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lavoro pubblicato mercoledì 2 dicembre 2015
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Stazione Metropolitana

di ChiaraG. Letto 681 volte. Dallo scaffale Fantasia

La prima cosa che Zweig percepì quando rinvenne fu il pavimento gelido a contatto con la sua schiena. Subito dopo udì un rumore assordante, aprì gli occhi e vide un treno giallo sferragliare veloce vicino a lui. Mettendosi a sedere...

La prima cosa che Zweig percepì quando rinvenne fu il pavimento gelido a contatto con la sua schiena. Subito dopo udì un rumore assordante, aprì gli occhi e vide un treno giallo sferragliare veloce vicino a lui. Mettendosi a sedere realizzò di essere nudo e poco dopo, alzando lo sguardo, vide che si trovava in una stazione metropolitana. Si alzò in piedi ma essendo i suoi arti addormentati perse subito l’equilibrio e cadde a terra. Guardò il tabellone che segnava i minuti mancanti al prossimo treno: erano tre. Zweig provò di nuovo ad alzarsi, questa volta con più calma, e finalmente riuscì a mettersi in piedi.

La stazione era deserta e silenziosa ma questo non lo turbava più di tanto, e neanche il fatto di essere nudo. Zweig era confuso perché non aveva la minima idea di come fosse arrivato in quel luogo nè alcuna memoria di dove fosse stato prima. Ricordava solo il suo nome e un nauseante odore di incenso. Lentamente , si guardò intorno; la stazione era pulita e profumata, Il muro era completamente ricoperto da cartelloni pubblicitari raffiguranti una vecchia su sfondo giallo con un turbante rosso in testa, seduta davanti a un tavolo rotondo su cui erano disposti ordinatamente dei tarocchi. Il viso della vecchia gli risultava familiare ma pur sforzandosi Zweig non riusciva a ricordare dove aveva già visto quella faccia grinzosa, quegli occhi magnetici e quel sorriso enigmatico che pareva quasi farsi beffe di lui. Dalla parta opposta c’erano i binari e un muro bianchissimo con al centro un televisore su cui veniva ripetuta sempre la stessa pubblicità: La vecchia col turbante, davanti al tavolo rotondo, intenta a leggere i tarocchi a un uomo girato di spalle; così che Zweig non poteva vederne il volto. Anche lui aveva un aria molto familiare.

Zweig si avviò verso l’unico punto della parete non ricoperta da cartelloni pubblicitari dove , in una sottile teca di vetro, c’era la cartina della linea metropolitana. Rappresentava una rete fitta e intricata di linee e a quanto pareva non c’erano fermate. Zweig cercò il familiare punto rosso che avrebbe dovuto indicare la sua posizione ma non lo trovò. Dopo aver fissato la cartina per qualche minuto in stato di confusione decise che era assolutamente inutile e cercò l’uscita. Inizialmente non vide niente che vi somigliasse anche solo lontanamente, finché non notò una porta, costituita da una sottile lastra di metallo, appena più bassa di lui, che distinse solo grazie a una minuscola maniglia; infatti la porta era interamente ricoperta da un cartellone pubblicitario. La aprì e vide delle scale strette e ripide e non sapendo cos’altro fare iniziò a salirle. Sembrava che non avessero mai una fine, salivano e salivano, ogni tanto dritte, ogni tanto a chiocciola, ogni tanto a zig zag. Dopo un tempo che gli parve infinito Zweig finalmente intravide uno spicchio di luce e accelerò il passo. Arrivato in cima si trovò su una piattaforma lunga e stretta e molto più in alto rispetto a lui c’era una grande porta socchiusa, per aprirla del tutto fu costretto a salire sulle punte dei piedi e distendere al massimo le braccia. La porta era pesante ma dopo che l’ebbe leggermente smossa si aprì quasi da sola. Fu invaso da un immensa ondata di luce bianca e Zweig alzò il braccio e socchiuse gli occhi per schermirsi da quell’attacco. Improvvisamente percepì qualcosa di enorme frapporsi fra lui e la luce, alzò lo sguardo e vide troneggiare sopra di lui, sulla soglia della porta, una figura gigantesca. Era un uomo alto e imponente, indossava degli anfibi e un lungo giaccone marrone che gli arrivava fino alle ginocchia. La testa era un cespuglio di ispidi capelli neri, lunghi fino alle spalle, e il volto era incorniciato da una folta barba. Dopo aver percorso l’intera figura del gigante Zweig si soffermò sui suoi occhi, e ne fu terrorizzato. Le pupille erano nere e inespressive. Zweig non riuscì a reggere lo sguardo e fissò il pavimento,che era quasi interamente occupato dall’ombra del gigante: non c’era scampo dalla sua presenza.

“Da dove vieni? Chi sei? Dove stai andando?” Tuonò la grande figura. Zweig , pur sforzandosi di dar voce alla sua confusione non riuscì a proferire parola, ma quando la domanda fu ripetuta una seconda volta con talmente tanto vigore da far tremare ogni cosa, la paura prevalse su tutto e Zweig riuscì a rispondere : “ Non so da dove vengo, Mi chiamo Zweig, voglio uscire dalla stazione metropolitana”. Il gigante emise un solenne sbuffo, poi per la seconda volta. Parlò : “ Tu sei un problema piccolo uomo, o meglio la tua condizione lo è. Non puoi uscire dalla stazione se non sai come ci sei arrivato.” “ Non puoi forse aiutarmi tu?” lo supplicò Zweig con un briciolo di speranza, osando persino alzare lo sguardo. Tuttavia si pentì subito di aver formulato quella richiesta perché vide che il gigante, dopo aver sbuffato per la seconda volta, se solo ne avesse avuto il potere, e non era poi tanto sicuro che non fosse così, lo avrebbe incenerito con lo sguardo. “ Io non aiuto nessuno” Tuonò parlando per la terza volta “torna quando avrai risposte più soddisfacenti”. Dette queste parole stette per chiudere la porta ma Zweig lo fermò mettendosi in ginocchio e implorando a mani giunte con voce disperata : “ Ti prego, ti prego. Non è colpa mia se non ricordo, e non posso capire senza il tuo aiuto, ti prego”. Il gigante sbuffò una terza volta, tirò fuori da una tasca del giaccone un giornale arrotolato e lo lanciò contro Zweig colpendolo in testa, poi, con un colpo secco chiuse la porta e il piccolo uomo fu inghiottito dal buio.

Poiché solo alla luce della stazione Zweig avrebbe potuto guardare il giornale, riprese a scendere rassegnato tutti i gradini. La discesa sembrò durare ancora più a lungo della salita, e il momento in cui egli avrebbe finalmente potuto studiare l’indizio che gli era stato malamente lanciato per grazia del gigante sembrava non arrivare mai. Dopo quelle che parvero ore Zweig sbatté contro una sottile lastra di metallo; alla cieca cercò la maniglia, aprì la porta e si ritrovò finalmente nella stazione, ma tutte le sue speranze furono infrante all’istante perché questa era immersa nella più totale oscurità. Da un rumore assordante di ruote che scorrevano sui binari e motori in azione, che sembrava riempire tutta la stazione, Zweig capì che in quel momento stava passando un altro treno. Quando il treno concluse il suo tragitto nella stazione, Zweig poté di nuovo vedere lo schermo televisivo al muro, l’unico elemento visibile nel buio. Guardò attentamente la vecchia col turbante e a un certo punto gli parve che la vecchia fissasse proprio lui, come se fosse reale e non solo un immagine dietro uno schermo televisivo. Al contatto diretto con quegli occhi nella sua mente qualcosa scattò e contemporaneamente si riaccesero tutte le luci della stazione. Finalmente Zweig riuscì a vedere cosa c’era scritto sul giornale. Ciò che vide sulla prima pagina lo lasciò atterrito; questa era quasi interamente occupata da una sua foto in bianco e nero e sopra la foto il titolo recitava :

Omicidio in piazza a Retini, ennesima sparatoria finisce in tragedia

Zweig Saemann , studente vent’enne, è stato colpito per sbaglio da un proiettile, sparato dalla polizia in uno scontro armato con una banda locale.

Zweig osservò attentamente e a lungo la foto, senza alcun dubbio si trattava del suo volto ma faticava a riconoscersi nell’espressione pacata e gentile di quel ragazzo, e nemmeno si riconosceva nell’assoluta immobilità dell’immagine.

E così era morto, pensò, e si sorprese di non esserne troppo stupito. Ora che ne era venuto a conoscenza infatti era come se lo avesse saputo fin dal momento in cui si era svegliato.

L’uomo di spalle, a cui parlava la vecchia chiromante sullo schermo, si girò, e Zweig per la seconda volta si riconobbe in un volto che gli sembrava estraneo. Di colpo una serie di immagini, suoni e odori si fecero strada nella sua mente, accumulandosi e riordinandosi in un ricordo coerente e Zweig capì ogni cosa, potendo finalmente fare affidamento sui suoi ricordi.

Un settimana prima, avendo perso una scommessa con alcuni suoi amici, era andato da una vecchia chiromante per farsi predire il futuro. La vecchia, dopo averlo intossicato bruciando chili di incenso nella stanza piccola e soffocante, aveva letto i tarocchi predicendo che di lì a una settimana sarebbe diventato famoso. Quando Zweig uscì finalmente da quella stanzetta opprimente pensò solamente a quanto fosse bello respirare aria pura e le parole della chiromante furono presto rimosse. Una settimana dopo incontrò i suoi amici al solito Caffè in piazza e questi, curiosi, gli chiesero com’era andato l’incontro con l’indovina. Zweig ridendo rispose che secondo la vecchia entro domani sarebbe stato un uomo famoso. Tutto il gruppo scoppiò a ridere, ma subito la scena mutò. Si udirono gridi, sirene della polizia, urla di paura, spari. Zweig sentì un forte boato e poi qualcosa lo colpì, ma non sentì alcun dolore. Vide il sorriso degli amici tramutarsi in espressioni terrorizzate, la scena congelò, il tempo rallentò, e poi più niente. Si era risvegliato in quella fredda stazione della metropolitana, che evidentemente era qualcosa di diverso, ma non avrebbe saputo come altro definirla.

Zweig fissava i binari con occhi sbarrati, adesso ogni cosa aveva quasi senso. Sapeva che il prossimo treno si sarebbe fermato e che avrebbe dovuto salirci. Il treno non tardò e questa volta al posto di continuare a ruggire, indifferente al piccolo uomo sulla banchina, si fermò e aprì le porte, in un modo che parve quasi invitante. Zweig Salì. Il vagone era deserto e molto pulito, altrimenti sarebbe stato assolutamente identico a qualsiasi altro vagone metropolitano. Il treno ripartì, prima lentamente e poi accelerando sempre più forte, finché i contorni stessi di tutto ciò che era intorno a lui si confusero, divennero irreali, evanescenti. Zweig non percepiva neanche più il proprio corpo, sembrava non avere più alcuna delimitazione nello spazio. Il treno continuò, accelerando ancora, per un tempo indefinito, poi ci fu uno scoppio di luce e Zweig si ritrovò in una stanza vuota, con un chiaro pavimento in parquet e le pareti tinte di tenue azzurro. Da una porta finestra alla sua sinistra si vedeva il mare. Di fronte a lui la porta della stanza, leggermente socchiusa, lasciava trapassare un idea della luce che si trovava dall’altra parte. Zweig si avvicinò e molto più serenamente di quanto non avesse fatto con la prima porta, la aprì del tutto. Al di là una luce chiarissima e intensa pervadeva tutto lo spazio, che sembrava privo di confini. La luce però non penetrava all’interno della stanza, illuminata invece solo grazie alla finestra. Zweig non ebbe il coraggio di varcare la soglia, pur desiderandolo ardentemente, perché sentiva di essere in attesa di qualcosa. Infatti subito dopo dalle profondità di quella luce scaturì una melodia, la più dolce e accogliente che Zweig avesse mai sentito. Inizialmente suonavano solo pochi strumenti ma via via se aggiungevano sempre altri finché non divenne una sinfonia completa. E mentre aumentavano gli strumenti e aumentava anche il volume della musica e Zweig per la prima volta si sentì qualcosa di più che un piccolo uomo. Quando la musica raggiunse il suo culmine sulla soglia della porta apparve una donna bellissima, ed era come se fosse sempre stata lì ma solo ora Zweig riuscisse a vederla. Il volto pallido e delicato era incorniciato da lunghi, luminosi e mossi capelli castani che le arrivano fino alle ginocchia, le pupille sembravano due gocce di mare poste al centro degli occhi, le labbra erano carnose ma delicate, colorate di un rosso intenso ma sobrio. Indossava un lungo vestito rosa pallido che lasciava appena intravedere due sottili caviglie e due piccoli piedi nudi. E poi quella donna stupenda, incarnazione di tutto ciò che esisteva di buono e bello, parlò a Zweig: “ Sei arrivato, finalmente” e sorridendo gli porse la mano. Ipnotizzato Zweig la prese e a quel contatto tutto il suo corpo si infiammò e ogni timore, ansia e pensiero sgradevole sparirono dalla sua mente. Sorridendo beato fece per varcare la soglia ma, di nuovo, non ci risucì. Tuttavia non ne fu turbato,sapeva infatti che non sarebbe più, mai più, potuto accadergli qualcosa di male e vedeva confermato questo suo pensiero nel tenero e delicato sorriso della donna. “ Tu hai ancora troppi dubbi, chiedimi pure tutto ciò che vuoi” disse la donna, parlando per la seconda volta, ed entrò nella stanza. Zweig si aspettava che una volta uscita dalla luce la donna sarebbe diventata più simile a lui, un piccolo e misero essere umano, e quasi la pregò di non farlo. Al contrario invece ella portò la luce con sé nella stanza che parve allora a Zweig il luogo più bello del mondo. “ Avanti” sussurò la donna posandogli con tocco delicato una mano sulla guancia. Tutto il corpo di Zweig fu percorso da intensi brividi e rimase per un certo tempo del tutto incapace di pensare, e quindi certamente non era in grado di formulare una domanda. La donna attese con pazienza e quando finalmente Zweig parlò lo ascoltò con attenzione. “ Ci sono molte, troppe cose che io, ecco, non riesco a spiegarmi. Se sono morto perché percepisco ancora il mio corpo e la materia in generale? E poi quella stazione della metropolitana, e quei cartelloni pubblicitari, e le scale,e l’uomo gigante…”. La donna strinse leggermente la sua mano intorno al polso di Zweig facendolo di nuovo rabbrividire, come accadeva a ogni volta che fra loro si instaurava un contatto fisico, e se possibile Zweig provò un senso ancora maggiore di pace di quello che già era in lui. Guardandolo dritto negli occhi, la donna gli parlò per la terza volta :

“ Stai calmo, ci sono misteri che sono sconosciuti anche a me, non sono altro che un umile servitrice di un potere che ci trascende entrambi. Tutto il mio sapere, però, te lo dono volentieri, affinché la tua mente, così perseguitata dai dubbi, non ci debba più pensare e il tuo cuore sia libero. Allora finalmente riuscirai a varcare la soglia.”

“ Si, ti prego, svelami la verità” mormorò Zweig, più a se stesso che alla donna.

“ Percepisci il tuo corpo e ogni altra cosa perché sono una proiezione del tuo spirito. Vedi questo luogo traducendolo in un linguaggio che ti è già familiare: la materia. Tutto qui in realtà è puro spirito e quando ti sarai completamente distaccato dal mondo della materialità anche tu riuscirai a capire senza bisogno di passare attraverso immagini familiari. Ma non è un processo banale. Le scale e il gigante servono per suscitare timore e far ricordare la propria morte a quelli che, come te, se ne sono andati troppo violentemente. Il timore per questo funziona molto meglio rispetto alla dolcezza.

I cartelloni pubblicitari erano lì perché poco prima di morire nella tua mente si era formata l’immagine della chiromante e l’hai proiettata nella metro. Anche questa altro non è che una tua proiezione, ognuno si ritrova in un luogo diverso, a seconda di cosa interpreta la sua mente. È troppo difficile e complicato spiegare da cosa dipende, neanche io lo capisco a fondo. Ci sono moltissime variabili, forse un giorno lo capirai.”

Finite queste parole prese entrambe le sue mani e lo baciò delicatamente sulle labbra . Ogni atomo del suo corpo fu pervaso dalla sensazione più bella che avesse mai provato, ogni dubbio sparì e si fece docilmente condurre al di là della porta.



Commenti

pubblicato il lunedì 29 febbraio 2016
pipps73, ha scritto: Ciao Chiara, ho letto il racconto e mi è piaciuto molto, è comunque difficile immaginare che cosa si possa provare in quella situazione... Sei riuscita a dare un senso di realtà anche a qualcosa di irrimediabilmente irreale come l'aldilà. Complimenti!
pubblicato il martedì 1 marzo 2016
ChiaraG, ha scritto: Grazie ! :)

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