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lavoro pubblicato martedì 24 novembre 2015
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Sopravviere. Capitolo 1

di Cest97. Letto 322 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un ragazzo senza nome vive in una caverna di una montagna fredda e inospitale, nella più totale solitudine. La sua vita cambia quando, in cerca di cibo, decide di uccidere un Abitante delle Vette per sfamarsi, scatenando la collera dei suoi simili...

L’acqua scende per la roccia, sbatte su di essa, si schianta, il suono si unisce agli altri mille di tutte le gocce di pioggia che si stanno riversando tutte assieme nello stretto, solo nuda pietra e tutta quest’acqua, che scende come un fiume ma verticalmente anziché seguendo il terreno e che segue la gravità ed arriva fino al suolo roccioso sul fondo.
È una spaccatura, nessuno la percorre, e se ci prova non ne esce, si dirama come un insieme di vene per tutte queste montagne e le alte pareti lisce levigate dalle intemperie non permettono vie di fuga, l’unica speranza per tornare da dove si è venuti qui è morire e attendere che la corrente porti il proprio cadavere fino a valle.
Sulle cime ci sono loro, che osservano dall’alto la vita degli uomini, talmente in alto da poter essere l’origine di questa pioggia, potrebbero essere loro a versarla, per ripulire i corridoi di roccia liscia dove gettano l’immondizia che producono, quella poca immondizia che si possono permettere di produrre; acqua, roccia, e loro, ecco da cosa è fatta questa catena di montagne, tre elementi impossibili da non trovare, come fossero indispensabili per il sostentamento di questo semplice seppur equilibrato habitat, togli uno solo di questi elementi e lo vedrai crollare.
Ed è qui che vive il ragazzo.
In questo preciso istante si trova sul fondo di una delle tante spaccature, di uno dei tanti canali e fiumiciattoli, un luogo dove non regnano sovrane né cielo né terra e queste due realtà coesistono. Questo punto di congiunzione rappresenta per lui una casa, come un Atlante lui sta al mezzo; lui è ciò di cui nessuno parla, non è l’altra faccia della moneta di questo mondo ma il metallo che la compone, è la possibilità che lanciando un centesimo in aria questo cada dritto e non sul lato.
Un quindicenne armato, pericoloso, affamato.
L’acqua gli creerà problemi nei movimenti. Non potrà correre, rischierebbe di scivolare; cammina contro corrente in salita, un coltello in un fodero attaccato ad una cintura appesa alla vita; si aggrappa ai sassi più pesanti che la corrente non smuove dal letto di questo fiumiciattolo, sassi aguzzi non ancora levigati dalla corrente che gli tagliano appena le mani, si trova molto vicino alla cima quindi sono detriti appena formatisi.
Non uiQuQqc’è cibo qui, come sempre, ma si aspettava di trovare qualcosa da mangiare nell’immondizia che di solito scende con la corrente, ma come temeva devono aver capito che se ancora sopravvive è grazie a quello che buttano via: riescono a vivere in cima a una montagna desolata, con poca erba e solo in prossimità della vetta, eppure producono abbastanza rifiuti da mantenerlo in vita. Rifiuti che raccoglie e seleziona quando scendono con la corrente, trovando sempre qualcosa di commestibile, ma non oggi, oggi non c’è nulla da mangiare, hanno localizzato il suo punto debole e come per disinfestare la zona dalla sua presenza lo hanno lasciato senza risorse. Lo trattano come uno scarafaggio, uno strano essere da eliminare, vogliono sbarazzarsi di lui ma non sarà così facile, non quanto credono.
Ed eccoli lì, in cima alla parete di pietra che sta alla sua sinistra, lo osservano quasi divertiti.
Hanno lo stesso colore grigio scuro dell’unico materiale che li circonda, qui non c’è mai sole perché sono all’altezza giusta per trovarsi appena sotto delle nuvole perennemente immobili e sono abituati a una luce soffusa, non si abbronzano mai e hanno la pelle liscia e lucente come il vetro, possiedono degli artigli decisamente affilati e resistenti ma per scendere le pareti sono soliti usare i palmi delle mani provvisti di una strana specie di ventose che permettono loro di rimanere attaccati per alcuni secondi, il tempo di scivolare fino al fondo o di risalire.
Lui estrae il coltello, non vorrebbe neanche pensare a ciò che sta per fare ma sa che se non mangia qualcosa ora morirà, e se sono lì per ucciderlo tanto vale difendersi.
E in ogni caso, non sente rabbia o rimorso, sente solo una cosa: fame.
“Prendetemi!” uno dei due che lo fissano dall’alto, incauto, salta giù e gli atterra davanti, tra spruzzi d’acqua e di rocce rotte da due quintali di peso.
L’essere è abituato a questo terreno, conosce questi canali come le proprie tasche e non lascerà che un parassita se ne resti indisturbato nella zona che deve sorvegliare, per fin troppo tempo ha vissuto a loro spese, è arrivato il momento di risolvere il problema. Alza la mano artigliata e sferza l’aria con le lame affilate come rasoi, che incontrandosi con il coltello del giovane si scheggiano appena.
Fissa il ragazzo con i suoi occhi bianchi, ne sente il respiro con le orecchie da lupo, percepisce la sua paura, sa di terrorizzarlo e questo gli piace; digrigna i denti affilati e alza l’altro braccio pronto a dare il colpo di grazia, poi d’un tratto il secondo coltello viene estratto dal fodero, il giovane umano lo teneva dietro la schiena. Squarcia il lucente ventre dell’essere gigantesco e ne riversa il contenuto rosso scuro nella limpida acqua, un taglio poco pulito, la carne viene strappata oltre che aperta e gli organi nascosti sotto di essa si mettono in mostra attraverso le ossa.
“Stupido” rimette l’arma nel fodero e spostandosi appena con un passo alla propria destra lascia che il mostro cada morente a terra.
Alza lo sguardo, tra la pioggia individua il compagno del caduto mentre corre via, percorre una stretta sporgenza di neanche un metro di larghezza in cima alla parete di roccia, e ben presto scompare alla vista, mentre il suo amico ferito giace a terra nella corrente.
L’essere si gira goffamente su sé stesso e, dopo aver osservato con uno sguardo sorpreso le proprie interiora mentre fuoriescono dal suo ventre, getta all’indietro la testa e osserva il cielo, in alto, tra le nuvole, non sembra arrabbiato e neanche triste, è qualcosa di incalcolabile, di inspiegabile, e quando il coltello gli entra nel cuore forse per un istante ha un’aria felice, poi nulla, è carne che deve saziare il grande bisogno di cibo del giovane.
Lo afferra per le caviglie e comincia a trascinarlo verso il basso, la corrente in questo lo aiuta, almeno a qualcosa serve oltre che a dissetarlo, e forse gli salverà la vita se arriverà abbastanza in fretta nella propria grotta senza farsi scoprire.
Mentre velocemente scivola tra le rocce e l’allarme degli abitanti delle vette riecheggia in questo labirinto, non può fare a meno di pensare a quale pezzo di questo corpo mangerà per primo, forse sarà oltraggioso nei confronti della sua vittima ma fortunatamente per lui non riesce a vederlo come qualcosa di intelligente o che abbia mai provato emozioni, quindi le cose saranno più facili.
-Se non assomigliasse così tanto a un uomo…-
Non è abituato ad avere incontri ravvicinati di questo tipo con loro, e se non fosse salito fino a quasi la loro dimora, spinto dalla curiosità, non avrebbero mai saputo della sua esistenza, ma dopo anni di solitudine e di ricordi sempre uguali voleva qualcosa di nuovo, che fosse o no proibito non aveva importanza.
Fin da prima che finisse in questo luogo, un tempo molto lontano e irraggiungibile dalla sua memoria, qualcuno a lui caro di cui non riesce a ricordare nulla gli aveva detto di stare lontano dal cielo, vivere sopra al fango e sotto alle nuvole, ma ecco che è riuscito a infrangere anche il più semplice insegnamento che gli avevano dato, e ora non può vivere nemmeno del poco cibo che si è fatto sempre bastare e che è sempre arrivato ai suoi piedi quasi senza che lo andasse a cercare.
Arriva alla sua grotta, loro non sanno dove si trovi, e probabilmente non si avventureranno così in basso nemmeno per il corpo di un loro caro, anche la sporgenza che usano per camminare sui lati del crepaccio si ferma prima di arrivare fino a qui, trasformandosi in un passaggio talmente stretto da essere praticamente impercorribile. Non dovrebbero riuscire a trovarlo.
Scende, si ritrova con l’acqua fino al petto, il corpo galleggia dietro di lui permettendogli di trasportarlo facilmente fin sopra alla roccia su cui lui di solito si va a rifugiare, una pietra appiattita che sta quasi sul pelo dell’acqua e che non si allaga mai. La caverna è nascosta per la maggior parte del tempo, infatti quando piove (e capita spesso) viene per metà sommersa, e quando invece c’è secca sembra una gigantesca rientranza della parete, troppo in basso perché gli abitanti delle vette riescano a verificare che non ci sia in effetti una piccola stanzetta scavata da un’infiltrazione trasformatasi poi in una vera e propria piccola cascata. Questa cascata fu col tempo quasi del tutto bloccata da piccoli massi che il ragazzo stesso posizionò negli anni nell’imboccatura da cui fuoriesce il liquido, trasformandola in una fontanella da cui ricavare acqua depurata.
Il corpo perde sangue, se non lo blocca potrebbero notarlo nel fiumiciattolo, per quanto possa sembrare improbabile data la monotonia del paesaggio anche un rivolo di sangue nell’oscurità sarebbe visibile.
Non ha grande esperienza quanto riguarda lavori di questo genere, una volta scuoiò una capra trascinata giù dalla corrente. Fu un lavoro orribile, sia parlando del procedimento che del risultato finale, lo aveva visto fare da qualcuno quando era piccolo e ricordava alcuni movimenti ma ciò che riuscì a ricavarne non fu nulla più di una piccola coperta mezza bucata; non può comunque lamentarsene, fa molto comodo in alcune stagioni dell’anno.
Fa defluire il sangue in una piccola pozza d’acqua, una pozzanghera formatasi in una piccola conca sulla sua roccia, non comunicante con l’acqua della grotta, e prende in mano il coltello: dovrà tagliarlo, spellarlo, e cucinare quel che otterrà con quella poca legna asciutta che ha da parte, anche se si starà già inumidendo e anche se accendendo un fuoco non farebbe altro che attirarli tutti a sé.
D’un tratto una terribile consapevolezza lo pervade: ha fame, ma non può in nessun modo cibarsi di questo essere. Cosa deve fare?
Comincia a fare buio.
La pioggia sta diminuendo.
Passano dieci minuti e si trova nella stessa posizione e con la stessa domanda che gli rimbalza nel cranio, altri dieci e non c’è più luce.
Sente riecheggiare tra le pareti della grotta dei suoni, rumori di cui conosce l’origine: sono loro, si sono spinti molto in basso, sono vicini, e sentiranno l’odore del sangue se non fa qualcosa per distrarli.
Non si trovano qui dentro, con lui, ma grazie all’eco e alla grandezza di questa grotta riesce a sentire ciò che accade fuori, come se si trovasse in una gigantesca cassa di risonanza e la montagna fosse il resto dello strumento; in ogni caso non ha molto tempo per agire. Accuratamente e lentamente cala il cadavere in acqua, per poi dargli una spinta col piede, piano, restandosene fermo ad osservarlo scendere, tornare nel fiume e andare ancora più giù, trascinato da quella poca corrente che ancora persiste.
Resta immobile col fiato sospeso per alcuni minuti, poi d’un tratto i suoi occhi notano nell’oscurità alcuni oggetti che non aveva mai visto, che galleggiando passano davanti all’imboccatura della sua casa; un paio di questi si arenano vicino l’entrata della caverna e restano lì.
Li ignora, sciacqua il sangue un po’ alla volta e lo fa defluire, quando non ne rimane traccia si distende, si copre con la sua coperta rotta e quei vecchi vestiti che quegli esseri hanno buttato via e che lui ha recuperato e adattato al proprio fisico, e rimane immobile, i suoni si allontanano e si fanno sempre più deboli, e quando spariscono lui si addormenta, non ha paura che a svegliarlo ci siano cinque artigli pronti a ucciderlo anche se sa che potrebbe succedere, semplicemente più sta fermo e in silenzio meno possibilità ci sono che quest’incubo si avveri.
Si sveglia, la luce del giorno che rimbalza tra le pareti lucenti di pietra gli investe il volto, alzandosi ha la possibilità di osservare in che condizioni si trovi la sua caverna, e dopo aver verificato la scomparsa dell’acqua la sua attenzione si focalizza sugli strani oggetti della notte precedente: sono dei cesti in vimini contenenti del cibo. Ne prende il contenuto, tiene i cesti, e getta in acqua delle fialette piene di un liquido che profuma di un fiore che si trova solo a grandi altitudini: non ha intenzione di farsi localizzare in un modo tanto stupido, scovato per colpa del profumo di un ciuffo d'erba rinsecchito.
Che si tratti di una richiesta diretta a lui, in modo che restituisca il corpo? O semplicemente un modo per onorare il caduto? In entrambi i casi la cosa non lo riguarda, il cadavere deve essere sceso parecchio seguendo i fiumiciattoli, ma ha il presentimento che siano riusciti a trovarlo alla fine. Considerando che lui ha avuto da mangiare e loro hanno avuto il corpo, dal suo punto di vista dovrebbe essersi risolto tutto, chissà che non tornino più a seccarlo e tutto riprenda il suo normale andamento.
Mentre pensa questo in alto, appena sotto alle nuvole, qualcuno pensa a lui e digrigna i denti.


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