ritrosia da parte di alcuni di voi… e nemmeno io, se posso essere schietta.»

Le dico che può esserlo quanto le pare. In effetti la TV ne fa da anni un autentico terrorismo mediatico, come a volerci ricordare che la disoccupazione è una realtà che “va così” e che noi dobbiamo solo accettarla. La cosa grave è per la maggior parte è vero.

Mentre, invece, si guardano bene dal divulgare altri tipi d’informazioni…

«Non mi sembri molto convinto, Martino. C’è qualcosa che non ti torna?» Nota lei.

«No, è che… pensavo al fatto che di tutto questo i Media non ha mai detto nulla. È risaputo che il controllo mediatico qui da noi è molto serrato, ma se quello che mi hai detto è tutto vero, qui si parla di qualcosa che non può essere taciuto a lungo. Com’è possibile che a nessuna sia scappata una parola di troppo?»

Elisa fa uno scatto indietro. Fa di tutto per non darlo a vedere, ma per quanto tu sia aliena, i messaggi del corpo restano pur sempre la lingua universale dei viventi.

«Su questo a dire il vero c’è una responsabilità più estesa» comincia a spiegare. «Quando U.S.S.E. e O.N.U. si sono incontrate sul tavolo delle trattative, è emerso che la razza umana avrebbe accettato l’adesione, a patto che la popolazione fosse rimasta all’oscuro dell’accordo. Chi avrebbe aderito al progetto di condivisione delle ricchezze e della forza lavoro, in seguito avrebbe dovuto farsi sottoporre alla cancellazione della memoria. Puoi capire che una proposta del genere, oltre che a violare i Diritti Universali della vita Galattica, sarebbe stata controproducente per la vostra stessa integrazione.»

«Immagino che abbiate trovato una soluzione anche a questo… »

D’improvviso lei si mette a ridere, e io mi domando cosa ci sia di così sciocco nella mia domanda.

«Una soluzione c’era, e vi state prendendo parte proprio in questo momento. Questi colloqui sono studiati per mantenere gli accordi interplanetari e allo stesso tempo favorire il vostro inserimento nella comunità galattica. I Modulatori di Comunicazione che vi hanno condotto fin qui sono programmati per manifestarsi davanti a persone che hanno davvero bisogno di un’opportunità di rilancio. La prima selezione viene completata in quello stesso momento, quando i sensori rilevano un significativo interesse per il messaggio che vi viene proposto. Allora vi recapitiamo l’invito ufficiale a presentarvi al nostro colloquio. Se riuscite a superare l’impatto iniziale e prendere parte al questionario, avete buone probabilità di diventare i candidati ideali per l’Azienda.»

«Quindi il solo requisito per lavorare per voi è… credervi sulla parola? Niente curriculum vitae o titoli di studio?»

«Alcune industrie lo richiedono, ma non è il caso della nostra. Nel nostro pianeta i meriti si misurano sul posto di lavoro, e solitamente nessuno è così inadempiente da costringerci a licenziarlo.»

«Ma se questi poi dovessero rifiutare? Intendo tra gli esseri umani che cercate di arruolare? Insomma, come fate a essere così sicuri che non andranno a spifferarlo in giro una volta fuori di qui?» Mentre lo chiedo, infatti, ho bene in mente le reazioni che hanno avuto gli altri candidati.

«Stai sbagliando presupposti. Tu parti dall’idea che l’Azienda è interessata a mantenere il segreto. Non ne abbiamo affatto intenzione, e a dirti la verità, nessuno dei pianeti aderenti alla U.S.S.E. è favorevole all’accordo stretto con i vostri capi di stato.»

«Ma allora… »

«La risposta è nel questionario che vi abbiamo passato. Per quanto siano fondamentali per delineare i vostri profili, devi sapere che pure sul nostro pianeta alcune di esse sono considerate, come dire… “lunatiche”!»

Comincio a capire «Quindi se qualcuno ne parlasse in giro… ?»

«Non gli crederebbe nessuno.»

«Ah… »

«E se anche lo facessero, non appena le selezioni saranno terminate, questo locare verrà adibito ad agenzia pubblicitaria con regolare partita IVA e permessi accordati dal Comune. Quindi se anche qualcuno dovesse tornare per un’ispezione, non troverà niente d’illecito. E quando poi le acque si saranno calmate, allora l’Azienda provvederà a smantellare tutto e cedere la proprietà.»

Rimango in silenzio per un po’. Questa parte non era prevista nei fogli che mi ha dato da leggere.

«Se ti stai domandando perché ti sto raccontato tutto… » ricomincia lei, come se avessi espresso i miei pensieri a voce alta «è perché l’Azienda ha ben poco interesse a rispettare gli accordi presi con il vostro pianeta. Per noi è molto più importante guadagnarci la fiducia dei nostri dipendenti.»

Ora finalmente comincio a capire come stanno le cose.

«Ma non durerà a lungo» realizzo «prima o poi qualcuno capirà cosa state cercando di fare qui.»

«L’Azienda ne è pienamente consapevole, ed è nostra volontà che ciò avvenga il più in fretta possibile. Sappiamo per certo, Martino, che quando i vostri governi avranno realmente compreso i benefici che la nostra collaborazione porterà, non esiteranno un solo giorno a rendere la cosa di dominio pubblico. Ma sono discorsi che al momento non ci riguardano.» Si ferma, rimette a posto le carte che poco prima aveva disteso sulla scrivania e me ne mette sotto il naso un’altra, che ha tutta l’aria di un contratto di lavoro.

«Quello che ti vogliamo proporre è un Contratto Anno Luce. Si tratta di un periodo di prova iniziale dalla durata del tempo di rivoluzione del pianeta che ti ospita. Nel nostro caso, corrispondente a quindici mesi terrestri. Ti saranno garantite le ferie in coincidenza con le festività del tuo Paese, e in più ti verrà retribuito un salario di cui potrai usufruire sia da noi che una volta rientrato sulla Terra… Ah, prima che me lo chiedi, l’Anno Luce sta per la distanza che attualmente separa la Terra dalla sede del tuo posto di lavoro.»

«Capisco. E quindi mi pagherete in Euro, cioè?»

«Non inizialmente. Sarai retribuito con la valuta attualmente in uso da noi. Questa è la sola clausola che sei tenuto a rispettare. Ma si tratta di una soluzione temporanea: una volta rientrato verrai indirizzato verso il nostro Ufficio dell’Ambasciata Provvisoria, che baderà a sostituirteli con denaro terrestre, in base al cambio accordato con la vostra Banca Centrale Europea.»

Suona facile, almeno fino a qui. E comunque mi hanno già assicurato che a un certo punto potrò tornare a casa. Già temevo che sarebbe stato un viaggio di sola andata, come quello della missione spaziale che programma di portare un gruppo di uomini su marte a vita natural durante.

«Come ti ho già spiegato, l’obbiettivo non è assumere nuovi dipendenti “dall’estero”, quanto aprire un ponte per una collaborazione proficua e a lungo termine tra le nostre rispettive razze, quindi preparare la specie umana a diventare membri a pieno titolo dell’U.S.S.A.»

Appoggia la sua mano sul contratto e me la spinge ancora più vicino.

«Io conosco già la tua risposta, l’ho capito nel momento stesso in cui sei tornato a sederti. Ma il sistema legale del vostro paese ci obbligare a seguire una data procedura. La domanda che devo farti ora è “Ti può interessare il lavoro?”.»

«Quanto tempo ho per decidere?» Le domando. Una scelta del genere non è da prendere alla leggera. Prima devo consultarmi con la famiglia e gli amici, valutare le opzioni sotto tutti i punti di vista… ma appena finisco, mi rendo conto di quanto sia labile il pensiero. Che cavolo, è la mia vita questa, ed è una decisione che spetta solamente a me!

Prendo una penna e firmo.

«Ok, quand’è che si comincia?»

Mi dice di tornare nella sala delle sedie, e di aspettare per alcuni minuti la registrazione nel database.

A quel punto m’immagino che la mia faccia sia qualcosa di molto simile a quella che avevano i miei predecessori nel momento di lasciare l’ufficio.

Mi dirigo al mio posto e vengo marcato dall’uomo ben pettinato.

Ci studiamo con gli occhi, come in un confronto tra cowboy. Lui è come se si domandasse se io abbia la stoffa per quell’impiego. Io, d’altro canto, mi domando se il suo colloquio si sia svolto alla pari del mio, o se avesse mai affrontato l’argomento dell’impiego su un pianeta extraterrestre.

«Lei che cosa ne pensa?» Gli domando per saggiare il terreno.

Nel taschino sul petto tiene un portasigarette in latta. Lo sfila e comincia a passarselo tra le mani. Immagino che tra poco vorrà uscire per fumarne una.

«Di questi tempi è bene accontentarsi di quello che passa il convento. Non credi?»

Io annuisco, in effetti è così, anche se non punterei tutti i miei risparmi sul suo entusiasmo. Il lavoro potrà anche essere entusiasmante e regolato da norme contrattuali ben precise, ma resta pur sempre un impiego su un pianeta extraterrestre.

«E tu cosa dici?» Questa volta tento di attaccar bottone con il ragazzino più giovane. Ma se lo vedeste anche voi, vi rendereste conto della somiglianza con un fantasma appena uscito dall’oltretomba (o a un membro della Famiglia Adams segregato per anni in uno scantinato dalla sorella).

«Non so, io ci devo ancora pensare.» Mormora quasi tra sé e sé, dondolando sulla sedia.

La mia tragica crociata per intavolare discorso coi miei futuri colleghi si può dire conclusa, anche stavolta, tragicamente.

Attendiamo nel più assoluto silenzio che Elisa ci venga a dire cosa fare.

La sua comparsa si manifesta nel momento in cui l’uomo ben pettinato rientra in sala dopo la sua fumata di rilax. Nessuno di loro sembra manifestare disagio a rivedere la donna, e questo mi suggerisce che forse sono stato l’unico ad averne vista la reale forma.

Ci dice che attende il nostro arrivo per domani mattina, per cominciare la nostra avventura oltre i limiti dell’orizzonte. Dovremo essere qui per le sette e portarci dietro una valigia con il minimo indispensabile per il viaggio. «I vostri beni più irrinunciabili» evidenzia con attenzione.

3 - ASSUNZIONE (Lettera da un altro pianeta)

“Cari Mamma e Papà.

Non sapete quanto sia bello poter parlare con voi finalmente senza filtri!

Quando ho saputo che vi avrebbero informato di cosa stessi realmente facendo e di dove fossi finito, ho avuto paura che avreste dato di matto. Non so, che avreste pensato che mi avessero rapito per poi vendere i miei organi a qualche riccone in Nord-America. Ancora non riesco a credere che il governo abbia consentito di divulgare parte delle informazioni sull’Ussa e sul loro programma d’integrazione interspaziale… beh una volta tanto ne hanno combinata una giusta.

Ora, immagino che vogliate sapere tutto fin dall’inizio. Farò del mio meglio per essere sintetico e spero che il messaggio vi arrivi il più in fretta possibile (anche se i miei capi mi assicurano che con le loro tecnologie basate sulla manipolazione dello spazio curvo, l’invio sarà praticamente immediato).

Insomma, che sia stato assunto da un’azienda aliena, immagino lo abbiate già assimilato. Quando partii, subito dopo il colloquio sulla Terra, sarei dovuto essere in compagnia di un altro paio di persone, che come me si erano candidate per il posto. Peccato solo che nel momento di partire, uno dei due (il più giovane) non si sia presentato affatto, e l’altro ha cambiato partito all’ultimo momento, dicendo di avere appena accettato un posto da un’altra parte. Secondo me se l’è fatta addosso e basta, ma va beh.

Comunque, il viaggio è durato meno del previsto, il che è stato un bene visto che non mi ero portato niente per intrattenermi.

Arrivati sul loro pianeta (che vi descriverò meglio al mio rientro), mi hanno chiuso dentro una specie di tutta d’isolamento e mi hanno portato di corsa in uno dei loro centri medici.

Lì per lì mi stavo preoccupando, perché pensavo di essere caduto in qualche imboscata. Ma tutto si è risolto quando mi è stato spiegato che era opportuno esaminarmi per definire i miei parametri di adattamento alle loro condizioni ambientali (sono pur sempre il primo umano a mettere piede nel loro mondo). Verificato che potevo sopravvivere nel loro ecosistema – che è più freddo del nostro, dato che il loro sole è più distante, e di conseguenza il giorno è più scuro – mi prescrissero un medicinale che sono tenuto ad assumere ogni giorno per termoregolare il mio corpo al clima del pianeta.

Il lavoro non è male. Liberi di non credermi, ma mi hanno assegnato alla produzione su linea. La Supernova Components, l’Azienda che mi ha assunto, si occupa dell’assemblamento di mobilio per navicelle private e vascelli intergalattici. Lavoro insieme a una squadra di colleghi con i quali trascorro anche la maggior parte del mio tempo libero, e che mi hanno accolto a braccia aperte (o dovrei dire “tentacoli”?) nonostante in un primo momento la mia presenza suscitava in loro imbarazzo e curiosità.

Queste creature sono straordinarie, anche se a una prima occhiata potrebbero apparire raccapriccianti: sono dei mutaforma, in origine assomigliano a dei giganteschi molluschi, ma sono capaci di assumere l’aspetto di qualsiasi cosa desiderino. I miei capi, per esempio, non è raro che si presentino a me sotto forma di dirigenti umani in giacca e cravatta, per farmi sentire più a mio agio mentre discutiamo di argomenti importanti.

Comunque, parlando del lavoro, anche se i ritmi qui sono leggermente diversi, hanno impostato i miei turni in modo da rispettare la convenzione terrestre di otto ore giornaliere per quaranta settimanali. Il vantaggio di questa scelta è che mi danno un sacco di tempo libero per dedicarmi alla scoperta della loro città, dato che le giornate qui durano trenta ore e invece della settimana hanno una cosa che loro chiamano “Decana”.

Vi spiego meglio: i loro anni equivalgono a circa 450 giorni terrestri, e hanno un cambio stagionale ogni 150 (espresso sempre nell’ottica degli esseri umani, perché altrimenti ci metterei una vita a rendervelo comprensibile), quindi, già da questo potete capire che hanno tre stagioni diverse, e attualmente stiamo attraversando quella che corrisponde alla nostra Primavera. La Decana non è altro che un decimo di una delle loro stagioni, che quindi dura complessivamente una quindicina delle nostre giornate.

Secondo contratto, io devo lavorare fino alla metà della Decana, per poi riposarmi un paio di giorni riprendendo al terzo, e continuare fino a quando non ho completato altre quaranta ore (loro non conoscono giorni di riposo, quindi è un privilegio che viene riservato solamente a me).

In effetti, i ritmi di lavoro sono forse l’unica difficoltà che sto incontrando seriamente. Queste creature sono molto operose, e il fatto che abbiano sei tentacoli le rende estremamente abili e svelte nella manipolazione degli oggetti. Di contro, io sono limitato dalla mia fisionomia a essere sempre un po’ più lento del più pigro dei loro esponenti. Non è facile stargli dietro, e difatti sto cercando una maniera per diventare più versatile agli occhi dei miei padroni.

Per fortuna, ogni tanto la loro legge consente di prendersi qualche giorno di riposo per rigenerarsi in vista dei successivi picchi di produzione, e non è raro che io mi trovi ad operare da solo anche per periodo importanti. Durante questi periodi, posso effettivamente tirare il fiato ed esercitarmi nella mansione senza temere di mettere in difficoltà i miei colleghi.

Sul mangiare… ho evitato il discorso perché non credo sia un argomento così impellente, ma mi è tornato in mente un aneddoto che forse vi potrei raccontare.

Avete presente le analisi che hanno eseguito su di me quando sono arrivato? Ebbene, tra le altre cose hanno verificato il mio grado di assorbimento delle sostanze contenute negli alimenti, ed è venuto fuori che gli umani hanno una straordinaria tolleranza a quasi tutte le pietanze servite nelle loro cucine (il che è un punto a favore per la campagna d’integrazione). Ho detto quasi, perché in effetti qualcosa di tossico c’è, ed è un condimento ricavato da una specie di pianta, che se ingerito dal nostro organismo, potrebbe letteralmente farlo sciogliere dall’interno, scheletro compreso!

La cosa divertente – e ora so che la mamma perderà tutti i capelli – è che una volta, in mensa, una goccia di questa specie di salsa è finita per sbaglio nel mio piatto, e come l’ho sfiorata con la lingua, la mia bocca s’è riempita di afte e infezioni che hanno voluto due Decane per guarirmi del tutto! Forte, vero?

Tornate in voi, non è mai successo nulla del genere. Stavo solo scherzando.

Però la storia della salsa tossica è vera, e difatti devo fare molta attenzione a cosa metto in bocca, ma è un problema che i celiaci affrontano quotidianamente, quindi non ne farei una tragedia!

No, sapete. Questo lavoro mi piace parecchio, nonostante le difficoltà che vi ho descritto. Certo non è stato facile adeguarsi alla novità e trovare un equilibrio nei loro calendari, ma come in ogni cosa nella vita, ho soltanto dovuto abituarmi al cambiamento, e credo che mi mancherà un sacco quando il mio contratto sarà giunto al termine. Non riesco a credere che siano già passati tre mesi dal giorno in cui trovai quella sfera sotto la panchina e seppi di questa realtà…

Come già annunciato, mi lasceranno tornare a casa per Natale. Non comprendono la ragione del perché si debbano imporre delle date comuni in cui staccare dal lavoro, meno che mai se proprio in quei giorni il dipendente potrebbe dare il meglio di sé. Secondo la loro ottica, è il lavoratore che stabilisce quando è il momento di riposare, e se provo anche solo a nominargli delle vacanze estive, mi prendono in giro, accusandomi di non avere ancora le idee chiare su come sono impostate le giornate sul loro pianeta; Sono convinti che esageri quando dico che si protraggono anche per diverse Decane.

Comunque rispetteranno gli accordi presi, e così potrò raccontarvi di persona tutto quello che non sono riuscito a includere qui.

E poi sono in ansia di sapere a quanti Euro ammontano i miei risparmi. Qui il mio stipendio mi permette di vivere più che dignitosamente, ma sulla Terra (e in Italia poi)… è tutto da vedere.

Concludo il messaggio salutandovi, e ringraziando per tutta la comprensione che mi avete dimostrato quando ho preso la decisione di partire. Saluto anche anche Marco, Francesco, Vittorio e tutti gli altri ragazzi del gruppo che ho lasciato quando sono partito. Non vedo l’ora di rivedervi tutti quanti (e di farmi un nuovo taglio di capelli… )!

P.S. Ah, quasi dimenticavo! Forse riesco a portarmi giù anche una persona. Io la chiamo Elisa (non ho ancora imparato a pronunciare il suo nome “vero”), era la ragazza con cui ho parlato il giorno del colloquio. Diciamo che da allora il mio interesse per lei si è fatto più… intenso.

È vero che dentro di lei si nasconde una creatura dall’aspetto di una gigantesca seppia, ma quando indossa la maschera da “essere umano”, beh… parliamone!

Quando la vedrete, mi darete ragione! Adesso devo proprio chiudere però! Sto per superare i limiti di spazio consentiti per il messaggio. Non vorrei mai dover ricominciare tutto da capo solo perché chiacchiero troppo!

A presto! ;)



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