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lavoro pubblicato sabato 21 novembre 2015
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

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SECONDO LA PIANTA GRASSA

di kidanemariam. Letto 515 volte. Dallo scaffale Generico

SECONDO LA PIANTA GRASSA Soleggiato, estivo, di per se già fastidioso perché inizio di un’altra settimana. Un lunedì. Federico Innocenti camminava a suo modo, come voi avete il vostro, unico, personale, indubbiament...

SECONDO LA PIANTA GRASSA


Soleggiato, estivo, di per se già fastidioso perché inizio di un’altra settimana.

Un lunedì.

Federico Innocenti camminava a suo modo, come voi avete il vostro, unico, personale, indubbiamente irripetibile.

Buttava un occhio alle vetrine dei negozi che gli facevano compagnia durante il tragitto.

Ogni tanto si diceva tra se e se che lui non avrebbe mai speso i soldi per quella robaccia lì.

Poi, una volta stufo del vetro e dei suoi riflessi, si dedicava al marciapiede e anche lì gli saltava subito all’occhio l’irregolarità del cemento.

Gli alberi, pateticamente reclusi dall’uomo in piccole aiuole cementificata, davano la loro risposta increstando i marciapiedi e sollevando da terra ogni stupido sforzo di ingrigire il mondo. Creavano fulmini di pietra che, soffermandosi a guardare, portavano dentro un ramo forte e spesso che spavaldo sporgeva lungo le strade.

Federico guardava proprio uno di quelli quando si accorse, ridestatosi dal suo fantasticare, di essersi dimenticato ancora una volta perché mai stesse camminando per il marciapiede.

Un motivo sicuramente c’era?

A non più di cinque metri dalla punta delle sue converse un Bar, il solito Bar.

Forse le cose lo annoiavano o forse no, questo non si è mai capito e penso che nemmeno lui, tutt’ora, sia arrivato a un dunque.

Quel Lunedì gli basto chiedere una Ceres da 66cl, ne più ne meno di una fredda sagoma giallo scura da tenere stretta in mano.

Cominciò a sorseggiarla mentre buttava un occhio ai risultati del calcio, un gioco che riteneva stupido quanto insignificante ma che in mancanza di alternative e scelte, era spesso costretto a guardare.

Allungò il braccio portandosi a se una piccola ciotola blu notte, appoggiò la Ceres e prese a mangiare le patatine che c’erano dentro.

Avevano un sapore di aria aperta, gommose, ma comunque patatine.

Mentre le mani si ungevano e i granelli di sale si arrampicavano fin su al naso, Federico pensava che prima o poi avrebbe dovuto…..

-Saldare il conto, è un mese che mi dici che lo farai.-

La voce del barista. Le voci dei baristi. Non anno una mezza misura.

O sono squittenti e accoglienti oppure, come quella che interruppe quello sgranocchiare, sembrano un amplesso ferruginoso di corde vocali troppo vecchie per vibrare.

Federico si sfilò le tasche dei jeans per dimostrare che non portava denaro con se, dicendo che appena avesse potuto avrebbe saldato tutto quello che c’era da saldare, mettere in ordine, chiudere e aggiustare.

A quel punto, sicuro di aver fatto per l’ennesima volta presa su Pier Paolo (il barista), chiese altre due Ceres. Una da bere subito e una, indipendentemente dalle regole vigenti, da portare via con se.

-Segnale sul conto-

Era ciò che restava di Federico ogni volta che se ne andava, ne una chiacchera ne una parola, il tutto concluso con un – A presto Pier-.

Ancora in strada, questa volta con una Ceres in mano e una decina di euro in più da pagare, Federico ricominciò a camminare.

L’aria, ora che aveva già un mezzo litro di birra nello stomaco a rinnovarlo di nuova energia, si era già fatta più lieve e delicata.

Stappò la seconda, avvicinando la mano al taschino dei jeans per prendere una sigaretta che da tempo si era dimenticato di avere.

L’accese, impregnandola di luppolo nel filtro, guardò di fronte a se incrociando gli occhi verso la punta di tabacco che ardeva a non più di tre centimetri dal suo naso.

Proprio mentre i suoi occhi fissavano quel piccolo braciere sospeso a mezz’aria, Federico inciampò imprecando, si fermò a guardare cosa mai gli avesse provocato tutto quel male.

Si accorse poi di aver perso la sigaretta, l’unica che si era portato per il tragitto, questo lo fece arrabbiare ancora di più addossando la colpa, a Dio, suo Figlio e compagnia bella.

Tra una cosa e l’altra Federico guardò il tabellone pubblicitario contro cui si era scontrato, erano sempre le solite tragiche notizie giornalistiche che non lasciavano che un’amara considerazione del mondo e dei suoi perché.

Un passante si fermò di fianco a lui e, proprio mentre quei quattro occhi scrutavano il bianco e il nero, Federico ne tolse due voltandosi verso l’uomo dicendo:

-Ma come cazzo è che danno sempre ste notizie?-

L’uomo non rispose ma si degnò comunque di voltarsi verso Federico che continuava a parlare:

-E te lo sei mai chiesto? Grazie al cazzo che poi la gente s’incarognisce!

Danno solo notizie di guerra e morte. Se cominciassero a tappezzare i giornali e le televisioni delle belle cose che accadono fidati che non andrebbe così… ci scommetto quello che vuoi… scommettiamo? Dai su rispondimi!…. Scommettiamo maledizione!?-

L’uomo si allontanò, impaurito forse dall’alcolica aria che stava pungendo il suo naso e il suo timore di essere aggredito da un momento all’altro da quel ragazzo troppo magro per essere vero. Perché si…Federico era magro, troppo magro per credere sul serio che ci potessero essere tutte quelle ossa in una persona.

-Va bhe… dai, non hai voglia di parlare l’ho capito! –

Diceva Federico mentre allungava la mano libera contro il cielo per salutare l’uomo, che si era ormai perso tra l’orizzonte.

All’ora Federico diede uno strattone alla sua persona e riprese il cammino verso casa.

Nel frattempo pensava che sarebbe dovuto andare all’appuntamento dalla psicologa, quello per cercare di cambiare certe cose, per tentare di riprendersi.

C’è l’avevano tutti con il suo peso chiunque ne parlava, come se si stesse discutendo di un Derby imminente, Federico non sopportava questa cosa a tal punto da odiare chi se ne interessasse.

Forse è per quello che una volta entrato in casa non salutò nessuno e si diresse in camera sua lasciando dietro di se null’altro che un rumore di serratura, uno sbattere di porta che interruppe in un lento fragore i silenzi di quelle quattro mura.

Appena entrato in stanza si accorse come sempre che le giornate continuavano a pesare con l’intensità di un sole a mezzogiorno.

All’ora Federico si scoprì le braccia fino all’ora tenute al riparo da del cotone blu, un maglione di vecchia data donatogli dalla sua ragazza.

La stessa che l’aveva lasciato un annetto prima, la stessa che Federico non seppe mai dimenticare, come se fosse la data del proprio compleanno tornava in mente.

Si disse più volte che l’avrebbe scordata e c’è la mise tutta per farlo ma, come se fosse l’unica consolazione rimastagli, continuava a indossare quel maglione cotonato di un blu lago.

Di fronte a lui una pianta grassa, l’unica cosa che era rimasta in carne di lui, l’unica cosa che gli apparteneva come sua e basta.

La sua maledetta pianta grassa.

Rubata un giorno da un davanzale di una casa lungo la strada, proprio sotto casa sua.

Guardava quella, prima di dedicarsi al suo braccio, quello destro per la precisione.

Allungò la mano verso il cassetto del comodino color cartone, era di fianco al letto.

Tirò fuori una piccola lama, non più grossa ne lunga della sigaretta fumata per strada.

La guardò intensamente come farebbero due innamorati la prima notte di passione, appoggiò il polpastrello del dito medio sulla punta e, premendo un poco, si accertò che la lama tagliasse come voleva lui.

Ritornò sulle braccia vedendole tagliata da decine di righe color carne, alcune vecchie, alcune della sera prima.

Era come se fosse una pianura, invasa da decine di fiumiciattoli provenienti dalle sorgenti di montagne lontane.

Federico prese la lama, appoggiandosela sul braccio destro sentì il freddo giungergli fino alle labbra sotto forma di stretta.

Tutto Federico stridulò arricciandosi in se, premette più forte consapevole che la gentilezza non può uccidere nessuno e nemmeno tagliare, lacerare o qualunque altra porcheria avesse pensato di fare.

Guardandosi intorno scorse i piccoli oggetti che lo circondavano ricordargli come, dove e il perché di tante e troppe cose.

Suonava strano alle recchie di Federico quello stridulo incontrollato, è paradossale sentirsi vivi in un qualcosa di così vicino alla morte.

Gli occhi cedettero in una capriola involontaria nel vedere fuoriuscire tutta quella roba, nel vedere sgorgare se stessi con così tanta facilità.

Accorgersi di essere meno resistenti di quello che si pensa, come un insaccato qualsiasi tenuti stretti da della semplice pelle. Tutta quella velocità dentro di noi, frenesia inarrestabile.

Federico premette ancora un po’, sentendosi sfilacciare ripercorse gli argini dei fiumi fin su all’altezza del gomito.

Poteva sentirsi defluire nelle stanza, schizzare sul letto e sgocciolare sulle scarpe.

Si pensa di soffrire, gridare dal dolore, impazzire dietro al rimorso del tempo perso ma forse non è così, magari ci si concentra semplicemente su quell’istante.

Tante volte nel corso della nostra vita, ci accorgiamo di quanto l’istante cambi le cose, vediamo la nostra inettitudine di godersi l’attimo prendere il sopravvento.

All’ora presi da un’accecante consapevolezza ci diciamo che stiamo sbagliando, che è meglio fare diversamente, per poi ricrollare nella nostra presente paura per il futuro.

Ma forse in quegli istanti è tutto diverso, per esempio Federico stava osservando la sua pianta grassa appoggiata proprio sopra il comodino.

La guardava con una viscerale invidia per la sua capacità di riempirsi di tutto.

Cazzo, infondo le piante grasse vivono anche nel deserto! Riescono con così poco a sopravvivere, ad essere grasse! Come fanno, cosa hanno che io non ho!?.

Con la fantasia si avvicinò un poco alla sua pianta grassa, visto che ormai non riusciva più a muoversi. Allungò le mani toccandogli le spine delicatamente, la sfiorò ovunque.

Sentendola piena di cose da dire la stette ad ascoltare come un sermone domenicale, nel frattempo continuava a perdersi per la stanza, il letto cominciò ad inumidirsi.

Appoggiò la testa sul cuscino, avrebbe voluto tagliarsi tutte e due le braccia ma ormai di una aveva perso la sensibilità.

-Federico, all’ora come è andata?..-

Le urla si spansero per la stanza, frettolosamente giunsero fino all’orecchio di Federico che osservava il soffitto color ceramica sfocarsi fino a diventare sempre più scuro, sempre più scuro. Nel frattempo la mamma di Federico continuava a schiaffeggiarlo cercando di farlo rientrare dentro, di raccoglierlo un’ultima volta prima di perderlo per sempre.

Federico gli avrebbe voluto spiegare tante cose prima di andarsene, dirgli che non era colpa sua se lo cose erano andate così e che, finalmente aveva capito dove stava l’errore, di non preoccuparsi perché ora sarebbe stato bene per sempre, il peso non era un problema e nemmeno quei tagli che tanto la spaventavano.

Federico ormai non poteva più dire niente se non restare fermo, immobile, veder sfocare tutto.

Questo però non lo spaventava, il buio, la fame, il peso, l’amore e la solitudine erano cose superabili secondo lui e la sua ……PIANTA GRASSA


KIDANE GRIANTI



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