ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 3 gennaio 2016
ultima lettura mercoledì 17 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

NATURA SELVAGGIA: CAPITOLO VII

di Giovanni95. Letto 488 volte. Dallo scaffale Fantasia

"Kerbs tremava ma non osò contestare ancora l'autorità dell'uomo di ghiaccio e ubbidiente raccolse i vestiti dal cesto in cui si trovavano e avvicinò una mano alla gabbia. In un lampo la creatura all'interno si lanciò verso il braccio del..."..

La belva era guidata solo dal suo istinto, dal suo spirito di sopravvivenza si muoveva veloce e furtiva, nascosta dall'ombra che le donavano gli alberi più antichi del bosco. Nessun ramo si spezzava durante la sua agile fuga, nessuna foglia secca si sgretolava sotto il suo tocco leggero. Tutte le altre creature si impaurivano e scappavano veloci non appena si presentava ai loro occhi. Nel volto del predatore si leggeva una naturale felicità e leggiadro volteggiava tra le foglie di un luogo così familiare e lontano dal grigiore del mondo umano da cui era fuggito. Nessun affanno sembrava capace di afferrarla in tutti i suoi fulminei balzi, nessuna fatica o sforzo era presente in tutti quei suoi gesti impossibili da imitare per un semplice umano. La mente dell'uomo era caduta, giaceva protetta e nascosta dalla feroce volontà dell'animale che Garmr aveva racchiuso dentro di sé e che finalmente poteva destreggiarsi libero al di fuori della propria gabbia di pensieri e paure.
Improvvisamente la belva si fermò, era immobile nella vegetazione, respirava silenziosa, le lunghe orecchie erano tese verso l'alto pronte a percepire degli strani rumori sospetti. Ed ecco che l'ululato di una sirena la raggiunse prepotente. Si voltò rivolgendosi verso il tetro edificio da cui si stava velocemente allontanando. Con il proprio udito si sforzava di comprendere cosa stesse accadendo nei grigi laboratori in cui era nata laddove aveva per la prima volta assaggiato il gusto del sangue.
L'ululato della sirena era, però, solo l'apice di un vortice di rumori che proveniva da quella zona. Le sue orecchie udivano le urla frenetiche delle prede che si agitavano scombussolate. Decine di uomini marciavano da un capo all'altro della prigione preparando mezzi e armi per la grande caccia. Si univa al loro trambusto il ruggito metallico di bestie che l'animale in Garmr non aveva mai visto all'opera prima e che si risvegliavano pronte ad inseguirla ovunque fosse fuggito.
Bergelmir, invece, non proferiva alcun suono e, nell'inferno scatenatosi dopo la sua fuga, gestiva silenzioso i preparativi della caccia. Proprio colui che si era mostrato così voglioso di darle la caccia e ucciderla era anche colui che meglio riusciva a mantenere la calma dono della propria innaturale freddezza.
Il terrore assalì la mente dell'animale e il suo cuore cominciò a pompare sangue e adrenalina nelle sue vene preparandolo per fuggire dall'esercito, per correre ancor più veloce e così mettere più spazio possibile fra la sua cattura, la sua morte, e la propria vita. I muscoli delle zampe posteriori si contrassero lentamente immagazzinando una forza incredibile che nell'attimo seguente l'aveva scaraventata decine di metri in avanti. Avanzava spedita nella boscaglia senza perdere contatto con quelli che si stavano trasformando nei suoi cacciatori.
All'improvviso le sue orecchie percepirono dei rumori stridenti che le raschiavano la mente. Gli uomini stavano trainando delle grandi gabbie di ferro e dal loro interno nascevano ruggiti di predatori in attesa della caccia.
- Attenti quei dannati cani! - Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo una delle guardie che precedeva le gabbie.
- State attenti! Questi qui non mordono, vi uccideranno se sentiranno il gusto del vostro sangue. - continuò.
Agganciarono le gabbie alla recinzione in punti in cui erano stati realizzati dei grossi fori per far passare le belve.
- Avanti signor Kerbs porti gli effetti del fuggitivo ai nostri segugi. - Disse Bergelmir rivolgendosi alla guardia che aveva accompagnato Garmr nel posto in cui si era trasformato in una bestia. Nel frattempo una seconda guardia portò al suo fianco i vestiti che gli scienziati avevano tolto al paziente prima dell'esperimento. Kerbs tremava ma non osò contestare ancora l'autorità dell'uomo di ghiaccio e ubbidiente raccolse i vestiti dal cesto in cui si trovavano e avvicinò una mano alla gabbia. In un lampo la creatura all'interno si lanciò verso il braccio del secondino e affondando i denti nella sua soffice carne cominciò a tirarlo a sé. La guardia iniziò a urlare, il sangue schizzava in ogni punto del campo, gli altri uomini accorsero velocemente in suo aiuto tentando di salvarlo dall'immonda bestia. Tirarono con forza e tra le urla e lo sgomento generale riuscirono ad allontanarlo fatta eccezione per il suo braccio destro. Bergelmir rimase impassibile a osservare il macabro spettacolo, la sua freddezza mandava nel panico anche il più forte e coraggioso dei soldati, quindi con un gesto della mano fece segno ai suoi sottoposti di aprire le gabbie e liberare le bestie. Quindi un forte stridio metallico graffiò le orecchie della belva che lontana correva sempre di più. I segugi sparirono velocemente nella boscaglia proprio come aveva fatto qualche minuto prima Garmr.
Adesso che anche dei suoi simili le stavano dando la caccia, la bestia capì che non avrebbe potuto fuggire ancora per molto e che era giunto il momento di fermarsi e di affrontare il proprio destino con gli artigli e le fauci spalancate. Così interruppe la sua corsa furiosa e nel suo arrestarsi una foglia scricchiolò sotto le sue possenti zampe. Gli occhi della belva mostravano un'iride chiaro, argenteo, messo ancor più in risalto dal rosso vivo del sangue che scorreva nei capillari nei suoi occhi. Le orecchie tese ad ascoltare il minimo fruscio nell'aria, il pelo irto e scuro che, seguendo il ritmo dei suoi rapidi respiri, si alzava e abbassava. I lunghi e affilati artigli delle zampe raschiavano il terreno, quasi potessero lacerarlo come burro e raggiungere così la linfa vitale della Terra stessa.
I suoi sensi percepivano che tre belve, più grosse di un orso ma con un olezzo tipico di un lupo, si stavano avvicinando veloci nella boscaglia e, ancor più rapidamente, devastavano tutto ciò che trovavano sul loro cammino. Agivano con una furia che andava oltre ogni immaginazione sottomesse ad una innaturale ferocia che la prigionia aveva fatto nascere in loro. Bastarono pochi istanti per sopraggiungere sul luogo scelto dalla belva per lo scontro. Vedendoli la bestia si inorridì ma non fuggì, non provava timore nell'affrontarli, il suo unico pensiero era sopravvivere. Il pelo scuro non era disposto uniformemente su quei corpi pieni di segni di morsi e pustole dalle quali usciva un pus virulento. Gli occhi delle tre creature erano puntati su di lei, fissi e corrosi da una pura follia. Da questi colavano rivoli di sangue putrido che scorrevano fino alle loro schiumanti fauci e qui si univano al sangue di creature a cui prima era toccata la peggiore sorte. L'odore della morte era incontrastato e sovrastava i leggeri profumi che la boscaglia solitamente offriva. Vivere o morire non vi erano altre strade da percorrere dopo lo scontro. Ringhiò feroce nel vano tentativo di far valere la propria forza, ma i tre cani lo ignorarono e, anzi, indispettiti partirono feroci all'attacco.
Il più grosso tra i tre mastini era anche il più lento del branco e rimase indietro mentre gli altri due più piccoli e veloci partirono con il loro assalto. In pochi istanti raggiunsero con le loro fauci i fianchi del versipellis, ma questi fu nettamente più veloce e con un balzo schivò quel loro primo attacco. La bestia era cosciente di essere in inferiorità numerica, sapeva di dover essere prudente e calcolare con calma i tempi dei suoi attacchi per non rimanere scoperta agli assalti nemici. Nonostante la mente di Garmr fosse completamente sottomessa dalla ferocia brutale dell'animale, i movimenti della bestia sembravano essere guidati proprio da questa. In qualche maniera la mente animale riusciva ad interagire con quella umana e da questa ne estraeva l'addestramento a cui il governo lo aveva sottoposto.
La belva si arrampicò velocemente su un albero saltando da un ramo ad un altro in modo da evitare i morsi dei due segugi più piccoli mentre l'altro preparava attentamente il suo assalto. Lei, però, fu più svelta e dall'alto ora puntava le zanne affilate verso il più robusto e forte. Troppo lento per poter schivare il colpo, il cane emanò un terribile ululato nell'esatto momento in cui sentì sprofondare nella sua gola i bianchi canini. Così iniziò a dimenarsi con tutta l'enorme forza che possedeva, cercava disperato di far mollare la presa al suo aggressore ma quest'ultimo si strinse sulla sua preda con ancora più forza facendo penetrare anche i suoi artigli nella putrida carne. Il suo sangue non era dolce e caldo come quello degli esseri umani ai quali aveva tolto la vita, ma rancido, aspro, come se il cane fosse malato e destinato a morire anche senza il morso fatale.
Il grosso segugio continuava a dimenarsi in maniera sempre più violenta e incontrollata impedendo così agli altri due di avvicinarsi nel timore di ricevere una letale zampata sul muso e così colpire l'obiettivo salvandolo da morte certa. Rimanevano impotenti a debita distanza e aspettavano il momento in cui il loro grosso compagno di caccia non fosse caduto.
La belva, però, non rimase immobile nella sua presa e non appena si accorse che le forze del segugio sanguinante stavano scemando lasciò la presa e con un veloce balzo si scagliò contro uno dei più piccoli il quale, per schivare l'ennesima zampata del più grande, distolse la sua attenzione per un fatale attimo dalla preda. L'impatto scaraventò i due in una ripida discesa che si trovava vicino l'area del combattimento. Rotolarono lungo il pendio scambiandosi morsi e artigli fino a quando, arrivati a valle, urtarono il capo perdendo entrambi i sensi per pochi secondi.
La bestia fu la prima a riprendersi dalla caduta e con una mossa fulminea prese la testa del nuovo avversario tra gli artigli e prima che potesse svegliarsi gli ruppe il collo. Il secondo non tardò ad arrivare. Nel suo rapido incedere colse di sorpresa la belva e riuscì a ferirla con i suoi artigli, ma non fu abbastanza svelto da affondare le proprie zanne nel suo collo come quella aveva fatto qualche attimo prima con il segugio più grosso.
Questi, ripresosi dal colpo quasi fatale, stava lentamente scendendo il dirupo deciso a vendicarsi, a uccidere chi lo aveva ridotto in uno stato prossimo alla morte. La creatura lo vide e in quel momento capì che sarebbe stato un grande problema affrontarlo con la creatura più piccola ancora viva, pronta ad ostacolarla. Senza perdere tempo perciò si scagliò furiosa e rapida sull'unico ancora in salute ma quest'ultimo la scansò con un'agilità impressionante, seguirono vari affondi e altrettante schivate. Il gigante si stava avvicinando e in pochi secondi sarebbe arrivato portando con sé una morte certa per la bestia oramai stanca. Utilizzando tutta la forza che le era rimasta la bestia si lanciò in un ultimo e disperato attacco. Con questa mossa riuscì a portare il proprio avversario davanti gli artigli del mastino più grande, quest'ultimo, accecato dalla propria irrefrenabile rabbia, lo attaccò e richiuse le proprie fauci su di lui smembrandone il corpo in due parti.
Lo scontro si avvicinava inesorabilmente al termine e la belva, ansimante e ferita, osservava a distanza il proprio avversario grondare di sangue putrido. Nonostante questo la belva rimaneva concentrata sul proprio obiettivo cosciente che ogni più piccolo passo falso le sarebbe costato la vita. Valutava il campo dello scontro nei minimi dettagli, il terreno vicino era pianeggiante e gli alberi sono distanti tra loro, incapaci di bloccare il grosso bestione che si preparava all'assalto finale contraendo i possenti muscoli. La belva realizzò la sua unica possibilità di vittoria e, prima che il mastino più grande potesse realizzare il suo errore e fermarsi, si lanciò rapida contro un albero. Raggiunse la grezza corteccia del tronco in pochi secondi e con la zampa posteriore destra si erse al di sopra del nemico. Questi urtò contro il tronco dell'albero che spaccò di netto perdendo i sensi. Quindi con le fauci grondanti di sangue atterrò ancora una volta su di esso e le affondò in profondità nella carne. Il sangue la disgustò, era putrido, malato, infetto. Riaprì le fauci e con gli artigli ben saldi si mosse lungo la schiena del cane lacerandone le membra e passo dopo passo si avvicinò sempre di più all'arteria pulsante. Con un colpo secco la gola del gigante rimase squarciata, una fontana di sangue scuro e denso. Il nemico era stato abbattuto ma nella foga di quella mossa la belva si distrasse non riuscendo ad evitare una violenta zampata ordine di una mente oramai caduta. L'impatto fu violento e la belva venne scaraventata per diversi metri nel sottobosco fino al punto in cui il tronco di un vecchio abete non ne arrestò la corsa.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: