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lavoro pubblicato sabato 13 febbraio 2016
ultima lettura sabato 7 marzo 2020

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Limbo ATTO VIII

di CarloBrenna. Letto 539 volte. Dallo scaffale Filosofia

Nel momento stesso in cui mi sono svegliato, ho preso atto di averlo fatto in un luogo totalmente diverso da quello in cui mi ero addormentato...

Nel momento stesso in cui mi sono svegliato, ho preso atto di averlo fatto in un luogo totalmente diverso da quello in cui mi ero addormentato: dischiudo le palpebre, scoprendomi nel bel mezzo dell'oceano. Nessuna traccia della città, nemmeno il più ovattato riverbero delle sue cascate. Mi trovo a largo, ovvero al di là del punto di non ritorno e sono appena trasmigrato nel corpo di un oceanodesertiano boa, uno di quei fanatici che lasciano sfruttare il proprio corpo come vettore esplorativo in continuo allontanamento dalla comunità originale: trasmigrazione dopo trasmigrazione, il compito di ciascuno è quello di condurre il corpo avanti nella medesima direzione, sino a quando il sonno -cambio timoniere- non lo colga. Nessuno ha idea di chi abbia dato origine a questo gioco, ma -come tutti i giochi trasmigratori- con il tempo il materiale si è evoluto. Una bussola, dono di qualche forestiero particolarmente facoltoso, consente alla boa di spostarsi sempre nella medesima direzione e dal momento che il nuovo guidatore non ha idea di quale fosse la direzione originariamente prescelta, per convenzione si mantienete il nord. Dunque, mi ritrovo a volare sopra ad una infinita distesa di onde, sovrastato dall'universo e subordinato all'indicazione di una minuscola freccetta digitale. Il fatto che indosso una toga bianca non mi sorprende, poiché quello è il popolo cieco delle nebbie di fondo e -avendo assai meno da perdere- sono decisamente più inclini all'esplorazione. Nel momento in cui si ha la sventura di capitare dentro ad una boa, scatta quel processo mentale noto a tutti con il nome di insonnia. L'idea stessa di aver oltrepassato il confine del proibito, ovvero il punto di non ritorno, profila già la sagoma di un nuovo mondo all'orizzonte e "se riesco a restare sveglio abbastanza a lungo, forse mi sarà concesso di scorgere i villaggi di confine". In realtà si tratta di una vera agonia, dal momento che ci si ritrova a dover fare i conti la noia e la Solitudine. «Ah! Una boa!...» urla la mia Solitudine, da dietro, solleticando il miocardio «... sono finito a seguire una boa! Ehi! Aspettami! Vola più piano!». La voce è squillante, appartiene alla toga fluttuante di cui mai mi sarei potuto accorgere, in quanto seguiva il mio corpo direttamente alle sue spalle. Nessuna boa viaggia mai senza la sua Solitudine e così, ora, anche io ho il mio degno compagno di viaggio. Insieme cercheremo di stempererare la noia, immaginando dei fantastici luoghi in cui stiamo per arrivare. Fondamentale è rimanere svegli, inventarsi aneddoti spassosi, cruenti, erotici, ma in nessun caso nostalgici, riflessivi, romantici. Decido di iniziare io, parlando a proposito del mercenario di nome: «... Cherat, con corpo felino e testa d'aquila, alto più di due metri e dotato di un pelo maculato come quello di un ghepardo. Egli si nutre esclusivamente di viscere ed i villaggi di confine lo pagano per rintracciare e sterminare tutte le boe come noi...» uso il tono serio di chi si limita a descrivere un fatto scontato «... a nessun oceanodesertiano è consentito di lasciare queste acque e lo stesso vale per i desertoceaniani con la loro sabbia. Poco importa che, se anche i corpi in cui ci troviamo fossero crivellati dagli scagnozzi di Cherat, noi ci limiteremmo a trasmigrare in qualche nuova toga: questi due corpi precisi sarebbero comunque morti. Capisci cosa significa?...». Sempre e solo quattro stelle in cielo, gli occhi del gigante e quelli del drago. «... significa due spazi in meno per il numero totale di anime. Poniamo di essere mille anime che girano in altrettanti corpi, cosa accade se leviamo due di quei corpi? Accade che, a turno, almeno due anime dovranno condividere la loro toga e se le boe suicide aumentassero? Più cadaveri, meno corpi, stesse anime, fino a ritrovarci tutti quanti spremuti a forza nel medesimo involucro mortale. Da diventarci matti, non credi?». «Io non credo sia così...» sussurra Solitudine, ma il tono è quello di chi sta pericolosamente virando il discorso verso i lidi della nostalgia riflessiva «... io penso che se ora muoriamo, fine dei giochi. Niente migrazione. Tanti saluti» «E dove finiremmo?» «In nessun luogo». Provo ad immaginarmi nessun luogo, ritrovandomi a guardare intorno fra gli infiniti flutti dell'oceanodeserto. Propongo l'idea che noi, in realtà, siamo già tutti quanti morti e che questo sia il nessun luogo di cui lui parla, ma ancora Solitudine non è d'accordo «Una volta ho conosciuto un forestiero, professione sacerdote, lui mi ha spiegato che il mondo dei morti non c'entra nulla con questa roba. Al limite questo potrebbe rappresentare il Limbo...». Le sue parole mi stanno pericolosamente affossando le palpebre, più cerco di rimanere sveglio e più quelle vicende mistico-occulte spezzano gli ultimi paletti che ancora tengono i miei occhi sgranati. «Ehi!...» fa lui d'improvviso, come a leggermi nel pensiero «... guarda là!» e di colpo qualcosa attira la mia attenzione in mezzo a quel marasma di schiuma ed onde notturne: quel genere di oggetto oceanico che potrebbe tranquillamente far smarrire ogni traccia di sonno.


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