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lavoro pubblicato domenica 24 gennaio 2016
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Naufrago in Amazzonia

di BasileisKomnenos. Letto 656 volte. Dallo scaffale Storia

Il mio primissimo racconto d'avventura, scritto a 13 anni. Francisco de la Fe, giovane nobile decaduto, finisce naufrago sulla costa amazzonica e rischierà la vita nel tentativo di scappare.

Non sono mai stato un uomo fortunato. Il mio nome è Francisco de la Fe. Nacqui trent'anni fa. Mio padre era un membro di una vecchia dinastia caduta in disgrazia facente parte della piccola nobiltà galiziana. Mia madre, che mio padre usava dire avesse modi gentilissimi e un cuore pieno di affetto, morì quando avevo sei anni. Mio padre, che già era vecchio e malato, morì anch'esso, nonostante l'amorosa cura mia e di mio fratello Santiago, quand'avevo vent'anni. Per avere di che vivere, mi arruolai nell'Esercito di Spagna come artigliere, raggiungendo il grado di caporale. Mio fratello era invece un fante e combatteva in prima linea, e molto spesso ebbi paura di averlo perso. La nostra famiglia possedeva allora un piccolo podere nella campagna di Santander, e vivevamo in una misera abitazione al centro di esso. Un giorno, circa un anno fa, ricevetti la più lieta - o forse, la più terribile - delle visite: presso la staccionata si stagliava la figura di un uomo alto, robusto, indossante una pesantissima armatura, che doveva aver ricevuto numerosissime stoccate, fendenti e colpi d'alabarda, con al di sotto di essa un vestito ricamato magnificamente, a strisce ocra e bordeaux, secondo il più raffinato stile castigliano dell'epoca. Per quanto non dimostrasse meno di cinquant'anni, era ancora un uomo forte e valoroso quanto lo doveva essere stato in gioventù. Corsi rapidamente verso il cancello, lo aprii e abbozzai un inchino, il migliore che mi riuscisse. "A cosa devo questa visita, mio signore?" L'uomo mi fece cenno di voler entrare e quindi mi spostai per lasciargli libero il cammino. Giunti in casa, mi fece cenno di volersi sedere per parlare con me. "Io so..." iniziò egli, con la testa bassa. "Io so che sia tuo padre che tua madre sono morti. Mi chiamo Bartolomeo de Las Nicias. Io conoscevo tuo padre... mi dispiace." Disse. "Sì... è morto dieci anni fa, oramai." Aggiunsi con voce sommessa. "Senti" Incalzò l'uomo. "Oltre il mare, oltre l'oceano che vedi ad ovest, si estende un nuovo mondo, un continente florido e vergine, che serba per noi grandi segreti e tesori quali in Europa non si trovano più e che attendono solo il nostro arrivo per essere conquistati. Chi è il contadino o il servo qua laggiù è il signore della città. Se verrai con me avrai la possibilità di restaurare il passato onore e l'antica gloria della tua famiglia e potrai vivere come i tuoi antenati." Stupito e sorpreso assai da quella proposta inaspettata , risposi: "Mio signore, se mio fratello Santiago potrà anch'egli venire con noi, avete la mia riconoscenza e la mia risposta."

Circa una settimana dopo, venduti i miei averi e ricavato un modesto gruzzolo, mi imbarcai sulla nave fornitami da de Las Nicias, un modesto brigantino a due alberi, chiamato Annunciaciòn, dotato di cinque cannoni per lato, dalla sagoma allungata e stretta, piccolo ma veloce e maneggevole. Quando fummo tutti saliti e le navi furono pronte, partimmo in direzione sud-ovest. Vidi quelle tristi e disgraziate coste galiziane, la mia vecchia casa, allontanarsi e poi essere inghiottita dall'orizzonte. Il cielo era tanto sereno quanto la mia anima, riscaldata dal calore del primo sole mattutino. Il viaggio, che durò un mese e mezzo, trascorse senza eventi degni di nota, fin quando sbarcammo in Brasile, per rifornire le provviste e approfittarne per commerciare con le tribù indigene. Passammo i nostri tre giorni di permanenza presso i nativi nel lusso e l'accoglienza da loro immediatamente concessa. Scambiammo alcune cianfrusaglie ed oggetti di poco valore (che loro, nell'invidiabile semplicità tipica delle tribù indigene, accettarono con gioia) per oro, altri metalli preziosi e strani cibi a noi sconosciuti, ma di un sapore che a fatica si trova nelle più raffinate cucine europee. Al crepuscolo del terzo giorno, mentre ultimavamo i preparativi per la partenza verso le coste occidentali del Venezuela, dove si trovavano le più floride colonie europee del Nuovo Mondo, feci conoscenza dell'uomo che in assoluto mi causò maggior rovina e sofferenza, Juan Pedro de Las Nicias, il figlio dell'Ammiraglio de Las Nicias. Mentre sorvegliava che l'imbarco di equipaggi e mercanzie procedesse regolarmente, mi avvicinai ad egli con modi amichevoli, porgendogli la mano e dicendo: "Salve, io sono..." Non potei terminare: arretrò di alcuni passi e con voce sprezzante disse: "So già chi sei, un poveraccio salvato dalla misericordia del mio anziano padre. Non capisco come possa riservare tante attenzioni a te o come tu lo abbia convinto ad aiutarti. Ma io non sono mio padre. Stai attento a te." Detto questo, delegò il suo incarico ad un luogotenente e si diresse con passo minaccioso verso l'ampia tenda del padre. Cercai di avvicinarmi, nei miei limiti, per cercare di capire di cosa parlassero. La discussione arrivò rapidamente a degenerare, finendo con il figlio che minacciava suo padre. Questo mi fece riflettere su come la vita sia un continuo paradosso, vedendo ciò che successe a me dieci anni prima e quello che succedeva lì vicino in quel momento. Juan Pedro se ne uscì emanando odio dagli occhi, mormorando fra sé e sé: "Perché?! Perché?! Com'è possibile che dia tanta attenzione a quel pezzente e non ne riservi per suo figlio?" Si ritirò quindi nel suo possente incrociatore d'attacco, il San Jorge. Restando con una notevole amarezza alla vista di quella tremenda scena, decisi di ritirarmi a mia volta sulla Concepción, ma venni bloccato da un alto ufficiale della Pedrilla (il grande galeone agli ordini diretti dell'Ammiraglio). "L'Ammiraglio desidera la vostra presenza." Io, naturalmente, acconsentii, e venni quindi scortato fino alla grande tenda di de Las Nicias. "Ebbene, Francisco... buonasera." Iniziò egli, che stava seduto su un semplice sgabello di legno. "Temo per me. Mio figlio... mio figlio ha giurato di vendicarsi per l'offesa da me ricevuta quando... ti ho aiutato portandomi con me. Se dovesse succedere qualcosa alla mia persona, ti nomino unico erede di tutti gli averi che mi appartengono, di tutti i miei territori qui ed in Europa ed Ammiraglio di tutta la flotta in mio possesso. Possa Dio benedirti e proteggerti, figliolo." Quando finì, mi inchinai con sommo rispetto verso quel grand'uomo e mi ritirai sulla mia nave.

Il viaggio proseguì quindi tranquillamente per un altro mese, nel quale approdammo di nuovo a Hispaniola per vendere l'oro e le altre merci che ci sarebbero state superflue in Venezuela, dalle quali ricavammo poi un cospicuo guadagno. Giungemmo quindi in vista delle coste orientali del Venezuela. Il tempo però era orribile e non permetteva di sbarcare: tremende raffiche di vento si abbattevano sui nostri tre bastimenti ed enormi marosi ci mettevano ogni secondo in pericolo: tutto l'equipaggio, tranne qualche uomo di vedetta, stava al riparo nel proprio alloggio. All'improvviso sentii un grande rombo e poi un urlo chiamarmi: "Capitano! Capitano!" Mi alzai subito e vidi il volto terrorizzato del povero marinaio ed immediatamente capii che stava succedendo: la San Jorge aveva sparato una salva contro la Pedrilla. Fui sconvolto da tutto ciò: il figlio che voleva eliminare il padre. Velocemente la nave ammiraglia fu disalberata dalle potenti batterie dell'incrociatore e fu impossibilitata a muoversi.
L'Ammiraglio, pieno di saggezza, decise di ordinare al suo equipaggio di andare alle scialuppe e dirigersi verso la costa per trovarvi rifugio, mentre lui e il suo stato maggiore sarebbe rimasto a bordo a sopravvivere o morire con la sua nave. Ordinai subito: "Tutti gli uomini all'artiglieria! Fuoco sulla San Jorge! Siamo stati traditi! Morte agli ammutinati!" Immediatamente tutto l'equipaggio fu alle proprie postazioni. In quel momento ebbi l'occasione di poter sfruttare la mia esperienza di artigliere: "Fuoco al centro! Fuoco sulla santabarbara!" Immediatamente tutte le artiglierie sputarono chili e chili di metallo contro la santabarbara della San Jorge. L'esplosione delle munizioni e delle polveri da sparo contenute in essa fu tremenda: la nave si squarciò in due, ed in breve l'intera nave, specialmente il velame, fu raggiunto dal fuoco. Urla strazianti venivano da quella nave, mentre la Pedrilla si era già quasi completamente inabissata. "Fermatevi! Raccogliamo i superstiti della Pedrilla!" Ordinai. Quell'errore fatto in buona fede ci fu però fatale: i cannoni dell'incrociatore tuonarono un'ultima volta, danneggiando il timone e la poppa e distruggendo l'albero maestro, proibendoci così la navigazione. La nostra fine, contro quella tempesta che ci spingeva tanto fortemente a riva, era ormai praticamente inevitabile. Mentre al largo ancora si intravedevano i resti della San Jorge bruciare e dissolversi, la nostra nave fu sbattuta rapidamente dal vento immane e dai cavalloni giganteschi contro le scogliere. Feci in tempo, certo che quella fosse stata la mia ora, feci in tempo a dire: "Addio, fratello." La nave si sfasciò rovinosamente contro gli scogli.

Non ricordo nulla di ciò che accadde durante quella notte tremenda, dopo che svenni. Mi svegliai alle nove (sono riuscito a dedurlo grazie alla posizione del sole): ero fradicio. Intorno a me, circa una ventina di corpi, più numerosi rottami, fra le quali spiccava un pezzo di timone di piccole dimensioni (probabilmente quello della mia Concepción) e la bandiera appartenente alla San Jorge. Riuscii a fatica a sedermi e ad alzarmi. Iniziai, in preda ad un incredibile attacco di panico, Riposatomi per circa un'oretta, decisi di dare una degna sepoltura a quelle povere anime che, seppur erano, alcune, nemiche, meritavano almeno di riposare in pace. Verso le undici la riva restituì anche il corpo di mio fratello Santiago, morto con, sul viso, quel quasi impercettibile sorriso tipico di chi è morto senza dolore. Rasserenato da ciò, decisi di seppellire anch'egli. Dopo aver pregato una mezz'ora per le anime di tutti i marinai e di tutti gli ufficiali (compreso Juan Pedro de Las Nicias) decisi che avrei dovuto trovare un modo per sopravvivere. Per grazia divina, la spiaggia era ingombra di materiali e strumenti potenzialmente utili, con i quali, nei giorni a venire, avrei costruito il mio primo rifugio. Mi misi subito al lavoro, per scavare, grazie ad una pala miracolosamente trovata, una grotta, che, seppur di modestissime dimensioni, sarebbe servita a garantirmi la sopravvivenza, almeno all'inizio. Per garantirne la stabilità in un terreno che, da parere di contadino, non era fra i più adatti, decisi di aggiungere alcune tavole ricavate dai resti dello scafo, che erano assai resistenti, e le tenni insieme con alcuni chiodi. La giornata era ormai quasi terminata. Decisi di avventurarmi per un'oretta in cerca di cibo (dato che, naturalmente, le provviste a bordo delle navi erano, quantunque ne fossero giunte a riva alcune, completamente rovinate): con un bastone, resti di sartie e un sasso che a fatica riuscii a levigare, creai una primitiva, ma funzionale, scure. Uscii quindi dal rifugio e guardai attentamente i maestosi alberi della giungla, cercando di scovare alcune bestie che mi avessero potuto nutrire. Trovai inizialmente un tipo di ortaggio molto simile a quello datoci dagli indigeni in Brasile. Era un fusto alto circa un metro, da cui rami (senza corteccia) avevano origine dei frutti grandi come un pugno umano, e ne presi con me cinque o sei, ricordandone l'ottimo sapore. Quando già il sole era al crepuscolo, trovai in una specie di piccola buca un animale che ricordava moltissimo un istrice come se ne vedono in Europa. Anche se provavo pena per quella bestiolina decisi di ucciderla e, con somma fatica, riuscii a ricavarne delle carni che, per quanto non fossero il massimo del desiderabile, mi diedero un po' di energie. Il resto delle cibarie raccolte decisi di conservarle finché fosse stato possibile. Il sole era ormai totalmente tramontato. Lo spazio che avevo adibito a casa, essendo scavato nella roccia, era naturalmente assai angusto, dovetti dormire su dei resti del velame.
La mattina successiva, alzatomi all'alba, uscii per ricavare dai grandi alberi lì intorno un po' di legna, che avrei potuto usare per fabbricare un giaciglio più comodo, un tavolo e una sedia. Era mezzogiorno. Decisi che avrei dovuto sfamarmi e, cotta un po' di carne, ebbi un'ora per riflettere sulla mia condizione. In quel momento fui colto da grande tristezza: mio fratello era morto; il mio nemico, la causa di tutte le mie disgrazie, era morto; suo padre, un eroe, un benefattore, era morto anch'egli. Tutto il mio equipaggio ora era morto. Erano tutti morti: tutti, tranne io. Decisi che dovevo assolutamente onorare la grazia del Signore, sopravvivendo e tornando nei territori civilizzati. Al ricordo del mio stato in Spagna, mi dissi che non era poi il peggio che la vita possa riservare. Quella settimana feci molti passi avanti nella costruzione di utensili e nell'edificazione della mia casa. Esaurite le scorte di cibo, mi avventurai nel profondo della foresta. L'ambiente era a dir poco meraviglioso: alberi di dimensioni gigantesche si erigevano per una quindicina di metri, dalle grandissime chiome verdi che facevano filtrare pochissima luce, che rendeva ancora più affascinante quella distesa. Moltissimi rampicanti vivevano sulle altissime piante e ogni luogo della foresta brulicava di vita: quasi credevo che tutto quell'ambiente, come ce ne sono pochi nel mondo, fosse essa stessa una sola, grande creatura. Persino nei nodosi tronchi degli alberi avevano nido alcuni tipi di muschi e strani mammiferi volanti. Mentre ammiravo questo spettacolo, come non mi capitò mai più di aver la fortuna di osservare, penetrando nel profondo della foresta, sentii uno strano rullare di tamburi e vocii umani. Fui colto da incredibile spavento: chi poteva essere? Erano bianchi, magari spagnoli od inglesi, o indigeni? Erano pacifici od ostili? Mi posi di fronte a questo intricato dilemma, perché come avrei potuto salvarmi dal vivere come un selvaggio avrei potuto mettere seriamente a rischio la mia stessa incolumità. Ma che altro potevo fare? Se fossero stati ostili, come quei cannibali che si dice si aggirino in queste zone, mi avrebbero scovato comunque, prima o poi. Ero ormai sicuro che ci fosse qualcuno, ed, avvicinandomi cautamente, capii che dovevano essere sicuramente indigeni. Nascondendomi cautamente vicino ad un gigantesco tronco, distrutto forse da qualche tempesta, caduto al suolo. C'era una radura di piccole dimensioni, dove erano schierate, in formazione circolare, una quindicina di abitazioni, costruite in paglia e legname di piccole dimensioni, collegate fra loro da una piccola piazza, al centro della quale c'era un grande palo, posizionato a mo' di obelisco. In quella spiazzo stavano animatamente discutendo un gruppo di quelli che dovevano essere gli abitanti, uomini bassi di statura, ma dalle spalle larghe ed il petto ampio, armati di poche e semplici armi: dovevano essere grandi guerrieri. In mezzo a loro, in piedi, si ergeva colui che doveva essere il loro capo, a giudicare dall'abbigliamento e dalle pitture presenti sul corpo. Che potevo fare? Stetti qualche minuto, lì, nascosto, a riflettere. Decisi che l'unico modo per salvarmi, e quindi onorare la benevolenza della Provvidenza Divina, era entrare in contatto di qualche
altro uomo, indigeno o bianco che sia. Mi feci il Segno della Croce e pregai la protezione del Signore, poi mi iniziai ad inoltrare verso la piazza. Quei poveri uomini, che probabilmente era la prima volta che vedessero un bianco, furono colti da grande spavento: si voltarono verso di me e puntarono le loro lance e giavellotti nella mia direzione. Appoggiai piano la scure a terra e, lentamente, procedetti verso i selvaggi. Il capo, che aveva intuito che io venissi con buone intenzioni, fece segno ai suoi uomini di riporre le armi. Poi egli stesso si avvicinò verso di me, da solo. Giunto al suo cospetto, mi inginocchiai. Egli fece un sorriso, poi mi diede la mano, mi aiutò ad alzarmi e disse semplicemente: "Tenhùscar.". Chiamò a gran voce due donne, che sembravano sue figlie, ed ordinò loro di portarmi in una grande abitazione, dove mi lavarono con cura e mi diedero dei vestiti, che capii, a giudicare dalla loro ricchezza e rarità, che fossero riservati a individui di un certo spessore nella loro società. Quella sera stessa il grande capo Tenhùscar organizzò una festa in mio onore: i giovani uomini del villaggio, vestiti ed acconciati riccamente, danzavano intorno ad un grande falò in balli di elegante finezza, che evidentemente richiedevano mesi e mesi di preparazione molto intensa. Le fanciulle, invece, ci servivano cibarie e bevande e ci deliziavano della loro presenza. La festa durò fino a notte inoltrata.

Passai circa tre mesi con loro. In tutto questo periodo assimilai benissimo la loro cultura e riuscii, infine, ad esprimersi nel loro linguaggio, totalmente diverso dal nostro, pur conservando la memoria dello Spagnolo nel caso in cui fossi riuscito a raggiungere e a contattare qualche mio simile. Mi accorsi che essi praticavano una strana religione, in cui si veneravano più dei, e mi adoperai perché si convertissero all'unica e vera Fede. Molte volte, aiutato dai valorosi guerrieri del villaggio, tentai di dirigermi verso ovest, ma ben presto mi resi conto che un approccio simile a tale impresa poteva essere soltanto pericoloso, senza nessuna possibilità che riuscisse. In compenso, durante l'ultima delle nostre spedizioni, vidi uno spettacolo terribile: ossa, scheletri, teschi umani. Atanhu, il figlio del capo, che nel frattempo era diventato il mio più sincero e fido amico, mi mise una mano sulla spalla e disse: "Cannibali. Sono stati i cannibali." Mi si gelò il sangue. Non avevo sentito parlare molto spesso di loro, tutt'altro, solo qualche chiacchiera durante il viaggio verso il Brasile. Sapevo tremendi storie su ciò che facevano, sui loro riti, sul loro modo di vivere e di trattare i loro stessi simili.
Raccapriccianti, ecco il solo ed unico aggettivo che in quel momento mi veniva in mente. Nonostante ciò, vissi quei tre mesi in sostanziale pace e più felicemente di quanto ricordi di aver mai fatto. Quasi rimpiangevo di non aver naufragato prima, ma al pensiero che mio fratello e l'Ammiraglio, il benefattore che mi salvò, fossero morto per quello stesso naufragio mi metteva un'angoscia insopportabile.
A lungo sperai che la mia condizione, al momento tanto felice e spensierata, durasse per sempre: magari avrei potuto sposarmi con qualche figlia del capo, e so che egli avrebbe approvato. Ormai l'intera tribù mi rispettava ed ero considerato al pari di coloro che avevano da generazioni radici in quel luogo. Ma il pensiero dei cannibali, di quelle malvagie e pericolosissime tribù dell'entroterra, mi terrorizzava, mi faceva vivere tremendi, orribili sogni e mi sentivo costantemente minacciato.
Era una giornata cupa: il cielo era coperto da grandi nuvole scure e una tempesta, di quelle che in Europa non si possono neanche immaginare, sembrava ormai prossima. Era notte quando si alzò improvvisamente un vento immane, e tutti ci dovemmo rifugiare nelle nostre abitazioni: stentavo a credere che quelle casette di legname e paglia riuscissero a reggere ad una tromba d'aria delle proporzioni di quelle che vidi in Brasile. Ed infatti presto il tornado si scatenò: oltre che al vento, il quale acquisiva sempre più forza e potenza, si aggiunsero ben presto una fortissima pioggia e tuoni tremendi ci impedivano il sonno. Improvvisamente sentii il suono di un corno, di quelli che gli indigeni usano per ordinare l'attacco. Nonostante la potenza della tempesta uscii per guardare ciò che accadeva. Inizia a sudare freddo: vidi una grande massa di uomini, almeno cento persone, che provenivano dal fitto della foresta. Inizialmente fui smarrito, ma poi capii che si trattava del mio incubo diventato realtà: i cannibali. Presi ad urlare: "All'armi! All'armi!" Gli uomini della tribù uscirono immediatamente dalle loro abitazioni: "Che succede?" Mi domandò Atanhu. Ma anche egli ben presto comprese di ciò che si trattava. "Siamo sotto attacco! Schieratevi!" Gridò ai suoi uomini. Essi risposero con un fiero grido di battaglia. Si armarono ed in men che non si dica erano pronti. Io cercai di dare il mio contributo con ciò che sapevo delle tecniche di battaglia. Quindi, rivolto ai lanceri, dissi: "In riga! Puntate le vostre armi verso l'alto e state fermi." Poi mi voltai verso gli arcieri e dissi loro: "Appostatevi al centro del villaggio, scagliate le vostre frecce quando scenderanno dal colle!" Tutti loro obbedirono prontamente e si disposero secondo le mie direttive. I selvaggi, con un incredibile slancio, si gettarono quindi in nostra direzione, però i nostri arcieri, benché fossero meno di una dozzina, riuscirono ad abbatterne molti, riducendo il morale dei nostri assalitori. Molti però riuscirono comunque a raggiungere le nostre fila. Quando si trovavano ad una decina di metri da noi, ordinai ai miei uomini: "Abbassate le lance!" Essi immediatamente obbedirono ed i selvaggi furono trafitti più e più volte da quella doppia schiera di picche. I pochi superstiti decisero dunque di desistere dall'attacco e si ritirarono verso il fitto della foresta. Quando furono del tutto scomparsi, tutti i guerrieri alzarono le lance e lanciarono gridi di vittoria, colmi d'orgoglio. "Non abbassate la guardia, non possono aver abbandonato dopo un solo tentativo il loro assedio, ormai conoscono la nostra tattica, torneranno certamente alla carica!" Ed infatti, dopo pochi minuti, rincominciammo a sentire le spaventose urla dei cannibali e il suono terrificante dei loro corni. Improvvisamente, una pioggia di fuoco si gettò su di noi: frecce infuocate! "Fate evacuare le donne e i bambini! Atanhu, noi dobbiamo impedire che li raggiungano!" Fece cenno di assenso e ordinammo a una parte delle nostre truppe di dirigersi verso il resto della gente in fuga, mentre ordinammo agli altri di fingere di ritirarsi, per poi schierarsi, puntare le picche verso avanti ed attendere il segnale per compiere una carica che avrebbe, perlomeno, disorientato e disorganizzato i nemici. Essi non tardarono infatti a mostrarsi, e questa volta erano assai più numerosi di prima, e ci stringevano d'assedio. Vidi che il centro del loro schieramento era verso di noi, e probabilmente il loro intento era di sopraffarci sfruttando il numero. Ma niente sarebbe bastato per fermarci, se tutto fosse andato come previsto: "Guerrieri!" Urlai. "È giunto il momento supremo. Fate appello a tutta la vostra forza e al vostro coraggio, caricate gli invasori, e che Dio ci assista!" Essi gridarono, colmi di entusiasmo e fierezza. Iniziò quindi la nostra disperata carica verso il centro dello schieramento avversario. I cannibali non capivano quali fossero le nostre intenzioni, ed apparivano visibilmente confusi e disorientati. L'effetto fu quello sperato: solo il primo impatto doveva aver abbattuto almeno una ventina dei nostri nemici e molti erano i feriti, mentre noi non registravamo nessuna perdita. Quando l'iniziale slancio fu perso, però, essi si riorganizzarono e ci circondarono, forti di un numero almeno cinque volte superiore. Presto il conflitto divenne un tremendo corpo a corpo, in cui i nostri, per quanto combattessero valorosamente, non potevano reggere il confronto. Venni personalmente assalito, vedendomi il comandante, da almeno quattro selvaggi, e fui costretto a ripiegare fino ai margini del villaggio. Credevo che ormai fosse finita per me: dopotutto, la Provvidenza si era mostrata fin troppo benevola nei miei confronti, fino a quel momento. Quando iniziavo a recitare, fra me e me, l'Ave Maria, sentii un urlo straziato. Uno dei miei assalitori stramazzò a terra: ad averlo colpito era Tenhùscar, che, seppur vecchio e non più forte come un tempo, aveva deciso di scendere a combattere. Colto dallo stupore, un altro selvaggio fu colpito dalla scure del possente Tenhùscar, e gli altri due fuggirono verso la foresta. "Grazie, grande capo." Dissi io, pieno di sincera stima verso quell'uomo che, nonostante tutto, aveva deciso di morire con la sua tribù. Egli mi indicò il luogo dove la maggioranza dei nostri guerrieri, fra cui Atanhu, si erano asserragliati. Ci dirigemmo, facendoci strada fra i nostri nemici, verso di loro, ma, nonostante la nostra determinazione nel soccorrerli, ben presto ci rendemmo conto dell'impossibilità della nostra azione. Dunque Tenhùscar si voltò verso di me, mi appoggiò una mano sulla spalla e disse: "Amico mio, non c'è più nulla da fare qua. Hai combattuto valorosamente e ti sei dimostrato fedele alla nostra causa come se fossi uno di noi. Io ti do un compito importante: diventa il capo della tribù al posto mio. Ora va, fuggi con i guerrieri non impegnati in combattimento e dirigiti verso le donne e gli anziani nella foresta, e scortali fino alle città di voi bianchi. Poi ti ringrazio molto per avermi rivelato la Verità del tuo Dio, che io non avevo compreso fino a questo momento. Se Egli lo desidererà, faremo ritorno da voi, e, se non sarà così, penso avremo modo di vederci in Cielo. Ora va, cercheremo di non farti notare. Seppur a malincuore, seguii l'ordine del grande capo e cercai di raggruppare più uomini mi fosse possibile, portandoli verso il luogo dove si dovevano essere nascosti i nostri conterranei.

A giudicare dai suoni che provenivano dal luogo del combattimento, la battaglia continuò per circa due ore e mezzo. Pregai tutta la notte per le anime di quei guerrieri tanto fieri, tanto fedeli, tanto coraggiosi, che erano periti per salvare la vita di altri. Le scorte di cibo che eravamo riusciti a prelevare erano scarsissime, perciò dovevamo affrettarci nel raggiungere un luogo abitato. Sapevo, però, data la nostra posizione, che non sarebbe stato semplice. Iniziammo quindi una dura marcia che si protrasse per almeno due settimane: per quanto l'ambiente fosse umido e non ospitale, il buon Signore ci aveva almeno assicurato il bel tempo.
Finalmente, una mattina, l'aria era fresca e spirava un vento assai piacevole, mentre il cielo era sereno, guardando all'orizzonte, intravidi dei campi coltivati. Preso da grande gioia mi voltai verso coloro che ormai erano i miei connazionali e dissi: "Gente! Finalmente siamo in vista di Maracaibo! Continuiamo ancora un po' la marcia e saremo in città!" Animati da un rinnovato ottimismo, ci dirigemmo velocemente verso la città.
Giunto sulla strada principale, che portava al Palazzo del Governatore, ordinai agli altri di fermarsi mentre io avrei parlato con il Governatore stesso. Quando, dopo aver ricevuto udienza, entrai, mi inchinai al cospetto del Governatore, poi mi alzai e dissi. "Il mio nome è Francisco de la Fe." Gli raccontai nei minimi dettagli, quindi, quanto successe fino a quel momento: l'arruolamento nella flotta, il naufragio, la conoscenza degli indigeni, la battaglia... Egli ascoltava con curiosità il mio racconto. Quando ebbi terminato, egli si alzò e disse: "Sei stato una persona valorosa, ragazzo. Comprendo che quella gente, che ormai, grazie alla tua opera, è del tutto simile a noi, abbia bisogno di un luogo dove vivere. E ho intenzione di aiutarti: questa terra è molto vasta, come ben sai, e ti darò tutto il mio appoggio purché riusciate a fondare una nuova città, governandola, sono sicuro, saggiamente e forse meglio di quanto io potrei mai fare."
E così, partimmo, dopo circa un mese di preparativi, e fondammo una città che con il tempo divenne fra le più importanti di quello che divenne la Nuova Grenada, e tutt'oggi, nel 1587, 40 anni dopo la mia partenza, ricordo i personaggi che resero la mia vita tanto dura ma, infine, così lieta: ricordo di mio padre, ricordo di mio fratello Santiago, ricordo di Bartolomeo e Pedro de las Nicias, ricordo di Tenhùscar e di Atanhu, morti per difendere il loro popolo. E così si conclude la storia di Francisco de la Fe che, salvato dalla benevolenza della volontà divina, riuscii a riportare gloria ed onore ai suoi antenati.


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