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lavoro pubblicato martedì 24 novembre 2015
ultima lettura domenica 18 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il filo con cui ti salverò

di ketty97. Letto 460 volte. Dallo scaffale Amore

Breve storia, possibile inizio di un romanzo. Questa è la storia di Claudio e Aurora: due vite parallele possono trovare un punto in comune?

Aurora, 27/11/13

Sembrava una mattina come tutte le altre.

Vedevo un filo di luce attraversare la finestra.

Il telefono squilla: Buio.

Non so esprimere quello che ho provato in quel momento.

Rabbia, dolore, fulmini, lampi, pioggia, neve, grandine.

Leo non c’era più.

Non mi ricordo più niente di quel giorno.

Ero in preda ad una grande confusione.

Eppure di qualcosa ne ero certa: non avrei più toccato le sue mani, non avrei più accarezzato i suoi capelli, non avrei più rivisto i suoi occhi, non avrei più sfiorato le sue labbra.

Ed ogni volta che pensavo minimamente ad una di queste cose la mia testa sembrava partire per un mondo utopico che non avrei più rivissuto.

Il mio più grande amore era svanito in un attimo, un secondo che per me sarebbe diventato un’eternità.

Quella sensazione di vuoto non mi avrebbe più lasciato scampo. Mi distruggeva secondo dopo secondo.

Ricordo che la mattina dopo, sempre che fosse mattina, andai in chiesa.

La gente parlava, il prete parlava. La mia testa era diventata un gran pallone pieno di parole senza senso, parole che di certo quella gente non pensava e non poteva capire.

Ed ancora oggi, a ripensarci, mi chiedo perché continuavano quei discorsi inutili, io avrei preferito di gran lunga il silenzio.

“Non se lo meritava”, “povero ragazzo”, “era così bravo”, ma la frase che mi faceva più ribrezzo era “non potrà nemmeno veder nascere suo figlio”. Ogni volta che la sentivo era come ricevere un pugno allo stomaco, forse perché era la più vera di tutte, forse perché per me era la sconfitta più grande.

E così urlando non so cosa contro tutti loro, uscii fuori dalla porta. E poi niente, di nuovo il buio.

Mi svegliai in ospedale. “Ha perso il bambino”. Non mi ricordo come, non mi ricordo perché. So solo che in ospedale in quei mesi ci andai sempre più spesso.

Depressione, anoressia, overdose, coma etilico. Ho sentito tante parole diverse.

Passai più di un anno così, finché capii che l’ospedale era diventato la mia casa. L’unica dove avrei potuto rivedere Leo.

Claudio, 15/04/14

Quel giorno mentre accompagnavo mio fratello in ospedale, in una stanza riservata, vidi una ragazza suonare il piano.

Era bellissima, aveva dei capelli castani lunghissimi, la guardai in faccia: sembrava stanca , era magrissima. Mi fermai a fissarla per un po’.

Sembrava così diversa da me. Sembrava stesse suonando per qualcuno, così guardai meglio: era sola in quella camera.

Quando la canzone finì notai che le scendevano delle lacrime. Continuai ad osservarla,incuriosito finché un’infermiera mi venne vicino e mi disse che non potevo rimanere lì, provai a chiederle chi era quella ragazza e come mai aveva quei comportamenti, mi rispose semplicemente che viveva in ospedale e faceva volontariato nel reparto di oncologia infantile. Quando vide che continuavo ad insistere per ricevere altre informazioni mi disse solo “ha avuto una vita difficile”, se ne andò.

La guardavo e sentivo dei brividi percorrermi lungo tutta la schiena. Sembrava ci fosse qualcosa che mi legava a lei, una sorta di filo, come se ero destinata a salvarla da non so cosa.

Così tornai sempre più spesso in quell’ospedale e la trovavo sempre lì, a suonare per qualcuno che non c’era. Era bella, di una bellezza rara. Volevo parlarle, volevo conoscerla, ne sentivo un bisogno che mi soffocava l’anima. Mi sentivo un pazzo: non mi era mai capitata una cosa del genere, non avevo mai provato quelle sensazioni.

Di solito non volevo conoscere nessuna, non mi interessava, erano le ragazze a volermi conoscere ed io respingevo chiunque.

Ma lei, lei era diversa, lei era mia dalla prima volta che l’ho guardata negli occhi, doveva essere mia.

Allora pensavo di dover essere io a salvare lei, non avrei mai immaginato che sarebbe stata lei a salvare me.



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