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lavoro pubblicato sabato 21 novembre 2015
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sogno ad occhi aperti

di RugPupo. Letto 606 volte. Dallo scaffale Horror

E' un racconto breve, di genere gotico ma ambientato nel presente. Ho tratto ispirazione da una leggenda popolare Marchigiana di cui sono casualmente venuto a conoscenza...

Quando l'ispettore Gilardi entrò in quel buio e sporco monolocale di via Alsazia, nella periferia ovest di Latiano, fu assalito dai conati di vomito. L'odore di carne putrescente era intenso e penetrante tanto da esser stato avvertito dai vicini che abitavano al piano superiore di quella cadente stamberga.
Le tapparelle erano abbassate, solo qualche lama di calda luce gialla riusciva a penetrare nel sudicio vano, rivelando le danze leggiadre della polvere che affollava copiosa la stanza. Il ronzio delle mosche della carne era costante, e si mischiava allo sferragliare continuo dei treni che attraversavano la vicina stazione facendo vibrare le pareti. Gilardi accese la luce pigiando l'interruttore posto sulla parete accanto allo stipite della porta. La scena che gli si parò davanti risultò più raccapricciante di quello che aveva presagito. Un cadavere ormai sfigurato dalla decomposizione penzolava davanti alla porta aperta del piccolo bagno, mentre dei vermi bianchi e grassocci fuoriuscivano dalle cavità oculari. Il corpo era appeso ad una breve fune ancorata a due spessi chiodi piantati nel muro sopra la porta. Gilardi non riuscì più a trattenere i conati, fece uno scatto per sporgersi fuori dall'appartamento e diede di stomaco sull'uscio.
Ritornato all'interno iniziò a guardare in giro. Con sua sorpresa, vide che c'era un gatto nero appollaiato su una poltrona bucata. Inizialmente pensò che fosse morto, ma quando lo vide muovere la testa e incrociare il suo sguardo dovette ricredersi. Si domandò quindi come avesse fatto a sopravvivere senza cibo per tutto quel tempo, e, da amante degli animali qual era, provò un sincero dispiacere per quella creatura incolpevole rinchiusa in una stamberga maleodorante per chissà quanto. Si avvicinò al felino dagli occhi gialli e lo accarezzò sulla testa. Il gatto iniziò a fare le fusa, probabilmente bisognoso d'affetto e vicinanza a tal punto da superare la naturale diffidenza che quella splendida razza animale nutriva verso gli sconosciuti. Guardandolo attentamente, notò un particolare raccapricciante che gli chiarì come avesse fatto a sopravvivere senza deperire in maniera vistosa. Il muso del felino era sporco e maleodorante. Doveva essersi nutrito attingendo dal corpo putrefatto del padrone. Questa deduzione lasciò l'ispettore interdetto per qualche secondo, finché non razionalizzò pensando che si trattava dell'istinto di sopravvivenza animale e che, in fondo, il povero recluso dalla lunga coda non aveva fatto del male a nessuno.
Gilardi lasciò il gatto al suo riposo, riprendendo l'osservazione dell'ambiente prima che arrivasse il coroner.
La cucina era incrostata, un piatto sporco e vari resti di cibo erano dimenticati sulla tavola ancora apparecchiata. Accanto alla bottiglia di vino vuota era stato adagiato un quadernino. La posizione insolita lo incuriosì. Estrasse dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa, gingillo vintage che amava portare con sé per darsi un tono. Utilizzandolo come guanto, aprì il quadernino blu evitando di lasciare impronte digitali che avrebbero potuto inquinare la scena del crimine. Era chiaramente una nota, anche se molto lunga, lasciata lì perché fosse trovata.

Lo aprì con delicatezza e iniziò a leggere.

"La mia esistenza non può considerarsi una vita. Non è vita quella passata a fuggire da qualcosa da cui non ci si può nascondere.
Tutto ebbe inizio in un'uggiosa sera d'autunno, quando il mio migliore amico Luca Rebbio mi parlò di un problema che lo affliggeva da qualche settimana. Da qualche tempo a quella parte avevo notato in lui un cambio d'umore repentino. Era sempre stato allegro e solare per sua indole, anche durante i periodi di stress che il suo lavoro normalmente gli procurava. Era uno psicoterapeuta di successo, qualcuno lo definì addirittura un luminare, in quanto indiscutibilmente dotato e costante nella ricerca scientifica. Era una persona decisamente razionale e convintamente avversa a qualsiasi forma di superstizione, tanto da definirsi come un "ateo violento" e contrario ad una visione deterministica dell'esistenza umana.
Come dicevo, da qualche giorno avevo iniziato a notare in lui un certo malessere, anche se dapprima non me ne preoccupai. Era sempre più spesso nervoso, soporoso, depresso. Non era sposato, farsi una famiglia era assolutamente al di fuori dei suoi interessi. Anch'io non mi sono mai sposato, per ragioni decisamente diverse che non ho voglia di descrivere. Ad ogni modo, il nostro celibato ci permetteva di avere molto tempo da dedicare alla compagnia e alle amicizie. Per questo eravamo soliti uscire insieme, non di rado accompagnandoci a donne piacenti con cui capitava che trascorressimo la notte (ciascuno a casa propria, si intende). Ultimamente, invece, evitava di uscire e di avere contatti umani in generale. Visto che non sembrava esser capitato nulla di male a Luca, pensai che doveva esserci qualche evento traumatico del suo passato, rimasto latente nella sua psiche per lungo tempo, e misteriosamente destatosi per cause ignote provocando quello stato di depressione che lo affliggeva. Era uno psicoterapeuta molto dotato, è vero, ma nessuno può psicoanalizzare sé stesso. Perciò pensai che non si rendesse conto del male che lo affliggeva né delle cause che avrebbero potuto scatenarlo. Anch'io possiedo qualche nozione di psicologia, sebbene non sia uno psicologo, grazie alle ricerche personali che ho svolto per comporre i romanzi e i racconti che mi hanno sempre procurato da vivere. Decisi così di integrare le mie sparute e disordinate nozioni con un'ulteriore ricerca, e scoprii che per aiutare una persona depressa è anzitutto necessario evitare che si isoli. Scoperto ciò, e sapendo che viveva da solo, iniziai ad agire di conseguenza. Mi recai spesso a casa sua, anche contro la sua volontà, proponendogli la mia compagnia quasi forzatamente. Provai a farlo parlare, a sottoporgli quesiti di natura scientifica o discussioni filosofiche. Lui, dal canto suo, rispondeva sempre concisamente e controvoglia, sopportando la mia presenza malvolentieri. Era palesemente irritato per la mia insistenza. In una di quelle sere, non ricordo di preciso quale, quando mi vide alla porta diede in escandescenze, urlandomi contro e spingendomi fuori di casa. Io non mi arrabbiai, giacché mi aspettavo che prima o poi avrebbe avuto quella reazione. Tuttavia alzai la voce ugualmente, tentando di scuoterlo da quel torpore ovattato in cui era scivolato a causa della sua patologia. Dopo qualche minuto di discussione scoppiò in lacrime, permettendomi di entrare e scusandosi per la reazione eccessiva. Ricordo perfettamente quegli istanti; ricordo perfettamente la pioggia sottile e nuvole grigie che oscuravano le stelle e la luna, nel giorno d'autunno in cui tutto ebbe inizio.
Mi sedetti sul suo divano in pelle bianca, sinceramente preoccupato per la condizione sempre più grave del mio amico. Quasi immediatamente, Aleister, il gatto che Luca aveva preso da tre mesi circa, si appollaiò sulle mie gambe. Io lo accarezzai, apprezzando la morbidezza del suo pelo lucido e nero come le piume di un corvo. Quando finalmente Luca riuscì a ricomporsi, decise di spiegarmi le ragioni del suo malessere.
- Non sono depresso. Il mio cambio d'umore di questi ultimi tempi è causato dall'insonnia - mi disse.
Io gli chiesi perché non la curava, al giorno d'oggi ci sono numerosi rimedi per questo disagio ormai molto comune. Lui mi rispose che la causa dell'insonnia non era di natura medica, e neppure naturale. Quell'esclamazione mi fece trasecolare. Un uomo razionale e dalla mente rigidamente scientifica come la sua non poteva asserire di essere vittima di un fenomeno sovrannaturale senza aver indagato accuratamente. Gli chiesi che cosa succedesse e in cosa consistesse quel fenomeno. Egli iniziò dunque una dettagliata descrizione degli eventi:
- Tutto è cominciato circa un tre mesi fa, e l'evento si verifica ogni volta che vado a dormire, immancabilmente, dopo due ore di sonno. Mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo è paralizzato. A questa paralisi si accompagna una visione terrificante sempre uguale. All'inizio, ricondussi ciò che mi era capitato alla paralisi ipnagogica, un evento ben noto nella letteratura scientifica. Precisamente, vedo un essere dalle fattezze demoniache in piedi accanto a me. E' vestito con una tunica bianca lunga fino ai piedi, porta un cappuccio appuntito dello stesso colore e dall'ombra che proietta sul suo volto traspaiono gli occhi rossi come tizzoni ardenti e un muso lungo simile al becco di un corvo. Lo sento ridere in maniera fragorosa, con voce acuta, e la sua apparizione si accompagna sempre ad una corrente d'aria gelida che entra nella stanza anche a finestre chiuse -
Inizialmente pensai che quella manifestazione onirica fosse frutto di una sua suggestione psicologica. Egli stesso riconosceva in quei sintomi una patologia psichiatrica ben conosciuta. Ma quello che mi disse in seguito mi chiarì le idee sulla sua bizzarra presa di posizione.
- Immediatamente mi rivolsi ad uno psichiatra, il quale mi prescrisse la cura che nella totalità dei casi di paralisi ipnagogica si rivela risolutiva. Mi disse di non mangiare pesante a cena e di anticipare di qualche ora l'ultimo pasto della giornata; di mantenere il più possibile regolare il ciclo sonno-veglia e mi prescrisse un periodo di riposo per alleviare lo stress che spesso è la causa di questo disturbo. Inoltre, mi spiegò come fare a superare quella paralisi e a svegliarmi completamente facendo svanire le illusioni. Tuttavia né le precauzioni né il rimedio hanno mai funzionato -
Ancora scettico, gli dissi che probabilmente ci voleva tempo, sia perché svanisse la causa di quel disturbo sia perché padroneggiasse la tecnica di risveglio che gli era stata indicata. Ma egli, per tutta risposta, si tolse la maglietta e mi mostrò il petto. Aveva dei graffi profondi, alcuni dei quali avevano richiesto alcuni punti di sutura. Mi disse che era il demone a seviziarlo col suo becco. Ma il suo intento, secondo lui, non era tanto quello di provocargli dolore fisico, quanto di terrorizzarlo. Era certamente una forma di sadismo la sua, ma niente affatto rozza. Piuttosto era un sadismo raffinato, che portava quel demonio a godere dell'esasperazione.
Quella rivelazione mi fece temere per la sua salute mentale giacché la prima cosa a cui pensai fu all'autolesionismo legato alle allucinazioni. Gli chiesi se la causa del suo disturbo non potesse essere di natura fisica, temendo che si trattasse di una qualche forma di tumore al cervello. Egli mi rispose di aver preso in considerazione anche questa ipotesi e di averla potuta scartare in seguito ad una tac e ad altri esami approfonditi. Quel fenomeno che, di nuovo, definì come soprannaturale, gli toglieva il sonno ogni notte. Da circa tre mesi non riusciva a dormire per più di due ore al giorno, ed era l'assenza di sonno a provocargli lo stato depressivo e il nervosismo di cui soffriva. Inoltre, sempre l'assenza del necessario riposo gli causava da qualche tempo anche allucinazioni diurne, quelle sì di natura spiegabile e perfettamente scientifica. Ma mai di giorno vedeva quel demone dal lungo becco.
Temendo per la salute del mio amico, mi offrii di dormire a casa sua per monitorarlo durante la notte. Egli sembrò contento della proposta, per quanto la sua condizione glielo permettesse, quindi acconsentì di buon grado ed io uscii per andare a prendere qualche necessario effetto personale a casa mia. Quando tornai, lo trovai impiccato. Aleister camminava in circolo attorno ai piedi sospesi di quello che fu il mio migliore amico, con la lunga coda nera tesa verso l'alto. Fu tale il mio sgomento che per poco non svenni. Lo sollevai afferrandolo per le gambe, nel tentativo di alleviare la pressione sul collo. Chiamai i soccorsi, ma quando giunsero i paramedici non poterono far altro che constatare la morte del povero Luca. Tale fu il dispiacere per la perdita, che per poco non sprofondai io stesso nel cupo abisso della disperazione. Decisi di prendermi cura del suo gatto Aleister, perché averlo vicino mi dava l'impressione di avere accanto una parte del mio vecchio amico. Inoltre si era affezionato a me, essendo l'unica persona che vedeva spesso a parte il povero defunto.
Per qualche giorno, malinconia a parte, tutto andò come al solito. Scrivevo, uscivo di casa e mi affaccendavo nelle solite facezie che impegnavano il mio tempo libero. Ma dopo una settimana dalla morte del mio amico, iniziò a rivelarsi a me quell'entità luciferina che aveva condotto al suicidio Luca. Dopo un paio d'ore di sonno fui destato da una corrente gelida che portava con sé un olezzo sulfureo. Aprii gli occhi, i miei sensi erano perfettamente coscienti ma il mio corpo completamente paralizzato. Accanto a me notai la tunica bianca svolazzante, e sbarrai gli occhi completamente rapito dal terrore. Tentai di urlare, con tutta la forza che avevo in corpo, ma la voce non accennava a lasciare la mia gola, rimanendo intrappolata nel petto. Non appena il mostro onirico se ne rese conto, proruppe in una risata fragorosa, spalancando quel lungo becco e gettando indietro la testa incappucciata. Si spostò e salì sul mio letto, appoggiandomi le sue ossuta ginocchia sulla pancia. Quindi si chinò su di me e prese a lacerarmi il petto beccando, come un corvo becca le carcasse inerti. Più cresceva il mio terrore più il demonio rideva, come se potesse percepirlo nonostante io non fossi in grado di manifestarlo.
Il mostro terrorizzò le mie notti continuamente, non c'era notte in cui mi lasciasse riposare. In breve tempo raggiunsi anch'io lo stato di depressione che avevo notato nel mio amico da poco deceduto. Ma a differenza sua, io ero già consapevole del fatto che non poteva trattarsi di un disturbo noto e curabile. Per questo, iniziai subito a fare ricerche su fenomeni paranormali che potessero essere ricondotti a ciò che mi capitava. Scoprii che un mostro molto simile era chiamato Pandafeche nelle leggende popolari marchigiane. Si diceva che il demone potesse essere placato lasciando un fiasco di vino accanto al letto, in quanto ne sarebbe ghiotto. Oppure lasciando accanto al letto un sacco di ceci, fagioli o monete, perché non riuscirebbe a fare a meno di contarli e quindi smetterebbe di tormentare la sua vittima. Provai con ognuno di questi rimedi, ma il Pandafeche non smise mai di tormentarmi. Tutt'altro, sembrava ancora più divertito dai miei assurdi sforzi. Cercai di immaginare la ragione in base alla quale quell'essere sceglie le sue vittime, ma non mi venne in mente nulla. Sembrava che le sue scelte fossero casuali, quasi come una malattia contagiosa si propagava ovunque riuscisse. Gli insuccessi nella ricerca di una soluzione furono un duro colpo. Pochi giorni dopo iniziarono le allucinazioni diurne causate dalla prolungata carenza di sonno. Provai a dormire di giorno, ma anche in quel caso il mostro si palesava dopo due ore. Disperato, acquistai l'orrendo monolocale in cui ora giace il mio corpo, dando fondo a tutti i miei risparmi, nella vana speranza che il Pandafeche rimanesse intrappolato nelle mura della mia precedente dimora.
Non è successo. Il mostro continuava a terrorizzare le mie notti. Mi sono reso conto, quindi, che l'unica via d'uscita da questo tremendo terrore senza fine è il suicidio. Seguire il sentiero tracciato dal mio amico qualche mese prima di me, questo ho fatto. L'abbraccio di un eterno sonno ristoratore, in cui la paura non trova luogo. Anelo l'oblio, bramo il riposo"
.

Non appena Gilardi finì di leggere la nota, il suicidio gli sembrò l'unica soluzione al caso. Sentì la voce del suo collega che correva per le anguste scale di legno, fuori dal monolocale. Stava arrivando il resto della squadra omicidi con il coroner. L'ispettore ritenne di poter abbandonare quel luogo raccapricciante. Stava per inforcare la porta, quando gli balenò in mente un pensiero: quel povero gatto non meritava di finire abbandonato, dopo tutta la solitudine passata. Lo avrebbe portato a casa con sé, sua figlia ne sarebbe certamente stata entusiasta. Lo prese con una mano sotto le zampe anteriori e se lo portò al petto, come si fa coi bambini. Il gatto rimase tranquillo, e poggiò le zampe sulla sua spalla destra, guardandosi intorno incuriosito. Gilardi uscì dalla stanza con il suo nuovo amico. Un lampo attraversò gli occhi gialli del felino.



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