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lavoro pubblicato sabato 28 novembre 2015
ultima lettura sabato 25 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

NATURA SELVAGGIA: CAPITOLO I

di Giovanni95. Letto 572 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il suo nome non si sarebbe spento come un fiammifero in una notte d'inverno, ma sarebbe stato scalfito nella roccia più resistente di tutte, la storia. ..

23 Novembre dell'anno 184 dalla nascita della Fenice.
Territorio di Alba sconosciuto.

“Non ho mai pensato a quale fosse il mio ruolo nel mondo. Tuttavia ora che la mia morte si avvicina, passo dopo passo, mi accorgo di provare un bisogno irrefrenabile: vorrei trovare uno scopo, vorrei farlo per giustificare la mia nascita, la mia morte e tutte le azioni che ho compiuto nel viaggio tra le due.”

Era una fredda e piovosa mattina d'autunno e un forte odore di erba bagnata si diffondeva in una piccola radura dove un edificio dalla forma squadrata si ergeva imponente. Le pareti, scure e anonime, erano in netto contrasto con il verde rigoglioso della boscaglia che costeggiava la radura. I lamenti di centinaia di uomini rinchiusi provenivano dal suo interno suonando come i versi di bestie incattivite che anelano la propria libertà. Solo da una cella non giungeva alcun fiato, quasi fosse del tutto priva di ogni forma di vita, ma solo il vuoto la abitasse. Un guardiano, però, sedeva di fronte la scura porta in metallo, gli occhi vacui e fissi, il volto inespressivo e tra le mani un mazzo di chiavi tintinnanti.
Egli sorvegliava un uomo, e non il vuoto, che, scomodamente, era dall'altra parte del mondo, sdraiato sulla propria branda, i folti capelli scuri che gli cadevano sul viso smunto e spigoloso, i muscoli risaltati dalla sua magrezza. Era incapace di superare gli assurdi interrogativi che la mente proietta nel buio delle pareti.


“Se solo ci fosse più luce, avrei la possibilità di non lasciare questi miei pensieri vagare nel buio della mia stoltezza. Se solo la branda non fosse così scomoda, avrei potuto ignorarli, come ho sempre fatto in ogni giorno della mia vita. Rimanendo qui in attesa del momento in cui abbandonerò questa pattumiera chiamata mondo.”


Non si era mai ritrovato nella condizione di rimanere fermo, di poter riflettere sulle proprie azioni, non aveva potuto dar loro una benché minima ragione. Sin dall'attimo del suo primo respiro in questo mondo, era stato costretto a lottare per poter sopravvivere ed ora, che, non potendo più combattere, la sua sopravvivenza era giunta al termine, iniziava a provare sulla sua pelle strane e nuove emozioni.
Gli occhi, di un marrone indefinito, scrutavano nella stanza, incapaci di realizzare dove effettivamente il suo corpo si trovasse. Intuiva che la cella non aveva grandi dimensioni e che le pareti erano di un grigio scuro, anche se ipotizzò si trattasse solo di una buona combinazione di polvere e oscurità, una singola finestra sbarrata, infatti, consentiva ad una fioca luce di illuminare l'interno. Anche il pavimento era sporco ed impolverato, come se nessuno avesse pulito da diversi anni. Un piccolo lavandino e una latrina dal quale proveniva un fetore capace di far fuggire anche gli esseri più putridi e rivoltanti del pianeta completavano l'arredamento della stanza. Nonostante il disgusto che quella camera avrebbe introdotto nell'animo di qualsiasi uomo che l'avesse vista, la bestia rinchiusa in essa non fiatava e sul suo volto non traspariva alcun pensiero.


“In questo cubicolo non ci sono certo finito per aver ucciso Ligrev. No, ci sono da quando sono nato, da quando quei due stronzi che hanno deciso di darmi una vita mi hanno abbandonato per strada, lì, a morire per colpa della Natura. Vigliacchi! Ma proprio quella Natura che doveva uccidermi mi ha tenuto in vita e mi ha portato mano nella mano fino a questo vicolo cieco con nessuna possibilità di fuga.”

Mentre la mente giaceva in questi pensieri, una calda lacrima scivolò lungo la guancia destra e cadde in un tonfo silenzioso sul pavimento. Non era nata per il senso di colpa per aver ucciso il folle che lo aveva accolto quando era stato abbandonato dal resto del mondo, era nata in un passato fatto di stenti, di morte, di addii. Sono le sofferenze più grandi, quelle che solitamente cerchiamo di abbandonare nei più oscuri recessi della nostra mente, che tornano sempre all'uomo libero dalla fatica, libero dalle necessità, libero di vagare nello sconfinato mondo dei propri pensieri. Queste sembrano, infatti, attratte da un masochistico piacere nel tormentare l'animo umano che soccombe spesso impotente nel dolore.

~

Un passato fatto di stenti, di morte, di addii.
Periferia di Mànitungl, città a nord del continente di Alba.

- Che cosa facciamo ora, Ligrev? - Chiese la voce di un bambino dai capelli scuri e il volto racchiuso in un pianto disperato.- Zitto Garmr, smettila di frignare! Si è fatto beccare ed è questa la fine delle persone che si fanno beccare. Dobbiamo andarcene, prima che ci raggiunga. - Rispose un secondo bambino procedendo a passo spedito, noncurante di tutte quelle lacrime che a pochi passi da lui bagnavano il lerciume della strada. Aveva i capelli rossastri e le lentiggini coperte da uno spesso strato di sporco ma ciò che più colpiva erano i suoi occhi, questi non mostravano alcun segno di turbamento. Egli era un profondo conoscitore dell'ineluttabile legge che dominava il mondo, che fosse fatto di piante, di rifiuti o di lussuosi palazzi di vetro. Era cosciente che non poteva essere cambiata da lui come da nessun altro essere vivente. Intanto schizzi di sangue coprivano i muri ingrigiti alle spalle dei due uomini che non avevano avuto il tempo per imparare ad essere bambini.Assieme a tanti altri Garmr e Ligrev sopravvivevano nelle zone della periferia della città. I genitori avevano rifiutato di sottostare ad un governo del terrore in cui i bambini erano rinchiusi in centri di addestramento dove era loro insegnata l'obbedienza. Essi preferivano donare loro una possibilità per vivere liberi almeno durante la l'infanzia. Ma gli orfani si sentivano abbandonati da tutti, la loro vita libera li costringeva a lottare, correre e rubare tutto ciò che fosse necessario per non morire nel crudele mondo che si ergeva attorno ai loro occhi. Bisognava essere veloci e furbi, cavarsela in qualsiasi situazione, non farsi scoprire dalla gente che viveva al loro fianco e, come bestie feroci, era pronta ad uccidere per difendere ciò che reputava necessario alla propria esistenza.- Per sopravvivere devi lottare Garmr, devi picchiare più duro del tuo avversario, devi essere più veloce, più furbo. Non pensare che la città sia diversa dal bosco. Il più forte vince il più debole, è una legge della Natura ed ella regna incontrastata su tutti noi, devi accettarlo. -

~

Le parole di Ligrev sgusciavano da questi ricordi e rimbombavano nella testa di Garmr. L'uomo sdraiato in quella cella ammirava la forza con cui il giovane maestro sopravviveva nel Nido, come erano chiamate le zone in cui si raggruppavano gli orfani. Il ragazzino che fu, invece, si confondeva con lo sfondo della grigia periferia, sepolto dalle avversità, dalle leggi che regolavano quel mondo. Non avrebbe potuto farcela da solo e, forse, sarebbe stato meglio. La Natura non lo aveva ucciso quando era rimasto solo, ma era venuta in suo soccorso, lui così esile e fragile non poteva essere certo un forte, degno di meritare la vita. Con la sua sola pelle non avrebbe mai retto quegli anni impossibili e ai suoi occhi Ligrev appariva come una lanterna che illuminava il cammino, egli lo preparava per il momento in cui avrebbe finalmente accettato il proprio ruolo.
Nel buio di quella stanza, che solo lo accompagnava, molti avrebbero lasciato andare le proprie speranze. Molti sarebbero caduti in quel cubicolo nel terrore della propria fine, abbandonati alle onde del mare in tempesta. Se fosse stato uno di molti lo avrebbe fatto, ma non lo era. Non poteva lasciarsi il passato alle spalle dimenticando come era stato cresciuto. Ancora una volta abbandonato, sarebbe risorto e questa volta con le proprie forze, ribellandosi a ciò che lo aveva cresciuto per farne un carnefice. Intenzionato a far vacillare il sistema, a turbare gli animi dei tiranni che comandavano la nazione e la sua gente sia alla luce del sole che nelle tenebre della notte. Il suo nome non si sarebbe spento come un fiammifero in una notte d'inverno, ma sarebbe stato scalfito nella roccia più resistente di tutte, la storia.p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120%; }


Commenti

pubblicato il sabato 28 novembre 2015
dariop, ha scritto: Bella!Accattivante e potente nella sua semplicità. Forse dovresti azzardare un linguaggio un po' più forbito(senza scadere nel volgare),per accentuare il carattere maschio della tua storia.Bravo!
pubblicato il martedì 15 dicembre 2015
Giovanni95, ha scritto: Grazie per il commento! Vedrò quello che posso fare.

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