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lavoro pubblicato venerdì 20 novembre 2015
ultima lettura martedì 7 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un Segugio dall'Inferno

di Spaventapasseri. Letto 564 volte. Dallo scaffale Horror

Spostiamoci più indietro, nel XIII secolo, vi va? Strani riti avvengono intorno a un bosco, e tocca alla "macchina bellica" della Chiesa estirpare questo male. Una storia vera e documentata, da me rielaborata.

Quella notte volli Ambrogius con me. Era ancora un novizio e doveva fare esperienza nel ruolo di mio aiutante, e mi ero persuaso che, nonostante gli orrori pagani che avrebbe incontrato, ciò gli avrebbe mostrato la vera arte del compito che abbiamo scelto. D'altro canto non era un incarico che andava svolto da solo. Troppo pericoloso.

Decidemmo insieme che l'ora ideale per irrompere tra gli eretici era verso mezzanotte, il momento preferito dal Signore delle Mosche (invero conosco quel poco di ebraico da permettermi di dare questa traduzione). La nostra tonaca bianca era troppo vistosa, perciò decidemmo di chiudere la cappa anche sul davanti. Dovevamo mimetizzarci con gli alberi e il buio. La tonsura, poi, andava nascosta sotto il cappuccio, altrimenti ci avrebbero riconosciuto subito.

Partimmo tardi, all'incirca un'ora dopo Compieta, quando il resto dei nostri fratelli si era già concesso al sonno. Era una notte di metà del secolo XIII dalla nascita di Nostro Signore, e non la dimenticherò mai. Non dopo quello che ora mi accingo a raccontare.

Potevamo contare sul consenso del vescovo di Lione, perciò ci rivolgemmo a lui e Monsignore ci mandò una sua guida fidata, un certo Jean di cui non rammento più il resto del nome. Costui conosceva a menadito i boschi di quell'area maledetta, non lontana dal suo paese natale. Il resto delle informazioni ce lo procurammo Ambrogius ed io con le confessioni. Un metodo davvero efficace, sia lode a Dio. Molte di loro parlarono subito dopo che mi avvicinai con un frustino in mano, anche se non avevo (ancora, ahimè) intenzione di usarlo. Una fu molto chiara. Era un luogo vicino all'unico torrente, poco lontano dalla zona dei sambuchi. Lei aveva già compiuto il rito due volte, ognuna per un figlio diverso. La diedi in consegna alle guardie e mi alzai, licenziai il resto della fila di donne e mi diressi di corsa al monastero.

Il bagliore danzante delle torce guidò il nostro cammino fino al limitare della foresta, dopo obbligai i miei due compagni a spegnerle. Non dovevano vederci, per nessun motivo. Raccomandai loro di non stare troppo sotto gli alberi per evitare di finirci contro, ma soprattutto di tenersi sempre alla vista degli altri. Non dovevamo perderci o restare da soli, altrimenti sarebbe stata la nostra fine. Jean aveva un pugnale corto, Ambrogius ed io solo la benevolenza del Signore.

Poi calò il silenzio. Li sentivo muoversi, udivo i loro piedi strusciare sulle foglie secche in terra, che crepitavano come un falò. I miei occhi erano sbarrati, le mani tremavano. Vedevo le loro sagome sbucare ogni attimo da dietro il tronco di un albero o un angolo più scuro vicino a un arbusto, per poi accorgermi che erano soltanto rami o fusti spezzati. Tutto questo era già successo nella mia vita, l'avevo ormai sperimentato sulla mia pelle, ma ogni volta era sempre la prima. Jean era davanti, mentre sentivo il respiro irregolare di Ambrogius alla mia sinistra. Era agitato, troppo. Rischiava di commettere qualche stupido errore dovuto all'imprudenza. Tesi la mano e lo fermai, e il mio confratello sussultò e per poco non fu così idiota da gridare. «Mettiti dietro di me», gli intimai sussurrando, «e prega Dio con la mente. Dixi, abi

Procedevamo con lentezza, incespicando negli arbusti, logorandoci e infangandoci i lembi della tonaca, ma per fortuna nessuno si accorse di niente. Poi, quando ormai la situazione pareva divenuta più stazionaria, le nostre orecchie udirono il gorgoglio rocambolesco dell'acqua contro le pietre levigate del torrente. Eravamo arrivati.

Una luce tenue, arancione e zampillante proveniva da una radura dietro una cerchia di alberi. Erano là dietro. Quelle donne votate a Satana e a quel diavolo di segugio infernale dal nome umano. Jean alzò una mano e la aprì, dovevamo fermarci. Io lo raggiunsi e gli intimai di proseguire di soppiatto, curvi e silenziosi. E, mentre ci avvicinavamo in tale maniera, una litania infernale si diffuse nell'aria, ma nessuno di noi riuscì a discernere le parole. Erano versi animaleschi e diabolici, ripugnanti privi di alcun significato. Le voci erano tre, una più roca delle altre. Apparteneva a un uomo (ipotesi molto improbabile) o a un'anziana. E mi venne in mente. Ordunque era presente anche la Vegliarda, come la chiamavano gli eretici.

Giungemmo sotto le fronde degli alberi, coperti dall'oscurità, e i nostri occhi furono trafitti a morte dal macabro spettacolo che si stagliava davanti a noi. Attorno a un falò grande e improvvisato, una donna ormai già in età avanzata era inginocchiata e tendeva le mani verso una piccola sagoma davanti a lei. Il corpo ormai senza vita di un infante. Gli era stata amputato tutto il fianco sinistro, arti e viso compresi. Quel racconto orribile su Re Salomone spuntò di nuovo a tormentare i miei pensieri, come quand'ero io stesso un novizio. Terribile, ma per fortuna nella Bibbia non era avvenuto sul serio.

Invece in quel momento era lì davanti a me. Una pozza di sangue accerchiava il corpicino dilaniato. Di fianco all'infante, una donna con il viso lordo di liquido rosso stava seduta accanto al bambino, e ne accarezzava la parte di capo staccata. Un'altra donna al limite della zona illuminata, invece, reggeva tra le mani un altro neonato addormentato, chiuso nelle sue vesti candide. Quest'ultimo era ancora intatto ma aveva gli occhi chiusi. Sta dormendo, mi obbligai a chiedere.

«In nome di Dio Padre Onnipotente e della Santissima Trinità», tuonai io senza aspettare, «vi obbligo a sospendere le vostre empietà di eretici votati al Diavolo e vi ordino di cessare questa inutile strage!»

Mi lanciai di corsa verso di loro, sciogliendo i lacci della cappa e abbassandomi il cappuccio, per mostrare loro la mia identità di domenicano. Mi fermai solo quando giunsi nella zona illuminata, e le guardai. Loro, colte di sorpresa, tutto subito mi parvero intontite e quasi ebeti, ma poi quella con il bambino in braccio si mosse all'improvviso, lasciandomi spiazzato. Corse verso il torrente con il bimbo in braccio, e urlò: «Io ti invoco, o Santissimo Levriero, scendi dal Paradiso a prendere il mio figlio debole, infestato dai Demoni, e rendimi quello sano, che tu mi hai protetto!»

Non so come fece a predicare tutte quelle cose, forse le aveva imparate a memoria e recitate un'infinità di volte per prepararsi, fatto sta che arrivò sulla riva e gettò il neonato nel fiume. Il corpicino saettò in aria e la sua minuscola testolina cozzò contro una roccia del fiume, esplodendo in una valanga di sangue, di ossa e di altra strana materia viscida. Dopodiché il cadavere rotolò nel fiume e scomparve dalla scena. Non fu mai più trovato.

Intravidi accanto a me la sagoma di Ambrogius che si gettava contro quella meretrice del Diavolo e la bloccava a terra per i polsi, mentre Jean si accaniva contro quella che aveva diviso in due la creaturina sua figlia. La guida fidatissima di Monsignor vescovo estrasse il pugnale dalla cintola e lo calò sulla donna. «Fermo!», ululai, ma per la seconda volta non feci in tempo. Quando il mio urlo partiva, la lama era già inabissata nel petto della donna, la cui bocca gorgoglio sangue. Ora che ci penso quella sera mi mossi sempre troppo tardi. Sempre. Ignorando tutto il resto, corsi da Jean, che intanto si era rialzato, e lo afferrai per il bavero. Lo sovrastavo di due teste d'uomo, e gli tuonai in faccia: «Ma si può sapere quale Diavolo ti ha indotto a fare questo? Noi non siamo come loro, maledizione! Non uccidiamo i nostri simili!»

Lo so, direte voi, l'Inquisizione condannava a morte la maggior parte degli eretici, ma a quel tempo avevo ancora degli ideali. Comunque, scaraventai Jean a terra e lui, terrorizzato, iniziò a battere in ritirata. Si alzò sui gomiti e iniziò a correre via. Decisi di lasciarlo perdere, e mi volsi verso Ambrogius, che teneva ancora l'altra donna, viva, a terra. Mi guardava con timore, ma il suo sguardo era anche bramoso di sapere come avremmo proseguito. «Per adesso falla alzare e incamminati con lei fino al paese, tanto conosci la strada. Io tengo d'occhio la Vegliarda.»

Tuttavia, proprio quando Ambrogius sparì a sua volta dalla zona illuminata, un urlo acuto e lacerante perforò l'aria. Era la voce di Jean e proveniva non da lontano. Un volo di uccelli, poi il silenzio. Ambrogius si fermò di scatto e con lui anche la donna. La Vegliarda, che era sempre rimasta immobile come se non fossimo mai esistiti, alzò gli occhi verso di me. Erano sbarrati e colmi di terrore. Sì, lo so cosa voleva dirmi, che Jean era morto e, se devo essere sincero, lo sapevo anch'io. Ma chi l'aveva assassinato? I banditi dei boschi? Qualche ladro? Un suo vecchio nemico che... No. Non lo pensai allora e non ci credo ancora adesso.

Era stato San Guinefort, il segugio venuto dall'inferno per vendicare le sue sacerdotesse. Quel cane maledetto. I Demoni, attraverso i riti di quelle pazze, l'avevano fatto risorgere dalla sua tomba nei pressi di questa dannata foresta. Ambrogius si voltò verso di me atterrito. Continuo a pensare che anche il novizio l'avesse creduto. Non osava più muoversi. Neanch'io, e tanto meno la Vegliarda.

Aprì la bocca per dirmi qualcosa, ma le parole non gli uscirono mai dalla bocca. Qualcosa lo fece cadere a terra e lo condusse giusto un po' più avanti, al buio. Nella mia mente questo passaggio e sfuocato, vedo davanti a me solo un'enorme massa nera che lo ghermisce e lo porta via, ma non riesco proprio a ricordarmi cosa fosse. Più urli, adesso molto più vicini. La bestia infernale, o quello che era, stava divorando le carni di Ambrogius. La donna si mosse verso di me e la Vegliarda, immobili come statue vicino al fuoco, ma non ci arrivò mai. Venne risucchiata anche lei nelle oscurità più tenebrose. E urlò, Dio Santissimo, se urlò. Questa volta riuscii a vedere il suo corpo candido contorcersi nel buio, ma non distinsi cosa lo aggrediva. Lo scheletro, ormai quasi polvere, di San Guinefort? Magari con due occhi enormi e rossi, infiammati dall'eterno fuoco dell'inferno? Non l'ho mai saputo, perché non l'ho mai visto.

Notai solo la testa della donna che si staccava dal corpo, il mare di sangue che ne usciva, le braccia dilaniate, l'addome scavato e sbudellato.

Poi si accesero due fari nelle tenebre, simili a due piccoli fuochi fatui. Lo fecero per pochissimo tempo, solo un istante, ma fu necessario a convincermi che la bestia non era poi così tanto morta. Quando si spensero, finì tutto. La vecchia si accasciò a terra e chiuse gli occhi, ma continuava a respirare. «Se ne è andato, puoi lasciare questo posto, se vuoi.»

Dopo non parlò più.

Allora qualcosa, di sicuro il coraggio dello Spirito Santo, mi indusse ad addentrarmi nel buio, dove trovai i cadaveri della donna senza nome e di Ambrogius. O almeno, ciò che ne rimaneva. C'era qualche pezzo di arto, un gomito, un piede, un dito, tre occhi e una striscia di capelli, il tutto annegato nel sangue. Il resto era sparito. Mi feci il segno della croce e corsi via, a perdifiato. Lasciai la Vegliarda là dov'era rimasta, desiderando solo tornare dagli uomini cristiani.

Il giorno dopo io e altri diciotto monaci, con alcuni taglialegna, abbiamo fatto esumare il cane maledetto e tagliare il bosco sacro ai demoni e lo abbiamo fatto bruciare assieme con lo scheletro del levriero. Mentre tutti segavano i fusti degli alberi, sono andato in cerca dei resti di Ambrogius e della donna e il ho trovati e seppelliti in fretta e furia, quasi fossi stato io il colpevole.

Nessuno fece caso alla sparizione di un novizio, perché spesso capita che questi giovani abbiano una fidanzata incinta o un padre malato o qualche altro motivo per non entrare, o smettere di essere, tra di noi.

E ho fatto affliggere dai signori di quella terra un editto che preveda il sequestro e il riscatto dei beni di coloro che d'ora innanzi si fossero recati in quel luogo per quel motivo. Ho sempre sperato che questo fosse stato sufficiente, ma di recente mi sono giunte voci in monastero di strani gruppi di eretici che adorano un animale.

In fondo ne sono a conoscenza: i veri Demoni ritornano.

Etienne de Bourbon

NOTA: la vicenda del culto di un santo levriero, chiamato appunto San Guinefort, è reale; come reali sono i luoghi e i tempi in cui è ambientata, e i personaggi di Etienne de Bourbon, il vescovo di Lione, la vecchia. Mi sia riconosciuta però la libertà di aver cambiato le varie parti del culto (è vero solo che vi partecipavano donne per chiedere la salute dei figli e la presunto cambiamento da sano a debole ai Fauni) e la trama della vicenda. Solo la parte finale è vera, da quando il bosco è fatto abbattere. Il culto ha resistito fino al XX secolo, cosa davvero incredibile.



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