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lavoro pubblicato lunedì 16 novembre 2015
ultima lettura sabato 20 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'isola.

di JOLLY76. Letto 495 volte. Dallo scaffale Fantascienza

I Isola di Khonos. Mercoledì. Verso le tre del pomeriggio, il sole si eclissò, raffiche di vento soffiava sulla costa. I lampi illuminAarono il cielo squarciandolo. Gigantesche onde sciabordavano sul litorale. I rombi di tuono r...

I

Isola di Khonos.

Mercoledì.

Verso le tre del pomeriggio, il sole si eclissò, raffiche di vento soffiava sulla costa. I lampi illuminAarono il cielo squarciandolo.

Gigantesche onde sciabordavano sul litorale.

I rombi di tuono riecheggiavano nell’aria.

La temperatura si abbassò e un violento temporale si abbattè sulla città.

I semafori andarono in tilt creando confusione e intasamenti.

La vecchia rete di canali che attraversava la città era a rischio allagamento. Diversi smottamenti, dovuti alle forti precipitazioni e al vento, richiesero l’intervento immediato delle forze dell’ordine.

La tempesta si abbattè sull’Isola di Khonos, e ben presto, si diffuse il panico tra i suoi abitanti: fu dichiarato lo stato di allerta con il codice rosso.

“Tutto bene, Aaron?”, domandò Isabel.

“Si, perché...”, le rispose.

“Siamo in viaggio da due ore e non hai detto una parola” disse corrucciata.

“E... che... questa mattina, vista la bella giornata, papà è uscito con la sua barca. Solo che adesso, piove a dirotto. E il mare poi? Hai visto quelle onde quanto sono alte? Da paura, non è vero? Speriamo che sia già rientrato ma conoscendolo... è un gran testardo... sono molto preoccupato”.

“Se sei preoccupato per lui, invece di startene a rimuginare in silenzio, perché non lo chiami? Quando ascolterai la sua voce, ti sentirai meglio!”, gli disse rimproverandolo.

“Credi che non ci abbia pensato?”, le disse infastidito, “Non c’è campo in questa zona, accidenti!”

“Forse il temporale ha danneggiato i ripetitori...”, gli disse Isabel preoccupata. Desiderava tornare a casa prima che fossero inghiottiti dalla tempesta.


La pioggia aveva reso l'asfalto stradale viscido.

Aaron era allento e guidava con prudenza ma a un tratto, il conducente dell’auto che viaggiava sulla corsia opposta perse il controllo della sua vettura. L’impatto fu inevitabile.

L’auto di Aaron e Isabel finì in una scarpata fermandosi in prossimità della riva del fiume Silver che conduceva al Lago Maggiore, famoso per le sue acque miracolose.

Pochi istanti dopo, un fulmine cadde vicino all’auto. Seguì un grande frastuono. Le luci dei lampioni che fiancheggiavano la strada provinciale si spensero di colpo e dopo il blackout dell’intera zona circostante e pian piano delle zone limitrofe. In poco tempo, l’intera isola rimase al buio.


A causa dell’impatto del fulmine con il terreno, Aaron si svegliò di soprassalto e si accorse di essere intrappolato nell’abitacolo della sua auto. Si guardò intorno, non era ferito a parte qualche escoriazione sul corpo ma era stordito, le orecchie gli fischiavano, aveva un'emicrania insopportabile. Poi, il panico, Isabel non c’era: in quel momento pensò che avrebbe voluto essere a casa, tra le sue braccia, al riparo dai pericoli.

“Cosa è successo?”, si domandò frastornato, “Dove mi trovo adesso?”, non ricordava nulla, non aveva idea di cosa fosse accaduto. La mente era annebbiata, forse a causa dell’urto con l’airbag, i ricordi erano confusi. Non riusciva a orientarsi: il posto in cui si trovava gli era sconosciuto.

L’area circostante era avvolta dall’oscurità della notte. Le fronde degli alberi, mosse dal vento, assomigliavano a enormi tentacoli pronti ad afferrarlo. Rabbrividì.

La pioggia cadeva incessante, il fiume rischiava di straripare oltre gli argini, doveva allontanarsi da lì se voleva sopravvivere.

Osservò il posto in cui si trovava cercando di cogliere qualche particolare, non c’erano tracce di Isabel nei dintorni, solo silenzio e oscurità. Forse quando l’auto era uscita di strada, era stata sbalzata fuori o forse, ed era quello che in cuor suo sperava, Isabel era sana e salva, stava chiamando i soccorsi. Ma qualcosa lo turbava. “Perché i soccorritori non sono ancora arrivati e, se Isabel è viva, dov’è adesso?”, era disorientato ma non si perse d’animo.

“Presto, devo uscire di qui!”, cercò di liberarsi della cintura e di quello che restava dell’airbag. Lo sportello era bloccato e diede un calcio al vetro del finestrino con tutta la forza rimastagli, frantumandolo. Uscì dall’auto, fece un respiro profondo per assaporare la libertà da poco riconquistata, poi, si voltò con rammarico verso l’Audi che aveva comprato con i soldi guadagnati con il suo primo lavoro come contabile dell’azienda di famiglia: era distrutta. Avvertì una fitta al cuore, il suo sguardo si velò di tristezza ma essere ancora vivo era l’unica cosa che contava in quel momento.

Cercò di alzarsi ma gli tremavano le gambe per la paura, la testa gli doleva ancora e il mondo intorno girava come se si trovasse su una giostra del Luna Park. Riprese fiato, poi, controllò l’ora, erano le nove di sera, era rimasto privo di coscienza per alcune ore. Si guardò di nuovo intorno in cerca di qualcuno o qualcosa a cui aggrapparsi. Nulla. Non c’era alcuna possibilità che qualcuno lo notasse. “Devo trovare Isabel...”, era il suo chiodo fisso.

Poi, l’aria gelida della sera lo avvolse, sentì un brivido sulla pelle prima di perdere di nuovo conoscenza.

Giovedì.

Quando riprese i sensi, Aaron si accorse di aver dormito fino all’alba. L’oscurità aveva lasciato spazio ai primi raggi di sole del mattino. Il cielo era terso, la temperatura si era alzata di qualche grado, un vento leggero soffiava sul litorale, non c’erano auto che viaggiavano lungo la strada provinciale o persone a cui chiedere aiuto a quell’ora del mattino. “Cosa sta succedendo sull’isola? “ aggrottò la fronte interdetto.

Di fronte c’era un bosco la cui vegetazione era molto fitta, pensò per un attimo di attraversarlo, ma le chiome degli alberi si intrecciavano tra di loro impedendo ai raggi del sole di penetrarvi, rendendolo simile a una gigantesca e inquietante cupola nera. Rimase impietrito per qualche minuto prima di riprendersi dal torpore.

Alla sua destra, a causa dell’abbondante e insistente pioggia del giorno precedente, il fiume Silver era straripato fuori dagli argini del suo letto rendendo il terreno vicino limaccioso: era stato fortunato a non soffocare nel sonno.

Non poteva restare lì ancora per molto se voleva ritrovare Isabel e ritornare a casa. Doveva reagire: “Posso farcela!”.

Lasciatosi alle spalle i rottami della sua auto, Aaron decise di seguire il corso del fiume che attraversava il bosco terminando la sua corsa al Lago Maggiore dove vivevano i frati dell’Oasi dei Pellegrini a cui avrebbe potuto rivolgersi e chiedere soccorso e ospitalità.

Con la giusta tensione e diffidenza, procedeva adagio, ogni passo era ponderato. Non conoscendo il posto, non aveva alcuna idea di cosa lo aspettasse e di quali trappole, se c’erano, poteva incontrare.

Anche se mattino, la visibilità era ridotta all’osso, le cime degli alberi rendevano il bosco un luogo oscuro e con il coltellino a serramanico, Aaron, lasciava sulla corteccia degli alberi i segni del suo passaggio.

Il sole volgeva al tramonto, Aaron pensò che era conveniente trovare un riparo sicuro per superare la notte prima che le temperature calavano vistosamente.

Fu allora che vide una cavità nella roccia coperta da grossi arbusti che doveva essere stata utilizzato come rifugio da qualche animale selvatico durante la notte o per nascondersi da qualche predatore. Si avvicinò, ebbe un sussulto. La terra sotto i suoi piedi cedette per il peso e Aaron scivolò via fagocitato dal fiume Silver. Nonostante cercasse di resistere alla corrente, ogni sforzo per opporsi al suo destino gli sembrò vano. Forse era meglio così, non era mai stato un combattente, ne si sentiva pronto per affrontare un viaggio così duro e impegnativo. Fin lì la vita gli era stata generosa, smise di opporsi alla corrente e si lascio andare. All'improvviso si ricordò delle parole del nonno prima di morire: “È nelle difficoltà che si vede quanto vali, figliolo!”. Avvertì una scarica di adrenalina.

Ripresosi, lottò con tutte le sue forze per tornare a galla e raggiungere la riva più vicina. Non aveva nessuna voglia di arrendersi.

Poi, vide un ramo che sporgeva nella sua direzione e con prontezza, afferrò la sua estremità tirandosi fuori. Appoggiatosi al tronco di una quercia, sfinito e intirizzito, guardò verso l’alto, fissò le chiome degli alberi che, mosse dal vento, sembravano adesso vegliare su di lui, poi, chiuse gli occhi, sussurrò qualcosa: “Buonanotte, Mondo!”. Cadde in un sonno profondo.

Quando si risvegliò, il sole aveva raggiunto lo zenit. Intorpidito e stremato, riprese in fretta il cammino.

La vegetazione boschiva divenne abbondante e variopinta, gli alberi dalle grosse e profonde radici, con folti chiome verdi e dalle larghe foglie, erano immensi e predominanti sui piccoli ed esili arbusti, la fauna quasi assente, osservò qualche picchio e alcuni scoiattoli.

Non solo ogni suo muscolo era teso ma anche lo stomaco incominciò a brontolare: aveva voglia di un pasto caldo e di dissetarsi. Ormai, nei suoi pensieri non c’era più Isabel o la sua famiglia, contava solo sopravvivere. Alzò il passo, incurante dei pericoli, affidò la sua vita al fato e se la resa era inevitabile avrebbe accettato il suo destino senza piangersi addosso. Lottando. “Ho bisogno di un rifugio dove riposarmi e consumare un pasto caldo... un’altra notte così sarebbe la fine...”, pensò.

Il viso era scavato, gli occhi rossi e gonfi e le labbra erano secche: aveva bisogno di cure, e senza cibo e acqua, non avrebbe resistito ancora per molto.

Proseguì senza sosta, anche se gli sembrò che il tempo si fosse fermato il giorno dell’incidente. Non aveva idea di dove si trovasse e se il sentiero intrapreso fosse quello giusto ovvero che portasse all’Oasi dei Frati Pellegrini che aveva imparato a conoscere dai racconti del nonno. Il suo avo gli raccontava di persone già morte e poi ritornate in vita, guarigioni inspiegabili per i medici. L’acqua del Lago Maggiore era miracolosa come gli avevano detto o solo una falsa credenza?

“Non so se sia vero, ma dicono che lì, i frati, fanno i miracoli, figliolo! Voglio andarci prima di crepare in questo ospedale! Qui mi hanno detto che mi resta poco da vivere... allora perché non andare all'Oasi? Cosa ho da perdere? E se i miracoli non esistono, pazienza! Me ne farò una ragione... ti prego, figliolo, portami in quel posto! Non voglio morire in un letto di ospedale intubato aspettando che i miei polmoni collassino e non voglio che tu assista alla mia morte. Già me la faccio addosso. Che vergogna!” disse stringendo forte la mano di Aaron, guardandolo negli occhi, in cerca di approvazione.

Avrebbe voluto dirgli di si, di non aver paura che gli sarebbe rimasto vicino fino alla fine. Non doveva vergognarsi, non era colpa sua. Avrebbe voluto stringerlo forte tra le sue braccia e immergersi con lui, nell'acqua del lago, anche se non credeva nei miracoli. Inutili le preghiere, Dio gli aveva voltato le spalle lasciando suo nonno in balia della disperazione. Egli aveva bisogno di conforto e di certezze. C’è vita dopo la morte?

“Dove andrò quando tutto finisce? Non sono preparato, figliolo!”, mi diceva stringendomi ancora più forte la mano.

“In un posto luminoso e accogliente e sarai felice anche lì, o forse di più!”, gli rispondeva Aaron con un sorriso tirato.

Perso nell’immaginario della sua mente, i ricordi lo rallentavano. Se il sentiero era un percorso lineare, la sua mente era una matassa da sbrogliare con pazienza.

Più volte aveva pensato di farla finita, aveva desiderato e immaginato di tagliarsi le vene con il suo coltello a serramanico regalatogli da suo fratello Simone il giorno del suo diciannovesimo compleanno. Ma il ricordo di quel giorno, il sorriso impresso sul volto dei presenti e i festeggiamenti ricevuti riemergevano nella sua mente con rabbia dandogli la forza di non mollare.

In lui fluttuavano sentimenti contrastanti.

Si sentiva, di rado, coraggioso e ottimista, più spesso, inerme e indifeso di fronte alle avversità. Non era preparato a una simile sciagura e chissà se lo sarebbe mai stato. E poi, chi poteva mai esserlo in questi casi?

Quando il sole raggiunse lo zenit, la temperatura divenne afosa, appesantendone il fiato e il cammino. Aaron, aiutandosi con un ramo spezzato, si face largo tra la vegetazione ma la scarsa visibilità e il terreno sconnesso lo rallentavano, con ulteriori contraccolpi alla sua già fragile emotività. La mente vacillava, trattenne le lacrime, voleva rivedere la sua famiglia. Scrollò le spalle affranto.

“Aaron, sveglia! Il nonno ha ragione. Se voglio crescere, devo essere risoluto”, pensò in cuor suo, “Non posso abbattermi ogni volta che mi trovo di fronte a un problema. Che farebbe il nonno in questi casi? Troverebbe una soluzione. Anch’io farò così.”

Immaginò la sua mente come il cappello di un mago: “Estrarrò un ricordo. Se sarà triste lo scarterò, se sarà piacevole lo porterò nel mio cuore e avrò un motivo per andare avanti.”

E così fece per un lungo tratto fin quando un fruscio di foglie smosse catturò la sua attenzione, allertandolo: si nascose dietro un cespuglio per evitare incontri spiacevoli.

Il rumore si fece sempre più forte ma quando si affacciò per dare un'occhiata notò la presenza di un cervo tra i cespugli e decise di uscire allo scoperto. Quando si avvicinò all'animale vide che il cervo aveva un terzo occhio in mezzo alla fronte. Rimase scioccato da quella visione e scappò via come un codardo il più lontano possibile incurante di dove metteva i piedi e fin quando non si trovò di fronte a un vicolo cieco. Il sentiero era ostruito da un'enorme parete rocciosa.

La parete rocciosa era alta e imponente, a tratti ripida ma la visione del cervo con tre occhi era ancora viva nella sua mente e chissà quanti altri esseri abominevoli avrebbe incontrato lungo il suo cammino. Il solo pensiero, lo terrorizzava. Aaron non aveva scelta. Aveva solo due possibilità: tornare indietro o arrampicarsi lungo la parete rocciosa. Optò per l'unica via di fuga possibile.

Prima di arrampicarsi, Aaron tastò la roccia per vedere se poteva sostenere il suo corpo. La parete sembrava solida al tatto anche se in alcuni punti la roccia era friabile.

Guardò in alto e sospirò. “Posso farcela...” pensò in cuor suo.

In cielo, alcuni avvoltoi dispiegavano le ali pronti ad approfittare di un suo cedimento.

“Maledetti! Oggi non avrete il mio sangue...”.

Con tenacia, Aaron incominciò la sua scalata verso l'alto e man mano che si avvicinava alla vetta gli sembrava di andare incontro alla sua morte. Piccoli frammenti rocciosi si disgregavano sotto i suoi piedi precipitando nel vuoto. Madido di sudore, Aaron tremava al solo pensiero di cadere giù.

Dopo alcune ore, la vetta rocciosa era sempre più vicina e la distanza tra Aaron e gli avvoltoi si assottigliava tanto da poterli guardare dritto negli occhi.

Quando sopraggiunse il tramonto, Aaron aveva raggiunto la cima. Per la prima volta era riuscito a portare a termine qualcosa. Era soddisfatto di quello che aveva appena fatto.

Una volta giunto in cima, Aaron osservò in lontananza un struttura imponente circondata da mura. Un lieve sorriso comparve sul suo volto ormai provato dalla stanchezza e dalle avversità. L'odio che provava verso Dio dopo la morte del nonno era scomparso: si ripromise di essere una persona migliore una volta tornato a casa. Non sempre succede di avere una seconda possibilità, non poteva sprecarla.

Si affrettò prima che l’oscurità l’avvolgesse.

II

Venerdì.

Oltre l’ultima siepe, c’era una maestosa e decadente villa ottocentesca circondata da alte mura di granito.

Il fiume Silver gli passava accanto senza sfiorarla.

Un cancello con simboli e incisioni lavorate a mano conduceva ad un viale ampio e lungo, fiancheggiato da quattro statue di angeli con due coppie di smeraldi incastonati al posto degli occhi e che brillavano alla luce del sole. Il viale terminava in prossimità di una scalinata costruita in marmo su cui erano raffigurato l’antico emblema della casata: un leone alato che sputava fuoco. Un giardino ben curato si estendeva intorno alla villa.

Aaron pensò che in quella dimora doveva viverci qualcuno e la presenza di un sistema di videosorveglianza funzionante rafforzavano la sua ipotesi.

Sul campanello del videocitofono c’era scritto VOGEL. Suonò più volte prima che qualcuno gli rispondesse.

“Chi sei?”, gli domandò una voce femminile e affabile.

“Mi chiamo Aaron, ho avuto un incidente con la mia auto... per favore mi apra... ho bisogno di aiuto... la mia ragazza è scomparsa...”, le disse sperando che quella donna gli mostrasse compassione e aprisse il cancello.

“Sei ferito? C’è qualcun altro con te?”, gli domandò con insistenza la donna anche se Aaron non capiva tanta diffidenza.

“No, non sono ferito... sono solo... la mia ragazza è scomparsa.... aiutatemi..”, le rispose dolorante.

Quando sembrava rassegnarsi, il cancello si aprì, e Aaron entrò all’interno della villa.

Attraversò il vialone senza che qualcuno gli venisse incontro. Un odore nauseabondo lo raggiunse, disgustandolo. Si voltò alla sua destra, c’era una enorme e profonda fossa comune. Quando si avvicinò, rimase allibito. C’erano alcuni corpi carbonizzati al suo interno e altri ammassati l’uno sull’altro, pronti per essere arsi.

Il terrore veleggiò nei suo occhi plumbei e la paura si impossessò del suo corpo paralizzandolo.

“Aaron?”, gridò la donna, sulla soglia della porta d'ingresso, per catturare la sua attenzione, “Seguimi...”. Aaron ubbidì.

Salì la scalinata e corse verso la donna, che indietreggiò per paura, con le lacrime agli occhi. “Grazie, signora.”, la abbracciò sorprendendola.

Si accomodò nella camera riservata agli ospiti. “Riposati, tornerò più tardi per la cena”, gli disse la donna sorridendogli e mettendolo a suo agio.

“Grazie, ancora...”, rispose prima di addormentarsi.

III

Sabato a cena.

Aspettando un cenno, Aaron rimase immobile e in silenzio sull’uscio della porta che si apriva in un'immensa sala da pranzo con ampie volte ornamentali. La famiglia Vogel era già seduta a tavola. Fu colto di sorpresa dai loro sguardi increduli come se si chiedessero se fosse una persona reale o immaginaria. La loro curiosità era così evidente da rendere imbarazzante ogni tentativo di nasconderla.

Aaron poteva immaginare cosa pensassero in quel momento: “Chi è costui e da dove viene?”, “Perché è qui? Cosa gli è successo?”. Le smorfie dei loro volti lo divertivano. Era da un po' di tempo che non sorrideva.

Per l’occorrenza, il tavolo di cristallo era imbastito a festa. Era ricoperto da una tovaglia di seta pregiata ricamata a mano e un candelabro d'oro era posizionato al centro della tavola.

Seduto a capotavola c’era un uomo canuto tutto di un pezzo. L'uomo era tarchiato con la barba incolta e gesticolava quando parlava. Doveva essere il capofamiglia.

Al sua destra, c’era la donna che lo aveva accolto sull'uscio di casa. Era esile e dava l'idea di una donna molto affettuosa e cordiale con le persone. Aveva lunghi capelli biondi che le cadevano sulle spalle. Aaron si accorse che la donna stringeva tra le mani, quasi fosse qualcosa di prezioso, una Bibbia e una Corona del Rosario. Trasalì.

Accanto alla donna sedevano, un ragazzo poco più che adolescente e sofferente, e una ragazza molto attraente.

“Non restare lì impalato, figliolo! Accomodati pure!” disse l’uomo tarchiato e con un cenno della mano lo invitò a unirsi a loro, “Mi chiamo Amos Vogel... loro sono la mia meravigliosa famiglia.... Ti presento mia moglie Alma e i miei figli Erika e Alf” concluse con un sorriso smagliante.

“Benvenuto, Aaron!”, risposero quasi in coro Alma e i suoi figli.

Aaron prese posto di fronte a Erika. I suoi occhi tersi lo catturarono: erano un libro aperto.

“Vi ringrazio per avermi accolto. Con tutto quello che si sente in giro... grazie ancora di cuore...”, le sue labbra si curvAarono in un sorriso.

“Cosa ti è successo, figliolo? Raccontaci, siamo curiosi di conoscere la tua storia.”

“Quando ci penso i ricordi si fanno confusi. Viaggiavo sulla mia auto in compagnia della mia ragazza, Isabel. Parlavamo... poi il buio. Mi sono risvegliato nell'auto che nel frattempo era precipitata in un dirupo fermandosi in prossimità del fiume. Mi ritengo molto fortunato a essere ancora vivo. Al mio risveglio, Isabel era scomparsa e da allora non l’ho più rivista”, bevve un sorso d’acqua prima di continuare con il suo racconto, “Seguendo il corso del fiume Silver sono giunto a voi. Mi ritengo fortunato, ho temuto il peggio. Devo avvertire la polizia il prima possibile se voglio ritrovarla e tornare a casa. Mi auguro che sia ancora viva.” Il suo sguardo si velò di tristezza.

Amos lo guardò sconcertato: “Non sai proprio nulla, vero?”

“Sapere cosa?”, domandò il ragazzo stravolto.

“Qualche mese addietro, la gente ha incominciato ad ammalarsi. Si trattava di pochi casi isolati. Le Autorità ci dicevano di non preoccuparci, si trattava di un comune raffreddore che se non curato poteva sfociare in una forma più aggressiva di influenza che rendeva le persone aggressive. Nulla di che..., poi i giornali scrissero che i pazienti affetti erano guariti e si era tornati alla normalità. C'era stato un allarmismo inutile. Due giorni fa ci sono state delle segnalazioni di persone aggredite senza alcun motivo ma il panico ha incominciato a diffondersi su tutta l'isola. Le voci corrono... avrai notato la fossa comune nel giardino. Le persone che hai visto lavoravano da noi, si sono ammalate e poi sono come impazzite. Ci siamo barricati nella villa ma è stato inutile, hanno sfondato la porta di servizio e sono entrate. Avevano gli occhi rossi e gonfi e hanno cercato di ucciderci. Li ho uccisi con il mio fucile da caccia e li abbiamo buttati nella fossa. Questa notte bruceremo i loro corpi, abbiamo paura di essere infettati”.

Aaron lo guardò basito: “Quindi rischiamo anche noi il contagio o forse siamo già stati contagiati”.

“Calmati ragazzo! Le Autorità non hanno confermato che si tratti di un virus altamente contagioso e mortale ma a causa del forte temporale le comunicazioni sono interrotte. Siamo isolati come tutti sull'isola”.

“Non ha senso restare qui. Dobbiamo raggiungere il comando di polizia più vicino per chiedere aiuto” disse Aaron terrorizzato.

“Adesso è buio. Ti sconsiglio di uscire”.

“Ha ragione. Aspettiamo domani mattina”.

Dopo aver cenato, Aaron ritornò nella camera degli ospiti e si coricò per dormire ma non riusciva a chiudere occhio, pensava a Isabel.

IV

Domenica sera.

Adesso, Aaron, si trovava nella sua camera in compagnia di suo fratello Ben e riposavano come angeli.

I primi raggi del sole filtrAarono nella loro camera annunciando l’inizio di un nuovo giorno.

Fuori, il cielo, terso, era sgombro di nuvole e l’aria era fresca ma non gelida. Le rondini danzavano libere nell’infinito disegnando archi sopra l'orizzonte. Il temporale era un annoso ricordo che aveva lasciato qualche cicatrice sulla pelle.

Poi, il risveglio. Il ritorno nel mondo dei vivi. Aaron aprì gli occhi, la realtà era ben diversa. La vita quando vuole sa essere spietata.

Sentì un rumore di chiavi provenire da fuori alla cantina dove era imprigionato. Il cigolio della porta, vecchia e logora, attirò la sua attenzione. Qualcuno aprì. Aaron riconobbe il corpo esile ma armonioso di Erika. I suoi occhi velati di malinconia annunciavano che la tempesta non era ancora finita.

“Sei libero di andare...” disse Erika stringendo, con forza, tra le sue mani lunghe e affusolate un coltello da cucina sporco di sangue.

Si avvicinò adagio ancora scossa per quello che le era capitato. Baciò AAaron sulla guancia, “Scusami...”, lo liberò dalle pesanti catene di ferro che lo tenevano incatenato, “Adesso sei libero di andare...”, bisbigliò ancora, “Mi dispiace, Aaron!”.

Liberatosi delle catene, si preparò per la fuga. “Cos’è successo, Erika?”, domandò preoccupato.

“Dobbiamo andarcene di qui prima che mio fratello ci trovi... è infetto...”, rispose singhiozzando.

“Dove sono i tuoi genitori?”.

“Morti...”, rispose piangendo Erika.

“Aaron le asciugò le lacrime e l’abbracciò per rinfrancarla.

Erika si guardò intorno. Vide delle taniche di benzina. Pensò di usarle.

“Guarda, Aaron!”, gli disse indicando le taniche.

“Sei sicura di volerlo fare? Qui è dove sei vissuta. Ogni angolo di questo posto è intriso dei tuoi ricordi.”

“Si, è quello che desidero!”. Determinati, cosparsero la cantina di benzina.

“Fermati, adesso Erika!, l’afferrò per un braccio e fissò i suoi occhi malinconici: “Mi dispiace per la tua famiglia. Erano brave persone che non dimenticherò mai... mi hanno accolto e trattato come un figlio ma...”, sospirò, “Se decidi di seguirmi... sappilo... indietro non si torna!”.

“Sono pronta, andiamo via!”.

Appiccarono l’incendio. Le fiamme divamparono ovunque.

Mentre Villa Vogel bruciava, Aaron e Erika sapevano che il mondo là fuori non era più quello che ricordavano. Era cambiato. Tutto sarebbe stato più complicato ma rimanendo uniti, forse, le cose sarebbero andate meglio.

CONTINUA---















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