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lavoro pubblicato sabato 12 dicembre 2015
ultima lettura lunedì 18 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Borneo (di Emilio Francini Naldi)

di kdtepof. Letto 900 volte. Dallo scaffale Viaggi

BORNEO     Il verso era simile a quello del corvo, ma il tono era più acuto ed il canto più prolungato: proveniva dalla sommità degli alberi, non molto lontano da loro. ‘This is the sound of the hornbill!&rsqu.....

BORNEO

Il verso era simile a quello del corvo, ma il tono era più acuto ed il canto più prolungato: proveniva dalla sommità degli alberi, non molto lontano da loro. ‘This is the sound of the hornbill!’ lo informò Pà, che camminava tranquillamente a piedi nudi e naso all’aria, pronto ad individuare animali o piante da indicargli.

Marco lo seguiva a fatica perché non era facile avan­zare nel folto della foresta col peso dello zaino che sembrava aumentare di ora in ora, con le scarpe che scivolavano sul terreno umido, mentre il sudore ba­gnava gli abiti e scendeva sulla fronte fin dentro agli occhi.

‘Wonderful!’ rispose alla guida, e si fermò per guar­dare in su, come se fosse stato possibile indivi­duare l’uccello in quell’intrigo di chiome, ma intanto ne approfittò per concedersi un attimo di riposo.

Era in Borneo da meno di un mese, ed ogni giorno che passava amava di più quell’isola con la sua na­tura, le sue città piene di piccoli uomini scuri e sor­ridenti, i suoi odori intensi, i fiumi dalle acque mel­mose che si snodavano immensi e lenti in mezzo alla foresta sconfinata.

Proprio navigando su uno di questi, il Rajang, era partito una mattina da Sibu a bordo di un barcone dalla forma simile a quella di un aliscafo e spinto da un mostruoso motore giapponese, ed aveva navigato fino a sera per raggiungere Kapit, un piccolo porto fluviale dell’interno del Sarawak, dove aveva pernot­tato e cenato a base di spaghetti cinesi saltati con soia e verdure.

Durante il tragitto la natura aveva cominciato a cambiare, erano a poco a poco scomparse le aree coltivate, le distese erbose ed assolate, ed era rimasta la foresta a dominare incontrastata, e anche se qui non era primaria ma ricresciuta dopo antichi tagli, avvolgeva già ogni cosa, circondava i villaggi, le case, sporgeva con le chiome dalle sponde quasi avesse voluto invadere anche il letto del fiume.

Si potevano vedere di tanto in tanto, ma sempre più frequentemente man mano che si procedeva nella ri­salita, le tradizionali longhouse, le case dove tuttora dimorano i Daiacchi, discendenti addomesticati di quella che fu una delle più sanguinarie e feroci etnìe del mondo conosciuto.

Queste case sono edificate su palafitte nella terra­ferma e presentano una terrazza comune coperta, sulla quale si aprono le porte delle varie unità abita­tive, composte da due stanze e dal sottotetto, in ognuna delle quali abita una famiglia.

A seconda del loro numero la longhouse sarà più o meno lunga, ma non misura mai meno di trenta me­tri: si vive quasi sempre nella terrazza insieme agli altri, si dorme e si mangia nella stanza d’ingresso e si usa la retrostante come cucina, mentre la ‘mansarda’ serve da ripostiglio e da camera degli ospiti.

Le assi che compongono il pavimento sono distanti alcuni centimetri tra di loro, in modo che tutto lo sporco e tutti i rifiuti cadono nello spazio sottostante, tra le palafitte, e servono da cibo alle orde di cani, maiali e galline che scorrazzano rumorosamente, giorno e notte, intorno all’edificio.

In quel periodo le acque del Rajang erano cinque o sei metri più basse del loro livello abituale a causa della stagione secca, e tutti quelli con cui Marco ebbe modo di parlare quella sera lo sconsigliarono di risa­lire ulteriormente il fiume, dato che la naviga­zione era per questo oltremodo pericolosa.

‘Ci sono rapide, a nord di Kapit’ raccontavano ‘e massi affioranti che possono squarciare la chiglia del barcone...’ mentre scintille di terrore lampeggiavano in fondo ai loro occhi.

Questi furono i motivi principali che lo spinsero a trovarsi, all’alba del mattino seguente, sul molo di legno, e ad imbarcarsi sul primo mezzo per Belaga, ultimo agglomerato prima che il fiume diventi troppo stretto e tortuoso per consentire la naviga­zione.

Al di là di quel paese poche oasi di foresta prima­ria, intatta da sempre, grandi aree di concessione al taglio indiscriminato delle piante i cui tronchi vengono tra­sportati a valle gettandoli nel fiume, e le tribù dei Daiacchi che ancora vivono liberi, ma il cui territorio viene a poco a poco rosicchiato dalla defor­testazione e molti dei quali li puoi trovare a Belaga accoccolati sui talloni, ubriachi, addormentati o in­cantati davanti al televisore dell’emporio che tra­smette lungome­traggi indiani e cartoons giapponesi.

Marco vi giunse al crepuscolo dopo un viaggio non comodo perchè si doveva scendere a terra spesso a causa del pessimo stato del fiume, e percorrere a piedi tratti anche lunghi della riva mentre il pilota portava oltre il punto critico il barcone che, senza passeggeri a bordo, era più leggero e facile da ma­no­vrare.

Il rumore del motore, che occupava circa un quarto della lunghezza dello scafo e che lo spingeva ad una velocità che a Marco sembrava terrificante, produ­ceva un rumore talmente assordante che ren­deva as­sai arduo l’intrattenere una conversazione con chic­chessia, e come se ciò non bastasse, un vi­deocolor a tutto volume spargeva senza interruzione sui mal­capitati immagini e suoni di film sulle arti marziali.

Ma il popolo del piroscafo era davvero interessante: nessun europeo all’infuori di lui, intanto, nessun tu­rista, e ciò gli fece pensare di essere sulla rotta giu­sta, Cinesi in giacca e valigetta di plastica accanto a Daiacchi cosparsi dalla testa ai piedi di tatuaggi blu, giovani studenti dall’aria intellettuale che leggevano libri cominciando dall’ultima pagina mentre rientra­vano a casa per le vacanze, il padrone dell’Hotel Belaga, cinese anche lui, con la fidanzata ed i suo­ceri che venivano da Kuching per la prima visita al paese di lui e per l’incontro tra le famiglie, vec­chie i cui lobi auricolari, stirati da pesantissimi orec­chini, rag­giungevano e toccavano le spalle.

Marco aspirava profondamente l’odore di nafta e di sudore, di melma e di durian, il ‘king fruit’ tanto amato dai Malesi, e godeva come un matto ad essere lì, in quel punto sperduto del mondo lontano da casa, dalla cultura di sempre, dalle abitudini, solo di fronte al nuovo e allo sconosciuto, con gli occhi spalancati per vedere, gli orecchi ritti per sentire e la mente aperta per cercare di capire.

Pensava che se la barca si fosse capovolta e lui fosse annegato nell’incidente, oppure se una volta sceso fosse stato morso da un serpente velenoso o accoltel­lato da qualcuno, nessuno di coloro che lo conosce­vano avrebbe mai saputo della sua morte: sarebbe stato seppellito in una fossa senza nome o sarebbe stato cibo per pesci, ma comunque sa­rebbe stato ri­cordato come un ‘disperso’.

Ma questo pensiero, anziché suscitargli angoscia o paura lo esaltava, quasi che lo scopo del viaggiare non fosse in fondo quello di vedere e conoscere bensì quello di mettersi alla prova, di rischiare, di spingersi fino al punto più lontano dal quale fosse possibile ritornare.

Belaga è formata da una strada principale, nel senso che è l’unica, larga una decina di metri, che inizia da un muro d’alberi e contro un muro d’alberi termina dopo circa trecento metri, parallela al corso del Rajang.

Le case sorgono sul lato opposto a quello del fiume, attaccate le une alle altre e sono a due piani, con un portico che corre ininterrotto sopra un marciapiedi sopraelevato: praticamente una longhouse in ce­mento e mattoni con una miriade di piccoli negozi senza porta né vetrina: alimentari merceria ortolano ferramenta compagnia aerea cibo per animali ed uo­mini materiali per edilizia bar sala giochi risto­rante cinese ristorante malese etc. etc.

Il portico non ha perso la sua caratteristica di luogo tradizionale di socializzazione: qui si contratta alla maniera asiatica, qui si mangia, ci si riposa, si parla con gli amici e si passeggia, si lavora si compra e si vende, si cresce, si muore e, se mi si perdona l’e­spressione poco adatta al clima dei tropici, si prende anche il fresco alla sera, prima di andare a dormire.

Mentre Marco mangiava con gusto il secondo piatto di tau-fu tau-ghé, cagliato di soia fritto nella salsa di soia insieme a germogli di soia, un giovane dalla pelle lucida e scura, privo di tatuaggi e leggermente sovrappeso si sedette al suo tavolo:

‘Ho sentito che cerchi una guida per l’interno...’ iniziò senza preamboli in un inglese buono anche se un po’ asiaticizzato.

‘E’ vero. Tu chi sei?’ chiese allora Marco.

‘Mi chiamo Pà. Sono un hiban, e sono nato in una longhouse molto lontana da qui, vicino al confine col Kalimantan, ma conosco bene questi luoghi per­ché sono infermiere diplomato, e faccio periodica­mente il giro dei villaggi con medicinali e cure.’ Presentazione chiara, semplice, sintetica ma efficace, bene.

‘Quanto vuoi per portarmi ad una longhouse lontana almeno un giorno di cammino, da sole a sole?’

‘Il mio prezzo è di venti dollari USA o quaranta malesi al giorno, porto io anche il tuo zaino.’

Marco sorrise: ‘Lascia stare, lo zaino lo porto da me. Affare fatto! Vuoi bere qualcosa?’ e quando lo sentì chiedere una Coca-Cola pensò che ormai il cosiddetto progresso aveva infilato la sua maledetta zampa proprio dap­pertutto. ‘Bene, Pà. Domattina alle otto davanti al molo...’

E adesso era lì, ad arrampicarsi per il ripido sentiero che era già pomeriggio inoltrato, e nonostante l’en­tusiasmo non avesse subito cali, non vedeva l’ora di giungere a destinazione.

Mezz’ora dopo, quando arrivarono alla sommità dell’ennesima collina, Marco notò un filo di fumo che si levava dalla foresta:

‘Ecco là il villaggio’ annunciò solenne Pà ‘tra venti minuti al massimo saremo arrivati.’

Durante la discesa la vegetazione ai bordi del sen­tiero cominciò ad aprirsi in radure erbose, nelle quali crescevano rare piante da frutto come banani ed al­berelli di cacao: erano i piccoli campi strappati alla giungla con immensa fatica e scarsissimi risultati.

Ad un certo punto furono costretti a scavalcare un grosso tronco che sbarrava il sentiero, e che era stato aperto e svuotato di tutto il contenuto ligneo del fu­sto; aveva l’aspetto di una palma, e Marco chiese spiegazioni:

‘E’ una palma da sago, la cui polpa viene macinata per ricavarne una farina bianca molto buona da man­giare. Ogni tre anni si taglia la pianta, che poi ricre­sce per dare altro cibo periodicamente: se finiscono le palme da sago bisogna spostare la lon­ghouse in un posto dove ve ne siano, perché è questo l’alimento principale. La vita del daiacco di foresta ruota in­torno alla ricerca ed allo sfruttamento di queste piante.’

La stanchezza e la fame gli facevano già sognare piatti prelibati di vera cucina tradizionale malese, quando il viottolo si allargò e i due si trovarono in una ampia radura di circa cinquanta metri di diame­tro, su un lato della quale si innalzava la longhouse, che misurava circa trenta metri di lunghezza; un fuoco di legna bruciava a terra davanti ad essa, ed una baracca per uomini animali attrezzi & C. cer­cava di non crollare sul lato opposto del piazzale.

C’era un gruppo di ragazzi che si dilettavano al lan­cio della trottola, passatempo diffusissimo tra quelle popolazioni, che si effettua con piccole trot­tole di le­gno a cui viene data propulsione avvolgen­dogli in­torno un pezzo di corda, e vince chi la fa gi­rare più a lungo.

Ma appena si accorsero dell’arrivo dei due abbando­narono i loro attrezzi e gli corsero incontro, gridando saluti in malese all’insegna di Pà, che rispose loro qualcosa di incomprensibile mentre indicava Marco col dito, suscitando le risate generali.

Questi si sentiva molto imbarazzato, come spesso gli accadeva quando era l’unico di un gruppo a non co­noscere una lingua, ed anche perché aveva indivi­duato la scaletta per salire sulla terrazza della lon­ghouse, che consisteva in un tronco nel quale erano state incise delle tacche che dovevano servire da sca­lini e che era stato appoggiato alla costruzione: non c’era una ringhera per aggrapparsi, e le tac­che erano piccole, smussate dall’uso e scivolose. Pà si arrampicò su con agilità scimmiesca dopo aver ammonito Marco: ‘Ora bisogna che io chieda ospitalità al capo tribù secondo la consuetudine, quando ti chiamo sali an­che tu!’

Dopo pochi minuti, passati a far convenevoli con i giovani daiacchi che insistevano in improduttivi e sviscerati ‘Hallo misterrrrrr!’, la voce di Pà si fece sentire da sù: ‘Vieni , è tutto a posto...’

Marco pensava che avrebbe preferito essere man­giato da un leopardo che scivolare e cadere durante la scalata, anche perché gli sguardi attenti e le risate trattenute degli astanti sembravano nascondere il ri­cordo di qualche vecchio, memorabile spettacolo. Fu la parte più difficile di tutto il percorso, ma riuscì a portarla a termine onorevolmente, e la gioia fu grande quando poté contemplare dall’alto le facce deluse del numeroso pubblico.

Il ‘capo’ era un ometto di circa sessant’anni, bruno e pieno di tatuaggi, con capelli neri lisci, occhi di car­bone ed una ben pronunciata pancetta; al momento dei convenevoli porse la mano alla maniera occiden­tale, per stringere quella dell’ospite, ma si vide bene che il gesto non gli apparteneva: i due avrebbero ce­nato e dormito in casa sua. Durante la breve cerimonia tutti si erano avvicinati facendo ressa intorno a loro, gli uomini con panta­loncini e petto nudo o rare t-shirt di colori indefini­bili per il sudicio accumulato sopra, le donne in sa­rong, alcune a petto nudo ma che coprirono subito dopo l’arrivo degli stranieri.

Finiti i convenevoli, ognuno tornò alle proprie occu­pazioni mentre Marco consegnò alla moglie del suo ospite i numerosi viveri che aveva portato con sé, e che costituivano la parte principale del contenuto dello zaino, scatole e scatolette, perché nella foresta, aveva detto Pà, ognuno deve poter bastare a sé stesso senza pesare sugli approvvigionamenti altrui.

Aveva portato anche dei regali da offrire ai Daiacchi: tabacco sfuso e sigarette per i maschi e sarong e perline per le donne. Queste perline, il valore delle quali gli era stato de­cantato già prima di partire da amici ‘esperti’, era veramente grande in quel luogo; le perline altro non sono che quei variopinti pezzettini di vetro forati in mezzo con i quali si intrecciavano collanine e brac­cialetti quando eravamo bambini e, più tardi, quando imperò la moda dei figli dei fiori.

I daiacchi apprezzano molto un abito adornato da file di questi ornamenti multicolori, che non riescono a trovare là, e che danno un po’ l’idea di essere state introdotte dagli occidentali secondo il vecchio con­cetto ‘per i selvaggi specchietti e collanine’. Comunque la cosa funzionò, e Marco fu molto popo­lare per quei doni, forse anche perché si guardò bene dal chiedere qualcosa in cambio.

Ma più di tutto lo colpì il fatto che quella gente ap­prezzasse così tanto i colori, le variopinte grada­zioni del batik, il luccicare delle collane, e si con­vinse che è naturale, questo, perché la natura stessa è un’orgia di colori particolarmente qui, nei paesi più caldi ma anche al nord, se ci si fa attenzione, e la cosa più na­turale è l’imitazione di questi, o addirit­tura l’ador­narsi direttamente con i colori della na­tura: un fiore nei capelli, la penna di un uccello sul diadema, una pietra colorata appesa ai lobi degli orecchi.

Non sono queste le stranezze: le stranezze sono in realtà gli abiti grigi, blu, neri in uso nella nostra so­cietà, con i quali tentiamo di mimetizzarci in questo mondo colorato come se temessimo di farne real­mente parte.

Le donne si erano dunque caricate le braccia di vi­veri, perline e sarong ed erano rientrate nelle case per preparare la cena sorridendo e chiacchierando fitto tra di loro, ed avevano lasciato Pà e Marco ad aspet­tare sotto la tettoia, dove la vita aveva ripreso il suo ritmo, incurante della loro presenza: chi fu­mava con evidente soddisfazione sigarette o pipa, chi parlava in una lingua che sembrava impossibile, chi si dedicava alla cura dei galli, che i daiacchi al­levano con grande amore ed attenzione per adde­strarli al combatti­mento, e ricavarne qualche soldo quando si recano a Belaga per le festività.

Questi animali vengono trasportati in cassette di le­gno con i lati di rete metallica, che si sorreggono con un apposito manico, e che hanno l’aspetto di vere e proprie valigette ventiquattr’ore, e che danno un aspetto tra il buffo e l’indaffarato ai padroni degli animali quando li trasportano qua e là.

La cena con ospiti si svolge secondo un rituale pre­ciso: la tavola viene imbandita in terra nella stanza principale dell’abitazione, ed il capofamiglia, che siede sulla sua sedia preferita, non partecipa al pasto, ma si limita ad intrattenere i commensali conver­sando e sorridendo. Le donne, che hanno preparato, non sono presenti ed appaiono solo alla fine per sgombrare la ‘tavola’ ed apparecchiarne un’altra nella cucina, dove man­giano gli avanzi insieme al capofamiglia. Tale tradizione fu ovviamente rispettata e Marco e Pà, accoccolati per terra alla maniera asiatica, dettero prova del loro appetito di fronte al vecchio capo che li guardava ed approvava con piccoli cenni della te­sta, come un padre si compiace nel vedere i figli che mangiano.

Il dialogo, con la traduzione simultanea di Pà, era abbastanza faticoso nonostante l’abilità e la velocità della guida, perché Marco insi­steva per conoscere notizie e storie sulla vita di quel popolo, di quella gente, e non si fermava mai di fronte alle prime risposte ma cercava sempre di sa­pere qualcosa di più.

Non c’erano teschi appesi, in quella longhouse, come spesso accade di vedere nelle pagine dei libri di viaggio o nei pieghevoli delle agenzie per turismo tuttocompreso.

La legge punisce l’omicidio in Borneo come negli altri paesi del mondo, ed ormai più nessuno ama cir­condarsi di simili feticci ammuffiti e rinsecchiti, re­taggio di un tempo e di una cultura che non esi­stono più.

La maggior parte di questi trofei, inoltre, risale alla seconda guerra mondiale, periodo in cui i Giapponesi, che avevano occupato l’isola, furono sterminati con l’aiuto delle popolazioni locali, che in quella circostanza ebbero modo di rinnovare ed am­pliare consistentemente le loro collezioni.

Il loro ospite ricordava certamente quegli anni ma non ne volle parlare, limitandosi al sorriso di circo­stanza; fu più disponibile quando poté mostrare i crani di due hornbill, i grossi uccelli neri dal lungo becco arancione sormontato da una struttura ossea dello stesso colore a mo' di secondo becco, che popo­lano ormai in piccolo numero le foreste della Malesia e dell’Indonesia.

Aveva catturato i due animali colpendoli con i dardi della cerbottana, arma nell’uso della quale affermava di essere un esperto, o almeno di esserlo stato, ed erano gli unici due uccelli di quella specie che era riuscito ad uccidere nella sua lunga carriera di cac­cia­tore, tanto è difficile trovarli e colpirli.

L’osso sovrastante il becco era stato poi paziente­mente intagliato fino a ricavarne figure di uomini ed animali nel loro ambiente naturale, la foresta: era un lavoro di cesello veramente ammirevole, e quando Marco domandò a Pà se per caso l’uomo non fosse stato disposto a venderli, si sentì rispondere con se­rietà che non sarebbe stato neanche il caso di chie­dere: si trattava di trofei di caccia, non di souvenir!

Pensò che era bello il fatto che i crani a cui si tenesse di più fossero quelli, e non le teste dei nemici ta­gliate e seccate al sole, ma forse anche questa era una conseguenza dell’inquinamento della loro antica cultura da parte della violenza occidentale.

Poi l’uomo, chissà se per cortesia o per reale inte­resse, domandò a Marco della sua terra, da dove provenisse e come fosse la sua casa, e allora lui si gettò nella descrizione dell’Italia, della società piena di macchine, di smog, di città, ma anche di cinema, ospedali, autobus treni ed aerei, e di tutto il cielo e dell’immensità del mare che separava queste loro terre.

‘A quanti giorni di barca da qui?’ chiese allora il Daiacco.

‘Almeno mille!’ rispose lui.

‘Allora davvero lontano...’ fu la conclusione dell’al­tro, ma non c’era né meraviglia né incredulità nella sua voce.

‘Com’é la vita nella foresta, oggi?’ continuò ad in­calzare Marco che aveva voglia di sapere come un assetato dell’acqua.

‘La vita che noi conosciamo, l’unica, è questa, ed è la vita giusta per noi, perché noi non viviamo nella foresta, ma siamo parte di essa...’ La traduzione di Pà trovò difficoltà a questo punto, ma il vecchio continuò: ‘...noi stessi siamo la foresta, come gli alberi e gli animali che ci vivono accanto, come l’acqua che cade con la pioggia e scorre nei fiumi per portare la vita e far crescere la palma da sago e i frutti sugli al­beri, come il fulmine che talvolta incendia il bosco e forma per noi radure dove si può coltivare.

La jungla non è né buona né cattiva, ma è ciò che noi siamo, ciò che sono gli altri animali e le piante, ed il cielo sopra di essa, la foresta vive con noi e di noi: quando io morirò il mio corpo sarà sepolto qui, ed essa crescerà su di me ed io rivivrò in essa, come parte di lei.’

Pà avvertì che non riusciva a trovare nell’inglese termini appropriati per esprimere alcuni concetti del discorso, per i quali il Daiacco usava parole della tradizione religiosa delle tribù.

‘E cosa pensi del taglio degli alberi?’

‘Noi abbiamo sempre tagliato o bruciato parti della foresta, ma sempre essa è ricresciuta e mai è scom­parsa o diminuita per mano nostra. I giapponesi non conoscono la jungla, e oggi hanno macchine più forti di un tempo e governi più deboli davanti: stavolta non ce la faremo a rigettarli in mare. Essi offrono denaro per portare via i nostri alberi e la nostra terra attaccata alle loro radici, pensando che i dollari pos­sano ripagare tutta questa distruzione, ma non capi­scono che i soldi sono inutili se tu devi andare a spenderli a Belaga per comprarti cibo perché la fore­sta non te lo può più dare, perché gli animali sono fuggiti lontano e perché gli alberi muoiono e non ri­nascono. A che serve il loro denaro se per averlo dobbiamo vendere la nostra terra, le nostre case, il nostro futuro?’

Un cenno della mano di Pà gli fece capire che era giunto il momento di alzarsi, perché anche il loro in­terlocutore potesse cenare, e perché le donne face­vano sempre più spesso capolino dalla porta della cucina, forse irritate dal prolungarsi oltre misura del banchetto. ‘Digli che voglio parlare ancora con lui, dopo...’.

Pà tradusse e l’uomo pronunciò poche parole veloci e si alzò in piedi, i due uscirono per lasciarlo libero con la sua famiglia.

‘Che ha detto?’ chiese Marco.

‘Ha detto che dopo potrete parlare ancora della fo­resta, e lui cercherà di farti capire meglio le cose...’.

Sulla terrazza la gente stava seduta a parlare, un ra­gazzo suonava strana musica su una chitarra, si gio­cava a carte con carte francesi, si parlava; un gruppo di bambini piccoli si sedette di fronte a loro per guardare Marco e ridere di lui quando si mise a fare boccacce e strani versi per divertirli.

Pà si lamentava perché aveva mangiato troppo e avrebbe invece voluto dimagrire, confermando che certe fissazioni di massa, le peggiori poi, arrivano davvero in ogni parte del mondo.

Ad un certo punto da un’abitazione uscì un giovane che sosteneva su una spalla un apparecchio hi-fi di dimensioni mastodontiche, e quando lo accese Marco si accorse con raccapriccio che emetteva una disco music asiatica del tutto insopportabile all’udito e all’atmosfera del momento.

Non era però questa la convinzione degli astanti, i quali sembrarono entusiasti della novità: la macchina infernale fu deposta a terra ed intorno ad essa anda­rono ad accoccolarsi tutti, in muta adorazione di quel prodigio tecnologico.

Marco capì allora l’origine e la funzione di tutte le pile delle quali era cosparso il sentiero che lo aveva con­dotto fin là: se ne incontravano e calpestavano ad ogni passo, dalle vecchie Superpila rivestite di cartone ed arrugginite od ormai scoppiate alle più moderne alcaline, e pensò senza sentirsi retorico e con un po’ di tristezza al suono di quella musica che in­va­deva ed abbatteva il silenzio della foresta prima­ria, di questo mastodontico organismo millenario, di questo gigante così de­bole di fronte agli insulti di un’altra civiltà e di un altro progresso.

Salutò la sua guida, fece un cenno con la mano ai Daiacchi lì intorno che non lo degnarono minima­mente della loro attenzione, entrò nella casa e salì al piano di sopra, dove si stese sulla stuoia e chiuse gli occhi alla ricerca del riposo e di un sonno che non tardò ad arrivare.

Si svegliò nel buio, percependo subito il silenzio pressoché assoluto della notte: dovevano essere tutti addormentati, anche Pà era sdraiato vicino a lui e non dava segni di vita.

Si sentiva completamente sveglio, come se avesse riposato per una notte intera ed aveva voglia di muoversi, sentiva dentro una smania che gli impe­diva di restare sdraiato su quel giaciglio di tavole.

Perciò si alzò cercando di fare meno rumore possi­bile, percorse la terrazza scavalcando i corpi di al­cuni dormienti, scese con attenzione sul tronco sca­nalato e si trovò a terra, nel piazzale al centro del quale ar­devano ancora alcuni legni nel falò che bru­ciava dal pomeriggio precedente. Si sedette vicino al fuoco il cui calore sembrava ina­datto all’ambiente ma dava un senso di racco­gli­mento, mentre la fiamma suggeriva pensieri e ri­fles­sioni.

‘Tu no dorme mister...’

Trasalì perchè non aveva udito rumore di passi: il vecchio daiacco era in piedi alle sue spalle e tirava boccate di fumo da una pipetta di coccio. 'E’ vero’ rispose ‘non riesco a prendere sonno, pen­sieri strani girano e rigirano nella mia testa...’

‘E’ spirito che ti chiama, spirito inquieto che vaga per notte in cerca di te....’

Si sedette vicino a lui e, servendosi di un baston­cino che intinse nelle braci, accese la pipa che si era spenta, poi si mise di nuovo silenzioso e assorto.

Marco pensava ai miti e alle leggende di questo po­polo sperso nella foresta, al culto dei morti, agli dei di legno, e si stava suggestionando da solo:

‘Lo spirito di un morto?’ chiese rabbrividendo no­nostante il caldo.

‘No, questo raro, difficile.’ ribatté il Daiacco ‘E’ spi­rito di qualcuno che dorme, ed ha lasciato sua anima libera di uscire da corpo e di cercare spiriti suoi fra­telli, loro anche che vagano in buio.’

‘E perché?’ chiese scettico ma affascinato.

‘Per parlare, così come uomo fa con uomo anche anima fa con anima. Tu no dormi perché anima cerca te così forte che tu senti sua forza, suo ri­chiamo e no dormi. Oppure no dormi perché tuo spirito cerca me e me trovato, perché io anche sve­glio senza sonno.’

Marco percepì che stava comprendendo le parole dell’anziano capotribù senza bisogno di tradurle, di­rettamente nella sua lingua, ma la cosa gli apparve del tutto naturale.

‘Durante sonno noi vediamo con occhi di nostro spirito, e quando svegli noi chiamiamo questa cosa ‘sogno’

Dai vecchio, sai bene anche tu che l’anima non esi­ste, neanche qui nella magica foresta tropicale....’ ironizzò Marco.

‘Tu crede? E non capisce che ora tu forse sei tua anima che vaga dentro notte, e tuo corpo in lon­ghouse a dormire......’

‘Vecchie leggende malesi....’

‘No, no leggenda. Tu questo non capisci perché tu pieno di cultura di tua terra, tu a bagno in miele di cultura di bianchi: tu non in grado neanche di spo­gliare tuo corpo, perché tuoi piedi si tagliano se non hanno scarpe e tua pelle irrita e brucia sotto sole, come tu vuoi poter spogliare tua mente da precon­cetti? Tu non capisce cosa vero e cosa no.’

Riprese a fumare con tranquillità, sorridendo al fuoco, con gli occhi neri come pezzi di carbone.

Marco poteva udire il silenzio della notte nella fore­sta, un silenzio pieno di rumori e di voci, di movi­menti e di piccole luci, il silenzio ed il buio di una vita che continua a fremere incessante.

‘Ma tu chi sei veramente?’ chiese allora.

‘Io solo me stesso, forse corpo forse spirito, chissà, questo non importante. Se mio corpo dorme io spi­rito, se mio corpo sveglio spirito dentro di me, per­ché noi stessa cosa. Voi uomini di occidente co­struite chiese e filosofie su differenza tra corpo e anima, ma essi stessa cosa...’

‘Ma io posso toccare il corpo, per Dio’ esclamò Marco ‘ma l’anima è così irreale, improbabile...’

‘Forse tu puoi toccare paura, o amore, o speranza, puoi toccare odio? Però esistono, tu bene sai, quelli che tu chiama sentimenti: tu senti loro non perché tocchi, tu senti loro con sensi di spirito, ed essi parte di noi, essi sono noi.’

Prese con noncuranza un rametto dal fuoco, e con un gesto improvviso ne poggiò la punta incandescente sulla spalla di Marco.

Questi sobbalzò sorpreso, e sfregandosi con la mano la bruciatura si rivolse con rabbia al Daiacco: ‘Ma che fai, sei pazzo?’

‘Tu dolore per fuoco?’ chiese questi con il più dolce dei sorrisi ‘Bene, prova tu toccare tuo dolore, prova vedere con occhi tuo dolore. Tu non vede e non tocca lui, ma tu sente lui. Anche nostra anima tu non tocca e non vede, ma nostra anima è come no­stre gambe e nostri occhi: tu non dice ‘mie gambe cam­minato’ o ‘miei occhi visto’, ma ‘io camminato’ e ‘io visto’ perché tue gambe sei tu e tuoi occhi sei tu. E allora non importante se ora noi siamo nostro corpo o nostro spirito, importante che noi ora siamo qui, in­sieme, perché noi chiamati.’

Il buio era qualcosa di liquido e denso, che sembrava avvolgere i due col suo abbraccio caldo umido, quasi l’aria avesse uno spessore ed una consistenza, però era amico: Marco non riusciva ad aver paura, non riusciva a pensare che dietro a quel tronco, o fuori dall’alone di luce che produceva il falò, ci potesse essere un pericolo in agguato: pensava alla jungla come ad un enorme ventre di donna, come ad un grande utero da cui tutti siamo nati, lo vedeva come la casa, il rifugio, la culla, l’ab­braccio della donna amata.

Il Daiacco allora svuotò la sua pipa battendola contro un sasso, la posò poi a terra ed alzatosi, rispondendo alla richiesta di Marco come se avesse potuto udirne le parole disse:

‘Andiamo allora!’e si incamminò verso gli al­beri, lontano dalla longhouse, verso il folto della jungla.

Lui lo segui come se una forza più grande lo spingesse, ed un attimo prima di lasciare la radura ed entrare tra le piante fitte si fermò, si sfilò le scarpe e le gettò lontano, poi seguì la sua guida senza indugi.

Il Daiacco camminava veloce e sicuro tra le piante quasi scorgesse un sentiero tracciato mentre si adden­travano sempre più nel folto, dove i rami, i rampi­canti, le liane sembravano aggrovigliarsi di più.

Marco sentiva sotto i piedi il muschio morbido e fresco, ma anche gli sterpi duri ed i sassi spigolosi, ma il callo spesso che lo proteggeva dalle ferite gli dava sicu­rezza, gli permetteva di percepire chiaramente dove si appoggiasse, e poteva distinguere il legno dal sasso e questo dalla terra nuda.

L’odore della vegetazione si faceva sempre più forte, quasi le sue narici diventassero via via più ca­paci di percepire l’alito della foresta, l’afrore e l’es­senza delle piante, gli odori forti e caratteristici degli ani­mali, infinite e differenti presenze che si nascon­de­vano in ogni angolo ed in ogni recesso.

La loro andatura si faceva sempre più veloce, finché il vecchio dalla schiena lucida si lanciò in un’agile corsa, e lui lo imitò senza sforzo, mentre i rami cominciavano a battergli addosso con violenza men­tre guizzavano tra gli alberi.

D’un tratto ebbe la percezione di una spina che lace­rò la maglietta che indossava, ma quando portò la mano al petto capì che non c’erano abiti sul suo corpo e che la pelle stessa si era tagliata, ma anche questo era naturale, come era naturale che lui fosse lì e che si muovesse nel suo ambiente, e che il sangue uscisse da quella ferita per poi seccarsi sulla pelle e fermare la piccola emorragia.

Non c’era nessuna luce intorno a loro, ma ebbe l’im­provvisa cognizione del fatto che stava ve­dendo dove andava: distingueva infatti le sagome degli alberi, l’uomo che lo precedeva ed ora anche il sentiero che questi seguiva, un tenue segno nel sottobosco la­sciato dagli animali che erano soliti percorrere quella strada, nota solo agli animali stessi.

Adesso riusciva a saltare con precisione sulle radici più solide, sulle pietre più ferme senza provocare rumori, con una sicurezza nuova e profondamente sua e soprattutto, e fu forse l’ultimo pensiero che espresse in termini umani, non sentiva la stanchezza ma solo un senso di potenza e di forza che si spri­gionava dai muscoli tesi nello sforzo.

Non c’era una meta, l’importante era correre nel folto, sentendo il rumore forte e continuo del proprio respiro, nelle narici l’odore selvaggio del sudore che lo bagnava.

Si accorse che il sentiero era in salita quando fu co­stretto ad aiutarsi con le zampe anteriori e lo sforzo si fece violento e disumano, ma sapeva che ce l’a­vrebbe fatta.

Giunsero presto sulla cima del colle, e lui già sa­peva che quel tronco apparteneva all’albero più alto, e quando il Daiacco spiccò il balzo che lo portò su, fino ai primi rami, anch’egli lo seguì senza esitare e, con l’agilità del giovane corpo e l’istinto millenario, saltando ed aggrappandosi con le forti zampe, bi­lan­ciandosi con la lunga coda bianca, giunse sulla cima e con un ultimo sforzo fu accanto al compagno, e si sedette, comodissimo, sullo stesso ramo.

Questi lo accolse con un grugnito di benvenuto, poi insieme fissarono il cielo che si andava rischia­rando, mentre potevano quasi udire il battito affan­noso dei loro cuori, e la calda brezza dell’alba arruf­fava il loro pelame.

Marco alzò lo sguardo in alto, nel cielo ancora scuro, e non poté fare a meno di pensare a come sarebbe stato bello poter volare sopra quel mare verde di foglie, di creature, di milioni di vite, e nello stesso istante si rese conto che era come se avesse parlato, perché le parole erano ormai inutili tra loro due, ed i pensieri venivano captati e capiti prima dei suoni.

Allora il vecchio si girò verso di lui, lo guardò negli occhi e pensò: ‘Vuoi volare? Fallo, alzati nel cielo, tu puoi!’

E Marco spiegò al vento le grandi ali nere dell’hor­nbill, alzò il lungo becco giallo e si trovò lassù, al di sopra dell’orizzonte, della foresta, della terra in­tera, nel vuoto e nel silenzio del cielo infinito.

Il sole sorse sotto di lui, ed era la prima alba del mondo....

Aprì gli occhi e capì di essere stato svegliato dalla luce che entrava dalla piccola finestra, ma impiegò qualche secondo a rendersi conto di dove fosse: si sentiva dolorante in tutte le ossa per la durezza del pavimento di legno sul quale era stato sdraiato e su­dava nonostante fosse quasi nudo.

Si sentiva anche un po’ nervoso, come deluso, ma non capiva perché; poi, d’improvviso, ricordò il so­gno e si rese conto: gli succedeva spesso, se il sogno era stato bello.

Si concentrò qualche attimo, come per trovare la forza di vincere il torpore poi si alzò, si stirò tra gli sbadigli e svegliò Pà, che ancora dormiva della grossa, scuotendolo: ‘Dai Pà, svegliati ed alziamoci. La strada è lunga e non voglio far tardi.’

La guida si rigirò tra grugniti ed hum e che sonno poi aprì gli occhi, lo guardò e protestò:

‘Ma è ancora l’alba! Non ho dormito quasi per niente!’

‘Dai poltrone! Alzati subito! Raggiungimi giù al ru­scello, io vado a lavarmi.’

Raccolse le poche cose che aveva con sé, si mise in spalla lo zaino e scese sulla lunga terrazza comune.

Nonostante l’ora erano tutti già alzati, e mentre le donne si affaccendavano nelle pulizie ed i bambini si azzuffavano nei primi giuochi, gli uomini parlavano a crocchi o fumavano, o facevano prendere aria ai loro galli da battaglia.

Passò tra di loro sorridendo e salutando in una grandine di pacche sulle spalle ed un concerto di ri­sate e di ‘Hallo misterrrr!’, poi discese a terra usando il tronco-scala con un’agilità inaspettata.

Si avviò attraverso la radura alla volta dell’acqua, ma fu distratto dalla figura del vecchio daiacco che era ancora seduto presso il fuoco, ormai spento, e seguitava a tirare dalla sua pipetta:

‘Salve capo! Vedo che hai trascorso la notte sve­glio.’

L’uomo alzò lo sguardo verso di lui e sorrise dolce­mente come sono soliti fare i Malesi quando non capiscono la tua lingua e non vogliono essere scor­tesi, poi si rivolse di nuovo alla sua occupazione pre­ferita, che consisteva nel fumare con esasperante tranquillità.

Udì i passi di Pà che lo stava raggiungendo, sbadi­gliando ed imprecando in inglese contro di lui per la levataccia, e gli disse senza voltarsi:

‘Coraggio poltrone, laviamoci e partiamo,’ poi indi­cando il Daiacco ‘ma prima salutiamo capo-che-non-dorme-mai!’

‘Capo-che-non-dorme-mai’ rispose Pà con un sog­ghigno scimmiottando la voce di Marco ‘ha rus­sato tutta la notte come una locomotiva, e si è sve­gliato appena un minuto prima di te! E’ per colpa sua che non sono riuscito a dormire!’

Marco sussultò, e si rivolse istintivamente verso il Daiacco che ora lo stava guardando: non riusciva ad inquadrare bene la situazione, a far luce dentro sé stesso, chiarezza tra sogno e realtà, tra pensiero ra­zionale e mito.

L’uomo sorrise ancora, puntò il bocchino della pipa verso di lui poi si indicò la spalla: Marco capì cosa voleva dire e fece per toccarsi il braccio, ma già sa­peva cosa avrebbe trovato.

Sulla sua pelle abbronzata scoprì il segno di una scot­tatura che la sera prima non c’era, la scottatura pro­vocata dalla punta incandescente di un piccolo ra­metto di legno.



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