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lavoro pubblicato martedì 22 dicembre 2015
ultima lettura martedì 31 marzo 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Vitae (Introduzione - Inferno)

di Maic. Letto 522 volte. Dallo scaffale Pensieri

Il capitolo introduttivo della mia raccolta "Vitae", un insieme sconnesso e ordinato di suicidi che comvergono tutti nello stesso punto: nella vita...

Intro - Inferno

Il suicidio è il più grande tra gli inni alla vita. Lo è perché in quel momento ti ritrovi faccia a faccia con le parole che hai detto, con le immagini che fin dall’ inizio si sono insinuate a forza nella tua testa, e alcune sono rimaste lì: rimangono lì, e nessuno le può buttar fuori. Quando pensi per l’ ultima volta di farla finita, è come se si decretasse la fine di qualcosa che è già perfetto di suo: il classico cerchio che si chiude, e si chiude perché sei tu a volerlo chiudere; sei tu che prendi in mano la situazione, e decidi che la tua vita si deve concentrare tutta in quell’ istante: quello decisivo, quello in cui gli attimi del tuo passato, del tuo presente e del tuo ipotetico futuro si condensano e non ti lasciano respirare, trascinandoti in un turbine che gira talmente forte da non poterlo fermare, mai, mai, neanche se vuoi, neanche se ti sembra il caso, neanche se ne senti il bisogno. Sei lì: solo, con te stesso; e a te stesso dici che non ce la fai più, che quelle immagini che stai vedendo non sono altro che schifo, schifo, e che devi per forza arrivare a distruggere tutto: che devi ammazzarti, altrimenti non so proprio come fare. E’ per questo che oggi sono qui: seduto su questa panchina, in silenzio, impegnato a ingoiare e sentire i miei pensieri che fluiscono lungo il fiume che è la mia mente. E’ così che la immagino la mia fine: una fine che deve per forza inglobare tutto il resto, e poi continuare ad essere la sintesi perfetta della mia esistenza: per sempre, anche quando non ci sarò più. E adesso sono qua, no? Seduto, fermo, sguardo fisso: fisso sulla vita che scorre davanti a me, lungo quella strada che mi sembra stia portando tutti nella medesima direzione, neanche a farlo apposta. Tutti hanno dentro di sé un motivo per morire; il difficile sta nel trovarne uno per continuare a vivere davvero. Guardo quella gente: quella gente che cammina e non si ferma, non si ferma, perché sa che deve andare là: là, dove il cielo è talmente lontano che non lo vedi neanche col binocolo; là, dove il diavolo ti afferra e ti squarcia la pelle, se solo osi tradire qualcuno che hai amato, o che hai fatto finta di amare, non importa. L’ inferno vi attende, così come attende me, che sono forse ancora più colpevole di voi, ancora di più: ancora più marcio del marcio che avete nel corpo, nell’ anima, nella mente! Mi sento esattamente come voi, lo ammetto: mi sento svuotato da ogni particella di vita, privato di un senso, di un fine ultimo che mi porti da qualche parte che non sia là, in quella direzione, dove voi tutti state andando. Mi sembra di sentirvi, di essere con voi, dentro di voi, di partecipare al vostro dolore: di farlo mio il vostro dolore, di vivere la vostra vita come fosse qualcosa che mi appartiene più di me stesso. Vi sento! Sento che respirate, che parlate, che volete qualcosa che nessuno può darvi, tranne la morte; e poi vi sento sussurrare, pensare, pregare quel Dio che magari sapete che non esiste, ma non importa: quello che vi interessa è stare tranquilli, almeno negli ultimi minuti che vi restano. Non vi biasimo: anche io voglio questo: anche io voglio il calore di qualcuno, di qualcosa che mi dica che quella che ho in mente è l’ unica soluzione, anche se in realtà non è vero, ma poi è vero: noi tutti lo sappiamo che è così: che l’ unica cosa che possiamo fare è mettere fine alle nostre sofferenze. E allora camminiamo tutti verso la stessa meta, con lo stesso passo: nudi, vulnerabili, con lo sguardo basso, fisso sul cemento che continua a muoversi, muoversi, ma in realtà sta fermo: è la nostra vita che si è bloccata, e tutto il resto ci sembra talmente pieno che neanche ci sentiamo all’ altezza. E poi c’ è quel momento in cui senti che incomincia a nevicare, come adesso, e i fiocchi ti si posano delicati sui capelli, sulle tue idee che nessuno condivide, ma tu sì, tu sì, ed è quella l’ unica cosa che conta. Vedo i vostri occhi, anche se voi non vedete i miei. Vedo i tuoi, poetessa, che vogliono a tutti i costi scrutare questa terra per l’ eternità, in cerca di risposte e ammirazione; vedo i tuoi, ragazzo, che continueranno come te a cantare le tue storie; e poi i tuoi, e quelli di tuo figlio, che è rimasto bloccato nel limbo di quegli indecisi che non si sono mai presi la responsabilità di varcare la soglia di questo mondo; vedo i tuoi, che continuano a fissare quelle lamiere, anche se è tutto un gigantesco equivoco; e i tuoi, che invece guardano gli occhi di qualcun altro: della tua ragazza, che ti ha sempre visto nel modo sbagliato. Vedo i tuoi occhi, che saranno per sempre chiusi, tanto per non farti star male; e poi i tuoi, che invece vedranno solo buio. Vedo gli occhi di chi ha lottato fino all’ ultimo contro una malattia che definire assurda è poco, ma poi è stata sconfitta; vedo gli occhi di chi ha creato mostri, spettri, e ancora osa portarseli appresso: per mano, magari, o forse in testa. Vedo gli occhi di chi ha trasformato la sua esistenza in un giorno di pioggia, nella una cella di una prigione, in un’ aula di scuola che sarà per sempre la sua tomba. Vedo gli occhi di chi ha tutto: di chi ha amici, figli, fratelli, conoscenti, denaro, vendetta, ma che poi, alla fine, non ha niente e nessuno che sappia davvero salvarlo dalla morte. Dalla morte, che sta aspettando me come sta aspettando loro. Sta aspettando noi, che siamo gli unici a volerlo vedere in faccia il diavolo. Siamo tutti diretti verso quel lago ghiacciato, che dà vita e alimenta la tempesta di neve sopra le nostre teste. Incomincia a far freddo: l’ inverno stende il suo morbido velo sulle nostre esistenze. Sono rimasto solo: dei miei amici non è rimasto nessuno. E allora tanto vale seguirla questa gente: lasciarmi trasportare finalmente verso il mio destino, che è sempre stato tale, anche se non lo volevo ammettere. Quel lago, in questo momento, è l’ unica cosa in grado di farmi alzare da questa panchina. Seguo il flusso: mi metto in cammino accanto agli altri. Sono rimasto solo: sono uno, in mezzo ad un’ infinità di persone che della loro vita faranno scempio. Sono uno fra tanti: uno come voi, uno che si vuole uccidere perché non trova altro rimedio, perché non ha nessuno e nessuno mai avrà. Lo so che siete semplicemente delle sagome: delle storie che sono accadute, che stanno accadendo, o che magari dovranno ancora accadere; so che siete lì, davanti a me, ma niente di tutto questo è reale; so che siamo diversi, che siamo distanti, discontinui, ma so anche che siete l’ unica ancora di salvezza alla quale il mio cervello si possa ancora attaccare. Ne ho davvero bisogno del vostro aiuto! Fatemi entrare, vi prego! Fatemi entrare nelle vostre vite, vi scongiuro! Fatemi sentire che siete con me, anche se non è vero, anche se me lo sto inventando! Guardatemi negli occhi! Non voglio sentirmi solo anche adesso, vi prego! Guardatemi negli occhi: iniziate a parlare.




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