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lavoro pubblicato sabato 26 dicembre 2015
ultima lettura lunedì 4 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Julian Eagle e gli elementi di Antichton

di Bromfighter. Letto 415 volte. Dallo scaffale Fantasia

IV Gli occhi di Julian erano sgranati dallo stupore, mentre la grande, maestosa, rumorosa aquila che aveva appena distrutto la finestra della sua ca...

IV

Gli occhi di Julian erano sgranati dallo stupore, mentre la grande, maestosa, rumorosa aquila che aveva appena distrutto la finestra della sua camera e mandato all’aria tutto ciò che si trovava al suo interno spiccava un armonioso balzo e planava sul letto accanto a lui. Come se nulla fosse stato, l’animale inarcò la testa e prese a pulirsi le piume. L’aria nella stanza si era fatta di colpo secca e calda ed era pervasa da un forte, famigliare odore di bruciato.

<<Allora? Hai intenzione di startene lì impalato a non dire nulla?>>

<<Cos…?>>. Julian si guardò intorno. Non c’era nessuno.

<<Ehi! Sono qui, genio!>>.

Di scatto, ruotò la testa verso l’aquila multicolore che giaceva ora sul suo cuscino, guardandolo torva.

<<Sì, proprio da questa parte. Ecco, bravo>>. La voce era ironica e piena di sarcasmo.

<<C-cosa? Tu…?>>

<<Sì, io>> rispose lei, arruffando un po’ le piume. Julian stette per un po’ a fissarla, incredulo. Poi, scoppiò a ridere. <<Ahahah, sì certo, come no! Che sciocco, per un attimo ci ho creduto!>>. Allungò la mano verso il volatile. <<Devono averti messo un microfono addosso, vero? Lascia fare a me, piccolina, lo tolgo io>>. Era quasi sul punto di toccare il suo magnifico piumaggio che, fulminea, l’aquila fece scattare il becco in avanti, allontanando la mano di Julian da sé.

<<Ahi!>> esclamò il ragazzo, ritraendosi all’istante.

<<Osa ancora chiamarmi piccolina e ti ritroverai senza dita nella mano, ragazzo! E poi, andiamo, un microfono? Ha! Non crederai che mi si possa usare come un qualsiasi piccione ammaestrato, eh?>>

Julian era sbalordito. Quindi era davvero l’aquila a parlare? No, non era possibile. Poteva accettare le varie stranezze di quella settimana, e ce n’erano state tante, però un uccello parlante era troppo. No, sicuramente qualcuno gli aveva messo addosso un microfono o una cimice o qualcosa di simile. Il fatto che, dopo aver espresso quel pensiero, l’animale sembrasse aver risposto era una mera coincidenza, anzi, provava senz’ombra di dubbio che un qualche dispositivo ci dovesse essere.

<<Mmm, lento di comprendonio, eh? Cominciamo bene…>>. La stessa voce ironica, la stessa sensazione che provenisse dall’aquila. Chiunque fosse il tizio che parlava, Julian non aveva intenzione di starsene lì a farsi insultare.

<<Chi sei?>> chiese ad alta voce, <<dove ti trovi?>>

L’aquila gracchiò, evidentemente infastidita. <<Sono qui, ragazzo. Sono io che ti sto parlando. Ora, non ho molto tempo, se mi vuoi ascoltare…>>

Ma Julian non stava badando all’aquila, era intento a rovistare fra i mobili e gli scaffali della sua camera, ancora convinto dell’esistenza di una cimice.

<<Basta!>>. Una voce totalmente diversa da quella di prima. Una voce più bassa, meno melodiosa, più…gracchiante. Julian si girò di scatto verso l’aquila, che faceva schioccare il becco verso di lui, palesemente irritata. Esterrefatto, vide il becco muoversi nuovamente e sentì uscirne parole, un suono forse sgradevole ma perfettamente comprensibile. <<Non costringermi mai più a parlarti usando il becco, Julian Eagle. Mai più, capito? Lo detesto>>

Julian si mise a sedere a terra, cercando di non cedere all’impulso di correre via. La sua mente lavorava veloce.

<<Quindi…>> mormorò con un filo di voce, <<chi mi ha mandato la lettera…insomma…tu…tu sei Firefight?>>

Questa volta l’aquila non mosse il becco, eppure la risposta arrivò comunque a Julian che, nonostante il tono fosse ironico come prima, non poté fare a meno di notare quanto quella voce fosse bella rispetto al gracchiare di prima. Era come paragonare l’aspro suono emesso dalla più roca cornacchia con il canto del più soave cigno.

<<No>>

<<Aspetta…quindi chi…?>>

<<Non sono Firefight>> spiegò lei, grattandosi la testa con la zampa, <<ma sono qui per conto suo. Ha detto di riferirti…uhm cos’era? Ah, sì, che gli dispiace molto, eccetera eccetera, ma che non è potuto venire come ti aveva scritto. È stato…trattenuto>>

<<Trattenuto?>>

<<Sì. Vallo a capire. Comunque sia, ha mandato me per fare…qualsiasi cosa lui intendesse fare>>

<<Cioè? Risponderai alle mie domande?>>

<<Sì>>

<<Ma sei solo un uccello>>. L’aquila schioccò ancora il becco.

<<”Solo un uccello”? Bada bene a come parli, Julian Eagle! Io sono una fenice. Una fenice, chiaro? Tra me e un uccello c’è la stessa differenza che c’è fra te e una scimmia!>>

<<Oh>> fu la sola cosa che seppe rispondere Julian. Davanti a lui c’era una fenice. Parlante, per giunta. Sì, le stranezze di quella settimana stavano decisamente continuando.

<<Il mio nome è Fiamma>> continuò la fenice <<Ed è anche quello che sono. Tuttavia, in questo mondo sono conosciuta anche con altri nomi: Yel, Garuda, Bennu o anche Feng, per esempio. Se devo essere sincera, preferisco Yel. Lo trovo più…musicale. Puoi chiamarmi così.>>

<<Certo>> annuì Julian, il cui cervello era però ancora intento ad assorbire tutto quello che era successo in quei tre minuti.

<<Ora, se abbiamo finito con le presentazioni…>>

Improvvisamente, Julian si rese conto di un fatto.

<<A-aspetta!>> esclamò

<<Che c’è adesso?>> sbottò Yel, irritata per essere stata interrotta ancora.

<<La mia famiglia! Devi nasconderti, subito! Se ti dovessero vedere…>>

La fenice liquidò il problema con un gesto. <<Oh, non ti preoccupare troppo, ragazzo. Non credo mi abbiano sentito>>

Julian rimirò il disordine in cui Yel aveva fatto versare la sua stanza, frutto del suo atterraggio. <<Io credo invece il contrario>> ribatté, <<considerato il baccano assordante che hai fatto quando sei arrivata>>.

Yel lo guardò. Era impossibile per Julian riuscire a decifrare qualche emozione sul suo viso. Forse perché la fenice non tradiva alcun pensiero. Oppure perché il ragazzo era, a buon ragione, abituato ai volti umani. Più probabilmente, un misto di entrambe le cose.

<<Ho detto di non preoccuparti, Julian Eagle. Credi veramente che io sia una sprovveduta? Mi sono già occupata della tua famiglia>>

L’affermazione non era delle più rassicuranti, considerato il modo con cui la fenice aveva fatto il suo ingresso in casa.

<<Che…che cosa hai fatto?>> chiese, temendo la risposta.

<<Li ho solamente…sì, direi che il termine “addormentati” sia perfetto. Non è stato difficile, mi è bastato cantare. Non temere, domani potrai riabbracciare la tua mammina>>

Julian ignorò la provocazione. <<Cantare?>> chiese, poco convinto

<<Sì>> rispose Yel, con un tono divertito nella voce <<Devi sapere che le fenici possono fare delle…cose con la loro voce. La giusta melodia e gli umani cadono addormentati come mele da un albero. Un grido di rabbia abbastanza acuto e i fulmini pervaderanno il cielo e la terra. Un sussurro appena accennato e gli alberi si mettono a parlare. Cose così…>>

<<Ah>>. Julian pensò non fosse il caso di metterla alla prova.

<<Ora, immagino sia il caso di cominciare, se hai finito con le domande sciocche>> Yel emise un piccolo verso gutturale, simile a un ringhio. Julian sentì una lieve brezza tiepida solleticargli il collo e notò un’impercettibile vibrazione nell’aria.

<<Fatto>> annunciò la fenice, compiaciuta. <<Ora nessuno può sentirci oppure disturbarci. Iniziamo. E alla buon’ora, direi>>

Julian si sedette, avvertendo una sensazione di crescente ansia tormentargli lo stomaco. Finalmente era giunto il momento. Il momento in cui avrebbe finalmente capito, il momento in cui tutto gli sarebbe stato chiaro. Suo malgrado, dovette ammettere di essere piuttosto curioso.

<<Arriverò subito al punto, Julian Eagle. Odio i giri di parole, specialmente quando ho fame e a casa ho qualche dozzina di topi da poter cacciare. Tu sei uno Stregone. Un Elementale, per la precisione>> Ci volle un po’ prima che Julian potesse reagire a quell’informazione. Era come se la sua mente si fosse bloccata su quel singolo, assurdo pensiero e non avesse alcuna intenzione di riprendere a funzionare tanto presto. Un mago? Lui? Impossibile. Certo, da piccolo aveva sempre desiderato esserlo. Una volta aveva persino provato a vestirsi come il nonno e a tirare fuori un coniglio dal suo cilindro. Era normale, era ancora un bambino. Ma un mago vero? No, era pura follia. Eppure, dentro di lui, una piccola vocina gli suggeriva che forse non era poi così assurdo, che forse quel pennuto aveva ragione, che quello che Yel aveva detto si incastrava benissimo con gli altri pezzi del puzzle, come se ne fosse l’ultimo e il più importante componente.

<<Uno Stregone?>> ripeté, non credendo a quello che stava chiedendo.

<<Precisamente>>

<<Che…>> mormorò il ragazzo, titubante <<che…che significa…Elementale?>>

<<Oh, semplice>> rispose Yel, per niente sorpresa della reazione di Julian, <<controlli gli Elementi. Vedi, ci sono varie tipologie di Stregoni. Gli Alchimisti, che sfruttano proprietà di piante e calderoni fumanti pieni di robaccia. I Negromanti, che evocano spiriti e entità. Gli Incantatori, in grado di manipolare le emozioni più oscure e nascoste dell’animo mortale e persino di plasmare la realtà. Poco raccomandabili, a mio parere. E poi ci sono gli Elementali. Ognuno di loro si specializza nella manipolazione degli Elementi naturali. Cioè, uno solo, a dire il vero. Sai dirmi quali sono gli Elementi naturali? O devo illuminarti ulteriormente?>>

<<Certo>> ribatté Julian, <<Fuoco, Acqua, Terra e Aria. Giusto?>>

<<Sì>> rispose Yel, <<in parte, almeno. Prima di tutto, non “Aria” ma “Vento”. Ti consiglio di tenerlo a mente, se non vuoi che Emperair si…alteri>>

<<Chi è Emperair?>>

<<Oh, nessuno. Ora, tu hai nominato quattro elementi. Tuttavia, ce ne sono altri due, che voi umani spesso, come dire, tralasciate. Luce e Oscurità>>

<<Bè, la Luce in un certo senso è prodotta dal Fuoco>> replicò Julian, <<e l’Oscurità è…>>

<<Assenza di Luce>> concluse Yel. <<Lo so, lo so. In tanti si nascondono dietro questo ragionamento, illudendosi che sia tutto più facile. Eppure, anche la Luce è assenza di Oscurità. E anche la Luce produce il Fuoco, se vogliamo. Ma così non si va da nessuna parte. No, ragazzo, Luce e Oscurità sono due elementi distinti e potenti. Impregnano la natura. Crescono, si sviluppano, agiscono sulla realtà al pari di tutti gli altri>>

<<Aspetta>> la interruppe Julian <<parli degli Elementi come se fossero qualcosa di…diverso. Come se fossero entità a sé stanti. Eppure, Fuoco, Acqua, Luce e via dicendo…sono solo fenomeni naturali, processi chimici. Come possono…>>

Con uno scatto fulmineo, Yel mosse l’ala, tracciando un arco da destra a sinistra e facendo arrivare uno sbuffo d’aria calda sul volto di Julian

<<Ehi, ma che? Aaah!>>. La manica della sua maglia aveva preso fuoco. Una fiamma di colore vermiglio si era accesa all’altezza del gomito, bruciando viva e scoppiettante. Julian tentò di estinguerla strusciando il braccio a terra, ma la fiamma non si spense. Anzi, divenne più grande, talmente grande da raggiungere quasi il soffitto. <<Yel!>> gridò, <<spegnila!>>

<<No>> fece la fenice, divertita. <<Pensaci bene, Julian Eagle. Senti dolore? Stai bruciando?>>

<<Cos…>> Julian provò a calmarsi e si concentrò sul braccio. Non sentiva nulla. <<No>> rispose. <<Non fa male>>.

<<Infatti, ragazzino fifone>> confermò Yel. Il fuoco si spense. Julian rimirò la manica della sua maglia e la vide perfettamente intatta e integra, priva di annerimenti o bruciature.

<<Ora, saputello, secondo la chimica a questo punto la maglia dovrebbe essere ridotta a un colabrodo, giusto? Così come la tua pelle. Ma non è successo. Perché?>>

<<Non lo so>> ammise Julian.

Yel emise un buffissimo rumore gutturale. Un altro potere vocale della fenice? Per un secondo, Julian si aspettò qualche altro fenomeno strano, magari che la piccola pianta nel vaso riverso a terra si sollevasse e iniziasse a ballare il tango. Poi capì che Yel stava solo ridendo.

<<Tipico errore di voi umani. Siete così sciocchi, così tronfi. Credete di poter sapere tutto grazie alla vostra…scienza>> pronunciò l’ultima parola quasi con disprezzo. <<Pretendete di svelare i segreti del mondo quando in realtà siete totalmente all’oscuro della verità. Giudicate inesistente ciò che non potete esaminare, come una fenice. Conferite a qualcosa un’essenza che non è quella vera, come con gli Elementi. Nella vostra brama di dare un senso a tutto siete quasi comici, sai? Sembrate tante piccole prede in fuga da un predatore, disperatamente alla ricerca di un rifugio>>

Julian rifletté su quanto aveva detto la fenice. <<Allora cosa sono gli Elementi?>> chiese infine. <<Hai una risposta migliore, suppongo>>

<<Ovviamente>> esclamò Yel, <<ma non sta a me fornirti quest’informazione. Sarà compito dei tuoi maestri>>

Julian sussultò. <<Maestri? Cioè Firefight?>>

<<Sì>> confermò Yel, <<Firefight è uno Stregone del Fuoco. E ci saranno altri maestri ancora. Ma ci arriverò poi. Per ora sappi solo questo: gli Elementi sono l’ossatura della realtà stessa. La mantengono in equilibrio, la plasmano, la riempiono di energia. Sono forze indipendenti che agiscono sul mondo in modo quasi imprevedibile. La fiamma che ho usato poco fa è una manifestazione di una di quelle forze, il Fuoco, appunto. Non era nutrita dall’aria, né da un combustibile, ma traeva esistenza dal Fuoco stesso. Afferrato?>>

<<Sì. Credo di sì>> Gli era difficile pensare il Fuoco come qualcosa a sé. Insomma, era come dire che la musica non è prodotta dagli strumenti ma trae consistenza da qualcos’altro. <<Ma perché non mi ha bruciato? Anche se non ha usato la maglia come combustibile, il fuoco è sempre fuoco, no? Avrei dovuto scottarmi>>.

<<Certo>> asserì Yel. <<E questo, anche se mi sarebbe piaciuto vederti saltellare attorno come una gallinella, ci porta al nostro prossimo argomento. Tu sei un Elementale. Controlli un Elemento. Controlli il Fuoco>>

Per quanto Julian non amasse ammetterlo, aveva senso. Non gli ci volle molto a collegare la rivelazione di Yel con quanto era accaduto a Peacock. Forse perché non poteva stupirsi più di così, forse perché si era ormai rassegnato alle bizzarrie che sembravano averlo scelto come loro bersaglio preferito o forse perché in fondo l’aveva sempre saputo, questa volta era meno incredulo del solito. <<Sostanze chimiche sulla maglietta?>> pensò, <<che fantasia…>>. Ed ecco che gli balenò in mente un’inquietudine sconcertante e, tuttavia, logica. <<Yel>> esclamò, <<Il bidello…Grendar…anche lui è uno Stregone. E sapeva di me, vero? Ed è per questo che si è inventato la storia delle sostanze chimiche. Perché? Perché non me l’ha voluto dire?>>. Era quasi strano parlare di Grendar il bidello in quei termini, come se un semplice inserviente scolastico all’improvviso potesse diventare depositario di chissà quali segreti. L’unica cosa che teneva segreta, a quanto pare, era Skippy il toro meccanico. Anche se, dopotutto, nella lista potevano essere comprese alcune chewing-gum impazzite.

<<Grendar “il bidello”?>> chiese Yel e dal tono si capiva che si stava sforzando di non scoppiare a ridere. <<Davvero? Davvero si è ridotto a fare il babysitter a una mandria di mocciosi? Credevo che quella lurida stanzetta in cui mi aveva fatto entrare fosse solamente un nascondiglio! Povero ragazzo, è sempre stato un po’…eccentrico

Julian ripensò alla piccola botola nello sgabuzzino di Grendar. <<Fa anche il professore>> ribatté, sulla difensiva, <<E comunque questo significa che lo conosci>>

<<Professore, bidello…Sempre di babysitter si tratta. Comunque sì, lo conosco. In un certo senso, “lavoriamo” insieme>>. Yel zampettò un po’ sul letto, guardandosi attorno. Sembrava che la fenice si stesse divertendo un mondo a tenere sulle spine Julian. <<E…quindi?>> insistette il ragazzo, trattenendosi dal sbraitarle contro.

<<Quindi>> disse Yel, <<sì, lui lo sapeva, anche se non so di preciso da quanto tempo. Firefight sarebbe dovuto essere il primo a scoprirlo. E no, non è esattamente uno Stregone, pur essendo bravo con la magia. È piuttosto…un tuttofare>>

<<Perciò>> continuò Julian, <<quella visione, quel sogno ad occhi aperti che ho avuto nel suo sgabuzzino…era dovuto alla magia?>>

<<Di che parli?>>

Le raccontò tutto, di come aveva trovato le chewing-gum, di quello che aveva sentito, dei due uomini che aveva visto e di come gli fosse sembrato di essere un altro. Yel stette in silenzio per qualche minuto, emettendo sordi rumori gutturali.

<<Quello che hai visto>> esordì, <<non ti riguarda, tanto mai avresti dovuto vederlo. Stai alla larga da oggetti magici, altrimenti verrà il giorno in cui ti salterà in mente di bere dello Yurzub -assomiglia alla vostra, come la chiamate, Coca-Cola?- e allora sì che avrai motivo di preoccuparti. Di te non resterebbe nemmeno l’ombra. E non in senso figurato>>

Julian non aveva la minima idea di che cosa fosse lo Yurzub, però decise che da quel momento avrebbe preferito la Soda alla Coca-Cola. <<Mi dispiace>> si scusò, <<ma come potevo sapere che Grendar tenesse oggetti magici a scuola? O che tali oggetti addirittura esistessero? Fatico a credere che la magia sia reale ora, figuriamoci qualche giorno fa!>>

<<Comunque sia, da quanto mi racconti, posso dedurre che quella che hai sperimentato era magia molto avanzata. Una combinazione di magia incantatrice e alchimistica. Grendar è sempre stato bravo con gli incantesimi. Ma non so altro di magie di questo tipo, non mi sono mai interessate. Anzi, le ritengo estremamente noiose. Né so qualcosa dei due tizi che hai visto. Se vuoi spiegazioni in merito, chiedile direttamente a lui>>. Spalancò il becco in quello che era la versione fenice di un grande sbadiglio. <<Bene, tralasciando ora queste sciocchezze, torniamo a noi. Tu sei un mago Elementale, Grendar lo sapeva e ti ha tenuto sotto osservazione. Perché?>> chiese, anticipando lo sguardo smarrito di Julian, <<Perché sei potente, Julian Eagle. Molto più potente di quanto si pensasse. E il tuo potere ha attirato – e sta ancora attirando – l’attenzione di qualcun altro. Diciamo che, se non fosse stato per me (ah sì, anche per Grendar), saresti già in viaggio per Antichton, probabilmente imbavagliato e incatenato. E credimi, i bavagli che utilizzano certe persone puzzano di rancidume>>

<<Cosa?>> Non ci stava capendo più niente.

Yel alzò gli occhi al cielo. <<Ma dove hanno la testa i ragazzi di oggi? È semplice. Tu sei potente, qualcuno vuole usare la tua potenza per i suoi scopi e non si fermerà davanti a nulla prima di catturarti. Domande?>>

Julian non rispose. <<Bene>> continuò Yel, <<Ora, è un po’ di tempo che questo qualcuno, chiamiamolo X, d’accordo? I nomi sono potenti. Dicevo, da un po’ di tempo X sta cercando di mettere le sue mani su di te. E ci è andato molto, molto vicino questo martedì, quando due suoi subordinati sono penetrati nella tua scuola. È una fortuna per te che Grendar fosse nei paraggi. Altrimenti tu saresti stato catturato come un piccolo roditore e per i tuoi amichetti sarebbe stata la fine>>

Il pensiero di Julian andò immediatamente ai due uomini del Ministero. Possibile che fossero loro? Ripensò a quando aveva incrociato lo sguardo di uno dei due, a come gli fosse sembrato di essere inghiottito dall’oscurità dei suoi occhi, al gelo di terrore che gli aveva attanagliato lo stomaco come un artiglio di ferro. Possibile che fosse magia? Espose i suoi pensieri a Yel, raccontandole di come i due tizi fossero arrivati, del loro aspetto e del modo con cui ponevano domande in giro. <<Probabilmente>> annunciò lei, <<si tratta proprio di loro due>>

<<Non ne sei sicura?>> chiese Julian, scettico.

<<Ti sto osservando da una settimana, Julian Eagle>> spiegò la fenice, <<Una settimana di noiosi appostamenti, una settimana ad ascoltare i futili discorsi dei mocciosetti umani. Però ho vigilato e ho aspettato, in attesa che X facesse la sua mossa. Pensavamo colpisse il primo giorno di scuola, approfittando della folla. Incredibilmente, quello stesso giorno tu hai mostrato per la prima volta i tuoi poteri. Era il momento perfetto, il momento in cui colpire, avrebbe sicuramente scelto l’attimo in cui saresti stato più vulnerabile, psicologicamente e fisicamente. Non avrebbe esitato, non serviva nascondersi o agire in incognito, avrebbe usato la forza. Niente.>> Julian ricordò di aver sentito un uccello cantare all’inizio della partita con Peacock e di aver visto un uccello simile a Yel, ma “normale”, volare fra gli alberi della scuola all’inizio delle lezioni.

<<Che aspetto avevi?>> chiese, <<non ti ho visto>>

<<Una fenice può assumere le sembianze di tutti gli uccelli, anche se per orgoglio mai sceglieremmo un corvo o un fringuello. Troppo piccoli e fragili. E noi adoriamo essere forti e veloci, dei predatori. In quel momento ero un falco. Comunque sia, il giorno dopo sono arrivati quei due uomini vestiti di nero. Mi sono sembrati estremamente sospetti.>>

<<E quindi?>> insistette Julian <<cosa è successo dopo?>>

<< Firefight voleva che ti consegnassi una lettera. Immediatamente. Così sono tornata ad Antichton e lui mi ha dato istruzioni. Poche ore dopo sono ritornata qui. Grendar intanto ha provveduto, dopo la tua sciocca esibizione di magia del primo giorno, a mascherare la tua presenza, cercando di renderti invisibile ai tirapiedi di X che, sicuramente, erano in circolazione già da prima. Certo, la pozione ha aiutato molto. Tuttavia…>>

<<Pozione? Quale pozione? E cos’è questo…Antichton?>>

Yel agitò le ali, irritata per l’ennesima interruzione. <<Il succo di Vlur, che diamine!>> esclamò, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. <<Una pozione particolare, preparata con…bè, non me lo ricordo. Serve, come ho detto, per mascherare la tua emissione naturale di magia e rendere così impossibile ai nemici percepirti. Pensa a loro come falene e a te come una grande luce. Ecco, il Vlur spegne quella luce e le falene si ritrovano spaesate.>>

<<Capisco…>> fece Julian, che però in realtà si sentiva frustrato. Non gli piaceva essere stato raggirato in quel modo, non gli importava che fosse stato per il suo bene. Si era fidato di Grendar e tuttavia lui gli aveva propinato chissà quali intrugli senza informarlo di nulla. Sentì montare la collera.

<<E Antichton>> proseguì Yel, <<è la terra da cui provengo. Non solo io, chiaro, ma anche Grendar, Firefight, X e i suoi tirapiedi e…altri. Piuttosto lontano da qui. Sì, in effetti si può dire che sia irraggiungibile senza l’ausilio della magia. Ma dov’ero rimasta? Ah, sì. Dunque, il secondo giorno…>>

<<Aspetta, Yel>>. La fenice si bloccò a metà frase. Julian non poteva più trattenersi. Parlò con voce calma e controllata ma nel profondo covava una grande paura e, soprattutto, rabbia. Odiava essere tenuto all’oscuro delle cose. Odiava che si prendessero decisioni su di lui senza nemmeno interpellarlo. Odiava le conseguenze che ciò che Yel gli stava raccontando avrebbe avuto sulla sua vita. <<Dimmi la verità. Tu, Grendar e questo…Firefight. Voi volete che vi segua ad Antichton, non è così? È per questo che siete venuti a cercarmi, per portarmi con voi. Ma io non mi farò raggirare ancora. Mi rifiuto. Come potrei fidarmi di voi?>>

<<Non hai scelta>> ribatté Yel, <<i tuoi poteri non si sono ancora stabilizzati. E non lo faranno mai, a meno che tu non riceva un addestramento adeguato. E sentiamo, c’è qualcuno in questo mondo che possa insegnarti qualcosa del genere? No. L’unica persona in grado di fare questo è Firefight ed è per questo che tu devi raggiungerlo ad Antichton. O vuoi forse trasformarti in una calamità ambulante? Immagina di dover stringere la mano a qualcun altro e carbonizzarla all’istante. O di perdere il controllo, come è già successo, e dare fuoco a chi ti sta attorno. No, ragazzo, tu devi imparare a controllarti>>

<<Non mi fido di voi>> ripeté Julian, <<perché non me lo avete detto? Perché avete agito nell’ombra? Come faccio ad essere sicuro che questo non sia parte di un altro vostro piano? Per quello che ne so, potreste anche essere voi gli scagnozzi di X!>>. Aveva parlato al plurale, ma il suo pensiero in realtà era diretto a una sola persona: Grendar. Grendar il bidello e professore, Grendar il simulatore, Grendar lo Stregone, Grendar l’amico. Non riusciva a credere che quell’uomo a cui tanto si era affezionato lo avesse in realtà avvicinato solo per i suoi scopi, quali che fossero. Portarlo ad Antichton? Tenerlo sotto controllo? <<Voleva proteggerti>> intervenne una voce dentro di sé. <<Voleva evitare di esporti a pericoli>>. Sì, come no.

Yel scosse la testa. <<Ah, gli Xingor. Sempre così, tutti uguali. Testardi e cocciuti come muli>>

<<Gli Xi…che?>>

<<Sembra che tu mi stia influenzando negativamente. Parlo a vanvera>>. Julian però notò che il tono della fenice non sembrava del tutto sincero. Pareva piuttosto quello di chi si è appena lasciato sfuggire qualcosa di importante. Yel riprese a parlare e l’aria nella stanza si fece più pesante, come se la serietà che il discorso stava per assumere si riflettesse nell’atmosfera attorno a loro. <<Sarò più diretta, Julian Eagle. Non potevamo proteggerti apertamente, sarebbe stato come disegnarti un bersaglio sulla schiena con la scritta “Stregone”. Credi veramente che due uomini scelti, esperti nell’uso della magia, non avrebbero notato una fenice camuffata e uno pseudo-mago nelle vesti di inserviente? Anzi, se è vero quello che mi hai raccontato, è già un miracolo che non abbiano attaccato Grendar in quel laboratorio. Grendar è abile, ma non così tanto da ingannare quei due, specialmente uno di loro. Forse X ha ordinato loro di non farsi notare e di agire in incognito. Cercavano uno Stregone, sapevano dove cercare ma non chi cercare, anche se ne avevano una vaga idea dopo la tua rivelazione. Non a caso si sono presentati a scuola il giorno dopo. È probabile però che non avessero ancora capito che eri tu: anche se ci fosse stato qualche indizio, saresti potuto essere solamente un umano più…percettivo. Quindi si sono concentrati su Grendar, nella speranza che prima o poi ti avvicinasse. Ovviamente, c’è anche la possibilità che quel giorno, semplicemente, non fossero dell’umore per uccidere>>. Julian, involontariamente, deglutì. Yel alzò la testa verso il soffitto, come se avesse appena sentito un rumore. Probabilmente decise che non era nulla, perché riportò la sua attenzione sul ragazzo. <<Con queste premesse>> riprese la fenice, <<considerando che in caso di fallimento ne risponderebbero a X con la loro stessa vita, come credi che avrebbero reagito se avessero visto me e Grendar - e non solo noi - gironzolarti sempre attorno, giorno e notte? Si sarebbero slanciati su di te all’istante, travolgendo chiunque si trovasse sulla loro strada. Avrebbero ingaggiato una battaglia - magica e non - con me e Grendar, incuranti di quanti umani sarebbero stati sacrificati, desiderosi solamente di mettere le loro mani su di te. I tuoi amichetti ne avrebbero pagato il prezzo>>. Un pensiero orribile passò per la mente di Julian. Johnny, Jessie, Leah Sunbright e Benjamin Drake, tutti loro a terra, immobili e freddi come marionette a cui erano stati tagliati i fili. Immaginò il sangue che bagnava le loro facce e i due tizi del Ministero troneggianti sopra di loro, i volti nell’ombra percorsi da un ghigno di sadico piacere.

<<No!>> esclamò improvvisamente, tenendosi la testa con le mani.

<<E per lo stesso motivo>> dichiarò Yel, <<non possiamo proteggere la tua famiglia. Non più a lungo di così, almeno>>. Julian cercò di scacciare dalla mente l’immagine dei suoi famigliari per evitare che si unissero a quelle dei suoi amici. <<Più a lungo di così?>> chiese, <<vuoi dire che…?>>

<<Certo>> annuì Yel, <<vari tipi di protezione sono stati stabiliti già qualche anno fa. Succede quando si ha il sospetto della presenza di uno Stregone fuori Antichton. Tuttavia, ora che ti sei rivelato, non passerà molto prima che queste difese crollino. X non si fa trattenere da così poco>>. Julian sentì la paura torcergli le viscere, la paura di quello che sarebbe successo se fosse rimasto a Venus.

<<Fortunatamente>> disse Yel, <<usando il Vlur abbiamo confuso quei due. Ma non sei ancora fuori pericolo. Per la tua stessa salvezza e quella dei tuoi famigliari, Julian Eagle, tu devi seguirmi ad Antichton e raggiungere Firefight. Quando lui ti avrà insegnato come sopravvivere, potrai decidere se fare ritorno o no>>. Fra i due cadde il silenzio. Yel si alzò e svolazzò fino alla finestra, rimanendo lì a fissare la luna. Julian invece rimase immobile, la mente in subbuglio. Cercò di concentrarsi su qualche pensiero, uno qualsiasi, ma non ci riuscì. Tutte quelle rivelazioni, tutte quelle spiegazioni, tutte quelle preoccupazioni lo avevano lasciato più confuso che mai. Passarono lunghi minuti prima che avesse il coraggio di parlare ancora.

<<Yel, quando…quando dovrei partire? Che cosa ha deciso Firefight?>>

<<Le sue esatte parole sono state: “subito, se possibile”. Ma non è possibile>> rispose lei, vaga. Gli dava le spalle, continuando ad ammirare la luna crescente.

<<Puoi spiegarti meglio?>>. Sospirò.

<<Per raggiungere Antichton>> spiegò lei <<Servono dei portali. Portali molto potenti ma instabili, che si trovano sparpagliati un po’ ovunque nel vostro mondo. Ognuno di essi porta a un diverso luogo di Antichton, tuttavia noi ne cerchiamo uno in particolare, in grado di portarci immediatamente da Firefight. Per essere utilizzati, però, necessitano di particolari condizioni che ora non ho voglia di elencare. Per adesso ti basti sapere che il nostro portale non è ancora pronto>>

<<E…quando lo sarà?>>

<<Non lo so. È questo il problema: non sappiamo quando potremo utilizzarlo. Potrebbe essere tra una settimana, un mese, dieci anni. Non era mai successo prima d’ora, è come se una strana interferenza stia impedendo al portale di funzionare. Capisci ora quanto sia pericolosa la tua situazione? Non possiamo permetterci di aspettare più di una settimana. Se per allora il portale non dovesse aprirsi…>> lasciò la frase in sospeso ma Julian capì perfettamente che cosa sarebbe potuto accadere.

<<Yel, poco fa hai detto che sei dovuta tornare immediatamente da Firefight qualche giorno fa, per ricevere la lettera. Hai usato lo stesso portale di cui mi stai parlando ora?>>

<<Sì>> confermò Yel, <<anche le creature magiche devono ricorrere ai portali per raggiungere questo mondo>>

<<Quindi questa…interferenza…è iniziata dopo il tuo ritorno qui, giusto?>>

<<Esatto. Né io né Grendar siamo più riusciti ad attivarlo da allora. Abbiamo inoltre perso le comunicazioni con Antichton>>. Le conseguenze di quel ragionamento erano tutt’altro che rosee. Nonostante l’influenza di Yel, la temperatura nella stanza parve calare di diversi gradi.

<<Sai che cosa significa questo, Julian Eagle?>>

<<Sì>> rispose lui, <<significa che non mi permetteranno di scappare. Vogliono prendermi finché rimango qui>>

<<Noto con piacere qualche miglioramento>> osservò Yel, ironica.

<<Yel, non c’è la possibilità di utilizzare un altro portale? Ricordo che tu hai parlato di portali, al plurale>>

<<Una buona domanda>> rispose Yel, voltandosi. <<Tecnicamente, potremmo. Tuttavia, tralasciando il fatto che dovremmo prima raggiungerli - non sono tutti in America - rimane il problema della tua sicurezza. Avendo perso ogni contatto con Antichton, non possiamo sapere che cosa ci potrebbe essere dall’altra parte. Certo, i portali portano in diversi luoghi di Antichton, alcuni molto distanti fra loro: non possono essere tutti presidiati dalle forze di X. Non ce ne sarebbe la possibilità, anche perché pure noi abbiamo delle forze speciali. Ma la destinazione di alcuni portali ci è ancora ignota. E se fossi capitato in mezzo a un deserto o su un’isola sperduta? Secondo Firefight avremmo dovuto correre il rischio, altrimenti sarebbe potuto essere troppo tardi. Ma Barling era di tutt’altra opinione, ponendo la tua sicurezza come nostra priorità. Così Firefight ha dovuto cedere>>. Con un sussulto, Julian ricordò il nome contenuto nella lettera di Firefight: “Lo dicevo a Barling che doveva fidarsi”.

<<Chi è Barling?>> chiese,

<<Qualcuno>> rispose Yel, <<che incontrerai presto>>

<<Anche lui è uno Stregone?>>

<<Scoprirai presto che saggezza e intelligenza possono essere pericolose quanto la magia>>. Julian si chiese che tipo fosse. Un uomo con la capacità di influenzare persino Firefight, di cui le descrizioni di Yel facevano presagire un soggetto particolarmente autorevole e forte, che si preoccupava di lui?

<<Ora>> proseguì Yel, <<mi sto veramente stancando di parlare e comincio ad avere sonno, quindi concludiamo. Ho parlato con Grendar ieri e siamo giunti alla stessa conclusione. Tu>> e lo indicò con l’ala in un modo talmente buffo da strappargli un sorriso, <<uscirai di casa solamente in caso di estrema emergenza. Nel frattempo>> e mosse l’altra ala <<finché non sarà giunto il momento, continuerai costantemente a bere il succo di Vlur>>. Una fiala trasparente contenente un famigliare liquido rosso apparve sulla scrivania. Era davvero piccola, tanto che avrebbe potuto contenere solamente tre o quattro sorsi. <<Ogni volta che finirai il Vlur ti basterà riempire la fiala d’acqua; la magia farà il resto. Dovresti essere contento, questa bottiglia è opera dei migliori Alchimisti a disposizione. Solamente un sorso, una volta al giorno. Basterà a confondere quei due babbei, per ora>>.

<<Yel!>> protestò Julian, <<hai detto che potrebbero volerci anni! Come credi che io possa rimanere confinato qui per così tanto tempo?>> “Proprio ora che ci sarà il concerto dei Meteors!” aggiunse fra sé e sé. Yel non parve considerarlo un problema. <<Non preoccuparti, ragazzo>> disse, <<potrai ancora andare a scuola. Gli uomini di X verrebbero senz’ombra di dubbio a sapere della prolungata assenza di uno studente e lo riterrebbero sicuramente sospettoso. Tuttavia…>> il suo tono si fece serio e imperioso, <<non ti sarà permesso altro. Quando avrai finito le lezioni, tornerai immediatamente a casa e lì rimarrai. Non dovrai uscire per nessun altro motivo, nemmeno una volta>>.

<<Non è giusto!>> sbottò, <<perché dovrei rimanere rintanato qui? Non voglio! Cosa dirò ai miei amici?>>

<<Ah, giusto>> esclamò la fenice, <<non dovrai, per nessuna ragione, informare i tuoi piccoli amichetti di questa conversazione. Capisci il perché, vero?>>

Julian lo capiva, ma non lo riteneva corretto né per lui né per gli altri. Johnny e Jessie si erano sempre preoccupati per lui, specialmente negli ultimi giorni. Come poteva continuare a mentire? Come poteva tenerli all’oscuro di una cosa così importante? E poi, anche se non lo ammise di fronte alla fenice, non aveva alcuna intenzione di rinunciare al concerto dei Meteors. Insomma, sarebbe stata un’occasione di quelle che capitano una volta nella vita, no?

<<Molto bene, allora>> annunciò Yel, <<io levo le tende. Ricorda, Julian Eagle, non una parola. Segui alla lettera ciò che ti ho detto e, forse, potremo riuscire a portarti vivo ad Antichton. Io e il tuo amico bidello continueremo a fare il possibile per tenere alla larga gli uomini di X: li stiamo conducendo su false piste, in attesa dell’apertura del portale. Stiamo avendo un discreto successo, quindi non vanificare i nostri sforzi. Sarebbe piuttosto seccante. Aspetta qui buono buono il mio ritorno. Un’altra cosa, dato che la tua piccola testa potrebbe non esserci arrivata: non parlare con Grendar di magia o simili. E non mostrargli più confidenza di quella che non sia necessaria. Chiaro?>>. Julian cercò qualcosa con cui ribattere, qualcosa che potesse esprimere come si sentiva, delle parole con cui potesse convincere Yel a concedergli più libertà. Invece, tutto quello che uscì dalle sue labbra fu: <<Ho capito>>. Ma qualcosa, dentro di lui, si smosse prepotentemente, rigettando ciò che le labbra avevano appena proferito.

Yel emise un verso simile a uno stridio. Contemporaneamente, tutti i mobili, gli oggetti, i libri, i cocci sparsi per la stanza si mossero e all’unisono tornarono alle loro posizioni originarie. La finestra tornò in perfetto stato, aperta.

<<Wow>> commentò Julian.

<<Già>> si vantò Yel, <<Billy non sarebbe mai riuscito a farlo. E dire che Firefight all’inizio voleva inviare lui!>>

<<Billy?>>

<<Il drago>> chiarì lei, con tutta la naturalezza del mondo. <<A presto, Julian Eagle. Vedi di non metterti nei guai, se c’è una cosa che ho imparato in questa settimana è quanto tu sia incline a ciò>>. Yel spiegò le ali, pronta a decollare, ma Julian la trattenne. <<Oh, che c’è ora? Non ho tempo per giocare con te, se vuoi chiedermi questo>>

<<Yel, se puoi dimmi ancora una cosa. Continuerete a proteggere la mia famiglia? E i miei amici? Non potrei sopportare che accadesse loro qualcosa>>

Yel lo guardò negli occhi. <<Questo è il volere di Firefight. Ha ordinato espressamente di continuare a proteggere la tua famiglia, e di disporre protezioni anche per quelle dei tuoi amici. Ho obbedito, anche se lo ritengo un inutile spreco di tempo e risorse. “Amici”? “Famiglia”? Non capirò mai voi umani. È molto meglio rimanere soli>>.

Detto questo, con un abile balzo, decollò e, in un meraviglioso arcobaleno di colori, sparì all’orizzonte.

<<Julian? Julian! Dove ti sei cacciato? Vuoi sbrigarti? Il Signor Starry sta aspettando!>>

<<Arrivo, arrivo! Fammi almeno finire di vestirmi!>> Julian afferrò la sua maglietta preferita e la indossò più in fretta che poté. Le ante dell’armadio sbatterono intensamente, mentre fiumi di indumenti volavano in tutte le direzioni. Ed eccola, finalmente, l’oggetto disperato della sua ricerca: una sciarpa blu e bianca, adornata di disegni. Al centro, impressa a caratteri maiuscoli, c’era la scritta: METEORS. Julian se la infilò al collo, poi prese da uno scaffale un altro indumento simile ma più piccolo: una bandana. Lanciò uno sguardo fuori dalla finestra. Di sotto, parcheggiata di fronte a casa sua, c’era una piccola automobile bianca, oscurata dalla penombra della sera. Julian riconobbe l’uomo alla guida: Thomas Starry, il padre di Jessie, dondolava la testa qua e là, al ritmo di una delle sue canzoni preferite. Sul sedile anteriore, probabilmente imbarazzata, sedeva Jessie. La porta posteriore era aperta; poco più in là c’era Johnny, in attesa. Julian controllò di non avere dimenticato nulla: si tastò le tasche di pantaloni e maglia e diede un’ultima occhiata alla sua stanza. Rassicurato, il ragazzo concentrò il suo sguardo alla fiala che Yel aveva lasciato sulla scrivania: il succo di Vlur. Il liquido brillava ancora di un rosso scintillante. Julian prese in mano la bottiglietta e la saggiò. Era fatta di vetro finissimo, talmente leggero che ebbe paura gli potesse scivolare dalla mano senza che se ne accorgesse. Incise nel vetro, quasi illeggibili, c’erano delle scritte in un linguaggio sconosciuto.

<<Farò come dici, Yel>> pensò Julian, <<ma a partire da domani sera>>. Quel progetto aveva iniziato a prendere forma già da quando Yel gli aveva comunicato le disposizioni prese nei suoi confronti. Non aveva alcuna intenzione di restare confinato in casa proprio mentre i Meteors si esibivano in quello che sarebbe stato il concerto più importante dell’anno. Non quando per mesi aveva cercato di procurarsi i biglietti invano e alla fine, quando ormai si era rassegnato, Jessie gliene aveva regalati ben tre. Certo, non desiderava andare a quel concerto a tal punto da mettere in pericolo sé stesso e la propria famiglia. Tuttavia, Yel aveva affermato che sarebbe bastato un sorso di succo di Vlur per ingannare gli uomini di X. Aveva anche spiegato di come lei e Grendar stessero operando per portare su false piste i suoi inseguitori e di come Firefight avesse disposto attorno a lui, ai suoi amici e alle loro famiglie alcune protezioni magiche. Non aveva idea di come esse funzionassero, ma se quello che aveva detto la fenice corrispondeva a verità, esse erano efficaci. Oltre a questo, era piuttosto bravo quando si trattava di camuffamento: si era specializzato in quest’arte quando da piccolo era solito a giocare partite lunghe di nascondino insieme a suo nonno, Johnny e altri amici. Una delle tante attività inventate da Alexander. Erano gare piuttosto particolari, dato i vari contendenti non dovevano solamente nascondersi ma si travestivano. Durante le battute finali Alexander e Julian riuscirono a camuffarsi quasi perfettamente in un’altra persona, in un albero, perfino in un oggetto. Certo, era passato molto tempo. Alcuni piccoli trucchetti, però, li ricordava ancora. Infilò la bandana in testa, in modo da lasciare scoperti solamente gli occhi, e posizionò meglio la sciarpa, nascondendo anche il mento fino quasi alla bocca. Non aveva mai parlato con i due Ministeriali, quindi essi non avrebbero dovuto conoscere la sua faccia. Preferì comunque non rischiare, evitando però di camuffarsi troppo: sarebbe stato sospetto agli occhi di Johnny e Jessie. Pur sentendosi in colpa, aveva deciso di obbedire a Yel per quando riguardava dire loro la verità. Aveva paura della loro reazione. Come si sarebbe sentito se avessero iniziato a respingerlo? Non avevano mai respinto Benjamin, è vero, ma come si sarebbero comportati sapendo che la causa della sua diversità, una diversità che lo esponeva a pericoli forse mortali, era la magia? Sarebbero mai riusciti a fare finta di niente? No, era meglio che restassero all’oscuro di tutto. Avvicinò la fiala agli occhi. Il succo di Vlur si mosse appena. <<Bè>> pensò, <<suppongo che non ci sia motivo di preoccuparsi se posticipo la mia prigionia di un solo giorno>>. Aprì la bottiglietta e bevve il succo; non un solo sorso ma tutto il contenuto. <<Tanto per essere sicuri>> si disse, <<se un unico sorso può mascherarmi per un giorno, tre dovrebbero essere molto più efficaci per una sola sera>>. Infilò la fiala in una tasca interna della maglietta e si precipitò fuori dalla stanza.

<<Julian! Ragazzo mio, quanto tempo!>> Come sempre, Thomas Starry era molto gioviale. Era un piccolo ometto dai capelli argentei, gli stessi occhi di Jessie e la risata facile. Strinse energicamente la mano di Julian e lo squadrò da cima a fondo, facendogli l’occhiolino. <<Ah, ragazzo mio, come sei cresciuto! Solo poco tempo fa mi arrivavi appena alle spalle e ora guardati! Ormai sei un uomo!>> Gli strizzò l’occhio <<Quando ti deciderai a portare fuori Jessica? Non dovresti essere timido, sai?>>. Julian si sentì bruciare le guance. Doveva aver messo su una faccia davvero buffa, perché Johnny scoppiò a ridere. Jessie invece, che stava bevendo da una lattina di soda, per poco non si strozzò. <<Papà!>> protestò fra i colpi di tosse.

<<Ehi, ehi stavo solo scherzando!>> Non disse più nulla, ma non nascose un sorrisetto.

Lo stadio in cui si sarebbe svolto il concerto era enorme. File e file di gradinate correvano attorno al suo perimetro, salendo in altezza a tal punto da fare impallidire tutti gli edifici attorno a sé. Sulla cima svettavano alcune bandiere, mosse da un leggero alito di vento, mentre i contorni della costruzione erano delineati da una serie di luci rosse ad intermittenza, che ne indicavano la posizione di notte. A queste si aggiungevano una serie di fanali riflettenti luce di ogni colore che, muovendosi su sé stessi come delle trottole, contribuivano a rendere l’ambiente particolarmente suggestivo. Un’immensa folla si era radunata di fronte all’ingresso: ragazzi e ragazze urlanti, uomini vestiti da rockettari con una lunga cresta in testa, bambini eccitati aggrappati alle gambe dei loro smarriti genitori, agenti della sicurezza intenti a tenere tutto sotto controllo. Una squadra di tecnici smontò da un piccolo furgoncino e si diresse velocemente all’interno, portando con sé altoparlanti e microfoni. Poco più in là, decine e decine di giornalisti e fotografi erano intenti ad intervistare i passanti e a documentare l’evento.

<<Bene, ragazzi, divertitevi!>>. Thomas accostò di fronte allo stadio e li fece scendere.

<<Arrivederci, signor Starry>> lo salutò Julian, <<grazie del passaggio>>

<<Di niente, figliolo. Tratta bene mia figlia, eh?>>

<<Papà!>>

<<D’accordo, d’accordo, vado!>> Strizzò loro l’occhio e ripartì, allontanandosi nella sera.

<<Andiamo>> fece Jessie, ancora imbarazzata. Si era legata i capelli in una coda, e si era messa una felpa verde, raffigurante dei cavalli. Al polso destro, i suoi due braccialetti riluccicavano insieme alle luci dei riflettori. I tre ragazzi si unirono all’orda di persone intente ad entrare nello stadio, cercando di evitare di essere spintonati e che i loro piedi fossero pestati. Si ritrovarono in fila dietro a un uomo con addosso un impermeabile grigio e con in testa una bombetta. L’uomo tossì forte, come se fosse raffreddato. Julian strinse forte in mano il proprio biglietto, non riuscendo quasi a credere di essere lì. Finalmente, dopo tanto tempo, sarebbe riuscito ad ascoltare i Meteors! Non gli sembrava quasi vero. Le mani gli tremavano per l’emozione. Sopra di loro, in cielo, un uccello stridette. Per un attimo brevissimo, Julian pensò che fosse Yel. Alzò lo sguardo verso l’alto, ma ciò che vide fu solamente quello che doveva essere un pettirosso o una cincia. Cosa aveva detto Yel? “Troppo piccoli e fragili”. La fenice non si sarebbe mai presentata sotto tale aspetto. Eppure, Julian non si sentì rassicurato. E se Yel fosse stata lì da qualche parte, sotto la forma di un altro uccello? Cosa sarebbe successo in caso lo avesse visto? Sarebbe piombata su di lui e l’avrebbe trascinato via? Visto il modo con cui si era presentata la prima volta, Julian non lo escludeva. Per un momento pensò di tornare a casa, inventandosi qualche scusa o facendo finta di stare male. Poi, quel qualcosa dentro di lui che tanto si era ribellato alle imposizioni di Yel tornò a farsi sentire, impetuoso. Non avrebbe rinunciato. Si trattava solamente di una sera, l’ultima sera di divertimento prima dell’inizio di quella che sembrava una lunga serie di problemi. Non voleva pensarci, non ancora. Voleva solamente godersi un po’ di quella normalità che sapeva presto gli sarebbe stata tolta. Si calcò meglio la bandana in testa e si risistemò la sciarpa. Era talmente immerso nei suoi pensieri che sobbalzò quando Johnny gli posò una mano sulla spalla.

<<Ehi>> sussurrò, <<guarda chi c’è>>.

Julian si voltò verso la direzione in cui indicava Johnny e per poco non gli venne un colpo. Avvolto nel suo lungo scialle marrone, disorientato e quasi barcollante, c’era Benjamin Drake. <<Accidenti>> commentò, <<chi se lo aspettava di ritrovarlo qui? è cambiato parecchio il ragazzo, eh? Tutto merito mio!>> si vantò.

<<Oh, per favore>> ribatté Jessie, <<Tu non hai fatto quasi nulla!>>

<<Non è vero!>>

<<Invece sì!>>

<<Ehi, Ben!>> lo chiamò Johnny, agitando la mano. Benjamin li vide e, come un naufrago che avvista da lontano la luce di un faro, si precipitò da loro. <<Benjamin!>> lo salutò Jessie, interrompendo la discussione con Julian, <<non sapevo ti piacessero i Meteors! Ehm…e nemmeno i concerti in generale, se devo essere sincera>>. Benjamin la guardò, ancora un po’ spaesato. <<C-ciao>> sussurrò in risposta. Stringeva a sé la sua cartelletta di cuoio, come sempre, ormai Julian lo sapeva, quando era spaventato. <<M-mi ha portato qui…L-Leah. Ha detto che mi avrebbe fatto bene>>

<<E dov’è adesso?>> chiese Johnny

<<Non lo so>> rispose Benjamin, <<mi ha detto di aspettarla per qualche minuto, ma non l’ho più vista>>

<<Bè, puoi aspettare Leah stando con noi>> propose Jessie, sorridendo. Benjamin la guardò, visibilmente sollevato. Evidentemente non trovava allettante l’idea di starsene da solo ad aspettare in mezzo a una folla pronta ad indicarlo e a spettegolare sulle sue condizioni. Tra di loro, era sicuramente Jessie a comprenderlo di più. Benjamin si mise in fila con loro, nascondendo la faccia sotto un cappuccio facente parte dello scialle. Tutto ad un tratto, un mormorio concitato percorse la folla. Tutti si voltarono nella stessa direzione ed esclamazioni eccitate cominciarono a sollevarsi ovunque.

<<Si comincia!>> annunciò Johnny, allegro. Il cancello che fino a quel momento aveva impedito alla folla l’accesso all’interno dello stadio fu aperto. Nell’emozione generale, la moltitudine di persone iniziò a precipitarsi verso l’entrata dell’edificio, esibendo il proprio biglietto quasi fosse un oggetto sacro. Uno dopo l’altro, tutti i presenti furono ammessi all’interno. Julian rimase senza fiato. Davanti a lui si apriva una visione spettacolare. I pallidi raggi della Luna, ormai alta nel cielo, illuminavano quello che era uno dei più grandi palcoscenici che avesse mai visto. Era completamente tappezzato di poster inneggianti al concerto e strisce colorate, alle quali si aggiungevano luci artificiali montate in modo da mettere in risalto chiunque vi salisse. L’erba attorno ad esso luccicava di rugiada, facendo quasi sembrare che vi fosse un mare di stelle ai loro piedi. Ogni singolo posto sulla platea era occupato e persino loro, che avevano tentato di infilarsi fra quei pochi fortunati che avrebbero assistito al concerto direttamente da sotto il palco, fecero fatica a trovare una posizione stabile, dato che la massa di persone attorno a loro continuava ad aumentare. Sopra di loro, un aereo sorvolò lo stadio, trascinando nella sua scia un grande striscione recante in grossi caratteri luminescenti la scritta “METEORS”. Ne seguirono altri, mostrando agli spettatori sigle e pubblicità. Ogni tanto, Julian ne riconobbe qualcuna. Sul palco, la forma di una batteria luccicava nell’ombra, mentre enormi altoparlanti di metallo troneggiavano ai lati. Alcuni fili erano sparsi a terra. Una serie di megaschermi dall’aria molto costosa era appesa sopra alcune impalcature ai lati dello stadio, per poter consentire una buona visione del concerto anche a chi era più in alto.

<<Ehi, che ore sono?>> chiese Julian, emozionato.

<<Le 22 e 15>> rispose Jessie, guardando l’orologio.

<<Allora ci siamo quasi>> annunciò Johnny, allegro. Julian si guardò attorno in cerca di Leah. In effetti, l’unica - oltre forse a Jessie - in grado di trascinare con sé Benjamin ad un concerto era proprio lei. Fin da quando si era mostrata a scuola, prima con la Gracchia, poi con Benjamin, aveva avuto una certa propensione a…cambiare le regole. Allungò il collo verso la folla sugli spalti, provando a scorgere uno sprazzo dei suoi capelli biondi, invano. In quel momento, tutte le luci si spensero. Tutto fu inondato dall’oscurità, ad eccezione del palco, illuminato di una tenue luce azzurrina. Fumo artificiale fu emanato dall’alto, avvolgendo l’intera impalcatura in una nebbia argentea. La folla cominciò a fischiare e esultare, sapendo che finalmente il concerto stava per iniziare.

<<Sono…sono sempre così…rumorosi? I concerti, dico>>. Benjamin sembrava confuso e infastidito. Poi li guardò in faccia, sicuro di avere appena parlato troppo. Abbassò lo sguardo. <<Scusate>> sussurrò. Johnny scoppiò a ridere. <<Di che ti scusi, Ben? È la verità, i concerti sono molto, molto rumorosi. Ma, a differenza di quando siamo a scuola, è perfettamente, come dire, legale! Anzi, direi che più rumore c’è e meglio è!>>.

<<Però c’è un cattivo odore>> commentò Benjamin. Il fumo aumentò di intensità e i riflettori montati ai lati del palco e sopra rivolsero la loro luce verso il centro della nebbia. Una lunga e singola nota di chitarra elettrica riecheggiò nello stadio, a cui gli spettatori reagirono aumentando l’intensità delle loro grida. Anche Julian, Johnny e Jessie si misero ad esultare, mentre l’orda dei fan dei Meteors cominciava a scaldarsi. Benjamin, dal canto suo, si sentiva totalmente fuori luogo e abbassò lo sguardo a terra, tentando di farsi piccolo piccolo. Gli annunciatori delle varie televisioni si lanciarono in dettagliate presentazioni, facendo pronostici sull’andamento del concerto e dichiarando come non si fosse mai vista una tale eccitazione ad un concerto di una giovane band come quella. Il fumo cominciò a diradarsi e sul palco alcune sagome iniziarono a delinearsi. Un'altra nota percorse l’aria. La folla gridò ancora di più. Poi, con un unico, intensissimo lampo di luce, tutta la nebbia fu spazzata via, lasciando il palco allo scoperto e permettendo a tutti gli spettatori di ammirare, finalmente, i Meteors.

<<Ma guarda quanti sono!>>. Una voce ironica aveva parlato al microfono.

<<Ehi, ma quelli chi sono?>> esclamò una ragazza accanto a loro, furiosa. <<Non è divertente!>>.

Sul palco, circondati da almeno una decina di persone, illuminati dai riflettori ma con i volti in penombra, c’erano i due i tizi del Ministero.

Julian sentì la paura impadronirsi di lui, gelandogli il sangue e annebbiandogli la ragione. Che ci facevano lì quei due? Lo avevano seguito? Si portò istintivamente la mano alla tasca, dove sentiva ancora la fiala di Vlur premere contro la sua pelle. Il più alto dei due, quello più loquace, parlò ancora, la voce carica di sarcasmo. <<Devo dire che questi giocattolini sono più interessanti di quel che sembrano>>. Suonò ancora la chitarra che aveva attorno al collo. <<Un suono interessante. Molto suggestivo>>

Johnny strinse gli occhi, aguzzando la vista. <<Ehi! Quei due non sono…?>>

<<Sì>> confermò Jessie

<<Bè, che ci fanno qui?>>

<<Vorrei proprio saperlo>>. Considerando come aveva risposto, non si aspettava nulla di buono. Una serie di mormorii percorse la folla. Alcuni cominciarono a sussurrare, altri, studenti di Hive senza dubbio, li indicavano, riconoscendoli e spargendo la voce. Il secondo uomo, quello più esile, grugnì, distante. A quanto pareva, non considerava la folla dinnanzi a lui degna di attenzione. Quello più alto continuò: <<Le mie scuse per esserci intromessi così...bruscamente. Sono certo che quei cinque musicisti potranno deliziarvi molto presto>>. La folla si zittì. Persino gli aerei in cielo sembravano essere ammutoliti. Tutti erano concentrati sull’agente del Ministero, che sembrava compiaciuto dell’effetto che aveva avuto la sua comparsa. Julian non sapeva che fare. Se se ne fosse andato, quegli uomini lo avrebbero visto, dato che la massa di persone era rimasta immobile, come paralizzata. E come avrebbe fatto, in caso ci fosse riuscito, a spiegarlo ai suoi amici? Né poteva rimanere fermo senza fare nulla: se quello che Yel aveva detto sul loro conto era vero, non ci sarebbe voluto molto prima che lo identificassero o che, nel migliore dei casi, si fossero accorti che la loro preda era in mezzo a tutte quelle persone. Cosa che, però, era probabilmente già successa. Il succo di Vlur avrebbe dovuto mascherare la sua presenza, però…Accidenti, perché le fenici non avevano un numero di cellulare?

Il tizio più alto rise. Una risata melodica, semplice e tranquilla, che però a Julian fece rizzare i capelli sulla testa. <<Alcuni di voi sapranno chi siamo>> disse, <<agli altri non lo spiegherò, sarebbe uno spreco del tempo. Diciamo solamente che lavoriamo per...i piani alti. Veniamo al punto della situazione>>. L’ultima frase suonò vagamente minacciosa, come se fosse il preludio di una tempesta. Fece un gesto e gli uomini accanto a lui misero la mano ai lati delle cinture. Stupefatto, Julian li vide estrarre lunghe spade nere, deformate in alcuni punti ma, da quel che pareva, affilatissime. Alcuni ragazzi cominciarono a gridare. <<Avrei una domanda da porvi, Signori>>. Lo disse in tono mellifluo ma cortese. <<Se tra di voi c’è colui che si fa chiamare Xingor…bè, si faccia vedere. Avremmo qualcosa da dirgli. Certo, se non uscirà allo scoperto saremmo costretti ad…intervenire>>. I presenti, terrorizzati, si guardarono l’un l’altro, non capendo. Johnny strinse i pugni e Benjamin si calcò il cappuccio in testa, cercando forse di scomparire. Julian sentì Jessie stringergli il braccio. Cosa poteva fare? “Xingor”. Ricordava che Yel aveva pronunciato una parola simile. Non ne sapeva il significato, ma la fenice aveva immediatamente cambiato argomento. Forse riguardava qualcosa di magico e, di conseguenza, pericoloso? Forse questo Xingor sapeva qualcosa che non avrebbe dovuto sapere e, quindi, X voleva sbarazzarsi di lui? Gli spettatori continuarono a mormorare fra loro; alcuni, fissando la scena pazzesca che si presentava loro di fronte, dei tizi armati di spade il cui capo parlava a vanvera dicendo cose senza senso, gemettero. Altri cercavano di rassicurare chi avevano vicino, proclamando ad alta voce che si trattasse di uno scherzo. Altri ancora protestarono a viva voce, minacciando di chiamare gli agenti della sicurezza, la polizia o, perfino, di salire sul palco e di scacciare quegli idioti a calci.

<<Nessuna risposta?>> chiese l’uomo di X. Lo disse con grande calma eppure, alle orecchie di Julian, quella frase parve più pericolosa di qualsiasi minaccia. <<Bene. Credo che non ci resti altra scelta. Peccato>>. L’uomo si frugò in tasca e ne estrasse una piccola sfera nera. La gettò con forza verso l’alto dove, con un fragore assordante, esplose emettendo in tutte le direzioni fasci di luce blu. La luce attecchì alle pareti dello stadio e queste, fra lo stupore generale, iniziarono a bruciare di un fuoco blu e nero. <<Trovatelo>> ordinò ai suoi uomini. Fu il caos. La folla, terrorizzata, cominciò a riversarsi verso le uscite dello stadio, gridando e gesticolando. Alcuni spettatori sulle tribune, presi dall’agitazione del momento, inciamparono e caddero verso il basso. Gli uomini sul palco si gettarono all’inseguimento dei presenti, agitando le loro spade e imprecando con voci roche. I due scagnozzi di X rimasero al loro posto, osservando la scena dall’alto. Alcuni agenti della sicurezza e alcuni spettatori tentarono tuttavia di reagire, scagliandosi contro gli uomini armati che, per tutta risposta, li colpirono con i pomoli delle spade, mandandoli a terra. Erano velocissimi. Un ragazzo si era anche arrampicato sul palco, affrontando gli agenti del Ministero. <<Patetico>> commentò quello più alto, afferrandolo per il colletto e scaraventandolo in aria a molti metri di distanza.

<<Presto, andiamocene!>>. Julian prese per le braccia sia Jessie che Benjamin, trascinandoli con sé in una fuga disperata verso l’ingresso dello stadio. Erano circondati da un inferno di fuoco blu e nero. Il calore era quasi insopportabile. Johnny correva al suo fianco, pallido in viso. <<Chi sono in realtà quei due?>> domandò ad alta voce. <<Terroristi?>>.

<<Non lo so!>> urlò in rimando Julian, <<e non voglio saperlo! Forza!>>

<<Non si può uscire! Non si può uscire!>> Il grido proveniva da coloro che per primi avevano raggiunto l’esterno. Era vero. Giunti al cancello d’ingresso, alte fiamme azzurrine circondavano completamente l’edificio, ramificandosi anche nell’aria e intrecciandosi fra di loro, quasi a formare una gabbia. Dall’esterno del muro di fuoco provenivano le grida e gli schiamazzi di agenti di sicurezza e dei passanti, sorpresi dall’inaspettato attacco. Capendo che non c’era via di fuga, la massa di persone si riversò ancora all’interno, cercando nascondiglio in qualche stanza dell’edificio. <<Che facciamo?>> chiese Jessie, pallida come Johnny.

<<Dobbiamo trovare un riparo!>> esclamò Julian, <<e aspettare che intervenga la polizia!>>

<<E come potrà intervenire? L’hai visto quel muro di fuoco! Devono aver piazzato delle bombe o qualcosa di simile…>>

<<E allora che facciamo? Stiamo qui a farci ammazzare?>>

<<Da questa parte>> disse Benjamin, <<c’è una scala>>. I quattro salirono di corsa la scala, salendo velocemente ai piani superiori. Da sotto provenivano le grida smorzate delle persone terrorizzate e qualche orribile suono metallico che Julian preferì ignorare. Anche ai piani superiori, orde di spettatori si riversavano sui corridoi, travolgendo tutto quello che trovavano sul loro cammino, altre persone incluse. I quattro dovettero farsi largo a spintoni fra la folla, che tentava di mettersi al sicuro chiudendosi in altre stanze.

<<Per di qua!>> esclamò Julian. Aveva trovato una stanza vuota. <<Entrate e chiudiamo la porta a chiave!>>. Johnny, Jessie e Benjamin obbedirono.

<<E le altre persone?>> chiese Benjamin.

<<Al momento mi preoccupo più per noi>> rispose Julian. Era un commento egoista, che lo avrebbe messo in cattiva luce di fronte a loro. Ma non gli importava: non sapeva chi fosse Xingor, ma sospettava che avesse a che fare con lui. Anche se non fosse stato così, quegli uomini cercavano lui comunque. E, nell’eventualità in cui l’avessero trovato, preferiva avere attorno meno gente possibile, avrebbe significato coinvolgere meno innocenti. Sbarrarono la porta utilizzando anche delle sedie. Julian si lasciò cadere a terra, sfinito. Gli altri lo imitarono. Ma subito dopo, Benjamin scattò in piedi. Julian non l’aveva mai visto così preoccupato. <<Leah!>> esclamò. Non ci volle nemmeno un secondo perché gli altri capissero a cosa si riferiva. Come avevano potuto dimenticarsi di Leah? Era rimasta in balia della folla e dei pazzi di sotto; probabilmente li stava anche cercando. <<Vado io>> annuncio Julian, deciso. Johnny scattò in piedi. <<Ti seguo>> esclamò. Julian si sentì un po’ rassicurato e allungò la mano verso la porta. Le sue dita tuttavia non avevano nemmeno toccato la maniglia che una forte pressione li scaraventò all’indietro, mandandoli a sbattere contro il muro. La porta si era piegata in due, sbriciolata sotto la forza dell’esplosione che l’aveva appena distrutta. Uno scagnozzo dei Ministeriali troneggiava di fronte a loro, la spada nera in mano, il viso percorso da un ghigno feroce. I suoi vestiti erano rozzi e sfibrati, ridotti a brandelli. Julian sentì un dolore lancinante trafiggergli il polso.

<<Qui c’è molta puzza>> disse l’uomo, masticando le parole, come se gli fosse difficile parlare. La voce era molto roca. <<Uno. No, due>>. Concentrò il suo sguardo sui ragazzi nella stanza. Jessie gemette a vederlo avanzare. Julian era ancora a terra, intontito, mentre Johnny, che aveva sbattuto la testa, era svenuto. L’uomo sollevò la spada, dirigendosi verso Julian. Jessie si scagliò contro di lui, a pugni serrati, ma l’uomo, come se stesse scacciando una mosca fastidiosa, la colpì in pieno petto con il pugno, mandandola a terra. <<Jessie!>> gridò Julian. Il tizio si voltò verso di lui. Julian non capì se quell’uomo avesse riconosciuto qualcosa, forse magia, in lui o se volesse solamente metterlo a tacere, fatto sta che avanzò di nuovo, sollevando la spada. Julian cercò di rialzarsi, invano. Doveva avere il polso rotto. <<Fermo!>> gridò Benjamin. L’uomo lo ignorò. Julian lo vide troneggiare sopra di lui, ghignando. Il ragazzo provò a concentrarsi, a richiamare la stessa sensazione di calore ribollente che l’aveva pervaso durante la partita con Peacock. Se era vero che era uno Stregone, perché non tentare la magia? Niente. Nemmeno una piccola fiammella. Quando avrebbe desiderato che Yel fosse lì in quel momento!

<<Morto, vivo>> disse l’uomo. <<Che differenza fa per lui?>>.

Julian fissò la lunga lama di metallo ergersi pericolosamente sopra di lui. E così, pensò, era finita. Stava per morire, chi avrebbe potuto salvarlo, ormai? Tanto valeva rassegnarsi. Pensò a sua madre, a Simon, a suo nonno. Avrebbe tanto voluto dire loro che gli dispiaceva, che non voleva finisse così, che avrebbe dovuto obbedire ad un uccello parlante arrivato per informarlo del pericolo rappresentato da Stregoni provenienti da un altro mondo. Sorrise amaramente. Suonava tutto così strano. Sperò che finisse in fretta.

<<No!>> gridò Jessie. La spada calò. Julian chiuse gli occhi, ritrovandosi nel buio, in attesa del colpo. Ma esso non venne. Ci fu invece un clangore metallico, come di acciaio contro acciaio. Sentì Jessie gridare ancora. Aprì gli occhi e, per lo stupore, quasi dimenticò di avere paura. Di fronte a lui, avvolto in un lungo mantello bianco, i capelli rossi scintillanti come fuoco, la spada inclinata in modo da intercettare quella del suo aggressore, c’era un uomo.

<<Sempre nei guai, ragazzo mio? Eppure ti avevano avvertito>>. Aveva una voce famigliare, gentile ma autoritaria. Lo scagnozzo dei Ministeriali ringhiò, riconoscendo il suo avversario. <<TU!>>

<<Io>> confermò lui, sereno.



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