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lavoro pubblicato martedì 8 dicembre 2015
ultima lettura sabato 13 aprile 2019

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Coke (di Emilio Francini Naldi)

di kdtepof. Letto 536 volte. Dallo scaffale Fantasia

  COKE  Mary era alta e longilinea, di un color rosso-bruno che faceva risaltare l’accentuata e piacevole curva dei suoi fianchi, che si perdeva nelle spalle snelle e strette. Era solita portare un top rosso attorno al seno, con a...

COKE

Mary era alta e longilinea, di un color rosso-bruno che faceva risaltare l’accentuata e piacevole curva dei suoi fianchi, che si perdeva nelle spalle snelle e strette. Era solita portare un top rosso attorno al seno, con appariscenti e famose scritte bianche.

Era un tipo fresco e frizzante ma un po’ chiuso, e siccome era nata per essere aperta, sembrava promet­tere leggendarie delizie a chi prima o poi sarebbe riu­scito a farlo.

Ma anziché aspettare con ansia quel giorno come tutte le altre, lei lo temeva più di ogni altra cosa: sa­peva che sarebbe stata svuotata delle belle cose che si portava dentro, ma soprattutto sapeva che avrebbe perso George, il rosso tappo corona che la chiudeva e del quale era da sempre innamorata.

Mary era infatti una bottiglia di Coca Cola, e George provvedeva, ed aveva sempre provveduto con atten­zione ed efficacia, a tenerla chiusa e protetta.

Anche se appariva un po’ più basso e tarchiato, lui aveva una forza eccezionale: la sua maschia e po­tente stretta era un conforto per Mary, naturalmente fragile, che trovava un gran coraggio se pensava alla fibra dura e resistente dell’ amato.

Ma ambedue erano coscienti della sorte ria ed inevi­tabile che li aspettava: un giorno non lontano sa­reb­bero stati divisi da qualcuno più forte di quel loro sentimento e della stretta di lui, e sarebbero stati se­parati per sempre, senza la minima possibilità di ri­ve­dersi più.

Ma quello che era più tragico era il fatto che, se per Mary con tutta probabilità il futuro dopo la separa­zione avrebbe riservato un riciclaggio, con nuovi contenuti e nuovi tappi per George, piegato e detur­pato, sarebbe stata la fine.

‘Amiamoci e non pensiamo al futuro’ affermava spesso lui mentre si abbracciavano nella buia calma del deposito ‘viviamo questi momenti con gioia e con la massima intensità possibile, perchè questo pe­riodo non durerà a lungo!’

Infatti un giorno la luce irruppe violenta e rumorosa e Mary e George vennero sballottati senza delica­tezza fino al cassone di un camion frigorifero nel quale furono caricati.

Il viaggio fu lungo e freddo, alla fine il mezzo si fermò, nuova luce abbagliante, rumori di vetri sbat­tuti, di voci umane, di chiavistelli che si aprivano e di serrature che si chiudevano.

Infine il buio ed un ronzìo di luce elettrica.

‘Ma dove siamo finiti?’ domandò angosciata Mary.

‘Credo che siamo dentro un distributore automatico di bibite...’ rispose incerto George.

‘Santa caffeina!’ esclamò allora lei ‘Ormai ci siamo, amore mio! Sembrava che questo giorno non do­vesse mai arrivare, invece....’ si formavano piccole gocce di condensa sulla superficie di vetro, come la­crime di disperazione e nostalgia.

‘Era il nostro destino, Mary, e lo sapevamo’ la con­solò lui , ma forse parlava più a sé stesso ‘abbi fidu­cia, perché tu vivrai ancora, tu farai per tante altre volte questa strada, conoscerai altra bibita ed altri tappi, io in fondo non ti mancherò molto, perché ci sarà qualcuno al mio posto....’

‘Non dirlo neanche!’ esclamò lei esasperata ‘Sai bene che non amerò mai nessun altro, perché non mi potrò mai dimenticare di te, il mio primo tappo, per­chè tu mi hai conosciuta e mi sei stato accanto da quando sono nata! Non sono cose che si possono cancellare. Spero di essere gettata via dopo l’uso, e di rompermi cadendo a terra!’ urlò tra i singhiozzi.

‘Non rovinare questi momenti, Mary, perchè da un attimo all’altro potremmo essere risucchiati nel ca­nale di distribuzione, calmiamoci e gustiamo questi ultimi attimi, fingiamo di essere ancora nella calda oscurità del deposito.....’

Ma il click delle monete che cadevano nell’apposita fessura gli fece capire che il momento era arrivato: la caduta fu violenta e veloce, poi Mary fu impu­gnata con violenza e il suo collo liscio e candido fu introdotto nel cavatappi di duro metallo, lei sentì che le forti fibre di George cedevano e che, nonostante l’ultimo, disperato sforzo, lui veniva separato da lei:

‘Amore!’ chiamò pazza di dolore.

‘Addio Mary! Non mi dimenticare....’ ma la voce di lui era sempre più lontana.

Non si ruppe cadendo, ma fu gettata dentro al rac­coglitore dei vuoti e non riportò che qualche pic­colo graffio, poi fu di nuovo trasportata su camion alla casa madre, le fu fatto un buon bagno caldo, fu tolto e sostituito il vecchio top ormai sgualcito e strappato e fu rinnovato il contenuto cosicchè riac­quistasse il suo affascinante colorito rossobruno, quindi fu posi­zionato un nuovo tappo corona.

Poi cominciarono i giorni dell’attesa, del deposito, poi di nuovo il viaggio allucinante, una volta nella macchina distributrice automatica, una volta sugli scaffali di un supermercato, una volta nella fredda vetrina di un frigobar.

Mary accumulava esperienza e viaggi, vedeva posti lontanissimi, mari, monti, terre piene di foreste o di ghiacci, case di uomini dai differenti colori di pelle: bianchi, gialli, talvolta scuri come lei, e si sentiva ormai una veterana, non ricordando nemmeno più il numero di volte che era stata ripulita, rivestita, e ri­messa in circolazione.

Ogni volta un tappo nuovo, un nuovo individuo con il quale percorrere il viaggio, un qualcuno che cono­sceva il destino che l’attendeva, e che di solito pas­sava il tempo a disperarsi sulla propria malasorte.

Lei non riusciva a legare neanche un pò con loro: erano tappi nuovi, tutti giovani e tutti privi di espe­rienza, tanto lontani dalla romantica profondità di George, il suo primo tappo, e dal sereno distacco che lui manifestava, pur nella consapevolezza del futuro: ricordava con struggimento quanta sicurezza gli desse tutto questo, e sapeva ogni giorno di più che non lo avrebbe mai dimenticato.

Ma ormai il tempo passato si faceva tanto, e la me­moriadi lui andava affievolendosi in una sensa­zione di tristezza lieve e di bel ricordo anche se tal­volta, nei momenti più intensi, grosse gocce di con­densa scorrevano su di lei.

Andava avanti così, senza curarsi molto del mondo che la circondava, aspettando solo di vedere quale e quando sarebbe stato l’ultimo viaggio.

George si sentiva spezzato in due, ed il dolore era terribile, ma era felice di esser riuscito a non urlare di fronte a Mary, a non gravarla anche della sua an­goscia.

Era stato gettato via con distrazione, dopo esser stato stappato, e anziché cadere nel cestino dei rifiuti era andato a finire sul pavimento, in un angolo lontano.

Restò lì dimenticato qualche giorno, i dolori si affie­volirono, ma la tristezza nel vedersi così deturpato e soprattutto la mancanza di Mary erano quasi insop­portabili.

Un mattino, infine, fu raccolto, messo in una tasca e trasportato lontano da lì; si ritrovò su di un tavolo da lavoro, e qualcuno lo prese e con colpi sapiente­mente assestati di martello ed altri strumenti, lo ri­portò alla forma originaria, o quasi.

L’intervento fu doloroso ma George lo sopportò stoicamente perché faceva rinascere dentro di lui la speranza che non fosse poi tutto finito, e la sensa­zione che qualcosa di nuovo si stesse preparando.

Presentava delle profonde screpolature sulla vernice rossa una volta lucida e splendente e qualche residua piegatura ma in complesso, dopo due o tre giorni di convalescenza, si sentì bene come da tempo non ri­cordava.

E fu allora che cominciarono gli allenamenti, e fu davvero dura!

Infatti colui che lo aveva raccolto era un giocatore professionista di ‘tappini’, quel gioco nel quale si simula che ogni tappo sia un corridore ciclista, e le gare consistono nel farli procedere con colpetti delle dita lungo piste tracciate col gesso sull’a­sfalto delle strade.

George capì subito che si stava svolgendo una sorta di eliminatorie tra lui e gli altri tappi quando vide che alcuni di loro, quelli ancora piegati o quelli che non riuscivano per una ragione o per l’altra a ri­manere entro le linee che delimitavano il percorso, scompa­rivano misteriosamente.

Quando venne il suo turno cercò con tutte le sue forse di assecondare le spinte che gli venivano asse­state, di rimediare ruotando su sé stesso agli errori del giocatore o di ostacolare il percorso degli altri concorrenti.

Arrivò primo, battendo un tappo di Perrier ed uno di Aranciata Amara, che subirono una brutta fine:

‘Ma ne va della loro vita o della mia..’ si diceva George per soffocare il rimorso che affiorava, e pen­sava a Mary ed alla sua gassata dolcezza.

Dopo un periodo di eliminatorie che gli sembrò lun­ghissimo, fu selezionato insieme ad altri nove suoi simili per le gare vere e proprie, e veniva man­tenuto in un sacchetto di panno con gli altri, mentre cominciavano i viaggi e le prime gare.

L’allenatore conosceva il suo mestiere, ed era diffi­cile che perdesse una corsa; George poi trovava sempre il modo di assecondare i colpi, di non op­porsi ma di aiutare, di scivolare e di evitare le aspe­rità più pericolose.

Considerava quella attività come un espediente per non finire, per non esser gettato via, o fuso insieme ad altri metalli, perchè sapeva che solo mantenendo una propria individualità insieme alla possibilità di girare il mondo, avrebbe avuto la possibilità di rive­dere la sua Mary.

Mentre riposava nell’oscurità del sacchetto ripen­sava sempre a lei e ne parlava coi compagni, an­ch’essi portatori di storie e di esperienze le più varie e strane, anch’essi storti, graffiati, stanchi, ma felici di esistere ancora.

George aveva la sensazione che ad ogni corsa vinta la posta si alzasse, e che l’importanza della gara suc­cessiva sarebbe stata maggiore: lo capiva dalla quantità di gente che era presente intorno al campo di gara, dalla qualità del fondo stradale che sià fa­ceva via via più liscio e curato, e dall’abilità dei suoi ri­vali, che diventavano sempre più forti ed agguer­riti.

Un giorno perse la gara contro un tappo liscio, uno con la vernice ancora perfetta, che scivolava via si­curo e diritto senza problemi, ma mentre già si di­spe­rava e temeva la fine la giuria squalificò il suo ri­vale perchè i tappi nuovi non potevano concorrere: fu un vero sollievo per lui e per il suo allenatore, perché quella era la gara di semifinale del ‘Campionato del Mondo di Tappini’ che si sarebbe svolto al Giants Stadium di New York il mese suc­cessivo, e lui era riuscito a qualificarsi.

L’attesa fu snervante e faticosa: George capiva che se avesse vinto, se fosse diventato il tappo più veloce del mondo, contutta probabilità non sarebbe mai più stato distrutto, e se non fosse stato distrutto avrebbe avuto più possibilità di rivedere Mary, ma la paura di non farcela era grande, e la tensione quasi insoste­nibile, perchè era ormai il tappino preferito dell’alle­natore, e tutte le responsabilità sarebbero ri­cadute su di lui.

Dopo una serie interminabile di giornate d’allena­mento e di notti insonni, dopo che un pomeriggio fu estratto dal sacchetto, pulito, lisciato e lucidato, fece il suo ingresso nello stadio accolto dalla luce abba­gliante dei riflettori e dal fragore della folla ansiosa.

Fu deposto sul liscissimo campo di gara accanto agli avversari più forti che avesse mai visto, tappi di ogni marca che recavano addosso i segni di mille batta­glie, quei graffi e quelle ammaccature che venivano esibiti come medaglie; la tensione tra di loro era al­tissima, perché ognuno sapeva di giocarsi le uniche possibilità di sopravvivenza in quell’unica gara, ognuno di essi aveva sicuramente sotto al rivesti­mento di plastica una storia da raccontare, un amore infelice, qualcuno che non c’era più e che c’era stato, o semplicemente una speranza d’esistenza mi­gliore, dentro un cassetto con alti tappini, lontano dallo stress dello sport e della competizione, a go­dere di una vecchiaia riposante e meritata.

L’avvio della gara fu improvviso, e come sempre capitava in questi casi George fu preso alla sprovvi­sta e non riuscì a sintonizzarsi con l’allenatore alla velocità che avrebbe voluto; inoltre dopo i primi tiri, in una situazione che lo vedeva un po’ indietro, nel gruppo degli inseguitori, per intenderci, percepì nella mano di lui, che lo colpiva per un tocco facile, retti­lineo, privo di problemi, incertezza ed insicu­rezza.

Capì allora che se voleva davvero vincere avrebbe dovuto tirare fuori tutte le risorse da sé stesso, tra­smettendo così coraggio e sicurezza all’allenatore in difficoltà, ma era molto difficile farlo in quel mo­mento ed in quella situazione: guardò allora in alto verso le tribune, verso il pubblico urlante e vide il cartellone pubblicitario e la foto di una bottiglia in tutto uguale alla sua Mary, e quel pensiero e quel ricordo diven­tarono la sua forza.

Al colpo successivo, si era in prossimità di una delle curve finali, cercò di piegarsi da un lato in modo da rotolare anzichè strisciare, e quindi percorrere la curva risparmiando tempo e guadagnando un tiro sugli avversari: riuscì con immenso sforzo ad incli­narsi, ma sembrava che non fosse sufficientemente forte per farlo, poi percepì le piegature della co­rona che cominciavano a prender contatto con l’a­sfalto, e l’orizzonte iniziò a capolvolgersi perché stava gi­rando su sé stesso come una ruota.

Non poteva distinguere, in quei momenti, l’esatta di­rezione che stava percorrendo, perciò si doveva fi­dare della prima spinta che aveva dato e che doveva essere necessariamente precisa e senza errori, per evitargli un fuori pista che gli sarebbe costato la gara, il titolo, la vita futura.

Gli sembrò di ricadere troppo presto, ma appena fu di nuovo in posizione naturale si guardò intorno ed era in testa: aveva percorso tutta l’ultima curva come animato da un moto proprio, aveva fatto ciò che nes­sun tappino era mai riuscito a fare: aveva deciso il suo tragitto autonomamente, ed aveva percorso la sua strada fino in fondo.

L’allenatore era fuori di sé dalla gioia e dall’orgoglio per un tiro simile, mentre tutti si complimenta­vano con lui, ma anch’egli sapeva che il merito era tutto di George.

Questi guardò davanti a sè, e vide solo il rettilineo in fondo al quale si trovava lo stiscione con scritto ‘arrivo’, allora capì che nessuno poteva più batterlo: era diventato campione del mondo.

L’allenatore era in piedi sul podio, riceveva premi e medaglie e teneva in una mano George, il suo al­lievo vincente: baciò il tappino e lo sollevò in alto perché ricevesse l’ovazione della folla, ed in quel momento qualcuno gli passò una bottiglia stappata di Coca Cola perché si dissetasse, e lui alzò in alto anche quella, nel gesto di trionfo, cosicché George se la trovò davanti e la vide, e lei vide lui, e lei era....

‘Mary!!!’ urlò George con quanto fiato gli restava.

‘George! Amore mio! Esisti ancora! Santa Caffeina ti ringrazio per averti fatto tornare! George, ma sei tu davvero? Come può essere?’

‘E’ stata tanto lunga e tanto difficile, amore, ma ce l’ho fatta! Ho fatto tutto questo nella speranza di ri­ve­derti, un giorno, ho pensato a te in ogni momento, in ogni istante di fatica o di gioia, e ce l’ho fatta! Ma tu come stai, che hai fatto in tutto questo tempo?’

‘Ho pensato sempre a te, amore, durante tutti i viaggi e tutti i riciclaggi che ho subìto, perché tu sei e sarai sempre l’unico tappo della mia vita!’

‘Come sei bella, Mary! Non sei cambiata per niente, sembri appena uscita dalla fabbrica!’

‘Che sciocco che sei! Non vedi come sono piena di graffi, ed ho anche una brutta scheggiatura sul collo! No, George, non sono decisamente più come un tempo...’rispose lei arrossendo.

‘Non dobbiamo lasciarci mai più, non voglio più perderti!’

‘Ma come faremo? Appena io sarò vuota verrò get­tata via.....questa è davvero l’ultima volta, amore, ma godiamoci il momento, come facevamo un tempo nel deposito...’

‘Dobbiamo riuscire a salvarci insieme, ci riusciremo, vedrai....Io ho fatto qualcosa per quest’uomo, e lui l’ha capito: vedrai che non ci abbandonerà...’

Intanto l’allenatore era entrato in un’auto che ora correva forte lungo la strada, lui ogni tanto sorseg­giava un po’ di Coca dal collo di Mary e sorrideva tra sé.

Dopo qualche tempo l’auto si fermò, l’uomo scese ed entrò dentro la sua casa, ed una donna gli corse incontro:

‘Ho vinto!’ esclamò lui, e i due si abbracciarono, e mentre lui la stringeva tra le braccia, avvicinando le mani dietro la schiena di lei, anche Mary e George si avvicinarono e per la prima volta dopo tanto tempo si toccarono.

‘Ho vinto con un tiro incredibile,’ disse poi l’allena­tore ‘sembrava che questo tappino viaggiasse da solo, che potesse decidere dove andare. E’ stata un’emozione che non dimenticherò, perché il tappo pareva veramente che avesse un’anima dentro, che volesse anche lui vincere. E’ una cosa che non mi era accaduta mai, con tutte le gare che ho fatto!’

La donna mormorò qualcosa di dolce e lo baciò an­cora, allora lui continuò:

‘Voglio conservare questo tappino per sempre, per­ché una gran parte del merito di questo titolo mon­diale è anche sua! Lo voglio tenere qui sul cami­netto, nel posto più in vista della casa, perché ogni giorno possa guardarlo e ricordare....’

E appoggiò George sulla traversa di legno del ca­mino, e George pensò ed urlò:

‘Mary, non voglio perderti! Mary....’

Ma l’allenatore disse ancora:

‘Così però non si vede bene, rischia di essere per­duto o gettato via per sbaglio, ci vorrebbe un sup­porto, un qualcosa che gli facesse da piedistallo....’

‘E cosa meglio di quella bottiglia di Coca Cola vuota che stringi ancora nella mano?’ gli chiese la donna.

‘E’ vero! Non ci avevo pensato! Del resto è fatta ap­posta!’ disse allora lui, prese in mano George e deli­catamente ma vigorosamente lo incastrò sul collo di Mary, poi posò la bottiglia ben tappata al posto d’o­nore che le era stato assegnato affermando:

‘Voglio che stiano sempre qui!’

E così è stato: ancora oggi, se entrate in quella casa, li potete trovare lì, sulla traversa del caminetto che si sussurrano dolci parole d’amore.

Certo Mary non è più così bella e colorata come un tempo, è un pò imbiancata ed ha il top abbastanza sgualcito, e George è davvero seriamente provato dalla vita che ha condotto ma sono felici, ci se ne ac­corge al solo guardarli, felici perché ce l’hanno fatta, alla fine.

E felici vivono, e contenti.



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