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lavoro pubblicato martedì 15 dicembre 2015
ultima lettura venerdì 11 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bologna puttana

di dago. Letto 360 volte. Dallo scaffale Generico

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Guccini ha mitizzato bologna in maniera di cui solo ora mi rendo conto. Che città vivo ora, adesso che anni sono passati, e purtroppo, i primi capelli bianchi si fanno largo? In quale città mi trovo a dormire, mangiare e ubriacarmi, questa è una domanda che mi faccio sempre più spesso. Sembrerebbe ormai casa, comune e conosciuta, ma tutto cambia a Bologna. Almeno, in quella che conosco. All’esame di analisi del film si parlava dei non luoghi, come i cimiteri, o le stazioni. Ebbene, Bologna mi sembra una grandissima stazione, dove tutti sono destinati a passare e rimanere chi più, chi meno, ma senza fermarsi mai davvero. All’inizio vedi la fine lontana, come un lungo viaggio appena iniziato, per cui l’illusione di esserti stabilito definitivamente è abbastanza forte, sembri già essere arrivato in qualche modo. Ma hai solo preso il treno e stai aspettando di arrivare a destinazione. Anche se scegli di scendervi, rimani in attesa di un altro che non sia quando passa, o dove ti può portare. Ma fai un sospiro, lento, e l’ossigeno serve a concentrarti, ti serve a capire che stai solo cercando di non vedere. Distogli lo sguardo dalle amicizie, dalle relazioni, dalla tua casa. Ma non si capisce fino a che punto sia tua. Diciamo che è il posto in cui vivi, e alla peggio, in cui ti lasci vivere. Cerchi rifugi stabili intorno, cerchi ancore al cambiamento. Cerchi di opporti. Ma non serve, ovviamente. Le amicizie che coltivi sono vere, ma lo sai, destinate a durare alla meglio qualche anno. Sono così fragili. Le persone si laureano, tornano a casa, cambiano città. E tu sei uno di loro. Nel frattempo senti che le vecchie amicizie hanno preso un altro corso, in qualche modo sono meno vere, o meno reali. Vivono di inerzia e hanno bisogno di essere sempre alimentate e accudite come neonati. Altrimenti muoiono anche loro facilmente. Quindi dopo un po’ sei sospeso: da un lato vecchi amici, che insieme a te cambiano, ma le esperienze insieme sono sempre meno e anche lontane da voi, e dall’altra parte i tuoi amici attuali, esperienze comuni, ma con il presentimento costante di una fine prematura. Si sente nell’aria. Si respira. Si parla di andarsene, di sogni, di speranze. Mai più dai miei! Forse all’estero! Forse. O forse rimani dove sei, ostinato a cercare di far quadrare quegli anni spesi lontano da casa, anzi da casa dei tuoi genitori. Perché non ha molto più senso chiamarla casa tua. Anche quella si è allontanata, anche quella è cambiata. Perché i tuoi genitori sono cambiati. Sono più anziani, non hanno più diritto su di te. Ma ne sei in qualche modo dipendente. Forse i soldi. Forse anche solo i ricordi. Quindi eccoti, sospeso tra quello che è stato e non è più e quello che sarà ma non è ancora. Tu dove sei? Questo ti chiedo io. Sei nel ricordo? O sei nell’attesa? O sei nel presente, e allora a questo punto hai il controllo della situazione. Se sei ora e qui niente sfugge, perché è insieme a te. Ma questo è il punto. È proprio questo il punto. Bologna non aiuta, l’università in questo non aiuta. Aiuta in altro. Ti fa fare l’esperienza di una nuova adolescenza più matura, più consapevole. Ma lo sai che è una seconda adolescenza. Sai che sei in attesa del prossimo treno, lo sai. E quindi tutto il presente diventa più difficile, meno regolare, teso. Anzi tesissimo, tra passato e futuro. Tra anteriore e posteriore. Vivere nella fiamma ondulante di una candela che si consuma. È questa la magica, tenera, dotta e puttana Bologna.



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