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lavoro pubblicato giovedì 3 dicembre 2015
ultima lettura mercoledì 15 maggio 2019

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NATURA SELVAGGIA: CAPITOLO III

di Giovanni95. Letto 500 volte. Dallo scaffale Fantasia

"La disperazione si impossessò del titano che aveva lottato fino alla fine. Avrebbe voluto fermare tutto questo, morire in battaglia dando un valore a quel nome che sta per scomparire negli archivi di un grigio edificio ma si trovava lì..."..

La porta si aprì con un cigolio assordante. Un gigantesco omone, alto molto più del prigioniero, lo aspettava dall'altra parte. La guardia era calva e le mancava un occhio con una profonda cicatrice che gli sfigurava la parte destra del volto. L'occhio sinistro era fisso su di lui per analizzare ogni singolo movimento. Il suo compito era essere pronto a cogliere il minimo accenno di ribellione e spegnerlo con la sua enorme forza all'istante.
“Non ancora.” Pensò Garmr odiandosi per averlo fatto, ma non avrebbe avuto alcuna possibilità contro quel gigante senza avere armi con cui attaccare. Doveva aspettare un'occasione più favorevole, doveva prima trovare qualcosa con cui difendersi e dopo si sarebbe occupato anche di lui.
- Le mani. - Grugnì la guardia con la sua voce roca e Garmr obbedì. Sentì il freddo metallo richiudersi sui suoi polsi con un click e vide il gigante assicurarsi che non fosse in grado di liberarsene. Quando ne fu certo l'espressione seria del suo volto cambiò mostrando una certa soddisfazione. Rivolse nuovamente lo sguardo al prigioniero e disse: - Muoviti, cane! - quindi con un forte strattone se lo portò davanti e così i due cominciarono a camminare tra i grigi corridoi dell'edificio. Sorpassarono molte porte di metallo identiche a quella dalla quale era appena stato liberato. Dietro i traditori dal mondo esterno erano sorvegliati da altre gigantesche guardie pronte ad uccidere. Queste scrutano con indifferenza il passaggio del cane bastonato seguito dal padrone. Ogni tanto l'omone accennava un movimento del capo per salutare i suoi compagni di ronda. Garmr ne riconobbe un paio, la sua generazione aveva prodotto molti killer efficienti a detta dei suoi superiori. Man mano che avanzavano Garmr pensò a come il mondo pian piano si stava adeguando a quella situazione e la Natura stessa, per facilitare le cose, creava individui pronti a nascerci e viverci.
La mano fremeva, il battito accelerava, l'adrenalina continuava a crescere in lui, passo dopo passo l'impulso di attaccare diventava sempre più forte. Tuttavia la ragione continuava silenziosa a gridare: “Non ancora.”. Avrebbe dovuto aspettare ancora, il momento in cui finalmente avrebbe potuto liberare il proprio istinto per soddisfare la propria sete di vendetta. La sua ribellione sarebbe durata il tempo di un fulmine se avesse commesso un passo troppo avventato. Scale e altri corridoi si alternarono indistinti. Presto le celle si esaurirono e lasciarono il posto agli uffici dei superiori e a delle piccole stanze bianche che sembravano essere quelle di un ospedale per come erano arredate.
Raggiunsero la loro meta non molto tempo dopo. La guardia attirò la sua attenzione con un verso quindi con un cenno del capo indicò una porta sulla quale era appoggiato un uomo. L'individuo era alto, esile, indossava giacca con un paio di pantaloni scuri e sotto una camicia bianca. Sembrava essere un semplice impiegato, ideale a subire la violenza repressa nel corpo di un ribelle. I capelli erano anch'essi neri e lisci, il volto pallido e definito. Gli occhi erano di un azzurro intenso quasi fossero fatti di puro ghiaccio. Garmr ebbe l'impressione di essere scrutato nel suo profondo. Fu proprio in quell'istante che un sorriso raggelante comparse suo sul volto. Era il sorriso di colui che comprende il proprio avversario e lo osserva mentre affonda nel suo agire sconsiderato.
- Prego, lasci pure il suo protetto in questa stanza me ne occuperò io, non si preoccupi. - Parlò l'uomo con la stessa voce che era venuto a trovarlo in cella tempo prima.
- Questo detenuto è molto pericoloso, siete sicuro di non volere alcuna scorta signore? - Disse la guardia simulando un pizzico di apprensione per il proprio superiore.
- Le ho detto detto di non preoccuparsi, signor Kerbs. Deve sapere che non mi piace ripetere ciò che dico, quindi torni al suo posto e le assicuro che non le capiterà nulla. - E mentre pronunciò queste parole il suo sguardo si staccò dal cane in catene per incrociare gli occhi della sciocca guardia che aveva osato interromperlo. Ella aprì la bocca pronta a scusarsi ma l'uomo la fece tacere con uno sguardo ancora più intenso del precedente. Impallidendo al suo cospetto il signor Kerbs richiuse immediatamente le proprie labbra. Sul volto comparirono piccole gocce di sudore e lasciò lentamente la ferrea presa che aveva sul prigioniero. Il suo fiato si era fatto pesante. Si voltò e con passo svelto, quasi fosse in fuga da un orrendo mostro, tornò a presidiare la camera oramai vuota.
Una volta che la guardia scomparve dalla loro visuale l'uomo senza nome aprì la porta rivelandone un piccolo stanzino uguale alle altre camere che aveva intravisto nel viaggio con la guardia. Il bianco delle pareti lo accecò dopo tanta oscurità e tanto grigiore. Poco dopo riuscì a mettere a fuoco la stanza, al centro vi erano un lettino con delle spesse cinghie di cuoio e una strana macchina. Le pareti erano spoglie, solo due piccole finestre decoravano il tutto lasciando intravedere la natura al di fuori dell'incubo.
- La prego di spogliarsi e di sdraiarsi su quel lettino quanto prima. Non abbiamo fretta ma è sempre meglio non perdere tempo prezioso per il nostro imperatore. - Disse la voce ancora una volta mostrando una tranquillità che poco si adattava al contesto e gli tolse le manette dai polsi.
“Adesso!” Pensò e con un gesto fulmineo lasciò partire un pugno carico di tutte le sue sofferenze, di tutte le sue speranze, di tutto ciò che era. L'unica certezza per lui stava nel fatto che da quell'inferno sarebbe uscito, vivo o morto, in quel momento, in quel disperato gesto di rivolta non importava, voleva solo non diventare una cavia, non aiutare l'impero a trionfare, fermare almeno per una volta l'organizzazione CAOS e far valere la propria volontà in un mondo che lo aveva sempre sopraffatto.
Il pugno impattò, le ossa si ruppero, il sangue scorreva ma non dal volto dell'uomo in giacca.
Un urlo straziante si sparse per tutto l'edificio mentre Garmr si stringeva la mano al petto. Le ossa erano rotte e il suo sangue usciva dalle nocche sbucciate. L'altro, invece, non si era mosso di un passo, non aveva emesso nessun grido, nessuno sbuffo, era rimasto freddo come lo era sempre stato. La sua mano massaggiava lentamente la guancia dove il diretto si era infranto e un sorriso gli comparve in volto.
- È tutto inutile, signor Garmr. Crede veramente che non avessi intuito le sue intenzioni? Non volevo che le altre guardie sapessero delle mie... ehm... capacità. Comprende? Certi segreti dovrebbero rimanere tali. - furono le prime parole dello scheletro glaciale.
- Chi è... No, no... Cosa è lei? - gli fece eco Garmr col poco fiato che gli restava nei polmoni.
-Cosa sono io, mi chiede? In verità è un'informazione segreta che non mi è concesso divulgare. In ogni caso se vuole darmi un nome può chiamami Bergelmir. Per il resto le basterà sapere che sono a comando del settore in cui è stato trasferito dal giorno in cui ci ha traditi. Ora si spogli la prego, non ho intenzione di farle del male. Risponderò alle altre domande che vorrà pormi solo dopo che i miei colleghi l'avranno sistemata sul lettino.
La disperazione si impossessò del titano che aveva lottato fino alla fine. Avrebbe voluto fermare tutto questo, morire in battaglia dando un valore a quel nome che sta per scomparire negli archivi di un grigio edificio ma si trovava lì sanguinante e impotente al cospetto di un dio.
- Morirò? - fu l'unico pensiero di Garmr dopo il misfatto.
Lo sguardo gelido di Bergelmir fu l'unica risposta che ricevette. Si spogliò mentre tre dottori in camice entrarono nella camera e nudo lo legarono con cinghie di cuoio al lettino. Essi prepararono diverse flebo che collegavano alle vene di Garmr. Tutto avvenne sotto la supervisione di Bergelmir che freddo, muto osservava compiaciuto il lavoro svolto dai suoi uomini. Tutti si muovevano veloci, temendo l'uomo glaciale e adesso Garmr ne capiva il motivo.
- Non si preoccupi della morte, si preoccupi della vita che la attenderà quando tutto questo sarà finito. -


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