ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 23 gennaio 2016
ultima lettura sabato 18 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lilla come il cielo

di ilsolcodellanima. Letto 539 volte. Dallo scaffale Amore

Una ragazza con la passione per la fotografia e la scrittura, a causa di alcuni banalissimi episodi, dovrà fare i conti con la propria omosessualità; arrivando a prendere una decisione del tutto drammatica.

Il treno avanzava e il cane piangeva. Giaceva assopita la ragazza sui sedili del vagone di coda; trasognante, speranzosa e incerta. In un anno aveva girato l'intero mondo: giù per il rovente Kenya e su per le imponenti Langhe; col suo povero cagnetto dal quale aveva assunto l'espressione sognante. Luogo per luogo la sua vita assumeva, ogni volta, una forma diversa. Il suo fiume in piena aveva incontrato numerosi ostacoli- rocce ammassate, alberi sradicati e persino rifiuti gettati dall'uomo moderno-; ma le sue acque sguizzavano or ora su verso il cielo, per poi gettarsi di continuo in una putrida coltre di veleno.
Come una lastra di vetro rotto, si contorceva dal dolore il povero cagnetto; con la speranza che le sue ossa avessero fatto una fine migliore. Le intere giornate passate sull'orlo di un freddissimo marciapiede newyorkese, gli avevano intricato le ossa, recandogli un sofferenza maggiore; più di quanto qualsiasi mentecatto potesse credere. E la ragazza, lei coi suoi occhi cristallini, per simbiosi animalesca, si raggrovigliava come il filo di una corda annodata in fretta. La natura là fuori dormiva estasiata e la sua notte, col pallido chiarore assassino invocava i tormenti della mente, pregando loro di soffocare gli indomiti cunicoli dei più angosciosi essere umani. Le luci principali si spensero, quelle d'emergenza ripresero vita e una calma apparente invase i vagoni, nonostante il martellante rumore del vecchio Intercity. Non si ha più niente da dire dopo 12 ore di viaggio, si esaurisce anche il più banale e frivolo dei discorsi. Anime sconosciute che dialogano solo per circostanza, per arrampicarsi alla vita degli altri con il solo scopo di non annegare tra le acque dei loro tormenti, questo è il vero spirito di sopravvivenza. E quando tutto tace, quando la notte si scaraventa vorticosamente sui finestroni del treno non rimane che farla entrare, ma considerandola sempre come un ospite inatteso. Con lei non si dialoga, si tace; anche quando si ama, anche quando si spera, anche quando ci si innamora di quella infallibile nemica che è la vita; Sì, proprio la vita vera.
Così l'emozione si nasconde, arrestandosi lentamente. Spicca il volo il predatore dalle ali adornate di un rigido piumaggio; gli artigli ormai poco solcanti, segnati dal tempo e dal dolore. Non desidera una preda; ne brama migliaia, milioni, miliardi, una specie intera. Una infinità di uomini pronti a farsi percuotere le budella. Questo, al famelico predatore non basta; si trasforma in un insaziabile licantropo pronto a trangiugare fino all'ultima goccia di aspro, acre, amaro e velenoso sangue.
Tutte le prede giacevano inerte sulle poltrone del treno, mentre il sole prendeva ad albeggiare, tinteggiando il cielo nuvoloso di una vernice vagamente dorata. Scaraventati sull'orlo del precipizio, dove l'anima è lucente a tratti, si apprestavan a cominciar nuovo giorno, col solo scopo di peregrinare verso nuove mete. Povere creature impavide e odiose! gli bastava veder vita per non perire al loro inconsistente futuro. E mentre il nuovo dì prendeva pian piano forma, la ragazza si soffermava ad osservare zaffiro, che di consuetudine muoveva le foglie appassite e pallide, scaraventandole da una parte all'altra del ponte nebbioso.
Il suo nome era Aurora. Ella era una ragazza come tante altre, ma altresì diversa da quelle stesse altre. Queste ultime erano tristemente uguali; stampate con lo stesso inchiostro e la stessa carta ruvida, di quella che si trova a basso costo e risulta essere per questo maggiormente venduta .Era incredibilmente strana, eccentrica, o per meglio dire egocentrica e addirittura megalomane; di gran lunga differente dai modelli che la società proponeva. Aveva tinto i capelli con ogni tonalità del lilla, da quello grigiastro smog a quello violaceo - lo stesso colore delle profumate viole; era incantate dal profumo di quei penetranti fiori; le rievocavano la morte e paradossalmente le considerava un turbine di vita-. Per un considerevole periodo della sua esistenza aveva desiderato portarli azzurri come il cielo, ma "sembra troppo maschilista", ripeteva spesso tra sé e sé! E una femminista come lei mai avrebbe potuto compiere un sacrilegio tanto sovraumano. Quello stesso identico cielo, dipinto di lilla, era senza dubbio alcuno, di gran lunga più bello. Anche il cielo, nonostante la desinenza maschile, secondo la sua arguta mente doveva essere di sesso femminile; era immensamente leggiadro e infinitamente bello, così come lo era ogni singola donna. Aurora amava catturare con la sua camera ottica- rovinata dal tempo e dai sogni vani- quei momenti, come ogni romantico tramonto, durante i quali il cielo si tinge di rosa per poi candeggiarsi, solitamente al crepuscolo, di quelle tonalità di lilla che tanto adorava; le stesse dei suoi variopinti e leggiadri capelli setati.


Amava ricordare spesso le torbide estati. Infatti il vento estivo, apparentemente innocuo, sradica i fiori primaverili (non ancora rinsecchiti dal caldo), elevandoli verso il cielo quasi all'altezza delle rare nuvole. Agisce allo stesso modo sui cuori umani, inebriandoli di un' incandescente ebbrezza di libertà che li illude; li fa sentire, anche solo per un momento, leggiadri e vivi.
D'estate gli spazi che la circondavano eran spesso ricchi di silenzi; quanto alle stelle, esse di notte si riflettevano nella coltre d'acqua, abbandonata sull'asfalto sdrucciolevole, solitamente dopo un improvviso e repentino acquazzone. La pioggia che l'arido terren rinfresca, ha sempre un potere rigenerativo; quando la stagione è particolarmente afosa addirittura accendeva una brama voluttuosa nell'animo di Aurora. Ella aveva bisogno della sua acqua; delle impavide saette che di rado bucano il cielo, lasciando una fessura aperta tra il paradiso e il mondo terreno. Esse, riflettendosi nel mare, danno sfoggio della loro forza, addirittura virile; estroflettendosi e ramificandosi come foglie d'edera che dal cinereo muro, con un balzo secolare, si apprestano a raggiungere il sole.
Si soffermava ad osservare ogni minuzioso dettaglio, che probabilmente pochissime altre persone della sua giovane età erano in grado di cogliere.
Un giorno sulla spiaggia vide una ragazza; apparentemente normale; ma che la colpì fin dal primo istante. Aveva qualcosa di differente, una essenza similare a quella di Aurora; forse perché sembrava fregarsene di tutto e volersi concentrare esclusivamente sui suoi personali pensieri, d'altronde come poche persone ormai. Era seduta sulla ghiaia e stava silenziosamente leggendo un libro. Era completamente persa nel suo mirabile mondo; chissà forse pensava ad un amore lontano o semplicemente al puro divertimento. Ma no, non potevano essere pensieri così frivoli; Aurora se n'era accorta subito e non poté fare a meno di fissarla per ore, ma sempre con molta delicatezza; di soppiatto. L'unica distrazione che riuscì a distogliere l'eccentrica ragazza dal suo intento, fu la presenza di un aereo di linea, piuttosto vicino alla terraferma; si apprestava ad atterrare all'aeroporto più vicino. La sua scia sembrava dividere il cielo in due parti perfettamente uguali e simmetriche; tanto che da qualsiasi parte un meravigliato bambino poteva alzare gli occhi al cielo e notarlo frantumato in parti uguali e disugali allo stesso tempo. Tornando alla ragazza.. afferrava la copertina, appena appena bagnata, di un libro giallastro, e sfogliava le sue pagine con una sensualità suprema, che probabilmente nemmeno lei sapeva di possedere. A ogni pagina sfogliata, corrispondeva un capitolo della sua vita già concluso; quella carta sembrava pesare un macigno, tanto che scorrere le pagine pareva un'impresa eroica, a fronte anche dell'appicicosa salsedine che le inumidiva le dita. Non voleva voltare pagine forse, o semplicemente era stanca di continui cambiamenti. Ogni volta che ella compiva questo semplice gesto- anche se nel suo caso più complesso e rarefatto di un qualsiasi dilemma filosofico- dal suo costume turchino traspariva una scritta. L'inchiostro del tatuaggio accentuava la sua inconsapevole sensualità e il suo smisurato erotismo. Aurora amava fare previsioni sul contenuto della scritta; ogni volta che ne prendeva visione faceva una supposizione diversa, ma mai veritiera - in realtà era troppo distante per vedere concretamente quale fosse il contenuto del tatuaggio-. La giovane donna venne distolta da quel nobile impiego: il suo cane abbaiava ininterrottamente; la cercava, la voleva con sé. Forse, mai prima di allora, Aurora aveva invidiato così tanto un cane. Che stupidità, che banalità! Eppure quel jack-russel possedeva una parte dell'anima di quella donna. Aurora invece, che aveva tuttavia compreso la sua nobile essenza, le sue verità intime, poteva soltanto ammirarla e godere di quella vereconda visione.

¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬¬Per quanto amasse in modo smisurato la stagione estiva, ella ricordava amaramente anche le monotone giornate invernali, passate tra i banchi di scuola dal legno rigonfio d'umidità; rivestiti da così tante scritta incomprensibili, talvolta indecenti, che una impresa realmente ardua era riuscire a scoprire il loro colore primario. Amava sì la scuola, ma più che la scuola amava ciò che essa rappresentava, a maggior ragione vista la sua "stralunata" infatuazione per una docente. Ella era una comune - difficile utilizzare un termine del genere per una donna così esuberante, come amava definirsi lei - insegnante di lettere. No, no; non era acida come gran parte delle sue colleghe (questo si fanno inculcare solitamente gli ingenui scolari). Era una donna apparentemente lodevole, di arduo comprendonio; probabilmente, anche il suo squadrato sorriso, nascondeva fini secondari o comunque innumerevoli significati intrinsechi, di rado addirittura oscuri. Aveva l'aria di chi tanto aveva patito nella vita, e che, al contempo, voleva nascondere al mondo intero le sue brucianti, ancora aperte e lacerate, ferite. Il suo volto era leggermente solcato da qualche rarefatta ruga, eppure sembrava ancora una graziosa bambina; una bambina che moriva dalla voglia di ascoltare altre, e ancor altre fiabe, fino al punto da divenire lei la diretta protagonista di quei magici racconti.
Il suo pallido volto, sembrava ad Aurora, la conferma che quella donna umana non fosse, ma bensì una creatura angelica, discesa da chissà quale mondo ultraterreno con il solo scopo di saziare i suoi desideri. Eppure, i suoi bruni capelli facevano presagire eventi catastrofici, irreparabilmente dolorosi. Ella, se pur per un solo momento si sforzasse ad esternare qualche, solo apparentemente, gradevole ricordo di gioventù, in volto diventava tetra, la sua pelle da pallida diventava buia come i suoi stessi intensi occhi castani.
Era bella; non bella come le altre donne - lei sembrava differire anche in questo - non pareva una musa, né qualsivoglia dea, che i poeti tanto amano decantare; era fortemente attraente. La sua inconsueta bellezza, a primo acchito, era più che intrigante. Aurora era rimasta affascinate dal suo tetro volto e dal suo corpo minuto - troppo fragile per i suoi quarant'anni - , come per la ragazza del mare voleva conoscere la sua essenza più profonda; quando questo irrefrenabile impulso le attanagliava la mente, sobbalzava di scatto e con ridicole scuse provava a nascondere il "fattaccio", a se stessa si intenda non agli altri.- In fondo erano pur sempre due donne e si sa, almeno per qualche istante, pensieri di questo tipo son sempre considerati inevitabilmente contro natura; a maggior ragione se la donna in questione è un bel ventennio più grande dell'amante . Non aveva figli e ciò la rammaricava più del dovuto, costringendola ad inutili prosopopee narrate ai suoi altalenanti alunni - qualcuno la seguiva con leggera ammirazione, la maggior parte di essi si smarriva nei cunicoli tempestosi della sua torbida mente, ma solo Aurora era infatuata dalla sue soavi parole; lo era in modo del tutto evidente-.
Aurora aveva l'abilità di comprendere ogni minima azione di quella donna, ancor prima che ella la avesse interamente compiuta. La amava, la amava intensamente, in modo quasi del tutto platonico - le cose irraggiungibili , si sa, sono sempre le più bramate-. Era mentalmente e fisicamente dipendete da quella donna e quando dovette abbandonarla il mondo sembrò cadergli addosso. Le scrisse innumerevoli lettere, mai spedite; non giunsero mai a destinazione. Mi sembra inutile descrivere il suo stato psico-fisico durante quel periodo, basta la lettura di qualche sua lettere per comprendere meglio il suo dolore, che se pur giovanile e adolescenziale, era pur sempre sincero. Scriveva; scriveva pagine su pagine rivolte a quella cupa donna. Essa le illuminva la mente e il suo spirito creativo raggiungeva dei vertici oltre il limite di ogni forma estetizzante. Dei versi cominciarono a pervaderle l'intero corpo fino a fuoriuscire dalle gelide mani e con la penna prender lentamente forma:


Le tue labbra son terse
come cristalli di rugiada,
che il mattino sprigiona ingenuamente.
I tuoi occhi sono ardenti
Come la gelida pioggia,
che l'inverno mantien viva con prorompenza.
Le tue mani son intricate
Come rovi arzigogolati,
che le spine non permettono di disgiungere.
Le tue gambe son affusolate,
come sottili piedritti,
che l'antico artefice ha eretto con arcana alterigia .
I tuoi capelli son sinuosi
Come fili di seta,
che il filugello ha avvolto con cura immonda.


Le sue morbide labbra non avevano mai sfiorato le stesse angeliche di Aurora, ma tuttavia questo le bastava; le bastava anche solo ascoltare le sue epifaniche lezioni. E al termine di quegli anni trascorsi insieme, le rimase una felicità che mai aveva conquistato concretamente; un piacere che mai aveva goduto carnalmente, ma che tuttavia aveva inebriato la sua anima, elevandola fin dove il cielo lascia un piccolo spazio per le pigre nuvole incerte.
Sarebbe voluta annegare tra le onde del mare, -l'estate era perennemente presente nei suoi pensieri segreti-; lo avrebbe fatto senza pensarci due volte. Desiderava solo lasciarsi trasportare via dalla corrente; per sentirsi leggera-finalmente viva- attendendo amaramente il disgustoso odore del sale, che con violenza poteva benissimo trapanarle il naso. Questo mare lo aveva guardato tante volte - forse troppe-; una infinità. Ma le pareva ogni volta differente, era proprio questo che amava del mare: i continui cambiamenti, la sua libertà; la possibilità di scegliere se divertire la gente o sottrarla dalle sue fauci con ferocia. Una sera vide due canader incrociarsi; si intersecavano formando, con i loro gas di scarico, una miriade di disegni astratti e differenti. Ella pensava che forse volevan rendere le nuvole più belle, in realtà era solo un pretesto che i piloti avevano colto per osservare da vicino quel magico cielo lilla. Eh sì, quella sera il cielo era proprio lilla come Aurora lo adorava; la luna piena e il sole parzialmente coperto dalle nuvole, avevano creato un magnifico gioco di luci- il loro colore cambiava da punto a punto, acquisendo però, sempre, tutte le tonalità di lilla-. Era così bello catturare per sempre, con una camera, questi attimi di gioia; questa magnificenza, forse, vana, inutile.


Un giorno lo spirito creativo la portò in un posto sconosciuto, piuttosto solitario. Passeggiava in modo lesto per le strade di una macabra cittadina deserta. Il vento innalzava la polvere - unico ricordo che faceva rivivere quelle casette abbandonate - costringendola ad una danza frenetica; esasperata dalla già evidente frustrazione di quello squallido luogo. All'improvviso scorse il volto di una donna. Ella la guardò con molta attenzione, scrutando ogni minimo particolare del suo ricurvo corpo. Aveva gli occhi dello stesso colore indefinito dell'immensità, gli occhi di chi ti comprende ancor prima della conoscenza; stucchevoli non tanto per bellezza, ma per la loro innocente profondità. Erano , senza retorica alcuna, gli occhi di chi conosceva l'amore e voleva dolcemente fartelo scoprire.
Dopo averla analizzata con cura dettagliata, quasi scrupolosa, sobbalzò e in modo repentino fuggì senza dar modo ad Aurora di proferir parola.
Venne la sera, ella si era già da tempo allontanata da quella fervida cittadina, non poteva che avere un animo piuttosto turbato; quella straordinaria visione le aveva sovrastato tutti i sensi. Vagava, ma non udiva il rumor dei suoi passi. Mirava, ma non vedeva nessun silvestre arbusto. Se ne avesse avuto la possibilità, sarebbe voluta morire; la luce era completamente assente, fatta eccezione per un piccolo faro, i cui tenui raggi luminosi si scorgevano tra le sommità di due casupole abbandonate . La notte, in quel floreale ma tenebroso sentiero, la aveva completamente rapita; legata e imbavagliata al punto tale da impedirle qualsiasi movimento.
Tra le sdrucciolevoli pietre di quella strada campestre, asfaltata più volte e sgretolatasi altrettante, delle mani le avvolsero con cura l'addome, ma cingendola al contempo con una forza tale da farle mancare il respiro.
Erano le braccia di una donna, la stessa che aveva visto in precedenza, quando il sole rifletteva i suoi raggi nelle gelide pozzanghere. La aveva seguita di soppiatto, senza fare il benché minimo rumore. I suoi occhi avevano deciso di amare quelli della ragazzina dai capelli lilla, anche se la aveva appena incontrata.
Ah quanto amava usare la fantasia, sognava ad occhi aperti. Quella serata era talmente umida che le aveva giocato degli scherzi molto brutti. No, non era fuori di senno, aveva solo trovato il giusto modo per rendere meno monotona una piatta notte invernale - inventando storie ovviamente; usando l'immaginazione-. Oh, chissà, forse è stata realmente toccata dalle mani di un angelo.
In effetti quella notte era diversa dalle altre; fredda, triste e tremendamente malinconica. I lampioni che suddividevano la strada in tanti blocchi perfettamente geometrici, suggerivano una prospettiva distorta, fino a dare l'idea che questi si contorcessero dai dolori, che ahimè l'umidità risvegliava nelle ossa di tutti; che fossero umani o oggetti inanimati. Inoltre emanavano una luce più tenue della norma; a tratti fredda come la neve; a tratti calda come il cocente sole estivo (tramontato ormai da diverse ore) . Il silenzio era totale, perenne, ineffabile. Di rado, dalla lontana pineta dorata, si disperdeva il bubolìo di un gufo solitario- a dirla tutta sembra molto malinconico-. Chissà forse cercava la sua famiglia, dispersa tra i rami sofferenti degli arbusti di qualche campagna sperduta, o semplicemente stava cantando per la sua amata: non lontana, ma mai posseduta; forse non era mai esistita. E qui il paragone con la situazione vissuta da Aurora sarebbe più che lecito; spesso rifletteva le sue emozioni, i suoi sentimenti, nella fauna. Gli animali erano il suo specchio di cristallo preferito, non perché in essi riflettesse la sua bellezza dando sfogo a un esasperato narcisismo. Lo faceva semplicemente perché considerava la specie animale superiore a quella umana -un bel controsenso vista la nostra discendenza animalesca-; in poche parole si sentiva meglio, più importante perché questi le conferivano una luce maggiore, la rendevano cioè più luminosa di quanto in realtà non fosse; questo lei purtroppo lo sapeva benissimo. Artista, artista, artista! Per vivere la vita non conta esserlo, o meglio non conta convincersi di esserlo; lei forse lo era, ma ne era fin troppo consapevole per far fruttare il suo estro creativo. Non disprezzava il mondo, ma solo le sue creature senza scrupoli- d'altronde chi non ha mai fatto il contrario-.
Non odiava il genere maschile, ma amava troppo le donne per dar loro anche la minima importanza. Amava anche solo osservarle, frugare di nascosto nei cassetti della loro mente. Nella sua triste vita aveva incontrato tante donne, con le quali raramente aveva deciso di stringere rapporto, eppure queste avevano ugalmente lasciato infinite pietre preziose nei bauli del suo cuore. Ogni donna nella sua rarefatta complessità la aveva fatta crescere; sì, lo aveva fatto in modo concreto.


Si trovava così dall'altra parte del paese, dopo essersi portata alle spalle tutte le sue storie, i suoi amori o anche semplicemente i suoi fantasiosi sogni che tanto la avevano aiutata ad accettarsi, a rispettarsi per quello che era, ad apprezzare ciò di cui aveva bisogno.

Dentro la vita, verso la fine del mondo, si celava l'infinito. Ella , peregrina, squarciava in due la pioggia; si posava sui pallidi gradoni, a nord si inclinava. Moriva tra il verde prato e in quello stesso infinito orizzonte nasceva l'arcobaleno.
Le lacrime di Aurora erano asciutte come arida vernice rossa, le mani tra gli anelli stretti eran raggrinzite e pungenti. Sorseggiava il sole, il cocktail di pioggia, shakerato dal vento senza buttare giù neanche una foglia. La mente pareva tanto lontana, si nascondeva da quel caotico andamento, riassorbendo le vene del cervello. Il sangue scorreva nei tunnel poco illuminati, umidi e contaminati dai putridi roditori. Così vago il suo andamento! Così dolente il suo passaggio! Tutte le anime son sempre dannate giù da quel paese, su per le montagne, là in fondo agli abissi del suo gelido mare. Le porte della vita sono serrate male, chiuse da vecchi lucchetti arrugginiti; pochi gli sforzi che bastan per romperne le catene. Dimenticando gli appigli, i mezzi di ispirazione,
le ghirlande di Natele messe sull'uscio solo per consolazione; quanto al dolore, qualcuno mai ha voluto analizzarne la natura? Ella aveva cercato solo di descriverne le conseguenze, il curioso effetto che poteva esercitare sulle persone. Ognuno lo accoglieva in maniera diversa, nella sua banale complessità: chi lo sfidava con aria da spavaldo, chi lo rinnegava giurando il falso e chi lo evitava, scappando come un codardo prossimo alla sedia elettrica per aver commesso un reato. Lei invece lo chiamava, lo desiderava; che lurida masochista! Solo questo bastava per farsi odiare dal mondo, già questo la rendeva una pezzente pronta a chiedere l'elemosina in una via lussuosa della glam città di Milano. Eppur mai raggiunse tali bassezze, la sua arte bastava per far di lei una granduchessa milionaria; quanto alla determinazione, quella no toccava solo ai falsi ingegneri presuntuosi.
Aurora era pervasa da quello stato di ubriachezza mentale che muore là dove la vita si nasconde; viene sovrastato da fremiti e urla di tanti pivelli psicopatici. Tante volte ci si ferma a guardar le stelle, - lo si fa per una questione di falso romanticismo- ma mai nessuno ne ha voluto esplorare il reale contenuto: sono spente, deprimenti, avvilenti e cupe più di qualsiasi corsia cimiteriale. Aurora, ogni qualvolta il suo sguardo si posava sull'inconsistente cielo notturno, cominciava a creare e ricreare fino a quando la sue sofferenti ossa non chiedevano pietà al mondo intero. La monocromia, quella splendida intesa che Aurora cercava nelle sue drammatiche fotografie, regnava la notte; come regna il giorno quel banale sole insaturo, che nella sua mente perversa si tingeva di rosso e come una spugna inzuppata, disperdeva gocce, litri e fiumi di sangue. La ragione in lei si era avizzita, il mondo crollavo dietro la sua nuca, esplodeva la granata sotto al suo pallido mento. Le mani intorpidite, in quel meccanicoso attimo di belligeramento mentale, cercavano la loro preda migliore; oscillavano, si intersecavano, via verso la fine terrena. Ricercava questo nella sua nuova vita; desiderava solo un secchiello di acqua salata, ma le era parso davanti gli occhi l'intero mare.
E passavano i giorni: monotoni e ripetitivi, più di quanto non lo fosse la sua banale vita; perennemente mali e sventure. La rarefatta ricerca artistica aveva varcato nuovi orizzonti, si posava lì, diretta verso una nuova obbiettivo, solo per far sfamare il suo rancore. Prima d'ora, mai era stata così ipocrita una sua scelta - e si sa, di errori ne aveva commessi una infinità-. Eppur nel suo animo giovava la tempesta di un'altra felicità sfiorata con i polpastrelli delle dita. Quel corpo ammorbidiva un rigido corsetto vellutato; lo rendeva umano, finalmente vivo.
Non era un sogno - la vita mai più scherzi di quel tipo le aveva giocato-. Era acqua di pioggia che rifltteva il mondo intero, dilatandolo spaventosamente. Lei era una donna come le altre, ma altresì diversa da quelle stessa altre che Aurora aveva contemplato, scolpito e impressionato nella pellicola. La fissò per un istante e la gettò nel fiume; l'acqua si increspò; luci soffuse e smaltate zigzagarono per il cielo, fino a quando non vennero a formarsi dei graziosi arcobaleni monocromatici, sfumati da un colore violaceo intenso.
Quella donna era la morte e fu proprio questa che Aurora decise di amare in eterno.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: