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lavoro pubblicato mercoledì 25 novembre 2015
ultima lettura martedì 9 luglio 2019

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ANPHIBIAN - IL CUORE DEL MONDO #02 - L'UOMO SENZA LUCE

di PatrizioCorda. Letto 480 volte. Dallo scaffale Fantasia

«Grazie ancora, Maestro. Che il cielo abbia cura di Voi e dei suoi ragazzi».Guardavo i ciuffi d'erba, alti e verdi, che mi lambivano le ti...

«Grazie ancora, Maestro. Che il cielo abbia cura di Voi e dei suoi ragazzi».
Guardavo i ciuffi d'erba, alti e verdi, che mi lambivano le tibie. Il terreno era fangoso e fresco, e rinfrancava i nostri corpi afflitti dalla calura tipica delle aree stagnanti. A dire il vero, si trattava di una calura insolita, dato che l'inverno era ormai alle porte. Le voci intorno a me si fecero progressivamente metalliche, e i loro echi si aggiunsero alla difficoltà a mettere a fuoco ciò che mi stava attorno. Ero spossato, fuori fase.
«...Beh, che fai? Ti muovi o hai deciso di prendere residenza qua?». Rialzai la testa di scatto, e una fitta lancinante mi corse lungo la tempia destra. Annuii con una smorfia infastidita, e feci cenno a TeePaa di iniziare a salire sulla zattera. Gli ultimi abitanti dell'isola sulla quale ci eravamo fermati stavano finendo di salutare Nommo, abbracciandolo e ringraziandolo per le nozioni e la saggezza dispensate durante il nostro breve soggiorno. Dopo mesi di navigazione, avevamo infatti avvistato dei piccoli isolotti dalle sponde ciottolose oltre i quali il Sevan sembrava interrompersi definitivamente, cedendo nuovamente spazio alla terraferma. Pensai che in fin dei conti era stata una parentesi fin troppo lunga, e che volendo avremmo potuto attraversare quel lago in molto meno tempo. Ma eravamo usciti così stanchi e malridotti dalle nostre ultime peripezie che avevamo sentito, quasi colpevolmente, il bisogno di riposarci un istante dai nostri improrogabili doveri. Nommo si immerse in acqua, e incrociai il suo sguardo mentre salivo sulla zattera, salutando distrattamente gli abitanti dell'isola. Alti cipressi e ginepri crescevano in prossimità del suo apice, e la sua popolazione era perlopiù composta da anziani avvolti in abiti scuri e copricapi lanosi. Avevano costruito un piccolo villaggio di frasche là dove la macchia mediterranea aveva concesso spazi per costruire delle abitazioni, e vivevano quasi esclusivamente di pesca. Ci avevano accolto cordialmente ed erano poi rimasti ammaliati dall'acume di Nommo, che era a loro detta la reincarnazione di una divinità lacustre che erano soliti venerare lungo tutta l'estate con feste e grandi battute di pesca. Ci assicurarono, mentre ci trattavano con ogni riguardo, che una volta tornati a calpestare la terraferma non avremmo trovato alcuna minaccia, così come ci avevano anche confessato di non avere una conoscenza molto approfondita di tutte le zone che circondavano il lago. In poche parole, addentrarci in quelle terre che emergevano all'orizzonte ci avrebbe nuovamente condotto tra le braccia dell'ignoto.
«Fortunatamente abbiamo incontrato delle persone oneste e dallo spirito puro» disse Nommo mentre muoveva le sue prime, lente bracciate in acqua. Il verde delle sue squame era diventato un indefinito connubio di tinte arancioni e bluastre, e ogni volta che risaliva in superficie il suo dorso sembrava tempestato di brillanti che baluginavano nell'imminente oscurità. TeePaa concordò: non avremmo potuto incontrare persone migliori lungo il nostro percorso. Totalmente inoffensivi, gli abitanti di Tamaho ci avevano riempito di attenzioni, offrendoci addirittura la carne delle poche capre che riuscivano ad allevare sull'isola. Fu soprattutto questa piccola pausa dalla nostra dieta ittica ad essere apprezzata. Quei grossi pesci grigiastri che ci avevano affiancato appena partiti erano facili da catturare e piuttosto ingenui, ma la loro carne grassa e amara era stata la nostra sola fonte di sostentamento per troppe settimane. Non di rado, oltretutto, io e TeePaa avevamo sofferto di febbri e dolori allo stomaco dopo averne mangiato, vedendoci costretti a dar fondo alle nostre scorte residue o a virare mestamente sulle alghe che ci procurava Nommo. Pilo, invece, sembrava capace di trarre il massimo da qualsiasi situazione: pescava i pesci più piccoli con una prontezza di riflessi allucinante, e diversamente da noi si accontentava ben volentieri delle alghe. Un giorno, tentando di acchiappare un grosso pesce che volteggiava vicino alla barca, gli si gettò addosso finendo in acqua. TeePaa fece per tuffarsi e soccorrere l'amico, ma rimase di stucco nel vedere il lemure riemergere e tornare a bordo, sbuffando e scrollandosi rumorosamente l'acqua di dosso.
«Maestro» dissi interrompendo Nommo dalla sua rilassante nuotata «pensate che una volta finita la traversata troveremo dei popoli molto diversi da quelli che abbiamo incontrato?». La mia paura di incorrere nuovamente in razze violente e deformi come quelle dei giganti era forse un po' esagerata, ma d'altronde, pensai, avevo tutto il diritto di temere di tornare nuovamente tra le grinfie di quei mostri. Nommo mi sorrise dolcemente, e fece alcune ampie bracciate, sospirando sollevato dal contatto corroborante con il suo habitat naturale.
«Le terre su cui stiamo per approdare, Mhadija, sono da millenni abitate da popoli avanzati ed estremamente colti e organizzati» disse con la sua proverbiale pacatezza. «E non parlo di un livello d'avanzamento simile a quello che abbiamo conosciuto a Men Nefer. Credo che incontreremo popoli nettamente più evoluti». Un altro sorriso sul suo volto color ocra mi fece pensare che sapesse qualcosa di più al riguardo.
«È solo una supposizione, Maestro? O forse avete avuto modo di raccogliere informazioni anche su questo popolo in passato?». Mi morsi la lingua: forse ero andato troppo oltre, concedendomi il lusso di indagare sfacciatamente sulle precedenti missioni dei Sireidi sulla Terra. TeePaa smise di vogare per un istante, e sul suo volto emerse la tensione di chi si trova in una posizione scomoda nella quale non vorrebbe mai essere. Nommo smise di mulinare con le braccia, limitandosi solo a muovere le gambe, e si girò lentamente, fissandomi negli occhi. Il suo sguardo, all'imbrunire, era ancora più ipnotico, e sembrava percorso da una carica elettrica fortissima. Sbatté fulmineamente le palpebre, e poi finalmente sorrise.
«Non lo so. Vedrete. O meglio, vedremo». Ridacchiò sibillino e ci fece strada nuotando davanti alla zattera. Scambiai un'occhiata con TeePaa, che sbuffò come se si fosse levato di dosso chissà quale peso, e ritornai a fissare l'orizzonte e le increspature generate dal nuotare del nostro maestro. Non l'aveva fatto esplicitamente, ma in realtà si era espresso in merito. E nel modo più chiaro possibile.

Meno chiare, invece, erano state le profondità del lago che avevamo attraversato in quei mesi. Spesso la tranquillità della notte veniva lacerata da gorgoglii, rantoli e versi striduli, accompagnati dal suono dell'acqua che si apre per far spazio al respiro delle sue creature. In quelle notti ci stringevamo ai remi che avevamo costruito mesi prima, pronti a menare fendenti alla cieca pur di non finire intrappolati nelle profondità lacustri. Una volta notammo dei grandi occhi lucenti fissarci a qualche decina di metri di distanza, unico dettaglio visibile di un grande corpo che galleggiava lontano da noi, seguendoci e interrogandosi sulla nostra identità. Ci vedeva come prede o come semplici visitatori, un po' goffi in un ambiente non nostro? Non l'avremmo mai saputo. La nebbia avvolgeva il monumentale fisico dell'essere lacustre, che proseguiva in parallelo nella nostra stessa direzione. Nommo ci rassicurò laconicamente, e nuotò in direzione dell'animale, che in pochi istanti si dileguò tornando sott'acqua. Il Sevan era quasi un mondo a sé, esteriormente un lago ma interiormente una fucina di forme di vita antiche e sconosciute, delle quali non sapevamo mai se essere ospiti provvisori o prigionieri annunciati. Solo grazie alla presenza di Nommo, che riusciva a irretire qualsiasi minaccia acquatica, terminammo la nostra lunga e faticosa traversata, e fu una sensazione quasi sovrannaturale poter posare nuovamente i piedi sulla terra.

Approdammo al mattino. Un vento sferzante ci baciava e ci accarezzava i visi: era piacevole risentire aromi familiari come quelli dei prati e degli alberi, mentre s'insinuavano nelle nostre narici. Passato questo idillico ed esaltante ricongiungimento, lanciammo rapide occhiate al paesaggio davanti a noi. Una lunga spiaggia grigia, di sabbia finissima, si estendeva senza soluzione di continuità. La nebbia mattutina non s'era ancora diradata, ma era già possibile distinguere un innalzamento del suolo a qualche decina di metri da noi, oltre il quale iniziava a proliferare la classica vegetazione delle aree pianeggianti. Abbondava la macchia coi suoi cespugli e i suoi arbusti dal fogliame scuro, al pari di una sparsa ma cospicua quantità di cipressi , che resisteva malgrado l'imminente gelo invernale. Un prato coperto di brina oscillava le sue innumerevoli bandiere verdi seguendo la brezza mattutina, preannunciando una festa di colori che sarebbe iniziata quando il sole sarebbe salito alto nel cielo. Nell'arco di un centinaio di metri, passammo dallo smorto grigiore della sponda del lago e dei suoi relitti legnosi a una natura nuovamente ricca e fertile, con la sua vigorosa vegetazione pronta ad attutire i nostri passi e ad offrirci i suoi deliziosi frutti.
Avremmo voluto dire tanto, ricordare tutto quello che avevamo visto durante la traversata, commentare le nostre avventure e congratularci per come avessimo ancora una volta superato gli ostacoli della natura. Eppure, tacemmo. Tra sospiri e passi attutiti dalla sabbia, continuammo a guardare davanti a noi.
Ci eravamo abituati, per ambizione e per forza di cose, a vivere guardando avanti, sperando nel futuro.
La battaglia tra sole e nebbia vide presto il primo come vincitore, e galvanizzati dal suo tepore ci inerpicammo per la friabile risalita che portava all'area verdeggiante intravista oltre la coltre mattutina. Pilo ebbe finalmente modo di scorrazzare liberamente, dando sfogo alla sua voglia di arrampicarsi e di saltare qua e là senza temere di annegare in acqua, mentre noi cercammo subito un riparo sotto il quale bivaccare e riabituarci con calma al contatto con la terraferma. TeePaa svuotò immediatamente l'ultima sacca di provviste che ci era rimasta, e prese ad esaminarne il contenuto: ci erano rimasti perlopiù frutti rinsecchiti e qualche pezzo di carne in condizioni non certo migliori. Nommo, invece, teneva in mano un mucchietto di alghe che aveva raccolto sulla riva, e prese a ruminare silenziosamente, alzando il capo ogni volta che il canto di un uccello si levava al di sopra delle nostre teste.
«Non sembrano esserci insediamenti umani nelle vicinanze» disse TeePaa, mentre rosicchiava un pezzo di carne tutt'altro che invitante. Guardai oltre gli alberi: un ampio complesso collinare, in gran parte ricoperto di macchia, si ergeva a qualche chilometro di distanza. Le sue pendenze sembravano abbastanza morbide da consentirci di valicarle in breve tempo, e magari là avremmo finalmente trovato qualcuno con cui parlare e al quale chiedere indicazioni. Ma una domanda mi sorse spontanea: perché nessuno aveva deciso di abitare questa sponda del lago? Perché rinunciare a una simile, smisurata fonte di sostentamento?
«Credo che tra le colline possa vivere qualcuno» affermò Nommo introducendosi nel discorso. «Con l'inverno, dopotutto, le zone lacustri possono diventare luoghi abbastanza austeri dove vivere. L'umidità e il freddo possono rendere molto difficile la sopravvivenza. Più in là vi è indubbiamente la possibilità di vivere più riparati, e magari di vivere non solo di pesca». Effettivamente, questa poteva essere una spiegazione. Non me ne curai più di tanto, e mi misi a giocare con Pilo, lanciandogli un bastoncino che di volta in volta mi riportava, quasi come un cucciolo di cane. A lui, sì, nulla importava.
Poco più avanti del grande olmo sotto il quale ci eravamo distesi sorgeva un fitto boschetto di pioppi dai tronchi spessi e biancastri. Il sottobosco sembrava fitto e ancora rigoglioso, e pensammo di introdurvici per provare a cacciare qualche animale selvatico. Nommo restò all'ombra assieme a Pilo, e lasciò a me e TeePaa l'incombenza. Lamentandoci del fastidio di doverci riabituare a camminare a piedi nudi, entrammo facendoci largo tra gli alberi. I tronchi dei pioppi erano ruvidi e rugosi, e delle piaghe orizzontali si aprivano a intervalli regolari lungo le loro cortecce, quasi come delle tacche tracciate per misurarne la progressiva crescita. Il cinguettio di passeri e capinere ci riempiva le orecchie, sovrastando il fruscio generato dai nostri passi. Avevamo mantenuto con noi pochi strumenti prima di partire per il Lago Sevan: un arco, dei pugnali e qualche pietra affilata. Ci arrangiammo raccogliendo dei rami e lavorandoli per renderli abbastanza appuntiti da poter fungere da frecce, al che ci appostammo là dove i pioppi s'infittivano, attendendo il passaggio di qualche animale. Nella prima ora catturammo una beccaccia a testa, e onestamente non fu proprio un inizio esaltante. Stavamo per tornare da Nommo quando dei passi ritmati ci fecero voltare verso Ovest.
«Passi veloci» sussurrò TeePaa. «Veloci e non pesantissimi».
«Un cervo?»
«Forse». Ci stavamo già immaginando le sue corna e il suo collo slanciato, quando un grugnito si sollevò dai cespugli.
«Un cinghiale!» bisbigliai. «Fantastico! Cerchiamo di colpirlo quando si distrarrà per annusare il suolo». TeePaa annuì, prendendo silenziosamente un dardo e puntando verso l'ungulato, che annusava spasmodicamente il terreno rivoltandolo alla ricerca di qualche radice. La freccia sibilò tra i tronchi, ma il poco allenamento di TeePaa in tutti quei mesi lo portò a mancare il bersaglio, che alzò il muso spaventato guardando il ramo conficcato nel suolo a un palmo dal suo fianco.
«Andiamo! Prendiamolo!» ruggì TeePaa, e sbucammo dai pioppi cercando di avventarci sulla preda indifesa. Questa però ci notò subito, e con un grugnito stridulo si lanciò in una corsa disperata per seminarci. Cercammo di non perderlo di vista, scostando rami e imprecando per il contatto con le ortiche che crescevano abbondanti nel bosco. Il cinghiale fece una virata improvvisa, scomparendo in un cespuglio di rovi alla nostra destra. Aggirammo il cespuglio, e nella foga dell'inseguimento notammo un dettaglio che ci lasciò a bocca aperta.
«Ma...Ma questo è un sentiero tracciato!» esclamai affannando.
«Guarda là!» gridò TeePaa indicando il cinghiale. Quest'ultimo ci aveva condotto a un ampio spiazzo sterrato, circondato dai pioppi e alle cui spalle stava una formazione rocciosa nella quale era scavata una grotta. L'intero spiazzo era occupato da una decina di capanne di legno, alcune delle quali sembravano esser state sgomberate in tutta fretta. Ciotole, abiti, mortai e altri utensili giacevano sugli usci e attorno alle abitazioni: qualcuno era stato lì, e anche molto recentemente. Il cinghiale si rinchiuse in una delle casupole, piangendo e scalpitando, e non fu difficile ucciderlo una volta messo spalle al muro. Dopo averlo tirato fuori, ci sedemmo a terra e iniziammo a ispezionare l'insediamento casa per casa. Nessuno era più là. Alcune impronte di animali facevano presagire che chi abitava quel luogo avesse avuto anche qualche bestia al seguito. Forse si trattava di un piccolo villaggio di pastori.
«Non capisco perché lasciare un villaggio in simili condizioni» disse TeePaa scuotendo la testa mentre uscivamo dal bosco.
«Potrebbero essere stati aggrediti. Spiegherebbe la confusione che ha portato ad abbandonare tutta quella roba». Mi ero a tal proposito permesso di portare a Nommo alcuni oggetti: tra questi, alcune lame in pietra molto affilate e alcune ciotole, cose che lui avrebbe potuto esaminare ma che ci sarebbero anche potute tornare molto utili in seguito.
Sospirammo mentre la luce del sole trapelava con forza sempre maggiore dai rami dei pioppi. Non sapevamo cosa pensare. Chi viveva nel bosco? E perché aveva abbandonato su due piedi il proprio villaggio? Forse erano stati aggrediti da qualcuno, vedendo poi le loro case vittime della razzia dei saccheggiatori. Eppure, da quello che avevamo avuto modo di vedere sembrava che ci fosse stata un'evacuazione in piena regola, di quelle che si fanno in tutta fretta quando si palesa un'emergenza assoluta.

Avevamo qualcosa da temere anche noi?



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