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lavoro pubblicato venerdì 8 gennaio 2016
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Rosa e il Corvo - Capitolo I

di GillSully. Letto 574 volte. Dallo scaffale Fantasia

Conosco il punto di partenza, ma non quello di arrivo cari lettori. Un'avventura che nasce e si sviluppa lasciando che siano gli eventi a suggerirmi quale strada prendere. Senza pretesa alcuna, buona lettura :)....

1.

La tempesta porta speranza, lava la terra dalle imperfezioni e purifica gli spiriti, raffredda gli animi e spinge gli uomini attorno ai fuochi.
Solo la pioggia disseta le terre inaridite, nasconde lacrime e tristezza. Solo l'acqua salva un paese quando niente riesce a farlo.
Gill era cresciuto con queste convinzioni.
La vecchia Sheila gli narrava degli uomini del mare e dei pescatori, delle loro terre, degli usi e costumi di quel popolo misterioso.
Era stata l'anziana a narrargli la bontà delle tempeste, ma non né era più così convinto.
La guardia personale del Lord di Crow's Hill, guardava inorridito l'agghiacciante spettacolo che la natura aveva messo in atto. Dalla finestra della torre godeva della visuale migliore, anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Grosse gocce colavano sull'antico vetro e si rincorrevano mentre i lampi illuminavo il cielo e i tuoni le facevano vibrare. Gill osservava come ipnotizzato e le vedeva aumentare sempre di più: attraverso quel groviglio di puntini bagnati, non riusciva a scorgere altro che il castello sottostante. La città era immersa nel buio.
Il vento aveva iniziato a soffiare nel tardo pomeriggio spazzando via ogni tentativo di accendere una luce nell'oscurità incombente. Le donne e gli uomini del villaggio si erano messi al riparo nelle loro case, persino ai mendicanti e ai senzatetto le locande avevano offerto un posto. Le strade erano allagate e mentre il fango avanzava, Gill non poteva che pensare alle parole della balia.
Spostò lo sguardo verso il basso e vide altre guardie di turno. Molte erano costrette a montare fuori dai cancelli, sotto l'incessante pioggia che doveva essere entrata sin dentro la carne. Nessuno di loro, però, si sarebbe spostato di un passo.
L'onore e la disciplina erano tutto a Crow's Hill.
Il cielo era nero come la pece e le nuvole non accennavo a diminuire. Grossi fulmini spezzavano il paesaggio creando disegni ostili e i rombi rompevano il silenzio irreale che era calato sulla città. I lampi inondavano di luce la torre e Gill sentì un brivido insolito corrergli lungo la schiena, mentre osservava la silenziosa scala a chiocciola che scendeva nel buio della fortezza.
Fissò i quadri appesi alle pareti. Dipinti troppo vecchi per ricordare chi li avesse creati. Loschi individui lo osservavano da quelle cornici consunte, i vecchi Signori della città, probabilmente. Non c'era altro, solo un braciere che riscaldava assai poco al confronto del gelo che li aveva assaliti.
Gill osservò le fiamme perdendosi nei meandri di quel pittoresco gioco di colori, con le fiamme gialle, blu e rosse che si mischiavano diventando un unico fuoco e in quella luce, la guardia si perse nei ricordi.
Pensò a quanta strada avesse percorso, prima di diventare guardia di un Lord; alle sue povere origini di contadino. Suo padre gli aveva insegnato i segreti della terra sin da bambino e Gill era un ragazzo curioso, che imparava in fretta. Amava il posto in cui era nato. La natura sterminata di Paynville e le incredibili emozioni che solo quel posto avevano saputo suscitare in lui. I prati verdi e i fiumi, i boschi e le feste che rallegravano una vita altrimenti piatta di un umile paese dell'Est. Cercò di ricordare il volto di sua madre, ma fu un vano tentativo. Suo padre non gli aveva mai raccontato cosa le fosse accaduto e nessuno dei due figli era mai riuscito a farlo parlare. Un uomo rigido, severo.
Poi era arrivato l'incendio e tutto ciò che aveva conosciuto, che aveva sempre amato, se ne andò con quelle fiamme, che divorarono tutto. Non ricordava molto di quella notte, solo due occhi pieni di lacrime, occhi verdi, come i suoi. Lo sguardo triste del padre, lo accompagnava da quella notte.
Non sapeva come si fosse salvato. Si era risvegliato sulla riva di un fiume, molti chilometri più in là di quel che rimaneva di Paynville e dei suoi abitanti. Lui e suo fratello.
Perso nei ricordi, fu colto alla sprovvista da una folata di vento. Il braciere si spense.
Rimasto al buio fu preso da un innaturale ansia. Un panico che non gli apparteneva. Cercò l'acciarino tastando il pavimento, ma con scarsi risultati.
Il temporale gli venne in soccorso e un immenso bagliore squarciò la notte illuminando la torre.
Sorrise accorgendosi di averlo proprio accanto al piede e rialzandosi, uno spiraglio di luce che prima non aveva scorto, attirò la sua attenzione: la porta del lord, chi l'aveva aperta?
Diede la colpa alla folata improvvisa, ma l'inquietudine non accennava ad andarsene e logorava la sua mente ormai stanca. Ravvivò le fiamme e si mosse per chiudere la porta, ma quando mise la mano sulla maniglia lo sguardo allenato sorvolò la stanza in un istante. Qualcosa non andava.
Jake Alison, Lord della città, sedeva su una poltrona di fronte al fuoco, poteva vederlo chiaramente in volto e non ci sarebbe stato nulla di strano se fosse stato solo: di fronte a lui notò un'altra figura.
Non riusciva a vederne il volto, scorgeva solo un mantello grigio e il colore dei capelli era indefinibile a causa del fuoco che li metteva in controluce. Uomo o donna che fosse, un pensiero solo assillava la guardia: come era entrato?
Erano ore che sorvegliava la stanza e la scala era l'unica via di accesso. Nessuno era stato avvistato e non erano previste visite, soprattutto a un'ora cosi tarda.
Pensò fosse meglio non farsi sorprendere, ma non poté fare a meno di continuare a guardare ancora per un pò. Si avvicinò spalancando gli occhi mentre lo sconosciuto porgeva qualcosa al Lord.
"Si perde la testa, la lingua e il gusto di vivere a stare appresso ai nobili", diceva sempre suo padre.
Chiuse la porta cercando di non fare il minimo rumore.
Non poteva averlo sentito, ne era sicuro. Guardò di nuovo il braciere assaporando il calore delle fiamme, poi osservò il buio al di là della finestra e infine posò gli occhi sui gradini. Non c'erano altre vie.
Passò qualche minuto prima che il Lord lo invitasse a entrare.
Varcò la soglia chiudendosi la porta alle spalle e si volse incuriosito per osservare lo sconosciuto. Rimase molto deluso.
«Mio signore» disse. Aveva sempre odiato quel formalismo. Guardò verso la poltrona ma non vide nessuno.
Alzò gli occhi sul signore della città che gli rispose con un sorriso. Quel sorriso tra il divertito e il compiaciuto che molte volte Gill aveva sognato di spezzare con la sua lama.
Jake dovette cogliere il disagio della guardia «Qualcosa non va Gill?»
«Nulla che possa preoccuparla, mio signore.» ma i suoi occhi mentivano, chiunque poteva accorgersene mentre passava lo sguardo sulla stanza. Osservò le finestre sbarrate cercando di dare un senso a quello che aveva scorto poco prima.
«Posso aiutarla?»
Jale Alison si alzò andandosi a versare una coppa di vino. Non lo offrì alla sua guardia. Gill non batté ciglio; aveva imparato da tempo a non dar peso alle provocazioni del suo signore. Costui si voltò a guardarlo ancora con quel sorriso beffardo e con l'aria di chi la sapeva lunga. Troppo lunga.
«Come è stata la notte Gill?» disse bevendo dal grosso calice.
Gill vedeva le gocce cadere su quelle lussuose vesti e fu disgustato dalla poca attenzione che vi prestava. Avrebbe pulito qualche serva, come sempre.
Suo padre aveva perfettamente ragione.
«Niente di nuovo, la tempesta si abbatte violenta sul paese. Dicono continuerà a diluviare per giorni. Le guardie al cancello riferiscono che non c'è letto libero in tutta la città. Non c'è anima viva per le strade» rispose.
«Già la tempesta. Sta facendo più danni del previsto, maledetta pioggia. Continuerà per giorni dici eh? Che la Morte mi prenda se questa non passerà alla storia come la tempesta del secolo! Che diamine abbiamo fatto per causare l'ira degli Dei? Pensano di distruggere questo posto con un pò d'acqua. Crow's Hill ha resistito a molto più che qualche goccia» fece una pausa. Altro vino. Altre macchie.
«Puoi andare, per stanotte può bastare. Non verranno ad uccidermi mentre l'acqua allaga le loro fottute case» accennò al vino «Perdona la scortesia di non avertelo offerto, ma ti vedo provato e confuso. E io ci tengo alla salute dei mie soldati.»
Gill sentì altri brividi lungo il corpo. Parole che sapevano di veleno alle sue orecchie. Eseguì il saluto di rito e fece per andarsene.
«Gill, un'altra cosa» si voltò prendendo al volo un mantello grigio scuro e seppe con assoluta certezza che si trattava dello stesso intravisto sulle spalle dell'individuo. Lo strinse tra le mani guardando il Lord con fare interrogativo.
«Copriti le spalle» disse lui «Farà freddo stanotte.»
Gill ne era certo.

Si lanciò nel buio delle strade, lasciandosi dietro il castello. La prospettiva di andare a dormire non gli era parsa più cosi allettante. Il suo alloggio era nel settore Ovest della fortezza e lui voleva andare il più lontano possibile da quel posto inquietante. Almeno per una notte, decise che una locanda fosse il luogo migliore per le persone in fuga.
La pioggia e il vento gli sferzavano il viso rendendolo più cieco di quando il buio non lo rendesse già. Anche se indossare quel mantello gli metteva i brividi, non ebbe altra scelta. Si strinse in un abbraccio cercando riparo nella stoffa. Tentativi vani, il freddo avanzava.
Tentò di raggiungere la locanda più vicina ma la città sembrava avercela con lui. Si perse tra le strade cercando riparo tra le tettoie dei negozi ormai chiusi.
Crow's Hill.
Un nome antico. Le leggende narravano di un'era lontanissima in cui l'oscurità regnava sul mondo. Le persone perivano per le strade, i bambini dilaniati dai lupi e le mamme dal dolore di averli persi. Favole per neonati, aveva sempre pensato Gill, ma le storie fanno parte dell'uomo e che piacciano o meno, poco importa, esse viaggiano di epoca in epoca: vedono generazioni scomparire, alberi appassire per poi rinascere, città cadere e risorgere. Le storie vivono, mentre gli uomini cambiano.
Il mito narra che la città nacque da quell'oscurità, quando le tenebre lasciarono il posto alla luce e i popoli sperduti e senza terre cercarono una guida che potesse salvarli.
Vagarono alla ricerca di un luogo da chiamare casa e molti morirono nel tentativo.
Un giorno, uno di questi popoli, vide uno stormo di corvi e spinti dalla disperazione, cercarono di seguirlo. Cosi fecero. Per giorni e per mesi, sino a quando i corvi volarono su un'immensa collina e nessuno più li vide. Il popolo arrivò in cima trovandosi di fronte un frutteto dagli alberi sani e maturi e nella vastità di ciò che videro trovarono al centro un unico corvo, morto.
Molti dissero fosse un segno di sventura, altri parlarono di un sacrificio degli Dei per la loro salvezza. Da sempre gli uomini associano molteplici significati, spesso contrastanti tra loro, agli animali della terra. L'unica verità era la loro vita e nessuno dimenticò mai di festeggiare la Venuta del corvo, una festività che ancora oggi, dopo secoli, veniva accolta con gioia da tutti.
Cosi era nata la città. Cosi dicevano. Gill, però, non aveva mai dato peso alle leggende.
Era sempre stato un paese tranquillo e a Gill piacevano gli abitanti. La ricchezza e lo sfarzo, però, avevano rovinato la serenità del posto. Agli altri potevano anche sfuggire quei dettagli, ma agli occhi di una guardia cittadina non passavano inosservati i pasti esagerati che i nobili si facevano servire dalle cucine. Cosi come era innegabile l'inutile dispiegamento di forze che il Lord aveva richiesto per proteggere la fortezza. Soldati pagati col tesoretto della Casata.
I cittadini non potevano neanche immaginare di quante risorse la città fosse dotata.
Un fulmine si schiantò su un albero mandandolo a schiantare al suolo a pochi passi da Gill. Fece appena in tempo a scostarsi, mentre l'albero prendeva fuoco per poi spengersi sotto la furia del diluvio.
Raggiunse la locanda poco dopo.
Non riusciva a leggere l'insegna, ma vide un orso e un calice sopra raffigurati e seppe di essere nel posto giusto. Spinse la porta ed entrò. Per prima cosa fu colpito dall'istantaneo cessare del rumore della pioggia e del vento che lo avevano accompagnato per tutta la camminata. Assaporò il calore dell'interno ascoltando i rumori tipici di ogni locanda che si rispetti. Fece un cenno all'uomo dietro al bancone che sembrò riconoscerlo.
«Frances porta un boccale alla Prima Guardia» disse rivolgendosi a una cameriera in lontananza. Gill ringraziò con un sorriso. Era famoso, tutti conoscevano la Prima guardia del Lord e tutti sapevano che Gill amava il popolo tanto quanto odiava il suo signore. Per lui c'era sempre un letto libero.
Attraversò la sala gustandosi le risate degli avventori della locanda. I tavoli erano tutti occupati e non poteva essere altrimenti visto l'inferno che si scatenava tra le strade. Salutò un paio di amici che giocavano a dadi in fondo alla sala, ma si diresse verso il fuoco.
La cameriera, Frances, lo trovò seduto a terra accanto al camino. Si sorrisero e Gill si accorse della sua bellezza.
«Il suo boccale, Sir Sully» disse porgendogli un grosso boccale con lo stemma del corvo.
«Non sono un cavaliere» rispose Gill. La guardia la osservò meglio. Aveva lunghi capelli neri raccolti in una treccia e gli occhi castani; la divisa non nascondeva le forme che sotto si celavano.
"Mettete una donna di fronte a un uomo e con qualche boccale in più vi darà le sue terre e tutto ciò che sopra vi posa".
Suo padre ne sapeva tante.
«Solo un uomo infreddolito e bisognoso di ridere. E affamato» aggiunse tra sé mentre la giovane tornava al bancone.
Sentì un tonfo e voltandosi trovò a terra il mantello; se ne era completamente dimenticato.
«Giornata dura Gill?» alzò lo sguardo e vide un ragazzo alto, dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il cielo d'Estate. James Daerfor, uno di quegli amici che difficilmente si trovano due volte nella vita.
«Che ci fai ancora in città James? Credevo dovessi partire stanotte. Problemi con la tempesta?» disse Gill sorridendo all'amico «Accomodati».
Stava spostando il boccale poco più in là per far posto a James quando d'un tratto la porta della locanda si spalancò.
Gill sollevò lo sguardo incuriosito, James e tutti gli altri si voltarono nella stessa direzione.
Un uomo (o una donna?) entrò con passo incerto lasciando la porta aperta dietro di sé. L'acqua continuava a scendere incessante e il rumore del vento si udiva persino dal fondo della sala. Il fuoco si spense e Gill ricordò il braciere nella torre. Ora la pioggia stava allagando l'ingresso, ma nessuno si mosse. Nessuno. Tutti fissavano l'individuo. Dal momento in cui aveva messo piede nella locanda un fremito aveva percorso le loro ossa. Lo osservarono avanzare e videro che si trattava di una donna. Sembrava giovane. Le vesti erano lacere e i capelli bagnati cadevano sulla fronte nascondendogli il volto. Si appoggiò al bancone; sembrava stanca, priva di forze.
«Madre?» disse James.
Gill passò lo sguardo da uno all'altro.
James si avvicinò alla madre, prendendole le mani «Madre, cosa è successo?» la fissò in volto e si accorse dei suoi occhi vitrei, come se guardassero senza vedere, e della sua faccia pallida. Cercò di scuoterla ma senza successo.
«Madre sei bollente, cosa ti è accaduto? Rispondimi!» sembrava una richiesta di aiuto, un urlo disperato che era sordo alle orecchie della donna.
La donna cadde a terra con un sonoro schiocco. Il locandiere ordinò di chiudere la porta e prendere qualcosa per la signora.
Gill fu subito accanto a James ma per il ragazzo esisteva solo la madre. Cercò di sollevare la donna ma sembrava presa da violenti spasmi che le facevano gonfiare il petto su e giù e James non sapeva che fare. Continuava a urlare il suo nome ma non riceveva risposta. Alla fine la donna si fermò e rimase immobile, inerme.
Gli avventori della locanda si avvicinarono, persino gli ubriachi avevano riacquistato la lucidità persa.
James, tra le lacrime, sollevò il volto della povera madre scostando i capelli bagnati con una mano. Ciò che vide mandò in pezzi il suo mondo.
Il viso della donna era infestato di pustole e bubboni. Grosse escoriazioni le rigavano il volto, molti tagli e increspature si erano formati sulla pelle. Il sangue gocciolava da quelle aperture e gli occhi della donna continuavano a guardarlo, spettrali, assenti. Morti.
Accarezzò le labbra della donna che lo aveva cresciuto e amato e non seppe che fare se non rimanere in silenzio, incapace di capire quello che non riusciva a spiegarsi. Che nessuno riusciva a spiegarsi.
Le sue mani cercarono un segno di vita, ma non lo trovarono. Strinse le braccia della donna, erano ancora calde. Troppo calde. Sollevò le maniche e trovò altri bubboni ad attenderlo. Orride piaghe che pulsavano e dilaniavo un corpo già morto. James sollevò gli occhi incrociando quelli di Gill e l'amico non seppe che dire per confortarlo. Nessuna parola poteva colmare il dolore di un figlio che perde la propria madre, specie in un modo cosi orribile e inaspettato.
Fu la cameriera, la ragazza con la treccia, a rompere il silenzio.
«Mi dispiace ragazzo» disse poggiando una mano sulla spalla di James. Sembrò avvertire qualcosa sotto il vestito del giovane, anche James dovette accorgersene. La ragazza si scostò bruscamente lanciando un grido e tutti si allontanarono senza capire cosa stesse accadendo. L'aria gelida filtrava dagli spifferi di porte e finestre e col fuoco ormai spento, stavano congelando senza nemmeno rendersene conto.
James sembrava impazzito, fuori di sé. Fu scosso dalla nausea e quando volse lo sguardo su Gill, l'amico vide i suoi occhi cambiare, li vide carichi di dolore. I conati che lo scossero lo indussero a vomitare sino a quando non si sentì svuotato e senza forze.
Come in delirio urlò dal dolore e nessuno si azzardò a fare un passo o a fermarlo. Sembrava un animale in gabbia. Poi si placò di colpo.
«Cosa mi succede Gill? Aiutami.» era disperato, ma Gill non poteva aiutarlo e James lo sapeva.
«Io... non lo so James»
Il ragazzo si tolse la maglia.
«Ho caldo» disse. Nessuno però, dava più peso alle sue parole.
James fece vagare lo sguardo sui presenti e li vide spaventati. Si allontanavo da lui.
Si rivolse a Gill, il suo unico punto di riferimento, ma l'amico non seppe far altro che indicargli il punto in cui la ragazza aveva posato la mano. James abbassò lo sguardò sulla spalla nuda e lo vide.
Il bubbone era grande non più di tre centimetri, ma era là dove prima non c'era nulla.
Guardò con tristezza la ragazza e la cameriera capì all'istante. La ragazza posò lo sguardo sulle sue mani e tutti videro i segni della morte anche su di lei.
Il panico dilagò per la locanda. Tutti scapparono.
James cadde in ginocchio, il volto rigato dalle lacrime mentre la vita lo abbandonava e la gente si riversava per le strade dove la pioggia sembrava molto meno ostile di quella morte contagiosa. La guardia non poté far altro che scappare a sua volta.
Sembrava che la madre di James non fosse stata la prima. Corpi su corpi erano ammassati nelle piazze e la gente aveva già acceso fuochi per bruciarli, senza sapere che la morte non si brucia. Ti prende e ti porta via. Ti strappa la vita in un attimo. La pioggia, implacabile, spengeva le fiamme nascenti e nuove persone venivano contagiate in un ciclo senza fine. Cercò di districarsi in quel labirinto di vicoli, tentò di allontanarsi il più possibile dal cuore della malattia ma ovunque andasse trovava solo morti.
Di questo passo, la città non avrebbe superato la notte.
Altri fulmini si abbatterono sulle case e stavolta, quà e là, il fuoco divampò. Udì le persone urlare, ustionata dalle fiamme mentre correvano in mezzo al diluvio.
Gill correva rapido, continuando a ripetersi che non sarebbe stata un'altra Paynville, ma più avanzava e più la morte sembrava averlo preceduto. Dove stava andando?
Non era nemmeno sicuro che esistesse un posto sicuro in quell'ammasso di palazzi e case diroccate. Con la fortezza e i suoi alloggi troppo distanti per essere raggiunti, Gill cercò suo fratello.
Non ci fu bisogno di cercare tanto, girò l'angolo e se lo trovò di fronte.
«Sam!»
«Non toccarmi!» urlò l'altro mentre Gill lo abbracciava.
«Non sono stato contagiato, tranquillo» sorrise la guardia con fare rassicurante. Non poteva credere di averlo trovato subito. Dovevano scappare. Lo osservò e lo vide in forma, sembrava in salute, ma spaventato.
Un lampo trasformò la notte in giorno.
«Ma io si.» disse Sam.

Si guardarono inorriditi. Due ragazzi scampati alla strage di Paynville. Due infetti.
Due morti.
Si abbracciarono ancora, mentre le lacrime si mischiavano alla pioggia. Se la presero con gli Dei e con il destino, se la presero col mondo e parlarono della loro madre. Del loro padre.
Non potevano fare altro, mentre l'uno vedeva la malattia avanzare nell'altro. Potevano solo guardarsi e vedersi sconfiggere da un male ignoto, senza nome.
Gill aveva la mente annebbiata.
Fugaci immagini gli attraversavano la mente, corvi, figure misteriose e fiamme. Su tutto campeggiava il sorriso beffardo di Jake Alison.
«Ti voglio bene Sam.»
«Anche io, fratello mio.»
La pioggia cadde e inondò la città per molti giorni ancora.
Prima di morire, Gill ripensò alle vecchia Sheila.
Si sbagliava.
La tempesta, porta la morte.



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