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lavoro pubblicato lunedì 21 dicembre 2015
ultima lettura mercoledì 10 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Julian Eagle e gli elementi di Antichton

di Bromfighter. Letto 471 volte. Dallo scaffale Fantasia

III Caro Julian, Per prima cosa, tanti auguri di Buon Compleanno!Sono molto felice di poterti finalmente scrivere. Di solito è verso i 16 ...

III

Caro Julian,

Per prima cosa, tanti auguri di Buon Compleanno!

Sono molto felice di poterti finalmente scrivere. Di solito è verso i 16 che si comincia, ma tu, a quanto pare, sei prematuro. Lo dicevo a Barling che doveva fidarsi.

Ora, purtroppo devo scrivere in fretta questa lettera per alcune ragioni, quindi verrò subito al punto. È da tempo che osservo Venus City. Una magnifica città, davvero. L'aria è così pulita, così leggera, così diversa dal resto delle vostre città inquinate e puzzolenti. Oggi, tuttavia, è successo qualcosa che mi ha incuriosito più del solito. E gradirei sentire la tua opinione, anche se forse non hai notato nulla.

Non specificherò altro nel timore che la lettera venga intercettata.

Non ti preoccupare. Sono tuo amico, anche se non ci siamo mai visti. Voglio solamente parlarti. Se hai delle domande, io posso darti delle risposte. Se hai dei dubbi, io posso spazzarli via. Se hai paura, io posso consolarti.

Presto verrò di persona a trovarti.

Che ne dici di venerdì? Detto fra noi, posso usare quest'occasione per assaggiare un po' del vostro cibo. Muoio dalla voglia di provare, come lo chiamate voi? Un Happy Meal?

Ancora, tanti auguri!

A presto,

Cordialmente,

Firefight

P.S: Bevi molto succo.

Julian lesse e rilesse più volte la lettera, scorrendo le righe e soppesando le parole, come a voler trovare un loro significato nascosto. Poi si soffermò ad ammirare lo splendido emblema che accompagnava la firma: una magnifica aquila dal folto piumaggio di mille colori che teneva fra le zampe una fiamma. Troppo sofisticato per essere uno scherzo di Simon, che di solito non andava più in là di qualche ortica nel letto o giù di lì. La calligrafia, inoltre, non corrispondeva affatto: Simon non sarebbe mai stato in grado di utilizzare un tratto così elegante e raffinato, nemmeno se avesse scritto e riscritto la lettera cento volte. Né Julian aveva mai visto un inchiostro simile: era rosso ma la tonalità pareva cambiare di secondo in secondo. Prima scarlatto, poi rosso chiaro, vermiglio, rosso rubino e, infine, rosso sangue. Sì sentì inquieto. Chi era questo Firefight? E cosa di quel giorno l'aveva incuriosito tanto? E perché voleva la sua opinione? “Anche se forse non hai notato nulla.” Certo, aveva notato un improvviso cambio nel corpo insegnanti con Grendar e la sua rivoluzionaria lezione e aveva notato l'arrivo di una nuova studentessa: Leah Sunbright. Eppure...

<> sentì gridare da sotto, <>

La sua mente tornò alla visione che aveva avuto nello sgabuzzino di Grendar. Poi passò all'incidente con Peacock. E se fossero stati quelli i fatti a cui si faceva rifermento nella lettera? La questione con Peacock era risolta, lo aveva dimostrato Grendar...Tuttavia la visione...

<>

<> rispose lui, con voce forse un po' più flebile del solito.

C'era poi quel “Bevi molto succo”. Si riferiva al succo di Cassius? Come faceva a saperlo? E perché avrebbe dovuto continuare a berlo? Era ottimo, è vero, ma...Si ricordò di quando Leah lo aveva quasi tempestato di domande su quello che aveva bevuto. Era solo curiosità o...? Infine, c'era la questione che più lo preoccupava: “Verrò presto a trovarti”. Un perfetto sconosciuto, mai visto prima, di cui non aveva mai sentito parlare, sarebbe venuto a trovarlo quel venerdì. Per parlare di chissà cosa. Certo, aveva delle domande ma non le avrebbe certo confidate a un estraneo. Ammirò un'ultima volta la lettera. L'odore di bruciato era diminuito, riducendosi a una lieve fragranza. <> si disse, <>. Non era assolutamente convinto, tuttavia prese la lettera e la mise in un cassetto, nascondendola sotto alcune magliette e mettendo a tacere quel senso di disagio che gli attanagliava lo stomaco. Andò in bagno e scese poi in cucina, dove trovò ad aspettarlo sua madre, due impazienti Johnny e Jessie e, appena tornato da scuola, Simon.

<> rise lui <>

Julian arrossì fino alla punta delle orecchie, ma non disse nulla. Johnny guardò Simon con aria complice e Jessie quasi si soffocò con un pezzo di biscotto.

<> rispose, desiderando ardentemente di farlo sparire. Prese un biscotto e lo addentò. Subito gli tornò il buonumore.

<> chiese Kendra, <>

<> rispose Simon, allegro. <>

<>

Julian sghignazzò. <>

Simon arrossì visibilmente e abbassò lo sguardo. <> sussurrò, cercando di controllare la voce. <<È solo che mi piace la pallavolo...>>

<>

<>. Simon arrossì ancora di più.

<> fece eco Kendra, avida di sapere. <> Anche lei tentava di nascondere un sorriso.

<> rispose Simon, cercando di dissimulare l'imbarazzo. <>

<> concluse Julian.

<>

<>

<> Simon si riempì la bocca di biscotti con aria scontrosa. Kendra li guardò amorevolmente.

<> intervenne Johnny, <>

<>

<> chiarì Jessie

<> disse Kendra. Un fatto piuttosto strano, pensò Julian, considerato che sua madre sembrava sempre essere informata su ogni singola persona nel raggio di almeno dieci miglia.

<>

<>

<> rispose Jessie, <>

Kendra sembrò interessata. <>

<>

<> commentò Johnny, attaccando una brioche, <>

<> convenne Julian.

Terminata la discussione sulla scuola, passarono ad altri argomenti. Kendra raccontò che l'avevano invitata a un famoso programma televisivo di cucina, mentre Simon si lanciò in una dettagliata descrizione dei suoi progetti per la pallavolo. Jessie si dichiarò felicissima di poter giocare un po' con lui qualche volta e Johnny si propose come arbitro, una cosa che, a sua detta, aveva sempre desiderato fare. Julian partecipò volentieri alla conversazione, rise e scherzò; qualche volta però tornava a pensare alla misteriosa lettera di Firefight e alle sue parole: Verrò a trovarti presto”. Decise che non avrebbe detto nulla a sua madre e a Simon, né a Johnny e Jessie. Non aveva nessuna intenzione di sciupare l'allegria di quel momento con sciocchi dubbi, non dopo che Jessie sembrava essersi completamente scordata della sua scomparsa di quella mattina. No, avrebbe lasciato le cose così come stavano.

Era ormai pomeriggio inoltrato quando si alzarono da tavola. Kendra aveva insistito affinché provassero ogni singolo dolce e manicaretto che aveva preparato, dal salame di cioccolato alle mele caramellate; da uno squisito gelato al lampone a un'abbondante macedonia di frutti freschi. Era piuttosto agitata e ogni volta che sollevavano la forchetta incrociava le dita.

<>

<>

<> specificò Simon, <>

Julian gli tirò una gomitata.

<<È tutto delizioso, signora Eagle>> intervenne Jessie, <>

Kendra fece un largo sorriso e l'abbracciò vigorosamente. <>

Simon fece una smorfia. <>

<> disse Jessie, <<è meglio che vada. Papà mi starà aspettando. Grazie di tutto, signora Eagle!>>

<> si offrì Julian <>

<> rispose lui, <>

<>

<>

Julian ridacchiò. <>

<> li salutò lui, sbadigliando.

Il Sole aveva già iniziato la sua parabola discendente, colorando il cielo di un'intensa sfumatura arancione. Serie fantasiose di nuvole si susseguivano pigre, offrendo a tutta Venus uno spettacolo magnifico di animali, piante, uomini, oggetti e ogni cosa potesse stimolare la fantasia degli osservatori. Julian e Jessie camminavano fianco a fianco, immersi nell'atmosfera calda e rilassante di un classico pomeriggio di fine estate, parlottando fitto. Era da un po' di tempo che non passavano del tempo completamente da soli - di solito erano sempre accompagnati da Johnny – e non avevano mai avuto occasione di discutere insieme degli avvenimenti di quell'estate o delle proprie opinioni riguardo ad argomenti comuni. Julian teneva molto alla compagnia di Jessie e ammirava profondamente, cosa che non avrebbe mai ammesso davanti a lei, la sua intelligenza e il suo modo di pensare. Con Johnny era facile, di solito condividevano la medesima opinione e, nei rari casi in cui ciò non avveniva, la discussione che seguiva si concludeva con una sonora risata. Jessie, invece, era diversa. Parlare con lei non era solamente piacevole ma anche stimolante: ogni volta che a Julian pareva di aver trovato un punto debole nei suoi ragionamenti o credeva di averla messa alle strette, ecco che lei, nel modo più naturale possibile, se ne usciva con qualcosa di nuovo che lo costringeva a rivedere tutto quello che aveva pensato fino ad allora. Qualora invece discutessero di argomenti più “leggeri”, Jessie si rivelava scherzosa e divertente ma anche comprensiva. Julian sapeva che avrebbe potuto confidarle qualsiasi cosa. Lei lo avrebbe capito. Per un attimo, solo per un attimo, prese in considerazione l'idea di rivelarle tutto: della visione nello sgabuzzino, di quella strana sensazione che aveva provato quel pomeriggio, del misterioso Firefight e della sua inquietante lettera. Immaginò poi come lei avrebbe reagito: di sicuro si sarebbe preoccupata, esattamente come si era agitata quella mattina. “Non vorrai farmi credere che sparire per due ore in pieno orario scolastico sia un fatto normale!” Ricordò l'impercettibile tremore nei suoi occhi smeraldini. Non voleva rivederlo. Non quando Jessie pareva così felice e spensierata, completamente dimentica delle inquietudini di quel giorno.

<> chiese lei, vedendolo in silenzio.

<> rispose lui, <>

Jessie rise. <> Estrasse dalla tasca un pacchetto blu con attorno un fiocco rosso. <>

Julian prese il pacchetto fra le mani e lo soppesò. Era molto leggero e la carta con cui era imballato emanava lo stesso profumo di Jessie: fiori di campo. Julian lo scartò, un po' imbarazzato. Conteneva un magnifico bracciale azzurro; era fatto di metallo e recava inciso il nome “Julian” con eleganti caratteri impressi a mano. Sorrise. <>

<>

<>. Julian ammirò il bracciale più da vicino. Chissà quanto tempo Jessie ci aveva messo per farlo. Julian sapeva che a lei piacevano molto le arti manuali, tuttavia non sapeva che fosse tanto brava da intrecciare un bracciale di metallo. Non seppe cosa dire. <>

<> minimizzò lei, anche se era palesemente compiaciuta.

Avevano ormai superato il Grande Lampione ed erano giunti all'estremità della grande piazza. Si fermarono davanti al cancello di una grande casa bianca, attorniata da un bel giardino ricco di fiori e piante. Un gatto solitario percorreva silenzioso il muretto attorno alla proprietà, miagolando di tanto in tanto.

<>.

<>.

<>

Lui sorrise. <>

Jessie varcò il cancello, lo salutò ancora con un gesto e scomparve all'interno.

Fu mentre tornava a casa che Julian lo avvertì. Dapprima fu come se una goccia d'acqua gelida gli scorresse lungo la schiena, dandogli i brividi. Poi sentì un insistente formicolio sulla nuca e la testa stranamente pesante. Tutti i suoi sensi erano all'erta, in attesa che succedesse qualcosa che nemmeno lui sapeva specificare ma che, lo sapeva, sarebbe accaduto. Le orecchie erano tese a captare il minimo suono e le gambe pronte a scattare. D'istinto, si girò di scatto. Dietro di lui, dall'altra parte della strada, camminava tranquillamente un uomo avvolto in un lungo mantello nero che gli scendeva fino alle caviglie. Non si riusciva a scorgere il viso, coperto da un cappuccio. Le strade erano deserte e un silenzio tombale avvolgeva l'intero quartiere. Un vento freddo e fischiante investì le strade, il cielo assunse una tonalità grigia e persino il Sole, che fino ad allora aveva riempito di vita il quartiere, pareva freddo e avverso. Julian sentì una paura irrazionale torcergli le viscere. Il passo dell'uomo era lento e pacato, come se si stesse prendendo tutto il tempo che desiderava per darsi un'occhiata attorno. Julian rimase paralizzato lì dove si trovava, le sue gambe rifiutavano di muoversi, mentre l'incappucciato si avvicinava sempre di più, lento e inesorabile, come un terribile messaggero del fato.

Julian sapeva che doveva evitare quell'uomo. Lo sapeva e basta. Si guardò attorno, in cerca invano di qualcosa o qualcuno. Poi si sentì parlare: <>. La parola gli era salita spontaneamente alla bocca, come se essa fosse emersa prepotentemente dal profondo pozzo della sua memoria e ne avesse scacciato tutti gli altri termini. Era ancora troppo lontano per averlo sentito, eppure sembrava che la parola avesse avuto un qualche effetto sull'Incappucciato che, in effetti, si arrestò. Tutto rimase immobile per un lasso di tempo indeterminato che a Julian parve un'eternità poi, tutto ad un tratto, come se fosse la cosa più naturale del mondo, i lineamenti dell'uomo persero consistenza diventando più rarefatti, più flebili, più confusi, finché l'intera figura non scomparve nell'aria. Subito l'atmosfera si fece più leggera, come liberata da un peso opprimente che fino a un momento prima l'aveva tormentata. Il Sole tornò a splendere e la vita parve ritornare nel quartiere Daisy.

<>. Julian sentì sciogliersi finalmente le gambe. Il calore del Sole tornò a pervaderlo ma dentro si sentiva profondamente scosso, come se un macigno gli fosse piombato nello stomaco. Un macigno gelido. Che diavolo gli era successo? Un'altra visione? Si tastò la bocca. No, non c'era nessuna strana chewing gum. E nemmeno era caduto addormentato (preferì non pensare al termine “svenuto”). No, questa volta era diverso. Era sveglio e ricordava tutto perfettamente. Quindi...

<>. Lo stomaco gli doleva, sembrava quasi che qualcosa di appuntito lo stesse pungendo ripetutamente. Non fece però in tempo a pensare ad altro che una calda mano gli si posò vigorosamente sulla spalla, facendolo sobbalzare.

<>

<>

Il forzuto braccio di Alexander Eagle lo trasse a sé e lo strinse in un abbraccio soffocante. Come al solito, profumava di miele.

<>

<> mugolò Julian, cercando di liberarsi da quella stretta soffocante. Quando ne fu liberato si volse a guardare il padre di sua madre. Aveva i suoi stessi occhi nocciola e i suoi capelli, ora di un grigio argentato, erano un tempo neri come i suoi. Secondo Kendra, Julian era quasi l’esatta fotocopia di com’era suo padre da giovane, solo più vivace; tuttavia era all’oscuro di come Alexander e Simon si fossero spesso confrontati in svariate gare di scherzi.

<>

<< Robaccia? Robaccia! Ha! Ragazzo mio, devi imparare a rispettare di più il passato! Ad ogni modo ho perso l’aereo e prima che ne parta un altro dovrò aspettare qualche giorno. E così sono qui. Ma ora mi vuoi spiegare che stavi facendo prima? Sembravi paralizzato!>>

<> mentì Julian.

<>

Julian aveva sentito spesso quel tono inquisitorio, talmente spesso che credeva non ci avrebbe più fatto caso. Tuttavia non poteva non sentirsi a disagio sotto lo sguardo penetrante di suo nonno, che ogni volta pareva carpire più di quanto non lasciasse intendere.

<> rispose, attento a non fissarlo negli occhi, <>

<> rispose Alexander, evidentemente per nulla convinto. <>

<>

<>

Gli sorrise e, tenendolo ancora per la spalla, lo sospinse delicatamente in avanti, non permettendo che gli camminasse a fianco ma mantenendolo sempre davanti a sé.

L’arrivo inaspettato del nonno fu accolto con reazioni diverse dagli abitanti di casa Eagle. Simon gli saltò al collo non appena varcò la porta di casa, supplicandolo di mostrargli come rendere le persone blu (il nonno aveva sperimentato un colorante estremamente difficile da togliere, la cui prima vittima era proprio lui, essendo poi stato costretto a passare una settimana chiuso in casa con il viso colorato di un vivace azzurro); Kendra era visibilmente contenta ma pregò suo padre di tenersi alla larga da qualsivoglia colore o tintura, minacciandolo che, in caso contrario, lo avrebbe fatto mangiare in giardino; Julian era felice di vederlo, tuttavia non riusciva a reprimere una spiacevole sensazione di nervosismo che lo assaliva ogni volta che incrociava il suo sguardo. Non ne era sicuro, eppure il sospetto che quella volta suo nonno non fosse lì per una visita di cortesia continuava a tormentarlo. Il modo con cui si muoveva, il modo con cui si esprimeva, il suo atteggiamento erano diversi, più…cauti. Eppure, il nonno non era cambiato. L’allegria che infondeva negli altri, i suoi trucchi di magia, le interminabili storie della sua gioventù e il modo con cui si passava la mano nei capelli erano sempre gli stessi. Era il solito, vecchio, vivace Alexander Eagle, tanto rigoroso sull’istruzione dei nipoti quanto disponibile ad ascoltare i loro problemi. Passarono tutta la serata a ridere e scherzare fra loro, a terminare la scorta di cibo che Kendra aveva in dispensa e a discutere amabilmente. Fu solo verso tarda sera e dopo che l’oscurità discese, interrotta solamente dall’intensa luce del Grande Lampione, che Alexander si alzò.

<> sbadigliò, <>

<> protestò Simon, <>

<>

<>

<>. E con questo la discussione finì. Julian decise di non dire nulla. Dopotutto, era un bene. Aveva assolutamente bisogno di riflettere. Simon emise un verso di rassegnazione e si precipitò ai piani di sopra, diretto alla sua stanza. Julian fece per seguirlo ma la vigorosa stretta del nonno lo trattenne ancora. Erano soli in salotto, Kendra aveva ricevuto una telefonata e si era recata in cucina.

<> fece Alexander, <>

Julian capì che aveva aspettato a lungo di trovarsi solo con lui. Ancora una volta si chiese da che cosa fosse turbato suo nonno.

<> rispose, <>

<>

Lo trapassò da parte a parte col suo sguardo indagatore e Julian capì di non potergli mentire. Non completamente, almeno.

<> iniziò, un po’ titubante, <> esitò ancora <>. Alexander lo ascoltò attentamente, in silenzio. Julian continuò. <>

<>

<> d’istinto, si portò la mano allo stomaco <>

<> disse il nonno, incrociando le braccia. <>

<>

<>

<>

<> Julian si chiese se fosse meglio raccontargli che quell’uomo piuttosto che “andarsene” sembrava essersi dissolto nell’aria. Decise di no, tanto il nonno non gli avrebbe creduto comunque. Come minimo, lo avrebbe creduto vittima di un colpo di sole e Kendra lo avrebbe rinchiuso in camera per una settimana.

<> concluse. <>

Alexander rimase in silenzio per un po’, meditabondo. Poi alzò lo sguardo sul nipote, osservandolo attentamente. Se era preoccupato, non lo dava più a vedere. A dire il vero, pareva più rilassato.

<>

<> annuì Julian, attento a non tradire paura o ansia.

<> sospirò Alexander. Sembrava stanco. <>

Julian sorrise al ricordo di come l’ultima volta che qualcuno era entrato in quella stanza avesse trovato gavettoni d’ogni tipo (e già pronti per l’uso) ammassati sotto il letto.

<>. Alexander sorrise di rimando.

<> disse, <>. E salì le scale.

Julian rimase ancora un po’ seduto sul divano, ascoltando i passi del nonno allontanarsi sempre più, fino a quanto diventarono impercettibili. Sua madre era ancora rinchiusa in cucina a parlare di chissà quali argomenti con quella che probabilmente era la sua amica Meghan. Simon sicuramente sarebbe rimasto sveglio ancora a lungo e, in quel momento, era senz’ombra di dubbio rintanato sotto le coperte con una torcia a leggere fumetti. Alzò il braccio, ammirando ancora una volta il bracciale di Jessie. Il metallo scintillò alla luce del lampadario. All’esterno si sentiva di tanto in tanto il rombo di una macchina, mentre man mano il quartiere Daisy piombava in un dolce, sereno sonno. Era tutto così tranquillo, così calmo, così normale. All’improvviso, Julian si scoprì a desiderare che tutto rimanesse così, che quella tranquillità, anche se a volte noiosa, durasse per sempre.

<>

<>. Jessie scostò una ciocca di capelli che le cadeva sugli occhi.

<>

<>

<>

<>

<>

Julian camminava in mezzo a loro, immerso nei propri pensieri.

<>

<>. Non doveva aver fatto una faccia molto convincente, perché Jessie assunse un cipiglio un po’ irritato. Si affrettò a cambiare argomento. <>

<> rispose lei, <>.

<> commentò Johnny, <>

Continuarono a parlare del concerto di sabato per un bel po’ e alla fine anche Julian si lasciò trascinare da loro, dimenticando i suoi pensieri. All’entrata di Hive, come al solito, venne loro incontro Grendar, accompagnato dall’inseparabile mr. Walkie. Aveva una vistosa macchia rossa sull’avambraccio destro ma sorrideva, smagliante come sempre.

<>

<> lo salutò Johnny, strizzandogli l’occhio.

<>

<> disse Jessie <>

<fuori dalla scuola, Jessie. Secondo, io faccio ancora il bidello, anche se sono insegnante. Terzo, il motivo per cui sono rimasto anche bidello è il poter parlare con i ragazzi senza che pensino che li sto per punire o chissà cos’altro>>

<>

<> esclamò lui, allegro. <>

Estrasse da una tasca interna della divisa una piccola bottiglia di plastica, di quelle che si potevano trovare praticamente in ogni supermercato. Attaccati ad essa vi erano alcuni bicchieri, sempre di plastica, ripiegati abilmente in modo che potessero entrare nella tasca senza rompersi (Julian si era sempre chiesto come diamine facesse Grendar a fare una cosa simile). Tuttavia, non era tanto il trucco coi bicchieri ad attirare l’attenzione di Julian, quanto il contenuto della bottiglia, un liquido di un vivace colore rosso. Johnny e Jessie non potevano conoscerlo, inoltre il bidello li aveva spesso invitati a bere un po’ di tè con lui, perciò non lo trovarono strano. Nella mente di Julian, invece, rosse come la bevanda che Grendar stava loro offrendo, erano impresse tre parole, che solamente la sera prima lo avevano molto turbato e che, nel poco tempo passato da allora, aveva cercato di dimenticare: “Bevi molto succo”. Non poteva credere che fosse solamente una coincidenza, pur desiderandolo più di quanto non osasse ammettere.

<>

Grendar gli stava porgendo il bicchiere, già colmo. Johnny e Jessie lo stavano fissando, cercando di capire perché se ne stesse lì imbambolato.

<> fece lui, tentando di mantenere un tono di voce stabile, <>

<> rispose il bidello, sorridendogli. <>

Per non offenderlo, Julian si convinse a bere. Ancora una volta, provò la sensazione di un piacevole frescore accarezzargli la schiena. Era davvero eccezionale, esattamente come il giorno precedente.

<> lo ringraziò.

<> rispose lui, felice. Sembrava sollevato, come se avesse temuto che Julian non l’avrebbe bevuto.

<> fece Jessie, <>

Johnny sogghignò. <>

<> protesto un piccolo ometto con una bombetta che passava in quel momento a pochi metri di distanza.

<>

<>. Johnny fece finta di rispondere a un saluto e, congedandosi con un “Ci vediamo dopo”, si immerse nella folla di ragazzi che entravano in Hive e sparì alla vista del professore.

<> chiese Jessie

<> rispose Julian, <>. Grendar inarcò un sopracciglio.

<> disse lei. Salutò il bidello e se ne andò.

Julian si voltò a fissare Grendar, non totalmente sicuro di quello che voleva chiedergli.

<> chiese Grendar, curioso.

<> iniziò Julian, a bassa voce. Si sentiva un po’ sciocco.

<>

<>

<>

<> rispose lui, raccogliendo da terra una lattina e posandola in un grande sacco nero. <>

<>

Grendar lo guardò, non capendo. <>

<>

<>

<>, disse Julian. Lo salutò e fece per andarsene, tuttavia, subito dopo, si fermò. <>

<>

<>

Grendar lo fissò, e, per un instante brevissimo, la sua espressione parve sconcertata. Subito dopo, però, sorrideva ancora e Julian pensò di averlo solo immaginato.

<> rispose semplicemente. <>

<> rise Julian, che in effetti non ci aveva nemmeno pensato.

<>

Julian rise ancora e lo salutò. Poi corse a raggiungere Jessie.

La mattina trascorse in volata. Julian passò le prime due ore di lezione a giocare a battaglia navale con Johnny e Stan Brooke, mentre parole come “Medioevo”, “trattato” e “alleanza” volavano da tutte le parti, emesse dalla bassa, noiosa voce del professor Sneezy. Solamente Jessie e, con grande sorpresa degli altri, Leah parevano immuni dalla sua magia soporifera, che spingeva i ragazzi a trovare altre occupazioni per restare svegli o, se proprio lo desideravano, ad addormentarsi direttamente sul banco. Stan aveva una volta progettato di dormire per due ore filate, indossando un paio di occhiali con disegnati sopra degli occhi (e in maniera impeccabile, bisognava dire) e ci riuscì per un po’, fino a quando non si mise a russare. Sneezy non ne era stato contento e Stan, come disse in seguito, decise di non cedere mai più in classe alle invitanti, morbide braccia di Morfeo.

<> annunciò il professor Sneezy, <>

La classe sembrò risvegliarsi da un profondo torpore. Come sempre, dopotutto, la domanda “ci sono domande?” era pronunciata da Sneezy solamente a un punto preciso della lezione. Prevedibilmente, pochi secondi dopo, il campanello trillò.

Le due ore seguenti furono occupate da un’altra lezione di Grendar, che li portò nel laboratorio di scienze naturali per uno studio di botanica. Il bidello si rivelò estremamente competente anche in questo campo, illustrando loro vita, modo di crescita, proprietà e funzionamento di almeno venti di tipi di piante diverse, dal cactus al frassino, dall’abete rosso alle orchidee. C’era qualcosa in Grendar che rendeva molto più interessante la lezione, come se fosse in grado di emanare un fascino magnetico capace di trascinarli tutti con sé mentre parlava. Aveva un linguaggio semplice ma elegante, era paziente e sempre felice di rispiegare l’argomento se non capito. Le piante stesse non sembravano più mere forme di vita immobili ma partecipavano alla lezione, felici.

<> disse Grendar ad un certo punto. <>. Si interruppe così improvvisamente che molti di loro ci misero un po’ per capire la ragione per cui si era fermato. L’atmosfera allegra e rilassata che fino ad allora aveva aleggiato sulla classe si frantumò, come se la voce di Grendar ne fosse la linfa vitale. Dalla porta del laboratorio, silenziosi e impassibili, entrarono due uomini. Entrambi inforcavano un paio di occhiali da sole, erano avvolti da una pesante giacca di pelle nera e indossavano un paio di stivali, sempre di pelle nera, intarsiati d’oro. Avevano la pelle di un pallore cadaverico, come se non avessero mai conosciuto i raggi del sole. Uno dei due, il più alto, avanzò verso di loro. Si rivolse a Grendar.

<> domandò, brusco. La sua voce era molto roca e bassa, quasi provenisse dal profondo di una caverna.

<> sussurrò Jessie a Julian.

<> rispose Grendar, pacato. <>

<> rispose il secondo, facendosi avanti. <> continuò il primo, cambiando totalmente tono di voce e facendosi amichevole e suadente. <>

<>

<> disse Grendar, facendogli un segno. <>

<>

<> ripeté Grendar con voce perentoria. Stan si calmò, ma continuò a guardare i due in cagnesco.

<professore>> fece ancora il primo dei due, con un ghigno. A Julian non piacque l’accento dispregiativo che aveva dato al termine “professore”, come se dal loro punto di vista non esistesse qualcuno di meno degno a ricoprire quel luogo.

<> continuò, mantenendo sempre il suo ghigno. <>

Stan avvampò di rabbia e anche gli altri ragazzi cominciarono ad alterarsi. Evidentemente quel tipo non sapeva di come sentirsi chiamare “bambini” infastidisse non poco un gruppo di adolescenti. I due agenti del Ministero avanzarono nel laboratorio, scivolando nell’aria come olio nell’acqua. Grendar tenne il suo sguardo fisso su di loro, silenzioso e impassibile. Ciononostante era evidente che non gli piacevano.

<> disse con voce falsamente amichevole il primo. Aveva scelto Patricia Cook, una ragazza molto timida e pacata, un bersaglio perfetto, a detta di Julian. Lei sembrò avere quasi un colpo. <>. Stava visibilmente iniziando a sudare.

<>

<>

<> la interruppe lui, <>. Patricia emise un piccolo gemito. L’uomo tornò subito amichevole. <>

<> sussurrò lei, tremando. Era strano però, pensò Julian, che Patricia, per quanto timida, fosse così spaventata da quel tizio. Insomma, si era mostrata molto più energica quando la Gracchia l’aveva interrogata per un’ora intera l’anno passato.

<> continuò il tizio, <professori…Per esempio questo giovane, aitante professore di scienze. Come si chiama? Benda?>>

<> lo corresse Stan, intervenendo. <>

<> tuonò l’uomo, <ragazzino. Se non vuoi passare dei guai, ti consiglio di startene zitto zitto al tuo posto>>

<> Si levarono cori di proteste da parte degli altri. <>

<>. Ammutolirono tutti, non tanto perché l’uomo li fissava tutti con sguardo ostile, quanto perché ad intervenire era stato proprio Grendar. Aveva un cipiglio severo, che raramente Julian gli aveva visto addosso. <>

<> protestò Johnny, <>

<>. Johnny non disse nulla e abbassò lo sguardo di fronte al tono autoritario del bidello. Julian scoccò un’occhiata a Leah e la vide piuttosto tesa. Si appoggiava al tavolo da lavoro e lo stringeva talmente forte che le sue nocche erano sbiancate. Si stava apertamente sforzando di non intervenire.

<professore. Sai farti ascoltare, suppongo. Bravo>>. Non sembrava però un elogio. Grendar non si voltò a guardarlo e, in silenzio, tornò al suo posto. Il tizio tornò a rivolgersi a Patricia.

<>

Patricia deglutì. <>

<>

<>

<> la interruppe. <> disse, rivolto al suo compagno.

<> esclamò un incredulo Stan.

Per tutta risposta, i due uomini, senza degnare gli altri ragazzi di uno sguardo, si voltarono e uscirono dalla porta. Il ghigno dell’uomo che aveva parlato fu riflesso per un’ultima volta dal vetro della porta, prima che i due si allontanassero definitivamente. Subito l’atmosfera si fece meno pesante. Dopo qualche attimo di silenzio, Grendar prese la parola.

<>

<> chiese Johnny a Julian, sottovoce.

<> rispose lui, <>.

<>

Jessie si avvicinò a loro. <<È strana. Questa “ispezione”, intendo. Non c’era scritto da nessuna parte, probabilmente nemmeno i professori lo sapevano>>

<>

<>

Non aveva tutti i torti. In effetti, l’impressione che Julian si era fatto di quei due non era delle migliori. Un’ispezione a sorpresa poteva essere un’ottima scusa per andare a fare domande in giro. E se avessero mostrato un distintivo falso all’entrata della scuola?

<>

<> ammise lei. <>

<> propose Julian, pensieroso. <>

<> spiegò Jessie, <>

<> convenne Leah Sunbright, che li aveva raggiunti.

<> chiese Jessie, più fredda del solito.

<> rispose lei, <>

<> convenne Johnny.

<>.

<>

Al termine della lezione, la 2DA lasciò il laboratorio fra sussurri e occhiate sospettose ai corridoi, come se da un momento all’altro temessero di vedere sbucare da un angolo due paia di stivali neri. Grendar se ne era andato subito dopo. Sembrava di fretta, Julian non lo aveva mai visto zoppicare così velocemente. Mentre il bidello spariva alla loro vista, Leah gli lanciò uno sguardo interrogativo. Per tutta la mattinata, il motivo principale di conversazione fu l’arrivo dei due Ministeriali e l’atteggiamento che avevano avuto in quel laboratorio.

<> ripeté per l’ennesima volta una compiaciuta Patricia Cook. Non appena si era sparsa la voce del suo interrogatorio, ogni singolo studente la fermava e la supplicava di raccontargli tutto.

<>. Per l’ora di pranzo, tutta la scuola sapeva ormai dei due Ministeriali, Cassius compreso. Si diceva che si fosse recato personalmente da loro e ne fosse tornato con in mano un certificato dall’aria autentica, che provava l’effettivo incarico dei due uomini. Per quanto non gli piacesse, aveva detto, quei due erano autorizzati. Grendar non si vide per il resto della mattina, nemmeno a mensa. Come Patricia, anche lui era ricercato da praticamente tutti con l’aggiunta, questa volta, del corpo docenti, terrorizzati (tranne la Gracchia, ansiosa più che altro di avere qualcuno con cui gareggiare in simpatia) per una futura loro ispezione.

Durante il pranzo, incredibilmente, rividero Benjamin Drake. Era un fatto estremamente insolito, dato che Benjamin era solito mangiare da solo all’esterno dell’edificio, lontano da tutti gli altri. In effetti, Julian non ricordava di averlo mai visto in mensa se non il suo primissimo giorno di scuola, quando era appena arrivato. Fece un cenno a Johnny e Jessie. Benjamin incrociò il loro sguardo per un istante poi, immediatamente dopo, lo distolse.

<> commentò Johnny, <>

<> convenne Julian, <>. Benjamin prese la sua razione di cibo e si guardò attorno, probabilmente per cercare un tavolo vuoto, lontano dagli altri, possibilmente. Erano tutti occupati.

<> disse Jessie. Si alzò e andò da Benjamin, ancora alla disperata ricerca di un posto solitario. Gli parlò per qualche secondo e lui scosse la testa. Jessie non si arrese, lo prese per un braccio e lo trascinò con sé, ignorando le sue proteste.

<> rise Johnny.

<> lo incoraggiò lei, indicandogli una sedia.

<> salutò lui, a voce talmente bassa che se fossero stati solamente un metro più distanti non lo avrebbero sentito.

<> ricambiò Johnny, allegro. <>

<>

<> intervenne Julian, <>

<> rispose Benjamin. Perfetto, pensò Julian, non aveva nessuna intenzione di stare a sentire mentre Peacock lo apostrofava con tutti gli epiteti che gli passavano per la mente. Golden Luke, come diceva Johnny, non sapeva perdere. Inoltre, era meglio che la versione di Grendar riguardo alla partita del giorno prima, quella vera, diventasse di dominio pubblico prima che lui tornasse. Non se la sentiva di essere visto come il ragazzino pazzo che inventava miscele esplosive. Ora che ci pensava, nessuno lo aveva mai guardato storto né gli aveva fatto domande sull’accaduto da tutto il giorno. Ancora meglio, si disse. Ad un tratto, un coro di esclamazioni, seguito da un silenzio tombale, interruppe i loro discorsi. <> chiese Jessie <<È di nuovo entrata Leah?>>

<>. Lei alzò lo sguardo e ammutolì. I due uomini del Ministero avevano fatto la loro entrata nella mensa scolastica, sempre avvolti nella loro giacca di pelle nera, quasi la temperatura nella scuola fosse per loro glaciale. Il più loquace dei due, quello alto, aveva ancora stampato sulla faccia quel suo odioso ghigno, mentre il suo compagno osservava le persone dinnanzi a sé in maniera totalmente distaccata, come se di loro non gli importasse nulla.

<> mormorò Jessie, stringendo il braccio di Julian.

<> rispose lui.

<>

Anche Benjamin uscì dalla profonda grotta in cui si rinchiudeva sempre e concentrò la sua attenzione su di loro. L’uomo più alto voltò la testa da un lato e poi dall’altro, come se stesse cercando qualcosa. Julian seguì il suo movimento, finché l’uomo non indirizzò il suo sguardo verso il loro tavolo.

<> sussurrò Johnny. <> Ma Julian non lo sentì. Per una frazione di secondo, incrociò lo sguardo dell’uomo e quello che vide gli troncò la voce. Attraverso gli occhiali da sole, a una distanza troppo grande per poter essere visti, gli occhi dell’uomo parevano due neri, oscuri abissi immersi nel buio, brucianti di odio e malvagità. Li vedeva chiaramente, vedeva gli occhi del ministeriale essersi fatti più grandi, si trovava di fronte a loro, occhi rossi e gialli, con la pupilla verticale, talmente intensi da far vibrare l’aria attorno a loro di una densa, nera foschia. E nel profondo di quegli occhi, in mezzo a tutto quel buio e a quella crudeltà, bruciava intenso un fuoco scarlatto, alimentato dalle più maligne ambizioni, un fuoco che avrebbe potuto in ogni momento liberarsi e divorare ogni cosa, lasciando solamente cenere al suo passaggio. Ancora una volta, come se fosse stato immerso in una vasca di acqua gelida, il corpo di Julian fu travolto da un’ondata di terrore irrazionale, molto più intenso di quello che aveva provato il giorno prima, talmente grande da farlo desiderare di fuggire il più velocemente possibile da quel posto.

<>. Una voce famigliare riportò Julian alla scena presente. Leah Sunbright si era alzata e stava urlando contro i Ministeriali. <>. Julian sbatté le palpebre, ma quello che vide fu solamente un salone colmo di studenti e professori, tutti rivolti verso due tizi con gli occhiali da sole. Niente occhi. I Ministeriali non parvero gradire l’osservazione di Leah ma si fecero da parte e si sedettero al tavolo dei professori. Non toccarono cibo.

<> chiese Jessie, preoccupata. Gli stava ancora stringendo il braccio. <>.

<> intervenne Johnny, a sua volta serio. <>

<> mentì lui, mettendo le mani sotto le gambe. Aveva davvero freddo.

Persino Benjamin sembrava preoccupato. <>

<> fece una voce dietro di loro, <>. Julian vide Leah Sunbright sedersi a capotavola, sorridente e allegra. Lei lo squadrò da cima a fondo e gli versò dalla sua bottiglia, un po’ di Coca Cola.

<>

<> biascicò lui. Evitò il suo sguardo. Si sentiva un idiota a mostrarsi così debole di fronte a lei.

<> continuò lei, <>

<> intervenne Johnny, <>

Leah rise. <>

I due uomini del Ministero continuarono la loro ispezione per tutto il giorno seguente e quello dopo ancora. Julian li vide parlare con Grendar qualche volta ma evitò sempre di incrociarli, per timore di quello che avrebbero potuto dire. Non parlò a nessuno dei due occhi che aveva visto e della paura che si era impossessata di lui alla loro vista, tuttavia provava l’intenso desiderio di confidarsi, di parlare, di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo senza considerarlo pazzo. E non solamente riguardo agli occhi di fuoco che aveva visto ma anche al vagabondo della sera prima che gli aveva fatto provare una paura simile e alla visione avuta nello sgabuzzino di Grendar. Voleva qualcuno in grado di rispondergli. Fu allora che gli era tornata in mente la lettera di Firefight. Diceva di essere un amico e di poter rispondere alle sue domande, di poter alleviare la sua paura. Avrebbe voluto contattarlo, ma non sapeva come. Firefight non aveva lasciato indirizzi o numeri telefonici nella sua lettera, aveva solo annunciato il suo arrivo per venerdì. Non aveva nemmeno specificato l’orario. E se gli fosse piombato in casa durante la cena? Come lo avrebbe spiegato a sua madre? E come avrebbe reagito il nonno, considerando il suo recente atteggiamento cauto e sospettoso? Decise che avrebbe aspettato fuori da casa, appostato accanto al Grande Lampione. Se avesse visto qualcuno dirigersi verso la sua abitazione, lo avrebbe fermato e gli avrebbe mostrato la lettera dai caratteri rossi. Sì, avrebbe fatto così. Leah si era dimostrata una ragazza molto semplice e vivace. Aveva preso gusto a parlare con loro e raccontò loro della sua infanzia trascorsa tra i verdi campi d’Irlanda, il magnifico cielo stellato che vi si poteva vedere nelle notti d’estate e i falò che era solita fare con la sua famiglia. Narrò della sua partenza verso gli Stati Uniti e di some avesse vagabondato a lungo per il paese, trasferendosi da una città all’altra, fino a quando suo padre non aveva trovato una residenza stabile a Venus city. A Julian piaceva moltissimo parlare con lei, amava la sua risata e il modo in cui le lucevano gli occhi quando sorrideva. Anche Jessie, suo malgrado, si era fatta meno fredda nei suoi confronti, riconoscendo le sue qualità. Johnny, ovviamente, aveva ricambiato Leah raccontandole di tutta la sua infanzia insieme a Julian e Jessie, soffermandosi in particolare su come una volta li avesse chiusi per sbaglio in un armadio e fosse riuscito a farli uscire solamente dopo due ore. Un altro elemento insolito era la presenza di Benjamin Drake. Forse perché Jessie o Leah lo avevano costretto, forse per difendersi dalle rappresaglie degli scagnozzi di Peacock o forse proprio di sua iniziativa, il ragazzo si univa qualche volta a loro, passeggiando nei corridoi o seguendoli all’entrata della scuola. Il giovedì si presentò di nuovo in mensa, un fatto che non aveva precedenti, secondo Julian. Parlava molto poco ma molto più di prima e, qualche volta, lo videro addirittura sorridere. Le lezioni si susseguirono normalmente, nonostante tutto. La Gracchia li caricò di compiti all’inverosimile, asserendo di volerli preparati in caso i due Ministeriali avessero loro domandato qualcosa (la versione più accreditata, tuttavia, la vedeva come una povera insegnante il cui unico obbiettivo era la difesa del suo primato di simpaticona), Bearman fece loro utilizzare ogni singolo muscolo del loro corpo (conosciuto e sconosciuto) perché, come diceva lui, “a scuola ci sono due tipi di esercizi: quelli di matematica e quelli di ginnastica. Per avere successo nella vita bisogna essere in grado di svolgerli entrambi”. Il potere soporifero di Sneezy non calò mai di intensità (forse per questo, dopo una prima volta, i due Ministeriali evitarono con cura le sue lezioni) e Grendar non si mostrò per nulla preoccupato o teso durante le sue lezioni, presentandosi sempre sorridente e allegro e desideroso di condividere il proprio sapere. Sia lui che il Preside, tuttavia, gli offrirono più volte quel succo rosso, in situazioni che parevano del tutto casuali (una volta fu persino la moglie del Preside, una piccola, simpatica donnina, a versarglielo). Julian si fidava di loro, anche se sospettava qualcosa; oltre a questo, quel succo era davvero buono. A casa, Julian non fece parola dell’arrivo dei due agenti, sia per non agitare inutilmente il nonno, sia perché Kendra potesse dedicarsi totalmente al suo programma di cucina. Mercoledì aveva avuto la sua prima trasmissione e gli ascolti erano saliti a tal punto che il dirigente dell’emittente televisiva aveva voluto presentarsi a casa loro per elogiarla di persona. Dopo aver fatto incetta di ogni bendidio Kendra potesse cucinare, il dirigente se ne andò, proclamando a gran voce di aver finalmente trovato una vera cuoca. Fu così che giunse venerdì. Julian supponeva che Firefight sapesse che lui la mattina frequentava la scuola, nonostante ciò lasciò un biglietto sulla porta, che avvisava della sua assenza. Kendra sarebbe rientrata tardi quella sera e anche Simon era a scuola. Per quanto riguardava il nonno, se ne sarebbe andato a far visita a qualche amico. Quando rientrò dalla scuola il biglietto era ancora al suo posto.

<> si disse, <>. Suo malgrado, doveva ammettere che era eccitato. Non sapeva perché, eppure si sentiva felice di poter conoscere quell’uomo, di poter finalmente confidarsi con qualcuno. Trascorse il pomeriggio seduto sul divano, tenendo sempre lo sguardo puntato sulla porta e le orecchie ritte, in attesa. Alla fine, aveva deciso di aspettare in casa, per sicurezza. Dopo qualche ora, annoiato, decise di dedicarsi ai compiti ma quando aprì il manuale di testo e scoprì di dover leggere dieci volte la stessa riga per poterla capire, rinunciò. Salì in camera sua, ripescando dal cassetto la lettera di Firefight. L’odore di bruciato era sparito ma l’inchiostro brillava ancora alla luce e cambiava ancora tonalità. Ammirò ancora il blasone raffigurante l’aquila dai mille colori, poi scese ancora in salotto, tenendo fra le mani la busta. Le ore passarono e il sole iniziò a calare oltre i tetti delle città, mentre le ombre degli alberi e degli edifici si allungavano. Ben presto tornò a casa Simon, seguito dal nonno (Julian non fece domande sul sombrero che Alexander portava in testa) e, infine, da Kendra.

<> fu il saluto di Simon.

<> rispose lei, <>

Quando il campanello suonò, mezz’ora dopo, Julian scattò in piedi ma quello che vide fu solamente il ragazzo delle pizze. Trascorse la cena in apprensione, sobbalzando ad ogni rumore esterno, persino quando il gatto dei vicini grattò sulla loro finestra, mendicando qualcosa da mangiare.

<> chiese il nonno, dopo la quinta volta. <>

<> rispose Julian, arrossendo.

Erano ormai le undici e mezza di sera. Julian era sdraiato sul suo letto, intento a fissare il soffitto. Stringeva ancora in mano la lettera e aveva tenuto addosso i vestiti. Dalla porta, socchiusa appena, entrava uno spiraglio di luce, gettando ombre inquietanti sui mobili. Il leggero russare di Alexander era l’unico rumore che rompeva il silenzio, altrimenti sovrano. Julian si alzò e si affacciò alla finestra, appoggiando il viso al vetro fresco. Il quartiere Daisy era lo specchio della tranquillità, come sempre. Una fila di macchine, ingrigite dall’oscurità, erano parcheggiate di fronte alle case, illuminate dalla luce del Grande Lampione. C’era un leggero alito di vento, come testimoniava il dolce movimento ondulatorio dei rami degli alberi. Guardò la sveglia: le undici e cinquantatré. <> si disse. <>. Guardò ancora una volta la lettera, avvicinandola alla finestra in modo che la luce la potesse raggiungere. L’inchiostro rosso sembrò avvampare. <> concluse Julian, sbadigliando. <>. E in quel momento, nell’attimo in cui lasciò cadere la lettera per terra, proprio quando voltò le spalle alla finestra, questa si aprì di scatto, sbattendo contro le pareti della stanza con una tale forza da frantumarsi all’istante. Un improvviso vento caldo proruppe nella stanza, colpendo Julian alla schiena con tanta intensità da spedirlo direttamente sul letto. Il soffitto fu illuminato da una luce rossastra, che si propagò per tutta la stanza fino a dare l’impressione che fosse il colore naturale degli oggetti e dei soprammobili. Subito dopo sui muri, come riflessi da uno specchio, presero forma diverse decine di piccoli bagliori di altri colori: blu, verde, giallo, indaco, arancione, lilla, in un’enorme varietà di tonalità.

<>

A fatica, Julian si mise a sedere sul letto. Davanti a lui, sfavillante di mille colori diversi, ancorata al davanzale della finestra appoggiandosi alle robuste zampe artigliate, ancora impegnata a chiudere le ali con le quali aveva appena planato, intenta a guardarlo con profondi occhi gialli dalle pupille rotonde, c’era l’aquila più bella che avesse mai visto.



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