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lavoro pubblicato martedì 26 gennaio 2016
ultima lettura martedì 10 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ole!...E ancora sangue....

di Nickmolise. Letto 379 volte. Dallo scaffale Viaggi

Ancora una fermata e saremo fuori dal metrò. Fermata Las Ventas. Il coridoio è lungo ma ecco in fondo le scale. Non c'è caldo quaggiù. Gli ultimi gradini sotto i nostri piedi, e già si intravede il cielo azzurro sullo...

  1. Ancora una fermata e saremo fuori dal metrò. Fermata Las Ventas. Il coridoio è lungo ma ecco in fondo le scale. Non c'è caldo quaggiù. Gli ultimi gradini sotto i nostri piedi, e già si intravede il cielo azzurro sullo sfondo. Ed eccoci qua, erano giorni che ne parlavamo, non potevamo non venire qui, è quasi d'obbligo, ci eravamo detti. La Plaza de Toros. Ignari turisti non sufficientemente documentati.

    Il sole rovente della splendida e regale Madrid, ci accoglie in questa famosissima piazza. Lo stadio si erge di fronte a noi imponente nella sua antica struttura, fatta di mattonelle rosse, qui è un continuo richiamo con il rosso. Giriamo intorno allo stadio, la biglietteria con delle splendide ragazze, offre i biglietti di diversa classificazione a seconda anche della posizione all'interno dello stadio, se all'ombra o al sole. Noi ignari, acquistiamo due biglietti n.46 e 47- baco 7-fila 11-premio 975 pesetas. Contenti dei nostri biglietti ci allontaniamo, è quasi l'ora di pranzo, alla corrida mancano ancora diverse ore.

    Ci siamo allontanati a malincuore dalla "nostra" Plaza Major, il cuore di Madrid, un cuore che pulsa emozioni forti, intense, odori inebrianti, dove la notte diventa magica, con spettacoli d'artisti di strada, e gitani che ballano il flamenco.

    Il sole è una spada infuocata che si posa sopra le nostre teste. Cerchiamo un posto all'ombra del maestoso stadio, costruito nel 1929 nell'era pre-franchista. A poco a poco arrivano i venditori ambulanti, ognuno ha il suo posto assegnato. Bancarelle dove vendono di tutto, caramelle, patatine, semenza, arachidi, bandierine, cartoline, gadget vari e ricordini. Nel giro di poche ore nell'enorme piazzale attorno lo stadio è tutto pronto. Circa un'ora prima aprono i cancelli, noi credendo di non trovare posto, entriamo.

    Prima di entrare nell'arena, "il colorito" personale dello stadio ci indica dov'è l'entrata relativa al nostro biglietto, e ci accorgiamo di essere entrati allo stadio dalla parte sbagliata. Camminiamo per il lunghissimo corridoio circolare e sterrato dello stadio, puzza di terriccio e di sudore, assalgono le nostre narici, lunghe code ma non per entrare, ma come scopriamo dopo, per comprare i cuscini.

    Il personale è autorizzato a condurre le personae al posto loro assegnato, così fanno con noi, e finalmente ci sediamo. Siamo dentro la famosa Arena, nella più antica Plaza de Toros del mondo.

    Lo stadio nei suoi scomodi gradini di cemento, mi ricorda gli stadi di calcio degli anni settanta. Ci mordiamo le dita per non aver preso i cuscini. Sopra le gradinate di cemento, ci sono i palchetti coperti, e sopra ancora un'altra fila di palchetti. Al centro dell'arena c'è il palco reale, tutto dipinto di bianco.

    L'ora è per le sei. Mancano cinque minuti all'inizio, e ci accorgiamo che lo stadio

    e mezzo vuoto, e se non fosse che quasi la totalità delle persone sono ammassate dove c'è l'ombra, lo stadio risulterebbe malinconicamente vacante. E oggi per giunta è domenica. Accanto a noi una miriade di occhi a mandorla, diversi tedeschi, ma soprattutto pochi, pochissimi spagnoli, di cui un gruppetto di mezza età seduti proprio dietro di noi.

    Squillo di trombe, entrano gli attori, sfilano tutti i toreri, i banderillos, i picadores sui cavalli, con le loro micidiali lance, uno sventolio di mantelli rossi e fucsia, accolti festanti dalle trombe della banda, appostata sopra l'ingresso dei toreri.

    Girano attorno allo stadio festante, noi ancora ignari di ciò che accadrà guardiamo contenti di tanto calore e colore. Un'uomo con un cartello fissato al centro dell'arena gira su se stesso, su di esso c'è scritto il peso del primo toro: 504 chili!

    Silenzio dopo lo squillo delle trombe. Un grido si alza dalle gradinate dell'arena.

    Un'uomo sulla sessantina, grida ad alta voce:"ESA ES LA PRIMERA PLAZA DE TOROS DEL MUNDO"!

    Aprono il cancello sta per entrare sua maestà. Il toro.

    Eccolo, entra di gran carriera, ma dopo un pò è come smarrito. I banderillos appostati dietro i muretti, lo chiamano, il toro incomincia a correre, a testa bassa, l'uomo si nasconde, ma lui non si ferma va dall'altro, ora è proprio sotto di noi, è maestoso, un'ammasso nero di carne e muscoli.

    Ma ecco che all'improvviso sembra quasi volersene andare, ma poi ritorna su di un torero a gran valocità. Dopo diverse sfuriate sui toreri, squillo di trombe, entrano i picadores, i cavalieri con le loro lunghissime lance. Il toro vede l'animale e lo carica, il cavallo è protetto fino alle caviglie, il toro nel caricarlo riceve la sua prima punizione. Il picador dall'alto del suo cavallo centra il toro proprio sul dorso. E' la prima ferita. La festa continua. E tra le grida dei supersititi spagnoli che sono con noi, c'è quello di un'anziano che raccomanda e sfotte i giovani banderillos, con voce rauca e possente. I banderillos sono quattro, hanno tra le mani dei micidiali, e solo all'apparenza, innocui pugnali. Si mettono al centro dell'arena, chiamano il toro e poi con fare veloce e determinato, devono centrare l'animale sempre nello stesso punto dove viene colpito dai picadores, per poi fuggire all'istante, prima che il toro li infilzi. Nel momento in cui il toro si avvicina a noi ci accorgiamo che incomincia copiosamente a sanguinare. Ti guardo. Piangi. Non vorresti esserci. Io sono preso dallo spettacolo, mi sono fatto coinvolgere.

    Entra finalmente il torero, E' lì al centro dell'arena. Il toro lo guarda sembra rispettarlo da avversario leale, lo aspetta. Incominciano gli olè. Lo svolazzare del mantello rosso, rosso sangue. Un continuo movimento, preciso, attento. Il toro ripetutamente lo sfiora, si gira lo carica, si ferma, lo guarda, sembra fissarlo. Ancora olè, e un'altro ancora, ancora sangue giù per il dorso del toro.

    Ci accorgiamo che nel mantello nasconde la spada. Mi giro, le tue lacrime mi sembrano di sangue. Siamo al culmine. Si sentono i lamenti laceranti del povero toro, stordito da i quattro toreri che lo circondano svolazzandogli in continuazione sotto gli occhi i loro mantelli. Il torero è pronto per il colpo finale. Heeee! si sente gridare all'unisono. Centrato in pieno appena sopra la testa dalla lunga spada.

    Il toro stramazza al suolo in un ultimo straziante lamento. E tra le grida festanti dei pochi spagnoli ma soprattutto giapponesi. Il torero infligge l'ultima umiliazione al povero toro. Il taglio dell'orecchio da donare alla bella amata. Entra un carrozza trainata da quattro cavalli, legano il toro e lo trascinano via, tra gli applausi della gente. E le tue lacrime.

    Entra il secondo toro. Speriamo in una conclusione diversa. Abbiamo capito ormai, il toro è solo contro tutti. Il toro è al centro dell'arena, dopo aver già passato le tremende torture del suo predecessore ora è solo con il torero di turno. La gente grida olè, olè. E ancora sangue.

    Il torero dà le spalle al toro per prendere gli applausi della gente. Il toro leale non ne approfitta, sembra seguire un copione già visto, Aspetta il suo destino. La morte. Entra la carrozza con i cavalli. E tu mi chiedi di andare via, i tuoi occhi sono rossi di lacrime e rabbia. Io ancora incosciamente resisto, forse mi illudo in un'altra soluzione, che il finale non sia tutto uguale. Povero illuso.

    E così il terzo, anche se un torero inciampando riceve una bella infilzata, niente di grave, ma almeno a te spunta un sorriso tra le lacrime. E così il quarto, il quinto, il sesto. Tutto uguale. Tutto già visto. La mattanza è finita. In silenzio usciamo, scendiamo i gradini. Sembrano macchiati di sangue.

    Siamo fuori. La gente sfolla alla spicciolata, in silenzio. Una malinconia collettiva sembra essersi impossessata della gente. Non ci guardiamo. Occhi bassi. Un forte senso di colpa, per quanto abbiamo assistito, ci impedisce di guardarci negli occhi. Un silenzio irreale avvolge il cielo all'imbrunire. E'calato il sole, il sole di Spagna, dietro uno scenario di sangue.

    E' notte ormai nel nostro albergo, abbiamo ancora nelle orecchie i lamenti laceranti dei tori moribondi, e gli olè della gente. Olè e ancora olè. E ancora sangue.

    Racconto breve scritto da




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