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lavoro pubblicato martedì 15 dicembre 2015
ultima lettura mercoledì 11 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

NATURA SELVAGGIA: CAPITOLO VI

di Giovanni95. Letto 505 volte. Dallo scaffale Fantasia

"- Io sono solo un cane al servizio di questo sporco governo. Assoldato per uccidere innocenti, per uccidere coloro che aiutano questo paese a sopravvivere..."..

La rabbia di un tempo tornò a divampare ancora nell'animo del povero cane. Proprio come era accaduto allora l'adrenalina iniziò a scorrere vorticosamente nelle sue vene. La sua pelle cominciò a lacerarsi lasciando intravedere un qualcosa celato nelle sue carni. Il dolore era insostenibile per Garmr, le sue ossa si rompevano come sottili grissini. La sua nuova forma si faceva strada nel suo corpo lasciando scoperte le vene pulsanti e mostrando le carni rosse dei muscoli che crescevano. Spasmi sempre più violenti e frequenti turbavano il suo oramai deforme corpo, ma non urlava, non gemeva, resisteva. Solo una grande e incontrollabile rabbia dominava il suo pensiero, una rabbia che lo spingeva a sopravvivere, lo spingeva a uccidere chiunque si fosse posto di fronte ai suoi occhi insanguinati. Far crollare CAOS e l'Impero che con la forza dominavano il più debole così come aveva fatto con Ligrev non era più il suo obiettivo. Non doveva morire su quel letto, questo era il suo unico obiettivo ora. La nuova carne iniziava a ricoprire il corpo trasformato, deforme e su di essa una folta peluria scura come la pece stava prendendo il posto della pelle umana che cadeva su un lago di sangue. Ma altro avveniva tra quei dolori che lo soffocavano così come le onde che si richiudono su un uomo sbattuto dalla furia del mare. I suoi sensi crescevano e si raffinavano su quel letto, d'un tratto era capace di udire il battito sussultante degli uomini in camice, distinguere il loro odore, il loro sudore e la loro paura. I volti degli uomini non mostravano sorpresa per ciò che stavano osservando, ma i loro corpi, le loro gambe suggerivano l'unica ragionevole azione da compiere era scappare. Con un fatale attimo di ritardo capirono cosa stava per accadere. Le cinghie di cuoio si ruppero a causa della forza con la quale la mutazione agiva. Gli artigli crescevano veloci lungo le sue dita che si rafforzavano, i suoi piedi e le sue gambe mutavano sempre più in quelli di una belva feroce. Allo stesso tempo i suoi dolori si accentuavano e la sua mente crollava sempre più in un rassicurante torpore. Sentiva i polmoni gonfiarsi tra le sofferenze atroci, doveva urlare, non poteva trattenersi, doveva liberarsi di tutto quello che giaceva al suo interno... Un ululato assordò le orecchie degli uomini nella stanza, le guardie allarmate iniziarono a correre verso il laboratorio, gli altri prigionieri divennero felici di essere rinchiusi dietro porte di ferro, al sicuro da qualsiasi demone che avesse prodotto quel suono terrificante. La mente non resse più il fuoco che divampava ardente nel suo corpo, non riusciva a reggere la crescente ferocia della belva che, oramai libera, si ergeva trionfante tra le quattro pareti del laboratorio nel grigio edificio.
La sua natura selvaggia prese il sopravvento, la sua brama di sangue andava soddisfatta. Uccideva con gioia, le inibizioni del suo io umano non avevano più la forza della sua volontà a supportarle. La belva voleva solo la propria libertà, la propria indipendenza, reclamava il suo diritto a vivere e comportarsi come la propria natura detta. Gli artigli penetravano nella carne soffice degli uomini in camice, i loro colli si spezzavano come grissini nel suo impeto. L'uomo non avrebbe mai ritenuto che il sangue potesse essere così dolce e caldo al gusto, ma le fauci della bestia lo gustavano insaziabili, un irresistibile nettare fonte di vita e forza. Fulminea, violenta feroce, assetata, nel suo agire inarrestabile, la belva che fuori viveva il suo primo giorno mentre dentro l'uomo era completamente scomparso divorato dai repressi istinti.
Una scia di sangue rosso vivo colorava i grigi corridoi per i quali si muoveva furtiva. Dall'edificio nessuno riusciva a fuggire indenne, nessuno poteva solo sperare di scappare scappare dalla furia di ciò che un uomo era stato trasformato, liberato. Tutti soccombevano al suo passaggio, tutti tranne un altra bestia che di umano aveva lasciato solo il suo aspetto: Bergelmir. Egli rimase in piedi di fronte alla mostruosa bestia, senza che la sua espressione cambiasse manifestando paura o terrore, manteneva il suo volto glaciale. La bestia si fermò per osservarlo incuriosita, non era come tutti gli altri, non aveva paura. Gli girò intorno scrutandolo, ne studiava la forza e cercava di percepirne l'odore per imprimerlo nella propria memoria, ne provava inoltre la freddezza e la tranquillità. Bergelmir rimase lì fermo e glaciale, sicuro di sé, pronto ad agire, pronto a misurarsi con un avversario finalmente degno del proprio potere. Un sorriso gli comparse sul volto, un sorriso ancora più glaciale della sua voce o dei suoi occhi che, come gli iceberg, nascondono gran parte della propria natura. La belva fu la prima a notarlo, quello sguardo le era familiare. Quelli erano gli occhi di un predatore pronto per piombare con le proprie zanne sulla prima preda dopo un lungo periodo di digiuno. I ruoli si erano invertiti e la natura imponeva, ancora una volta, la propria regola: il debole che deve essere sottomesso dal più forte.
- Sarà una vera gioia per me darle la caccia, Versipelle. - Le parole del predatore viaggiavano come lame invisibile a colpire la forza della belva e annientarla ancora prima di combattere. Alla belva non rimase altro se non scappare, mettersi al sicuro. L'uomo risorse e per un istante l'animale si fuse con esso per la propria sopravvivenza. Esaminarono insieme la camera nella quale si erano fermati. Era ampia e avrebbe consentito alla bestia di muoversi liberamente nonostante la massa maggiore di quella di un essere umano. Doveva essere una specie di salone dove radunare i detenuti nelle ore di pausa. Vi erano sedie e tavoli ovunque ma cosa ancora più importante dietro Bergelmir si trovava una finestra, la via di fuga dal labirintico edificio che li ingabbiava.
Tutto avvenne nel tempo di un respiro. La belva scagliò con tutta la sua forza un corpo esanime contro il proprio nemico. A Bergelmir bastò alzare la propria mano destra per bloccare il proiettile senza muoversi di un solo passo. L'inganno aveva avuto il suo effetto, distrarlo. Quel secondo di distrazione le era bastato per scivolargli veloce alle spalle e lanciarsi con forza contro la finestra verso la salvezza. Si sparse nell'aria un assordante rumore di vetri infranti e il mostrò precipitò nel vuoto per alcuni secondi. Il sole sbucava timido dalle nuvole, l'odore di erba bagnata era più forte che mai e l'aria era fresca. Arrivò al suolo poggiandosi perfettamente sulle sue quattro zampe, i vetri avevano segnato la carne della belva con tagli profondi che le bruciavano la carne. Si rialzò e il bruciore si affievolì rapidamente, le ferite si erano già rimarginate espellendo i vetri fuori dal suo corpo. Alzò lo sguardo, verso la prigione in cui era nata, un edificio nel bel mezzo di una brughiera circondato da recinti di filo spinato e guardie armate. Lo sguardo tornò alla finestra, oramai in frantumi, attraverso la quale era riuscita a ritrovare il mondo esterno. Osservava lontana, Bergelmir era lì, gelido, con il suo ghigno scolpito sul volto mostrandone la vera natura.
Un bosco al di là della recinzione deviò la sua attenzione. Finalmente per lei c'era un luogo dove poter fuggire dalla propria prigionia, una meta. Scattò più veloce di ogni altro animale al mondo, schivando i proiettili che le guardie le scagliavano addosso. Gli artigli gocciolanti di fresco sangue umano. Scavalcò con un balzo la recinzione e finalmente si ritrovò libera.
~
20 Ottobre dell'anno 184 dalla nascita della Fenice.
Magazzino abbandonato alla periferia di Mànitungl.

- Sei un agente di CAOS? - Disse la giovane donna che, terrorizzata, spingeva la sua schiena contro il muro.
- No. - Rispose Garmr macchiato del sangue dell'altra ombra.
La donna lo guardò incuriosita e iniziò a tempestarlo di domande - No? Allora chi sei e cosa ci facevate qui tu e il tuo amico? Chi vi ha mandato da noi? -.
Garmr rimase lì a fissarla, incapace di pronunciare parola dopo il suo disperato gesto. La ragazza non trovando risposte alle sue precedenti domande ne pose un'altra, una che non avrebbe mai voluto pronunciare.
- Sei qui per uccidermi? - Queste parole caddero come macigni sulla mente di Garmr e lo smossero dal suo torpore.
- I bambini, cosa fate con i bambini? Non vendete i loro organi, vero? - Si limitò a rispondere con lo sguardo assente.
- Cosa? No, noi li salviamo. Li salviamo dagli agenti di morte come te, che li rapiscono e ne fanno assassini. Ma non ignorare le mie domande e rispondimi! Sei qui per uccidermi? -
- No, se è questo quello che fate non sono qui per ucciderti. - Rispose l'uomo alzando lo sguardo verso il corpo della donna.
- Come? Non sei qui per uccidermi? Forse per rapirmi? Chi sei? -
- Io sono solo un cane al servizio di questo sporco governo. Assoldato per uccidere innocenti, per uccidere coloro che aiutano questo paese a sopravvivere... -
- Per uccidere i membri del Ragnarok? - Lo interruppe la ragazza. Il volto di Garmr si posò quindi per la prima volta su quello della giovane. I suoi capelli sciolti ondosi erano scuri e le coprivano il viso. Somigliava stranamente a qualcuno che gli era stato vicino, quando la sua innocenza era ancora viva, prima di quei tempi oscuri passati sotto l'ala del governo.
- Chi sono questi uomini? - Chiese incuriosito.
- Sono i soli che si oppongono all'organizzazione CAOS e alla tirannia della Fenice. -
- Da oggi non siete più soli. - Disse solenne Garmr - Salva quei bambini, promettimelo. Non devono passare anche loro sotto le catene della Fenice. -
- Promesso. -
La ragazza guardava curiosa l'ombra che giunta per ucciderla finì con il salvarla. Era sorpresa dalla promessa che l'uomo le aveva strappato. Garmr si voltò veloce e silenzioso. Doveva scappare, sebbene fosse troppo tardi, l'oscurità lo aveva già condannato.
~


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