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lavoro pubblicato venerdì 25 dicembre 2015
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

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Bosnia 4-98 (di Emilio Francini Naldi)

di kdtepof. Letto 443 volte. Dallo scaffale Viaggi

Ilia ha fini capelli biondi e celeste lo sguardo, due occhi che ti seguono fermi e silenziosi mentre ti muovi per la stanza e fai di tutto per guard...

Ilia ha fini capelli biondi e celeste lo sguardo, due occhi che ti seguono fermi e silenziosi mentre ti muovi per la stanza e fai di tutto per guardare altrove ma non riesci ad evitarli, e pensi che sia naturale tutto questo, forse una sua deformazione professionale, dal momento che faceva la spia, di lavoro, durante la guerra.

Ma adesso i tempi sono cambiati, anche se le facciate delle case portano evidenti i segni degli spari, e la gente che lo incontra per strada sembra che non ricordi, o non vuol ricordare, che le soffiate di Ilia provocavano la morte, e che era impossibile fuggire quando ti venivano a prendere mentre eri nascosto e poi capivi, forse un attimo prima che ti sparassero alla nuca, che avevi fatto male a sorridere a quel bambino che passava fischiando e ti eri quasi commosso pensando a quanto fosse piccolo di fronte alla violenza dei grandi.

Ilia aveva cinque anni quando finì la guerra ed era rimasto solo perché i suoi genitori non erano più in vita, dispersi ormai in una delle tante fosse comuni sulle quali crescono fiori nella Bosnia contemporanea.

Oggi vive nella casa d'accoglienza di madre Josepha a Citluk insieme a cinquanta altri ragazzi di età variabile tra i due mesi e i sedici anni, ed a volte sembra che non risenta per niente del suo passato, mentre salta urla e corre con gli altri: solo quando si ferma, si distrae, ed il suo sguardo si fissa, sfuocato, verso un punto lontano e indistinto lo vedi diverso.

Allora credi di capire a cosa stia pensando.

Sono loro, i bambini, che incarnano più di ogni altra cosa la sofferenza di questa ex-Jugoslavia dilaniata dalla violenza e dall'atrocità di una guerra selvaggia come la terra nella quale si è scatenata, una guerra così irreale quando la si vedeva alla televisione, come se fosse soltanto finzione scenica.

Ma camminare per le strade di Mostar, vedere appesi agli alberi i cartelli che ammoniscono a non raccogliere quello che potrebbe essere una mina antiuomo, le facciate delle case sgretolate dai proiettili, i tetti spazzati via dalle granate, i muri anneriti dal fumo delle esplosioni attorno alle finestre ormai scure occhiaie vuote, e gli uomini che camminano silenziosi e ancora portano dentro i fremiti di quella follia collettiva che provocò tutta la desolazione che ci circonda, suscitano dentro di noi un senso amaro di sconfitta, di impotenza, una quantità di domande che resteranno senza risposta: 'Cosa racconteranno questi padri e queste madri ai loro figli, a quei bambini fortunati che ancora possiedono una famiglia? Come giustificheranno le loro azioni selvagge, gli assassinii, le violenze? E come potranno accarezzare le teste dei loro figli con le stesse mani che hanno ucciso altri figli?'

Perché la sensazione più netta che si prova transitando per i villaggi abbandonati alle macerie o per le città deturpate dalle cicatrici belliche è che si sia sparato strada per strada, casa per casa, ammazzando il proprio vicino, il conoscente, il bottegaio all'angolo.

Oggi, in un silenzio quasi spettrale, le persone che si sono odiate violentate sterminate vivono spalla a spalla nei bar, nei negozi, si incontrano mentre camminano per i vicoli lastricati dei centri storici.

Ma non possono aver dimenticato.

Padre Ante, il vice parroco di Bugojno, ci racconta che la comunità cristiana è ridotta a mille persone: quattrocento sono state le vittime, altre centinaia sono scappate, pochi accennano a tornare.

Al termine della messa, in una chiesa piena all'inverosimile, dopo aver distribuito la comunione a centinaia di fedeli, battezza un neonato di fronte a tutti i convenuti, come ad iniziare un nuovo membro di questa piccola comunità, sola in mezzo ad una schiacciante maggioranza islamica.

Dopo, a tavola, afferma che in tutte le case ci sono armi, e che solo la presenza delle truppe di pace consente di vivere senza violenza, ma è certo che quando i caschi blu se ne andranno la strage ricomincerà.

Da lì la strada sale fino al passo nevoso ed alla galleria di Kupres, da dove Bugojno veniva cannoneggiata, e poi corre sull'altopiano verso Livno e la dogana di Kamensko, e via via i segni della guerra si fanno più radi.

In Croazia, mentre corriamo verso Spalato, sembra di vivere un'altra realtà, un altro mondo, anche se qualcosa dentro di noi rimane lì, quasi tangibile, come un peso nel petto che non va né su né giù.

O forse è solo quella struggente nostalgia che ci accompagna da sempre e che ci fa voltare indietro così spesso a ricercare cogli occhi e col cuore le strade percorse, i luoghi, le persone, la scia della nostra vita.

Bosnia, aprile 1998



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