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lavoro pubblicato venerdì 11 dicembre 2015
ultima lettura domenica 22 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Julian Eagle e gli elementi di Antichton

di Bromfighter. Letto 493 volte. Dallo scaffale Fantasia

[25 anni dopo] I Bip. Bip. Bip. La sveglia sul comodino suonò le sette. Un sottile raggio di luce penetrava dalla finestra chiusa, proiettan...

[25 anni dopo]

I

Bip. Bip. Bip. La sveglia sul comodino suonò le sette. Un sottile raggio di luce penetrava dalla finestra chiusa, proiettando strane ombre sui muri della stanza. Julian si costrinse ad alzarsi dal letto, strofinandosi gli occhi. Un dolce profumo di frittelle appena sfornate pervadeva l'aria, segno che sua madre si era data veramente da fare giù in cucina, e poteva capire perché. Non capitava tutti i giorni di compiere 15 anni, e il fatto di essere figlio primogenito doveva rendere l'evento ancora più speciale. Era tanto tempo che aspettava quel giorno, il giorno in cui finalmente avrebbe potuto essere definito un uomo a tutti gli effetti. O almeno, per quanto ciò poteva significare, cessare di essere utilizzato come vera e propria cavia per gli scherzi che suo fratello Simon intendeva sottoporre a “quelli del piano di sopra”, come li chiamava lui. Ovvero i ragazzi del quinto anno. Un fatto degno di nota, considerando che Simon era di almeno mezzo metro più basso di loro e quasi due volte meno grosso.

Julian si stiracchiò di fronte allo specchio, che gli restituì l'immagine di un magro ragazzo dai corti capelli neri, abbastanza alto per non essere definito un nano e abbastanza robusto da essere in grado di assumersi il ruolo di uomo di casa senza troppi problemi. Come sempre, i suoi occhi color nocciola sembravano luccicare: un fenomeno insolito, ma di certo non se ne preoccupava più di tanto. Si tolse il pigiama rosso con la foto della sua band preferita, i “Rock in the city”, e si mise i suoi vestiti migliori: una t-shirt rossa completamente tappezzata di scritte bianche e simboli orientali e dei jeans blu strappati sulla gamba destra, con così tante tasche che probabilmente solamente chi li aveva creati ne sapeva il numero esatto. Completò l'opera calzando le sue immancabili scarpe da ginnastica nere.

<>

Julian sorrise mentre udì un bussare incessante alla sua finestra. Si diresse verso di essa e la aprì con fare quasi solenne, strizzando per un attimo gli occhi abbagliati dalla luce esterna. Gli apparve la faccia capovolta di un bel ragazzo sorridente, occhi azzurri e capelli biondi, con un piccolo neo sulla guancia sinistra e un disegno sulla fronte - simile a un tatuaggio ma più realistico - raffigurante un drago blu.

<qualcuno - e sottolineò qualcuno – si è addormentato alla partita dei Jungles durante l'intervallo?>>

<> Johnny gli fece l'occhiolino e con un'abile acrobazia entrò nella stanza, atterrando davanti a Julian. Era alto e magro pressappoco come lui, ma sicuramente più muscoloso e di corporatura più rafforzata. Faceva sempre uno strano effetto vederli insieme; Julian moro e dagli occhi marroni, Johnny biondo e dagli occhi azzurri, ma i loro conoscenti ci avevano fatto l'abitudine. Nessuno, nemmeno loro due, ricordava da quanto tempo si conoscessero; probabilmente dalla nascita, ma erano diventati amici solamente in seguito, quando all'età di cinque anni Julian era quasi affogato in campeggio e Johnny lo aveva salvato giusto in tempo. Da allora i due erano diventati veramente inseparabili e nessuno ricordava di averli mai visti da soli senza che l'altro fosse a più di qualche decina di metri di distanza.

<>

Julian parlò in tono falsamente irritato: <>

Johnny ridacchiò. <>

La Gracchia era la loro insegnante di letteratura inglese. Ovviamente, il suo vero nome era un altro, ma gli studenti la chiamavano Gracchia per la sua quasi trascurabile tendenza a parlare - anzi, urlare - come se avesse un raschietto in gola. C'era da stare sicuri che chiunque in tutta Venus l'avesse mai incontrata non l'avrebbe mai più dimenticata - anche perché si vociferava che tendesse anche ad essere un personaggio assai frequente negli incubi delle persone. -

<> rise Julian. <>

<>

<>

<>

Julian si appuntò mentalmente di andare a dare un'occhiata non appena ne avesse avuto il tempo.

Una voce provenne dai piani inferiori e richiamò Julian.

<> rise Johnny, dando un piccolo pugno sulle spalle dell'amico <>

<> ridacchiò Julian, un po' divertito un po' imbarazzato.

Johnny gli voltò le spalle e fece qualche passo verso la parete, apparentemente perso nei suoi pensieri. Fu allora che Julian ricordò che lui non aveva mai conosciuto la madre: era morta pochi anni dopo la sua nascita in circostanze misteriose. Nessuno aveva mai scoperto come morì, il caso probabilmente era ancora aperto, fatto sta che da allora Johnny era vissuto con suo padre e gli zii. Non era un argomento di cui Johnny amava parlare, e quei momenti di riflessione erano forse gli unici in cui il ragazzo perdeva la sua solita allegria, ma fortunatamente la madre di Julian era sempre molto calorosa e gentile con Johnny, al punto da diventare per lui un punto di rifermento ben più saldo degli altri suoi famigliari.

<>

Johnny si voltò e annuì sorridendo. I due uscirono dalla stanza di Julian e scesero le bianche scale che portavano ai piani inferiori dell'edificio. Subito il profumo si fece più intenso. Attraversarono il soggiorno, una stanza quadrata piena di piante e fiori e illuminata costantemente dalla luce che proveniva da quattro finestre, e percorsero il corridoio che da lì portava alla cucina. Vari quadri decoravano le pareti, raffiguranti i più svariati soggetti: personaggi storici, di fantasia, animali e paesaggi richiamavano su di loro l'attenzione e parevano fare a gara tra loro per chi riuscisse a stupire di più l'osservatore.

<>

Un ragazzino moro di circa dieci anni si era affacciato alla porta della cucina, stropicciandosi gli occhi. Indossava un pigiama azzurro che gli arrivava fino alle caviglie decorato con personaggi immaginari. Sembrava la copia in miniatura di Julian, tranne per gli occhi, che splendevano di un bel colore verde acqua. Appena vide Johnny gli corse incontro e lo abbracciò felice, ridendo.

<>

<> tossicchiò Julian <>

Simon si guardò intorno, palesando un'aria leggermente stupita.

<>

Johnny si mise a ridere

<> rispose Julian, corrugando le sopracciglia.

<>

Una voce nuova giunse dalla cucina. Una voce chiara e dolce, eppure profonda e forte, con una leggera nota di autorità. Una giovane donna comparve dalla porta, con un mestolo in mano e una cuffia da cuoca che le copriva i lisci capelli castani. Portava una semplice maglietta azzurra e dei semplici jeans ma in qualche modo lei li faceva sembrare abiti regali, sia per la sua notevole bellezza, sia per la grazia con cui si muoveva, leggera e delicata. Al collo portava un piccolo ciondolo d'oro apribile in cui Julian sapeva esserci la foto di suo padre.

<> Ben presto le calde braccia di sua madre già lo stavano stritolando in un grande abbraccio. Come sempre, Kendra Eagle emanava un dolce profumo di rosa, leggero e delicato, come se provenisse da molto lontano. Johnny sorrise e ammiccò provocatoriamente verso Julian, suscitando una risata subito soffocata da parte di Simon.

<> supplicò Julian, ma Kendra sembrava decisa a non lasciare andare la propria preda tanto presto. Julian si sentì arrossire sensibilmente: non sopportava quando sua madre lo abbracciava in quel modo; che ci fossero o meno spettatori era comunque imbarazzante, specie se il tuo migliore amico tendeva a ripetere la scena più e più volte interpretando la parte della madre. Quando Kendra finalmente liberò il figlio dal vigoroso abbraccio alzò gli occhi verso i due ancora ridenti spettatori, sorridendo dolcemente.

<> disse, allargando le braccia e facendo loro cenno di avanzare. Julian arrossì ancora di più ma Johnny simulò un inchino e le fece l'occhiolino: <>

Julian provò l'improvviso desiderio di colpire Johnny con il vaso di terracotta che si trovava su un comodino poco distante, ma si trattenne.

Kendra rise e nulla parve più musicale e bello del suono che uscì dalle sue labbra. Al confronto il canto degli usignoli pareva stridore di gessi. In quel momento, però, il suo sguardo si fece sospettoso. I suoi occhi verde chiaro si strinsero.

<>

<>

Kendra sospirò e decise di lasciar perdere la questione. Scoccò un ultimo sguardo di rimprovero a Johnny e fece loro cenno di entrare in cucina. Per chi non conosceva Kendra Eagle sarebbe strato difficile entrare in quella cucina senza rimanere sbalordito. Era enorme: file di piatti di ogni dimensione e forma erano accumulati in molteplici scaffali di lucido legno levigato mentre svariati generi di posate e utensili da cucina erano adagiati ordinatamente su un grande tavolo posto accanto alla più grande delle tre finestre presenti nella stanza. Un mestolo, un mattarello e una spatola volteggiavano pigramente nell'aria, legati con una sottile corda al soffitto dipinto con magnifici paesaggi di boschi e montagne. Su un ripiano posto più in altro Kendra aveva collocato i libri di cucina: erano talmente numerosi che pareva ci fosse un'intera biblioteca sospesa sopra le loro teste. Dal forno nero davanti a loro usciva ancora del vapore. E, per finire, un piccolo vaso viola contenente una rosa rossa troneggiava al centro di un secondo tavolo più piccolo, dove erano posizionate anche quattro sedie. Non era un caso se molti avevano definito Kendra Eagle come “regina della cucina”. Ma gli occhi, o meglio i nasi, dei presenti erano concentrati non tanto sul reame ma sull'opera della regina: da un'alta fila di frittelle proveniva un profumo tanto invitante che Julian si chiese perché nessuno di loro avesse ancora una forchetta in mano. Il tutto, unito alla vista di una grande torta di cioccolato posta accanto alle frittelle, creava un'immagine davvero irresistibile per chiunque fosse dotato di papille gustative.

<>

Lungi dall'essere declinato, l'invito di Kendra sembrò risvegliare da un profondo torpore i tre ragazzi che non ci misero molto per fiondarsi in cucina, afferrare una forchetta e il primo piatto che capitò loro in mano, annodarsi un tovagliolo al collo e lanciarsi su una sedia. Poco mancò che Simon inciampasse e finisse gambe all'aria travolgendo gli altri due. Per fortuna Kendra con una mano afferrò al volo il figlio e con l'altra il piatto, evitando così l'intrusione di un ingrediente extra nella torta e una cucina da ripulire da cocci e glassa. Il tutto accadde così rapidamente e in maniera tanto comica che nessuno di loro riuscì a trattenere le risate. Una pila di frittelle, una torta gigantesca e una sonora risata. Come inizio della giornata non sembrava niente male.

<>

<>

Stavano percorrendo Nowhere street, una lunga ma tranquilla via che collegava il quartiere Daisy con il resto della città. Proprio al termine di questa strada si trovavano le case di Julian e Johnny, affacciate su una grande piazza rotonda contornata da panchine e piccoli alberelli. Un unico, enorme lampione al centro della piazza illuminava di notte l'intera zona, cosa non poco fastidiosa per i residenti, che spesso faticavano ad addormentarsi (molte finestre non avevano persiane ma solamente le tende). Nessuno però aveva protestato apertamente e, quindi, quel lampione era rimasto là, diventando il vero e proprio simbolo del quartiere. Era un magnifico giorno di fine estate: il sole scaldava l'erba cortissima dei prati, foglie non più solamente verdi svolazzavano in aria accompagnate da una dolce brezza e un ricco, tipico profumo di fine vacanze e inizio anno scolastico pervadeva l'atmosfera. Entrambi erano però preparati a questo: distando solamente dieci minuti di cammino dalla scuola la presenza di quest'ultima non spariva mai completamente dalle loro teste, come poteva fare invece per chi era partito tre mesi per le Fiji. Hive, questo era il nome del loro istituto, non risaltava certo per la bellezza della struttura, ma aveva una buona reputazione ed era entrata nella lista delle 100 scuole meglio tenute d'America. A parere di Julian era merito del bidello Grendar. Certo, pur non provando nessuno dei due l'intenso desiderio di tornarci (le partite dei Jungles erano più divertenti) e pur sapendo che sicuramente la Gracchia li avrebbe tormentati come non mai, Julian e Johnny erano felici. Felici che quella fosse una bella giornata. Felici di essere sul punto di rincontrare i loro amici. Felici di essere felici. A volte basta così poco.

Hive era ormai in vista. Una struttura arancione quadrata, che si apriva su un piccolo campetto recintato utilizzato nell'ora di educazione fisica. Julian poteva già distinguere la grande massa di studenti che affluiva in Hive, ognuno con il proprio zaino sulle spalle e, probabilmente, un'aria rassegnata all'inevitabile.

<> chiese Julian, alludendo all'ormai anziano preside della scuola, famoso sia per la sua gentilezza che per la sua non sempre gradita abitudine di baciare sulla fronte i nuovi studenti non appena si avventuravano nei corridoi.

<>

<>

<> Johnny sogghignò <>

<> iniziò Julian, ma fu interrotto da due morbide braccia che gli spuntarono dai lati del collo e gli si strinsero attorno. Lo raggiunse un delicato e dolce profumo di fiori di campo.

<>

Julian si girò e sorrise.

<>

Jessica Starry si scostò i lunghi capelli biondo grano dalla faccia e puntò i suoi occhi smeraldini sui due ragazzi. Era leggermente più bassa di Julian e poco più magra, portava dei jeans azzurri accorciati al ginocchio, le sue tipiche scarpe da ginnastica bianche e una delle sue immancabili t-shirt raffiguranti animali, questa volta una coppia di delfini. Come sempre, portava attorno al polso destro due braccialetti: uno artigianale verde e blu, intrecciato da lei stessa, l'altro di perline colorate, regalatole da Julian molto tempo prima. Jessie fece tintinnare il piccolo gatto d'argento appeso al braccialetto di Julian, abitudine che non avrebbe mai perso, e per un attimo parve la stessa graziosa bambina che otto anni prima scese dal camion di traslochi accanto al Grande Lampione, ridendo felice per l'inizio della sua nuova vita a Venus. Di carattere umile, allegro e solare, non ci aveva messo molto a fare amicizia con gli altri ragazzi del quartiere Daisy -in particolare con Julian e Johnny- diventando in poco tempo una di loro. Certo, Jessie era molto cresciuta da allora -anche lei aveva compiuto 15 anni il mese precedente- e sicuramente la bellezza che aveva sviluppato nel corso del tempo aveva attirato non pochi aspiranti corteggiatori; tuttavia lei preferì sempre la compagnia di Julian e Johnny, finendo per trasformare il loro duo in un più dinamico ma equilibrato trio.

<>

Julian la guardò, perplesso. <>

Jessie scoccò un'occhiata a Johnny, che per qualche strano motivo pareva estremamente interessato a una coppia di cince appollaiate su un ramo.

<> rispose lei, distogliendo lo sguardo <>

Julian fu trapassato da parte a parte dall'intenso sguardo della ragazza e subito gli balenò in mente un vago ricordo del giorno prima e la figura di una Jessie che gli chiedeva qualcosa accennando a un lampione e ad una sorpresa...

<> cantilenò Johnny, con le guance rigonfie nel tentativo di soffocare le risate.

Julian arrossì vigorosamente. Un uccello in quel momento spiegò le ali e da un piccolo albero di ciliegio si alzò in volo, dirigendosi verso l'immensità del cielo.

<>

<> disse lei anche se in fondo era compiaciuta <

Johnny quasi sobbalzò <>

Ma Jessie aveva già estratto dalla tasca tre biglietti scarlatti e li fece sventolare davanti ai due ragazzi. Erano di carta filigranata e sopra di essi era raffigurata una chitarra elettrica incrociata ad un microfono. Sotto l'immagine, in caratteri maiuscoli, c'era una scritta che recitava:

I METEORS PER LA PRIMA VOLTA A VENUS CITY

SABATO 10 SETTEMBRE IN DIRETTA NAZIONALE

LA MUSICA È MAGIA SOLO QUANDO SIETE VOI A EVOCARLA

Julian li prese con estrema lentezza, come se temesse di vederli sparire da un momento all'altro o di sgualcirli con il suo solo tocco. I suoi occhi si sgranarono e la bocca si socchiuse in un muto “Oh!”. Anche Johnny parve piuttosto sorpreso alla vista dei biglietti.

<> iniziò Julian <>

Jessie sogghignò <>

<> tentò Johnny, ma Jessie lo azzittì con un colpetto di gomito. Julian sorrise. Se non l'avesse conosciuta così bene, avrebbe giurato che si stesse divertendo.

Hive non aveva nulla di diverso da una tipica scuola superiore. Niente di sostanziale, almeno. Dal portone d'ingresso, sopra cui troneggiava il ritratto di un uomo riccioluto e con gli occhiali, si poteva scorgere un semplice atrio rettangolare affollato di ragazzi misti a professori e bidelli, questi ultimi con in mano pile e pile di fotocopie o bicchieri ricolmi di caffè macchiato. C'era una gradinata su ciascun lato dell'atrio, ma quella che si notava di più era la grande scala con i corrimano rossi che si avvolgeva attorno a un pilastro, proprio al centro del piano, per poi confluire in un corridoio che portava ai livelli superiori dell'istituto. Anche il quarto piano era rimasto tale e quale a com'era l'anno prima: le pareti erano costellate di piccoli armadietti di metallo, ognuno con incollato addosso un numero e decorato con un libro e due penne incrociate, lo stemma di Hive. Non c'erano finestre: l'unica luce naturale proveniva da una grande cupola di vetro che rifletteva i raggi del sole, proiettando una miriade di piccoli puntini che scintillavano ovunque, persino sui vestiti neri dei punk seduti accanto a una fontanella. Il pavimento era di un colore indefinito: opaco e smorto, come se lo stesso materiale di cui era costituito desiderasse non essere calpestato da qualcuno che riteneva essere solamente ragazzini esagitati in preda agli ormoni o professori snob il cui unico desiderio era mostrare ai colleghi la nuova macchina appena acquistata. Julian, Johnny e Jessie si facevano largo fra studenti in maglietta e pantaloncini (probabilmente appena tornati dalle Hawaii), cheerleaders in uniforme bianca e azzurra, tizi con i capelli arruffati e gli occhiali spessi (provenienti quasi certamente dai laboratori di scienze nei sotterranei) e distinti insegnanti in giacca e cravatta, ognuno con il proprio originale cappello in testa. Julian si era in qualche modo guadagnato i biglietti e non poteva fare a meno di sorridere pensando al concerto dei Meteors. Johnny ammiccava verso un gruppetto di ragazze del primo anno, che si voltarono verso di lui e arrossendo lo ricambiarono con risolini nervosi. Jessie precedeva i due amici, stringendo al petto un grosso tomo rilegato (“Chimica: come divertirvi senza esplosioni, del prof T. Cerulan”) e borbottando fra sé e sé. Si stavano dirigendo alla loro prima lezione di letteratura inglese dell'anno e nessuno dei tre aveva voglia di scoprire se la Gracchia fosse davvero diventata preside. Se anche così non fosse stato, il solo fatto di ricominciare le sue lezioni peggiorava man mano il loro umore.

<>

Julian si voltò e vide il bidello Grendar che arrancava faticosamente verso di loro, appoggiato pesantemente al suo bastone da passeggio. Indossava una semplicissima uniforme blu da inserviente, un cappellino con visiera dello stesso colore e scarpe da lavoro macchiate di vernice. Era un uomo probabilmente sulla quarantina, anche se aveva la fronte solcata da profonde rughe, che gli conferivano però un'aria autorevole, quasi saggia. Come sempre, Julian non poté evitare di ridacchiare per i tentativi del bidello di “stare al passo coi tempi”, come lo definiva lui che, tradotto in una lingua più comprensibile, suonava invece come: “non siamo nel 1970”.

<

Il bidello si lisciò la barba e posò i suoi occhi di un castano molto chiaro su di loro.

<> e così dicendo batté la mano sull'impugnatura del suo bastone. Il legno rimandò un rumore sordo.

<> ribatté Jessie <>

Grendar le mise una mano sulla spalla. Si tolse il cappello, e i suoi capelli grigi scintillarono della luce riflessa dalla cupola sopra di loro. Nel suo sorriso c'era un affetto profondo, come di un padre verso la propria figlia.

<>

<> Jessie cercò di assumere una faccia infastidita, ma non ci riuscì.

<> riprese il bidello <>

<> rispose Julian, abbassando un po' la testa mentre alcuni ragazzi passavano loro vicino. Qualcuno in quel gruppo si girò e sghignazzò, ma poi proseguirono.

<> aggiunse, anticipando eventuali domande <>

Strizzò l'occhio a tutti e tre e si voltò, dirigendosi verso la scala. Passò qualche attimo prima che i tre si riprendessero dall'affermazione del bidello.

<> chiese Jessie, sottovoce

<> rispose Johnny.

<>

<>

Julian pensò non fosse il caso di insistere (quando voleva, Johnny sapeva essere piuttosto reticente a rivelare le cose) e si convinse a proseguire, trascinandosi dietro gli altri due. Jessie sembrava ancora leggermente preoccupata, ma se aveva dei sospetti non li diede a vedere.

Il corridoio terminava con una solida parete di mattoni, completamente ricoperta di disegni, graffiti e dediche amorose. Ai lati si trovavano due porte: su quella a sinistra pendeva un cartello: “Manutenzione in corso”, da quella di destra proveniva un forte brusio, come se là dentro fosse stato liberato un intero alveare di vespe. Prima delle porte c'era una svolta a sinistra che portava ad altri piani. Julian, Johnny e Jessie, diretti alla porta di destra, si trovavano ormai a metà strada, quando una ragazza con i codini che proveniva dalla parte opposta diede in un gridolino, portandosi le mani alla bocca. Così fecero anche molte altre, stringendosi ai rispettivi pettoruti fidanzati.

<> esclamò Julian

<>

Johnny si era voltato e non terminò la frase. Tutte le persone sul piano si erano accalcate alle pareti, lasciando praticamente libero il corridoio, che ora assomigliava molto di più a un vero e proprio tunnel. Fra le due file di studenti avanzava un ragazzo. Teneva la testa bassa, verso il pavimento e aveva un'andatura rapida, come se volesse andarsene via da lì il prima possibile. Era completamente coperto da un lungo scialle, che gli lasciava scoperte solamente le scarpe e le mani. Fra queste ultime reggeva una cartelletta di cuoio e la stringeva a sé, come se si trovasse in mezzo a completi estranei ed essa fosse l'unica cosa che conoscesse, che gli fosse amica. I suoi capelli erano di un bel nero ma erano trascurati, secchi, fragili, come se una piccola raffica di vento potesse portarsene via alcune ciocche. Pur tenendo il viso rivolto verso il basso, quando il ragazzo gli passò accanto Julian notò immediatamente la sua faccia. La pelle era avvizzita e consumata, come la muta dei rettili. Su di essa era presente una grande quantità di brufoli, punti neri e qualsiasi altra cosa affliggesse gli adolescenti nella pubertà, ma il tutto decuplicato. Lo stesso valeva per le mani. Julian non riconobbe nessuna emozione sul suo viso deturpato, piuttosto avvertì un'aura di rassegnazione e passività che gli fece salire un groppo in gola. Il ragazzo li superò e si diresse verso la fine del corridoio. Prese la svolta a sinistra e scomparve.

<> sussurrò Johnny, tenendo fisso lo sguardo sul punto dove il ragazzo aveva svoltato.

<> rispose Jessie <>

Benjamin Drake era entrato a Hive a metà dell'anno prima e già da quel momento si era sparsa la voce che fosse stato ammesso un ragazzo altamente infetto e che egli costituisse un pericolo per tutti gli altri studenti. Il vecchio preside, Cassius, non aveva però voluto sentire ragioni e lo aveva accolto a braccia aperte. Da quel momento Benjamin aveva frequentato ogni singolo giorno di scuola, non perdendosi nessun seminario pomeridiano, ma tutti lo trattavano con disprezzo e disgusto a causa del suo aspetto. Nessuno sapeva cosa avesse potuto ridurlo così, ma nessuno si prendeva la briga di chiedere. L'unico motivo per cui lo avevano in qualche modo accettato era perché fungesse da capro espiatorio all'occorrenza o perché passasse le risposte dei compiti in classe. Dal canto suo, Benjamin non si era mai lamentato e, tranne alcune parole scambiate con Grendar e Jessie, cercava di evitare tutti gli altri.

Un coro di insulti e prese in giro si levò dai ragazzi di Hive, alcuni ridevano sguaiatamente per le battute velenose dei compagni, mentre altri imitavano Benjamin deformandosi la faccia con le mani.

Un lampo rabbioso balenò negli occhi di Jessie

<> sibilò <>

Anche Julian sentì montare la rabbia. Certo, non aveva quasi mai parlato con Benjamin, ma non per disgusto: semplicemente quel ragazzo era così schivo che cercare di fermarlo e scambiare due chiacchiere non era esattamente la cosa più semplice da fare. Si fidava solamente di Jessie e Grendar. Per come la vedeva lui, rimaneva comunque una persona e per quanto ne sapesse non aveva mai fatto nulla per meritarsi quel trattamento.

Johnny mise una mano sulle loro spalle. <> disse <>

Come sempre, la 2 DA dell'istituto superiore Hive di Venus City era in subbuglio. Penne, libri, quaderni e piccole gomme da masticare volavano in tutte le direzioni, facendo a gara per schiantarsi il più vicino possibile alle teste meglio esposte. Stan Brooke dirigeva il suo solito coro in fondo all'aula: erano otto o nove ragazzi e ognuno di loro cantava a squarciagola una canzone diversa. Julian e Johnny non avevano disdegnato mettere un po' alla prova le loro doti canore e si stavano ora cimentando in una discreta imitazione dei Beatles. Jessie invece si era seduta in prima fila e sfogliava il libro del professor Cerulan, limitandosi a schivare come meglio poteva i proiettili delle penne-cerbottane che filavano verso di lei. Le pareti erano tappezzate di poster delle band del momento ma anche di piccoli bigliettini scarabocchiati con svariate frasi, molte delle quali fantasiosi giochi di parole sui cognomi degli insegnanti. Stan aveva insistito per appendere anche una gigantografia di Elvis Presley ma il preside Cassius aveva dissentito, ragion per cui ora il Re ammiccava da una foto incollata sul suo banco. Taylor Goose, che sfoggiava un abito firmato e una collana che ad occhio e croce valeva più della scuola, era circondata dal suo piccolo gruppetto di amiche adoranti e stava raccontando una storiella su un tizio della quarantaduesima che aveva incontrato il giorno precedente e che l'aveva convinta ad abbandonare il lucidalabbra brillante per passare a un più sobrio rosa confetto. Le ragazze attorno a lei annuirono vigorosamente all'affermazione di Taylor, qualcuna batté anche le mani. Julian non era mai stato sicuro di quanto effettivamente importasse loro del colore del lucidalabbra di Taylor, ma sospettava c'entrasse lo yacht che il signor Goose aveva comprato l'estate prima.

<> tuonò una voce.

La classe ammutolì all'improvviso. Sulla soglia della porta, illuminata dalla luce del corridoio, troneggiava la figura di una donna. Assomigliava molto a un dobermann: occhi piccoli e attenti, che luccicavano da un paio di occhiali spessi come fondi di bottiglia, denti affilati e unghie lunghe laccate di rosa. La porta sembrava troppo piccola per lei, tanto che quando entrò si udirono inquietanti scricchiolii provenienti dal muro. I capelli erano raccolti in un elaborato chignon e ogni cosa che indossava, dalla veste di cachemire alla gonna era rivestita di pizzo.

In poco meno di tre secondi, prima ancora che la donna fosse completamente entrata dalla porta (era veramente corpulenta), tutta la classe era seduta in silenzio ai propri posti. Stan aveva nascosto la sua bacchetta da maestro d'orchestra lanciandola direttamente sotto un armadio.

<> chiese la donna, inarcando un sopracciglio

Ci fu qualche buongiorno sparso, ma nessuno sembrava molto convinto.

<>

<> cantilenarono tutti in coro

<> commentò la professoressa Hurtmore e si andò a sedere alla cattedra. Non staccò mai, nemmeno per un momento, gli occhi dalla classe e quando si sedette li strinse, come a voler analizzare ai raggi x ogni singolo studente in quell'aula. Armeggiò per qualche secondo con una piccola agenda verde, scribacchiando qualcosa.

<>

Stan si alzò in piedi. <>

<>

<<”Agli studenti è preclusa qualsivoglia attività o azione che possa interferire con il rendimento didattico generale”>> recitò lui, che l'aveva palesemente imparata a memoria.

Un sorriso gelido increspò le labbra della professoressa Hurtmore, alias Gracchia.

<

Stan impallidì, mentre cori di proteste e imprecazioni soffocate si levavano dal resto della classe. Fu solo in quel momento che Julian ricordò quanto odiasse quella professoressa. Il suo tono falsamente gentile, il suo sorriso mellifluo, quella vena di superiorità che pervadeva ogni sua parola. Odiava essere trattato dall'alto in basso. Odiava essere impotente. Niente però lo faceva arrabbiare al pari del pensiero di come lei fosse lì non per insegnare, ma per la possibilità di avere potere su qualcuno e il piacere di utilizzarlo senza poter essere ostacolata. Dopotutto, chi avrebbe potuto contestarla? Chi avrebbe potuto ribellarsi? <> avrebbero risposto insegnanti e psicologi <>

<> incalzò la Gracchia, ignorando le voci rabbiose che le erano esplose attorno.

La mano di Jessie scattò in aria <>

<>

<>

La Gracchia la liquidò con un gesto della mano.

<>

<> Jessie abbassò la mano, impotente. Stan balbettò qualche parola e ingoiò quella che probabilmente era una rispostaccia.

<> La Gracchia alzò le dita rugose della mano e iniziò ad abbassarle. Disperato, Stan strinse i pugni e fece per aprire la bocca, ma un bussare insistente alla porta interruppe quella che difficilmente sarebbe stata una risposta corretta. Tutti si voltarono curiosi verso l'entrata e persino la Gracchia vi puntò il suo sguardo indagatore, distogliendolo da Stan. Julian, che si aspettava il bidello Grendar o magari qualche altro insegnante, si affrettò a richiudere la bocca, che gli era scesa di qualche decina di centimetri. Dalla porta entrò con passo sicuro una ragazza con in mano un paio di libri e uno zaino sulle spalle. Era molto carina: portava i capelli biondi ondulati raccolti in una coda che gli scendeva fino alla schiena, una maglia colorata con ricamato sopra un piccolo cuore e una collanina al collo. La ragazza si voltò verso la classe, sorrise e si diresse verso la cattedra, dove la Gracchia si stava velocemente riprendendo dalla sorpresa. Per un momento, solo per un momento, a Julian sembrò che il suo sguardo si fosse soffermato su di lui per qualche attimo di più.

<>

La Gracchia le rivolse uno sguardo irritato. <>

La ragazza sorrise ancora. <>

<>

Leah Sunbright le consegnò una piccola busta di carta, con al centro un timbro rosso dall'aria ufficiale. La Gracchia la aprì e, tenendola stretta fra le dita con una presa eccezionale, iniziò a leggerla. I suoi piccoli occhi si muovevano freneticamente dietro gli occhiali, con una rapidità sorprendente. Quando ebbe finito e l'ebbe posta sulla cattedra seguì un silenzio tombale. Julian, come sicuramente tutti gli altri, si aspettava che la Gracchia avrebbe stracciato la lettera da un momento all'altro e avrebbe “gentilmente” accompagnato Leah fuori dalla classe, oppure che l'avrebbe semplicemente defenestrata. Invece sospirò e le puntò il dito contro.

<> disse <>

Leah Sunbright annuì e si andò a sedere in fondo vicino a Stan, che era ancora in piedi ma non era più pallido, anzi: la somiglianza con un pomodoro si stava facendo sempre più marcata. Leah lo salutò e lui grugnì una risposta. Tutti gli altri maschi presenti in aula, che l'avevano seguita con lo sguardo per tutto il tragitto come degli assetati nel deserto guarderebbero un'oasi, lanciarono a Stan qualche occhiata invidiosa. Jessie invece si limitò ad alzare gli occhi al cielo.

<> annunciò la Gracchia, con il tono svogliato di chi sta facendo qualcosa di tremendamente noioso <>

Stan, ancora un po' rintontito per Leah, si riscosse immediatamente.

<>

<<”Vietata”, professoressa>>. Tutti ammutolirono e si voltarono verso Leah. Anche la Gracchia sembrò per un attimo sbigottita. Evidentemente nessuno aveva mai osato intervenire in quel modo durante uno dei suoi famosi “silenzi”.

<>

<<”Vietata”, professoressa. Il significato di “preclusa” è “vietata”>> ripeté Leah <>

<> il tono della Gracchia era pericolosamente calmo <>

<>

<>

<>

La Gracchia sogghignò. <>

Leah non protestò, né sembrava in alcun modo arrabbiata. Invece, fissò dritto negli occhi la Gracchia. <>

Julian non poté fare a meno di ammirare la faccia tosta di Leah. Guardò Johnny, che mimò con le labbra: “Touché”. Persino Jessie si voltò a guardarla, sgranando gli occhi, ma Leah era concentrata unicamente sulla Gracchia. La professoressa inarcò un sopracciglio.

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<> rispose Leah, sorridendo. <>

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Tutta la classe si agitò, a disagio. Quella era la notizia che speravano di non sentire mai.

<> replicò Leah <>

La Gracchia strinse gli occhi. Non sorrideva più, adesso.

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<>

Gli occhi della Gracchia mandavano scintille. Ora che, forse per la prima volta, si trovava con le spalle al muro, non riusciva a trovare nulla da controbattere in suo favore.

<> sibilò <> Detto questo, afferrò il libro di letteratura inglese e lo aprì con uno scatto brusco. <>.

Si scoprì che la sorpresa di Grendar consisteva nella sua improvvisa trasformazione in supplente di scienze. E furono le due ore più belle che Julian avesse mai trascorso in quella classe. Grendar aveva portato un po' dei suoi vecchi gingilli: un antico apparecchio ad ingranaggi che sbuffava vapore da alcune piccole aperture circolari, una coppia di sfere che sprigionavano piccoli lampi di elettricità, ben dieci volatili di bronzo che riuscivano persino a svolazzare per qualche metro prima di schiantarsi al suolo e una pianticella che sembrava emettere una melodia quasi impercettibile. Tutti avevano provato a cavalcare quello che aveva tutta l'aria di essere un toro meccanico (c'era ancora qualcuno che si chiedeva come avesse fatto Grendar a portarlo all'interno di Hive senza farlo sapere a nessuno) ma dopo che Johnny fu sbalzato di sella e scaraventato in fondo all'aula ben pochi si avvicinarono ancora a Skippy, come lo chiamava il suo padrone. Il neo-insegnante spiegò loro ogni singola proprietà dei metalli che componevano le sue macchine, chiarì alcuni aspetti della vita delle piante e si lanciò in una fervente dimostrazione di come alcune creature mitologiche fossero in realtà derivanti da animali reali, trasfigurati dall'immaginazione degli uomini. Julian lanciò di tanto in tanto qualche occhiata a Leah, ma la vide sempre china sul suo foglio a scarabocchiare appunti (non senza un po' di delusione da parte di Stan). Con grande disappunto di tutti, proprio mentre Grendar stava iniziando a delineare qualche somiglianza fra le arpie, mostruose creature con viso di donna e corpo d'uccello e qualche persona di sua conoscenza che aveva incontrato assai recentemente (in quel momento parlò quasi sottovoce), il campanello annunciò la fine della sua prima lezione.

<> sorrise Grendar. <> detto questo, si avviò verso l'uscita appoggiandosi a mr. Walkie.

Johnny si alzò, stiracchiandosi. <>

Jessie, che si era alzata a sua volta, sbuffò: <>

<>

Julian rise. <> le chiese, assicurandosi che Leah avesse lasciato l'aula.

Jessie distolse lo sguardo. <>

<>

<> il suo tono conteneva una punta di irritazione.

<> Johnny li prese per le braccia e se li portò dietro a forza.

<> protestarono i due, dimenticando la loro conversazione. Johnny li lasciò andare a metà del corridoio e insieme si diressero verso il secondo piano. Si trovavano sulle scale quando una mano afferrò Julian da dietro e lo trasse a sé. Era Grendar, che gli sorrideva come sempre.

<>

<>

Grendar si lisciò la barba. <>

<> lo chiamò Johnny, impaziente.

<>

<>

<> Julian annuì <> così dicendo scoccò una rapida occhiata alla sua gamba.

<>

<> Grendar gli batté la mano sulla spalla, gli consegnò un piccolo ingranaggio arrugginito e se ne andò.

<> disse Julian agli altri due.

<> rispose Johnny e afferrò ancora il braccio di Jessie

<> tentò lei, ma Johnny la stava già trascinando con sé, ignorando le sue proteste.

Lo sgabuzzino di Grendar si trovava all'ultimo piano, il settimo, proprio sotto la cupola che illuminava anche il quarto. Era una piccola stanzetta polverosa, stipata di scope, strofinacci, attrezzi da lavoro e scaffali, dove giacevano ammucchiate decine di libri. Al centro della stanza c'era una sezione rialzata, dove si sarebbe dovuto trovare Skippy (al momento ancora ai piani inferiori). Ancora una volta, Julian si domandò come facessero decine di aggeggi meccanici tra cui un toro a stare in quel minuscolo ripostiglio, ma decise di non pensarci troppo.

<> commentò Julian fra sé e sé, togliendo un panino mezzo addentato da un tavolino e gettandolo nel cestino. Un refolo di vento colpì Julian sulla schiena, dandogli i brividi. Alzò la testa e notò una botola semiaperta nel soffitto, da cui proveniva la luce esterna. Probabilmente era per arieggiare la stanza. Julian aprì un cassetto ed estrasse una scatola di cartone il cui contenuto tintinnò appena fu sollevata. Dentro c'erano molti altri tipi di ingranaggi: alcuni grandi e con molti incastri per altri pezzi, altri piccoli e dentellati. Lasciò cadere l'ingranaggio di Skippy nella scatola e la rimise a posto nel cassetto, chiudendolo con la piccola chiave che c'era nella sua serratura.

<> si disse, ma mentre si accingeva ad andarsene sbatté contro l'anta rimasta aperta di un armadio. Il contraccolpo fu tale che sbilanciò il mobile (era piuttosto vecchio), facendone cadere un contenitore concavo di vetro. Per fortuna non si ruppe, ma il suo contenuto si riversò a terra: decine di palline colorate ruzzolarono ovunque, infilandosi sotto i mobili, in buchi nel pavimento (sì, ce n'erano alcuni), perfino nelle scarpe di Julian. Imprecando a denti stretti, iniziò a raccoglierle, notando di come fossero simili a quei chewing gum che si possono trovare per pochi centesimi nelle macchinette fuori dai supermercati. Avevano un buon profumo, alcuni di frutti tropicali, altri di fiori e altri tipi di piante. Alla visione di quello che era quasi sicuramente cibo commestibile (per quanto le gomme da masticare possano essere definite cibo), lo stomaco di Julian gorgogliò. Certo, aveva mangiato la torta di sua madre poche ore prima, ma se c'era una cosa in cui Julian e Johnny si assomigliavano di più era la rapidità con cui il loro stomaco reclamava altre prelibatezze culinarie.

<> borbottò fra sé e sé. <>. Prese una pallina rossa, che profumava di mango e iniziò a masticarla. Aveva un sapore strano: non sapeva di mango, né di qualsiasi altro frutto Julian conoscesse. Piuttosto, aveva un gusto pungente, a metà fra il miele e la menta, dolce eppure amaro. Dapprima non successe niente. Poi, tutto ad un tratto, la gomma parve prendere vita: si allungò e si contorse nella bocca di uno sbigottito Julian che, non pensando più ma per puro istinto, cercò di sputarla.

<> ma la voce gli venne a mancare. Tossì e, con terrore crescente, tentò di estrarla a forza ma la gomma sembrava non volersi arrendere facilmente. Sgusciò fra le dita di Julian e si appiccicò al palato, adattandosi alla sua forma. Julian tentò ancora di afferrarla, ma quella si scaldò, quasi contenesse un fuoco invisibile. Il calore si propagò in fretta e parve penetrare direttamente dalla bocca al cervello di Julian. Ormai disperato, il ragazzo fece per chiamare aiuto, ma prima che se ne rendesse conto la vista gli si oscurò e perse il contatto con il mondo che lo circondava. Non era svenuto, no, percepiva ancora distintamente ogni singola parte del suo corpo. Non stava nemmeno sognando, perché ricordava chiaramente ogni singolo avvenimento di quel giorno, riuscendo a riordinarlo perfettamente, cosa che sapeva impossibile nei sogni. Era attivo e cosciente. L'unica parola che gli venne in mente per descrivere la sua situazione era “pausa”. Sì, si trovava in uno “stato di pausa”, il tutto per una gomma da masticare impazzita. Una bella storia da raccontare agli amici. Non vedeva nulla, solo oscurità, pervasa però da una strana nebbiolina argentea che fluttuava intorno a dove teoricamente si trovava il suo corpo. Sentiva ancora la gomma calda appiccicata al suo palato. Poi ci fu un lampo improvviso, talmente intenso che Julian si percepì chiudere gli occhi. Una luce bianchissima spazzò via il buio e si riversò ovunque, delineando davanti al ragazzo una vasta distesa d'erba, interrotta da qualche collina e percorsa da un piccolo fiume. Era come se un flusso impetuoso di immagini, sensazioni e odori avesse travolto la sua mente. Una figura si stagliava davanti a lui, ma appariva in ombra a causa della luce ancora troppo intensa.

<> pensò Julian, mentre vedeva quello che pareva essere proprio un giovane uomo sedersi su un tronco e voltarsi verso di lui.

<<È da molto tempo che non veniamo qui>> disse l'uomo. Sembrava stanco. La sua voce era flebile, quasi volesse risparmiare le forze.

<> si sentì rispondere Julian. Aveva parlato con un'altra voce, famigliare eppure remota, come se provenisse dal passato. Si sedette vicino all'uomo e fissò con lui il paesaggio. Davanti a loro si stagliava una grande valle lussureggiante, ombreggiata dal profilo di alte montagne aguzze imbiancate di neve. Il centro della valle era sfocato, come se fosse circondata da un velo di nebbia. L'uomo sospirò, esprimendo una profonda tristezza.

<> chiese Julian.

<> rispose l'uomo.

<>

<> lo interruppe l'uomo. La voce trapelava d'ansia e sembrava spaventato. <>

<> sbottò Julian, stringendo i pugni <>

<> replicò lui, con voce ora tremante. <>

<> rispose Julian con disprezzo <<è lui l'abominio. Sai le voci che circolano su di lui. Sai quello che ha fatto. Come puoi paragonarti a un simile mostro?>>

Rimasero in silenzio per qualche minuto, ascoltando il fruscio delle foglie accarezzate dal vento. Poi l'uomo parlò ancora. <> si interruppe, stringendo la presa sul tronco. Julian ancora non riusciva a distinguerlo in viso, cosa molto bizzarra, constatando che poteva ormai vedere benissimo l'ambiente circostante (tranne il centro della valle, ancora sfocato).

<>

L'uomo soffocò un singhiozzo. Anche se non lo vedeva, Julian capì che stava piangendo.

<>

<>

<>

<>

L'uomo sospirò ancora, lasciandosi cadere sul tronco e rimanendo a fissare il cielo.

<

L'ironia nella sua voce era evidente, ma c'era anche qualcos'altro. Azzardo? Incredulità? Speranza? Julian non seppe dirlo.

<> rispose. <>

<>

<> ammise Julian <>

L'uomo rise, una risata un po' forzata, ma che a Julian fece comunque piacere. Capì che per quell'uomo una sana risata doveva costituire un'insolita rarità.

Julian gli allungò un braccio, decisamente più lungo e muscoloso di quello che aveva di solito.

<>

L'uomo lo guardò e gli strinse la mano, asciugandosi gli occhi con l'altra.

<> disse. Il suo viso era ancora in ombra, ma Julian distinse la bocca: l'uomo stava sorridendo. Subito dopo Julian percepì in bocca una sensazione di freddo e, con sommo stupore, osservò il paesaggio sfumare in un vortice di nebbia. L'ultima cosa che vide prima che tutto tornasse nero fu il sorriso dell'uomo, colmo di gratitudine.

Si ritrovò nello sgabuzzino polveroso di Grendar. Era crollato in ginocchio e ansimava, la fronte imperlata di sudore. Le braccia tremavano. Si mise a sedere e iniziò a tastarsi le gambe, la faccia, il torace, quasi ad assicurarsi di essere sé stesso e non un'altra persona. Incredibile. Cos'era successo? Un miraggio? Era forse stato vittima di una gigantesca allucinazione? Si chiese ancora se quello fosse un sogno e se lui si trovasse in realtà ancora nel letto di casa sua, a trascorrere la notte precedente al suo ritorno a scuola. Poi un pensiero lo folgorò. Si tastò il palato, alla ricerca della gomma impazzita, ma non trovò nulla. Poi, sconcertato, sentì qualcosa nella mano, qualcosa di tondo, liscio e morbido. La gomma era lì, asciutta, integra e profumata come se Julian non l'avesse mai addentata. Resistette all'impulso di gettarla il più lontano possibile.

> Le voci di Johnny e Jessie lo riscossero dai suoi pensieri.

<> biascicò. Rimise la gomma nel suo contenitore e lo infilò nell'armadio. Poi se ne andò, senza voltarsi.



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