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lavoro pubblicato mercoledì 25 novembre 2015
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Sopravviere. Capitolo 2

di Cest97. Letto 370 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un ragazzo senza nome vive in una caverna di una montagna fredda e inospitale, nella più totale solitudine. La sua vita cambia quando, in cerca di cibo, decide di uccidere un Abitante delle Vette per sfamarsi, scatenando la collera dei suoi simili.......

Il ragazzo liscia il filo dei suoi coltelli con una piccola pietra rotonda modellata dalle acque, è seduto a terra con le gambe incrociate e mangia un pezzo del pane trovato nella cesta di vimini, più saporito di quello che è abituato a mangiare: bagnato, vecchio, trasportato dalla corrente; passa la pietra sulle lame per qualche centinaio di volte, finché non è contento del risultato, lo fa ogni tot giorni e può affermare che gli unici oggetti che possiede in perfette condizioni sono proprio i suoi coltelli.
Il suo armamentario non è formato solo dalle due lame che fino ad ora ha utilizzato, ne ha molte altre di diversa forma, lunghezza e talvolta materiale, chiuse in una cassa di legno pregiato e impermeabile che se aperta rivelerebbe una ricercata stoffa rossa e un insieme di armi argentate posizionate in ordine su più ripiani e alloggiamenti; vi sono anche molti oggetti per il mantenimento del filo, della lucentezza, e anche alcuni per il legno delle else (quando presenti). Non sa quale sia il valore di tutto questo ma per lui è il suo tesoro, gli è stato lasciato da qualcuno e ha intenzione di curarlo meglio che può. Lo tiene nascosto, avvolto in una vecchia tela, ricoperto dalla legna che usa per il fuoco.
La pietra che tiene stretta nella mano non faceva parte dell’equipaggiamento della cassa, ma col tempo ha imparato a conoscere i minerali di queste montagne e dopo più tentativi è riuscito a scovarne una che funzionasse meglio delle lastre che già possedeva.
Il suono che sta producendo è acuto, rimbalzando sulle pareti della sua casa si fa più forte, si intensifica e continua a espandersi anche fuori dalla grotta, e come se conoscesse alla perfezione questo labirinto si propaga sicuro per le vie principali, segue una direzione in particolare quasi volendo arrivare da qualche parte evitando di disperdersi nel nulla.
Sfortunatamente, la sua meta è l’orecchio di un cacciatore.
L’abitante delle vette era appostato, immobile in ascolto del vento, quasi in uno stato di trance, ma quando percepisce il suono di colpo sembra risvegliarsi. Si alza, per lui è un rumore estraneo in quanto la sua gente non usa armi bianche e lavora poco il metallo, sono dotati di artigli sufficientemente affilati da fronteggiare ogni genere di spade e coltelli.
Si gira, fa un cenno con la testa ad alcuni suoi compagni, come a voler dire “seguitemi”, e assieme cominciano a correre diretti verso la fonte del rumore, percorrono le sporgenze di roccia e si aggrappano ai ganci di sicurezza scavati nella pietra per evitare di precipitare in quella che considerano la loro fogna, i loro piedi nudi producono un martellio abbastanza potente da raggiungere la grotta in cui il ragazzo si sta nascondendo, seppur mantenendo un volume molto basso.
Il giovane si blocca.
Rimane immerso nel silenzio, ad ascoltare, di colpo qualcosa non va, resta immobile nella semioscurità senza riuscire a respirare.
-Strano- pensa tra sé e sé; alza il coltello sopra la testa e produce di nuovo lo stesso suono che ha ripetuto per chissà quante centinaia di volte, e aspetta una risposta, che non arriva prima di quasi un minuto e mezzo. D’un tratto eccola: una corsa, zampe che battono per terra, zampe che urtano un pavimento di pietra, non gli ci vuole molto per capire che lo stanno cercando.
Poggia l’oggetto con cui stava affilando la propria arma e rimette il coltello nel fodero, poi prende un altro coltello e anche questo lo inserisce in una specie di tasca in cuoio che ha sulla schiena, nascosta alla vista.
Fa qualche passo all’indietro allontanandosi il più possibile dall’ingresso della grotta e si appiattisce contro la parete alle sue spalle; i passi si avvicinano, sente arrivare qualcuno in lontananza.
Qualcosa passa sopra la sua testa molto rapidamente, sente un tremolio nel muro su cui è appoggiato, qualche sassolino gli cade tra i capelli e poi tutto finisce, il gigante se ne va senza accorgersi della sua presenza, e lui è ancora qui, sano e salvo.
Resta immobile per altri minuti, ma non succede nulla, il tempo passa e alla fine è certo che non ci sia più nessuno nei paraggi.
È stato più rapido di quanto non avrebbe creduto, si immaginava di dover almeno scappare a nascondersi ma per sua fortuna non sono così accurati nelle ricerche quanto si aspettava.
Si cala da sopra la pedana di roccia su cui vive, esce all’aria aperta e, molto piano, cammina sul letto asciutto del fiume, cercando di evitare che i sassi si muovano troppo al suo passaggio;
guardandosi attorno vede il solito paesaggio, dietro di lui una ripida discesa piena di detriti, davanti a lui una larga spaccatura che tira dritto per centinaia di metri, salendo poco alla volta, affiancata da alte pareti chiare e prive di appoggi per salire. Questo paesaggio gli riporta alla mente una città che deve aver visto quando era piccolo, basta sostituire al tutto una serie di edifici allineati e una strada lastricata al suolo. Alza ancora un po’ lo sguardo e la vede, a regnare su tutto ecco che compare la montagna principale, talmente alta da sparire tra le nuvole, un agglomerato di roccia priva di vegetazione ricoperto da semplici costruzioni in pietra disabitate, forse provenienti da un passato lontano molto precedente alla sua nascita.
Questo è il suo mondo.
La sua vita non è mai stata emozionante come potrebbe sembrare ora, non ha mai fatto epici scontri contro animali divini e leggendari, e non ha mai avuto un’avventura più grande di quella di ieri, anzi, ha passato la vita seduto su quel blocco di pietra tanto a lungo da scavarsi una specie di cuccia solo col proprio corpo, e se non ha perso l’uso della parola e della sanità mentale è solo grazie al costante cambiamento tra pace e tempesta di questo luogo, un dinamismo che gli ha donato momenti per pensare e momenti per agire.
Ciò che lo ha emozionato e stancato maggiormente in questi anni è stato lo scontro con tre anziani esemplari di lupi, ormai vecchi e stanchi, che comparvero uno alla volta con intervalli abbastanza ampi l’uno dal’altro. In ogni caso non reputa quegli scontri come vere e proprie vittorie, e alla fine non ne ha mai ricavato molto: se fossero stati giovani e non si fossero persi tra queste montagne non lo avrebbero mai trovato, e se fosse successo lo avrebbero schiacciato in un istante.
La loro stazza era ancora impressionante, avevano due occhi giganteschi che dall’altezza di un paio di metri lo guardavano con aria di superiorità, erano più pesanti degli abitanti delle vette e ricoperti da un manto nero con qualche ciuffo grigio guadagnato con l’età, ma troppo lenti e stanchi anche solo per rimanere in piedi; la sua fu più una serie di esecuzioni, tanto che cominciò a chiedersi se non venissero fin qui solo per morire.
Il suo più grande rammarico fu il non aver potuto prenderne la pelle, il loro manto secerneva una strana sostanza urticante quindi quando li uccise prese più carne possibile e il resto lo lasciò andare a valle assieme alla corrente.
Alla fine quindi lui è fatto di poche cose, pochi interessi, pochi passatempi che gli servono a sopravvivere fisicamente e psicologicamente qui dentro.
Aggiungerei che prima di ieri non aveva mai potuto testare le sue tecniche di combattimento, non sa cosa avrebbe fatto se non fosse stato affamato come effettivamente era.
Probabilmente non avrebbe neanche cominciato lo scontro, o avrebbe pensato prima a cosa significasse uccidere un essere come quello, ma date le circostanze ci pensa solo ora.
Ricorda di aver letto che è sbagliato uccidere, ricorda che gli fu insegnato a non farlo, e pensandoci bene non gli farebbe piacere se uccidessero lui, quindi realizza di aver fatto qualcosa di sbagliato, molto sbagliato.
Mentre ragiona sul proprio comportamento, continuando ad osservare la montagna, qualcosa attira la sua attenzione; da dove si trova ora riesce a vedere qualcuno in lontananza, seduto su un piccolo gradino di pietra, parte di una scala che risale il lato della cima che butta verso di lui, che più in alto sparisce nella nebbia.
Questo qualcuno lo saluta.
-Cosa…- è un abitante delle vette.
Forse però non lo sta salutando, eppure sembra stia dimenando un braccio…
D’un tratto un suo simile sbuca alla sua destra, uscendo da quella che sembrerebbe essere una casetta di pietra priva di porta, e gli passa al volo un bastone, così l’essere fa qualche passo di lato e finisce su un piccolo spiazzo, una piccola piazzola appiattita.
-Cosa stai per fare?- l’essere alza il bastone sopra la testa e comincia a correre –Non vorrai lanciarlo! Sei troppo lontano per colpirmi…-
Come un giavellotto, la lancia viene quasi sparata in avanti dai possenti muscoli dell’essere, vola nell’aria producendo un fischio assordante, per poi schiantarsi al suolo a pochi metri dal ragazzo. Su di essa vi è montato un piccolo cilindro girevole ricoperto di piccoli fischietti, che ancora ruota su sé stesso producendo quel terribile suono.
-Era una vedetta!- si getta sull’arnese e con le mani ferma l’infernale marchingegno, piombando di colpo nel silenzio.
Di colpo ha paura, non può muovere un passo, e rimane quindi fermo per captare eventuali suoni in lontananza, nel silenzio, fermo ad ascoltare, fermo, fermo…
Sembra che una decina di tamburi si siano messi a suonare tutti assieme, le gambe degli abitanti delle vette sono talmente potenti da far vibrare tutto ciò che lo circonda; corre dentro la propria grotta, ma poi si blocca: se entrasse sarebbe in trappola.
Si gira e comincia a correre verso la valle, l’unica direzione dalla quale non proviene alcun suono, i pantaloni lunghi e sfilacciati che indossa colpiscono ogni oggetto che sia a poco più di un centimetro dal suolo, finché non incontrano un particolare sasso appuntito e pesante su cui vanno a impigliarsi. Strattona la braga finché non si apre uno squarcio che gli arriva fino a sopra la caviglia, la punta lo taglia e gli provoca una ferita profonda e dolorosa. Riprende a correre, il terreno si fa più ripido, ormai è la gravità a portarlo verso il basso; sente alle proprie spalle urla e poco rassicuranti versi prodotti dai cacciatori, che ormai sentono di aver già catturato la propria preda.
Mentre corre vede qualcosa che da tempo non ricordava, all’inizio ne rimane sorpreso ma non potendo fermarsi lo inquadra per appena due decimi di secondi, ciò che lo colpisce però è il suo colore verde e il modo con cui sbuca dalle crepe nella roccia, ma non ha tempo da perdere, continua la sua discesa; le rocce qui sono ancora bagnate e c’è più umidità, non sa perché, ma sembra che l’aria sia più pesante, e man mano che scende sopra di lui si forma un tetto di foglie sempre più fitto, un altro particolare che aveva perso.
Non viene mai qui, non si spinge mai così in basso, ma non ricorda il motivo: non andare su, e non andare giù, due leggi, le uniche due leggi che ha sempre avuto, ed è riuscito a infrangerle entrambe, ma non ricorda per quale motivo non doveva andare a valle, cosa glielo proibiva?
Si blocca, i suoi piedi slittano, inciampa e per poco non cade nel burrone di fronte a lui.
-Ecco perché-
Non ha vie d’uscita.
È uno strapiombo, le piante non arrivano abbastanza in basso per permettergli di calarsi e saltare giù, per questo è ancora bloccato qui, da anni, e probabilmente è per lo stesso motivo che quegli esseri vivono ancora lassù, appena sotto le nuvole. Delle foglie morte vengono calpestate alle sue spalle, si gira e vede uno di loro mentre corre verso di lui, non ha ancora visto il burrone, sa solo che c’è una piccola discesa, un salto da poco, appena oltre all’assassino del suo simile; salta, i suoi duecento chili volano a più di un metro d’altezza, sta per schiacciarlo. Il ragazzo si sposta appena in tempo per evitare che degli artigli gli sfondino la cassa toracica, rotola a destra mentre il gigante scivola sulle rocce bagnate, prova a fermarsi puntando i piedi a terra ma ottiene solamente come risultato di inciampare e rimanere incastrato in una radice.
Si percepisce un sonoro crack, la gamba si spacca restando salda alla radice, e il corpo ancora attaccato ad essa rimane impigliato, finendo per penzolare sopra un vuoto di quasi trecento metri. Per un istante l’essere era sparito alla vista del ragazzo, credeva fosse precipitato, a fargli capire che al contrario si trova ancora lì sono le urla dell’abitante delle vette.
Il ragazzo si avvicina, osserva prima la valle che si estende davanti a lui, poi abbassa lo sguardo e fissa le fauci spalancate dell’essere mentre sprigionano quel terribile verso.
Alza il coltello sopra la testa, pronto ad abbatterlo sulla gamba del suo cacciatore, ma per qualche motivo non lo fa, non lo lascia precipitare nel vuoto, si ferma.
Qualcosa in quest’immagine gli ricorda qualcosa.
-Non farlo- questa frase lo colpisce, è come se avesse già vissuto tutto questo.
“Stai zitto!” non la smette di strepitare, sembra voglia sputare l’anima, è come se dalla sua bocca stesse fuoriuscendo tutto il suo dolore “Basta, o dovrò finirti, smettila di urlare!”
Il gigantesco uomo non smette di gridare, e lui si ritrova nel panico, sono sempre più vicini, è spaventato, non sa cosa fare, non vuole ucciderlo.
Quando i cacciatori arrivano non trovano nessuno, solo piante sporche di sangue e una via per morire in fretta davanti a loro, ma non c’è nient’altro.

Si trova in una situazione più strana del necessario, forse lo avrebbe dovuto buttare giù dalla montagna.
-Chissà come si muore cadendo da una tale altezza- pensa lui guardando in basso.
“Come ti chiami?” l’essere non parla, lo fissa infuriato ma non lo attacca, sebbene il suo odio nei suoi confronti sia estremo “Capisci la mia lingua?”
L’abitante delle vette annuisce.
È la prima volta che comunica con uno di loro e non gli sembra una razza molto socievole, ma dopotutto non è la persona adatta a fare apprezzamenti di questo tipo, abita qui da anni, nella più completa solitudine, armato di fin troppi coltelli, e il suo unico hobby e quello di affilarli.
“Sono tutti così simpatici quelli della tua specie?”
“Solo quelli tenuti in ostaggio con una gamba spezzata da un assassino”
Il ragazzo non dice nulla, non nega di esserlo perché è quello che pensa anche lui. In ogni caso la sua attenzione anche mentre parla è incentrata su quelle lame che il suo nuovo ‘amico’ ha attaccate alle dita, non riesce a staccar loro gli occhi di dosso, e non capisce se siano artificiali o organiche, sono fin troppo affilate e lucenti per essere semplici artigli.
“Cosa c’è, trovi che siano corti?”
“Sono il doppio di tutti i miei coltelli, direi che non li trovo corti, perché?” non riceve risposta, semplicemente l’altro termina la discussione con una specie di cenno; la sua espressione imbronciata e arrabbiata è qualcosa di davvero inspiegabile, un centinaio di denti che fuoriescono dalla bocca quando storce il labbro sono più intimidatori di tutti i pugnali che possiede.
Sono nascosti in una grotta crollata col tetto aperto sul cielo, è stata una fortuna trovarla, era appena sotto a dove si trovavano, invisibile a meno che non ci si sporgesse fino a cadere; tagliando semplicemente la radice avrebbe fatto precipitare l’abitante delle vette fino a valle, ma collaborando sono riusciti ad arrivarci entrambi sani e salvi, impresa degna di nota dato che ai loro occhi appariva come un buco sulla parete rocciosa. Di certo non si aspettava uno spazio così grande. Tra bestemmie di dei a lui sconosciuti e errori che li hanno quasi portati alla morte entrambi, in qualche modo sono sopravvissuti; luoghi come questi ce ne sono a bizzeffe su queste montagne, il pericolo maggiore è caderci dentro per sbaglio (sostanzialmente è ciò che stava accadendo loro).
“Perché non hai dato l’allarme quando ti ho salvato?”
“Ti interessa davvero saperlo?”
“Non proprio, ma voglio sapere se c’è un motivo per cui fidarmi di te e poter dormire tranquillamente”
“Mi hai rotto la gamba, non c’è più posto per me tra la mia gente”
“E quindi, che hai intenzione di fare?”
“Vattene, assassino, lasciami qui e non tornare”
“Morirai”
“Lo so”
Il ragazzo lo guarda senza capire, rimane in silenzio, poi alzandosi dice:
“Come ti pare. Comunque vorrei che mi ringraziassi”
“Per cosa?”
“Ti ho salvato la vita”
“È colpa tua se tutto questo è successo, sei in debito con me e con tutto il mio popolo”
“Addio”
Una galleria in salita attira la sua attenzione, la imbocca. Striscia, si issa su rampicanti e piante di ogni genere, d’un tratto sbuca su una piccola sporgenza di roccia, naturale; guardando in basso vede il punto in cui si trovavano prima, ricoperto da foglie e dal suo stesso sangue che può seguire con lo sguardo mentre compone la strada da cui è arrivato. Solo ora si accorge di essersi ferito profondamente, nulla che gli impedisca di camminare ma è stato sufficiente a segnare ogni passo che il suo piede ha fatto, creando più impronte rosse sul suolo.
Si strappa un lembo del pantalone e si fascia la caviglia al meglio, si infetterà ma spera non gli vada in cancrena. In quel caso potrebbe considerarsi morto.
Ormai è notte fonda, non si vede quasi nulla, e rischierebbe molto a muoversi per il dedalo senza una luce, ma non ha voglia di rimanere qui sapendo della presenza dell’essere.
Si incammina e lascia alle proprie spalle un morto che ancora respira.


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