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lavoro pubblicato venerdì 13 novembre 2015
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il liquido amniotico dei vinti

di lalatteria. Letto 522 volte. Dallo scaffale Pulp

Si perde il senno, la fiamma dentro che ti tiene acceso il motore. Ciò che mi circondava si fece ovattato, ed entrai in una strana pace, un limbo dei sensi, che mi cullava. Ero immerso nel liquido amniotico dei vinti...






Michele Simonetti












IL LIQUIDO AMNIOTICO DEI VINTI




























1

Il rock paga



Quando vedi entrare Manny pieno di coca, con quattro troie al guinzaglio e un rotolo di centoni che gli spunta dal taschino della giacca, vuol dire che hai fatto una cazzata.

Ma di quelle belle grosse.

Sì perché non puoi dare a Manny ventimila dollari chiedendogli di andare a pagarti un debito che hai con un gran bastardo attaccato alla gola e pretendere che lui lo faccia.

Manny si ferma per strada e te li riporta dopo un po’ sottoforma di tette, culi e abiti firmati.

Il resto è dentro al suo naso.

Ora, ero rovinato.

Non avete idea di quel che avevo fatto per trovare quei soldi e renderli a quel tale, non dico che mi sono prostituito ma poco ci è mancato, e adesso, tutto a puttane.

Come mai ventimila dollari di chiodo? Molto semplice, risposta prontissima: ero nato e cresciuto nel ghetto, non conoscevo altro modo di vivere che lo spaccio o i furti di autoradio, mi era preso il pallino del cinema, avevo avuto una brillantissima idea su di un film, mi servivano i fondi per farlo realizzare, nessuno della mia famiglia me li prestava (o meglio, non mi hanno nemmeno mai risposto al telefono), mi sono rivolto allo strozzino più infame di tutto il Nevada.

Risultato eccellente: ottomila dollari tondi tondi per pagarmi mezzo lavoro; dovevo renderne ventimila nel giro di una settimana. Ed erano già cominciate le minacce.

Questo tale che elargì la somma si chiamava Norton: era un usuraio fallito specializzato in prestiti a falliti, talmente incline al sadismo e alla violenza che se li cercava apposta morosi, i clienti, in modo da poterli far pestare e massacrare quasi sicuramente, godendosi lo spettacolo; un mostro, cazzo.

Andava a perdere, ci rimetteva un sacco di soldi, ma era il suo modo di godersi le giornate.

Con me però aveva fatto male i conti: nel giro di sette giorni, grazie a diverse consegne di ecstasy dal retro di un night, mi ero rifatto la somma da poter restituire, ventimila tondi tondi; e grazie al prestito precedente avevo anche affittato il set per il famoso film per un mese.

Certo, mancava tutto il resto, cast, regista, scenografie, eccetera, ma intanto avevo una base solida: mi sentivo un super produttore.

Torniamo ai soldi, qua si deve procedere per gradi altrimenti non ci capiamo più niente.

Mi spianò la strada Ted Loriano, un biondino di nemmeno trent’anni italoamericano, che veniva da Seattle e voleva fare la rockstar sulla scia dei Dire Straits, suonava terribilmente male e qua a Las Vegas non aveva trovato nemmeno una cristo di band o uno straccio di serata; però, siccome era maledettamente drogato, al terzo giro nei locali aveva già cambiato mestiere. Poco tempo e girava già con la Porsche 989 e lo stivale alla Keith Richards.

Ovvio che conobbe anche me. Non ero più nel giro da un po’, ma di certo bazzicavo sempre al Riva’s, un night squallido ma al quale ero affezionato, con le drag queens, il barista che conoscevo fin da piccolo, gli amici di sempre, il biliardo col telo riscaldato che mi andava a genio e via dicendo; ma soprattutto c’era modo di sballarsi a una cifra onesta per via della confidenza e dell’anzianità gerarchica acquisita all’interno di quella casta sociale di scarafaggi che eravamo.

Ted entrò lì e ci conoscemmo perchè si rivolse a me per cercare una serata e suonare dal vivo.

Mi disse:

-Rozzo, come va? sai chi hai di fronte? lo sai?

Io gli risposi:

-Vaffanculo a te a come cazzo chiami la gente, che vuol dire rozzo?

-Vuol dire che chiamo tutti così su da me, Rozzo! senti, lo sai chi hai davanti?

-Un rompipalle italiano che mastica male l’inglese e non regge il bourbon.

-NO, una cazzo di rockstar! faccio il botto, amico, lo faccio eccome, riporto su i fasti del rock settanta, mando in visibilio le folle, su da me, e ora ci vuole il grande passo, capisci? come il Re, Rozzo, come il Re! Las Vegas, e mi butto nei locali giusti e mieto vittime tra tutti questi finocchi, mi capisci? eh? mi capisci?

Vi giuro, diceva così, proprio un fallito regolare.

Risposi a fatica:

-Ok, re del rock, che cazzo vuoi da me, però? perchè mi vieni a raccontare il tuo progettone? raccontalo al finocchio che gestisce il locale, e mettetevi daccordo su come mietere le cazzo di vittime, ma non starmi più d’intorno che puzzi di incenso e di sudore, mi fai vomitare.

Lui mezzo incredulo e mezzo dispiaciuto di aver sprecato il suo discorso di presentazione mi fa:

-Ah non sei tu il boss da queste parti? sei vestito serio, soprattuto sei vestito da uomo, e hai un’aria più da uno che...lavora, ecco, non che perde del tempo, amico, sei un Barba, un riuscito, dai quell’idea.

-No no, per niente. Io sono pulito, certo, sono un...ehm...produttore cinematografico, o meglio, sono entrato da poco nel settore. Per questo mi vedi serio, ma qua sono solo un cliente, da tanti anni, e ci sono affezionato.

-Ah il cinema, uno sballo clamoroso, una drittata i film, De Niro, e tutta quella merda là.

Non gliene fregava un cazzo, si vedeva lontano un chilometro, tant’è vero che ripartì subito:

-E allora, Rozzo, chi è il fenomeno qua? chi la manda la baracca?

Mi girai verso il bancone e puntai il dito dietro al barista, verso il/la ciccione/a tutto truccato che si limava le unghie e parlava al telefono.

-Quella checca?

-Si, fricchettone, quella checca, e se non sbaglio siete voi quelli tolleranti o no?

Ci fu un attimo di silenzio poi capello si mise a ridere e mi guardò, fin troppo furbo per essere ubriaco come doveva di certo essere: -Fricchettone si, ma culo rotto no, Barba.

Ok, colpito, dieci punti a te.

-Che cosa sei, tu, il campione del mondo dei soprannomi di merda?

Gli chiesi.

Ma lui non rispose e si allontanò, dirigendosi verso la checca padrona del locale: Ines, o Paul Buford, per chi gli interessa.

Francamente io odio rockers, capelloni e fricchettoni in genere, ma quello, non lo so, sembrava avesse uno spirito imprenditoriale nel voler fare la rockstar, fallito sì, ma sembrava aver capito fin da subito, abbastanza giovane come me, che anche quello era un business.

Difatti, dopo un paio di settimane me lo ritrovai al night dei finocchi, ma con un’aria e una sequela di domande del tutto diverse: voleva entrare nel giro, nello spaccio, nel turbine dell’ecstasy, tanto in voga nella sottocultura Las Vegas style.

Io me n’ero tirato fuori da qualche annetto, avevo ventotto anni e ormai mi ero deciso per il cinema, ma conoscevo ancora tutti e pure tutti i trucchetti per non farsi inculare nel quartiere, sia pure in senso figurativo che in senso stretto del termine, così gli passai qualche dritta e qualche numero di telefono, primo fra tutti quello del poliziotto amico, una garanzia visto che gli sbirri generalmente si fanno come ogni buon essere umano, per cui basta prenderli per il verso giusto.

Fui folgorato all’istante.

Non appena Ted si diresse verso la cabina telefonica fuori dalla porta del locale, mi dissi che quel fottuto capellone era la mia unica speranza per rendere i soldi al sadico della Strip.

Erano quattro giorni che mi minacciava al telefono, erano quattro giorni che non dormivo, erano quattro giorni che sniffavo come un aspirapolvere, erano quattro giorni che non pensavo più alle prospettive, no, pensavo a ventimila calci nel culo che avrei preso, uno per ogni dollaro.

Così, la tentai. Mi avvicinai a lui e gli dissi:

-Rockstar, ascoltami; qua, in questo quartiere, la roba si trova, la roba si piazza, daccordo, sanno fare tutti, perchè tu no, magari su dalle tue parti eri magico, ma se c’è una cosa che non puoi sapere è come muoverti; e io so come muovermi. Un ballerino di flamenco, puoi chiedere in giro, vie, viuzze, sbirri in borghese, gang di negri pronti a soffiarti la merce all’angolo prima dello scambio; inconvenienti, ma chi conosce il quartiere, e c’è nato, mica ti dico che sono un criminale o un balordo, ma insomma, sono Barba no? l’hai detto tu!

Riattaccò subito, il pivello. Non aveva fatto i conti con la sua inesperienza sul posto e trovò in me una guida illuminante nei meandri della Las Vegas senza lucine e strass.

-Grandioso, Rozzo! Grandioso davvero! mi dai le dritte e mi porti la roba? ma che sei, un angelo custode? Pace, amore fraterno, solidali al massimo, mi hai aperto le porte del Taj-Mahal, amico!

Si, io gli odio i fricchettoni, accidenti a lui, alla sua chitarra e alla sua filosofia da ignorante zotico finto zen.

Ma il lavoro è lavoro, e Norton era Norton.

-Allora ci stai, e io ci sto. Ti piazzo roba e ci faccio ventimila puliti, me li metto in tasca. Il prezzo poi lo fai tu, e ci guadagni quanto cazzo vuoi, io ti garantisco consegna avvenuta, zero pacchi e soldi in tasca.

-Compro otto chili, dieci testoni al chilo, tu li smerci, ti prendi ventimila e io sessanta, ci pago i fornitori e il resto in tasca a me, ci comprerò una Porsche.

Risi, cominciai a sudare, troppo felice. Un lavoro del cazzo, facilissimo, in tre giorni otto chili di quella merda in pasticca l’avrei messa in tasca a tutti i teenagers del Nevada. Liscio come l’olio, sapevo che avrei pagato, e tutto sarebbe finalmente finito.

-Ok capellone, ti vuoi fare la macchina? mi sa che hai preso l’andazzo giusto, da queste parti e di questi tempi la chitarra non paga, paga il buon senso, gli affari, ragazzo del nord. Piuttosto, come ti chiami?

-Ted

-Jareth, hippie, io mi chiamo Jareth, e ne sentirai presto parlare.

Era fatta, cazzo, era fatta. Tre giorni, spacciare ai pusher, pagare lo strozzino, prendere l’aereo e andare sul set, laggiù, a Eldorado, a L.A.!




2

Primo giro di giostra



Il giorno dopo, alle sei del pomeriggio, Ted aveva fissato un incontro con uno dei contatti che gli avevo dato, e siccome cinematograficamente ero zero ma in fatto di stronzi, teppe e strafatti ero un bel pezzo, andò tutto bene, bastò dire che l’avevo mandato io.

Si presentò da me, tra la nona e Chastity Road, alle nove e mezzo di sera, puntuale, pulito e con i capelli tagliati; sempre vestito un po’ da cazzone meditativo, ma credo che cominciasse a capire come funzionava il mondo, perlomeno fino a che non sfondi.

-Ecco la merda colorata, Barba, eccola tutta, guarda qua.

Era tutta davvero, otto chili di ecstasy, tutta divisa perbene in sacchettini, pronta allo spaccio, pronta per finire sotto la lingua a un punkettino o nel bicchiere di vodka di una troietta under diciotto. Lo sballo è servito, società degenerata degli anni ottanta, e le prospettive per ora le guardiamo da un altro lato; o non le guardiamo proprio.

-Quanto te l’ha messa?

-Me l’ha messa trenta testoni, tutti i soldi che avevo, per venire a mantenermi come studente e musicista da queste parti, ha detto che ha fatto prezzo Jareth.

Che stronzo, lo sapevo che era un figlio di papà, era un fricchettone, che domande, OVVIO che era un figlio di papà, gonzo del cazzo; eppure era sveglio per esserlo, che avesse messo via trentamila lavorando come garzone sotto casa? oppure che fosse un brillante anche là da dove veniva?

Ma chi se ne frega, si fottano le mie domande.

-Te l’ha messa proprio bene, lo sapevo che Tato fa prezzi buoni agli amici buoni, che t’avevo detto?

Pacche sulle spalle, risolini agitati, un po’ di isteria, insomma, le solite cose.

Trasportai tutto in macchina, chiacchieravamo agitati del più e del meno, perchè io gli dissi che non gli avrei detto come e a chi avrei spacciato quei pasticconi, quindi cadde l’argomento lavoro e ci dicemmo le peggio cazzate che ci potessero venire in mente: gusti musicali, bevuta preferita, malattie prese da piccoli, che ne so, cose così.

Poi arrivò mezzanotte, io chiusi il bagagliaio della Capri scassonata, sverniciata e con le ruote sgonfie che avevo, e mi decisi a partire: il primo giro, i primi soldi, gli avrei incassati già la sera stessa, altre settantadue ore e la cifra era fatta: conoscevo troppo bene i pischelli smercia paste del quartiere per non fare centro.

-Ciao, rocker, ci vediamo tra tre giorni, ti porto quel che ti porto e mi tengo quel che mi devo tenere, l’hai visto, vai liscio con me, come l’olio che perde questo cesso!

Rivolgendomi alla macchina.

-Sì, in effetti non sei così riuscito, eh, produttore cinematografico! Jareth, che non eri un barba l’avevo capito, ma hai la stoffa per diventarlo, e se questo è il metodo, beh, ci abbiamo guadagnato tutti e due, no? Vai forte, e appena fai il salto nel cinema, cambia macchina!

E bravo Ted, l’avevi capito finalmente che non valevo niente,eh? Occorreva dirmelo? Forse sì, perché ripeto, per rendere quei soldi...avrei fatto di tutto.

Certo è che il gioco valeva la candela, anche le parole di Ted, insomma, io mi ero fatto prestare i soldi per avere finalmente un set tutto mio, li dovevo rendere in qualche modo e quello era il modo più veloce e remunerativo. Dove ho sbagliato? se me lo chiedo ancora dopo così tanti anni...credo proprio di aver sbagliato in diversi punti.

E le prospettive, quelle si fottevano.

Almeno per quella notte.


Iniziai subito, non avevo certo tempo da perdere, così mi diressi verso l’Elcobra, una discoteca vergognosa sulla diciassettesima che sembrava più un asilo nido che un locale: c’erano teen agers in pieno stile anni ottanta, ma nessuno, cristo, nessuno superava i diciotto anni. Mi sentivo uno schifo quando sapevo che la mia merda sarebbe andata in mano, macché in mano, in corpo a quei buffoncelli insicuri.

Non era certo colpa loro, non se la cercavano, era circoscrizione, era involontario da parte loro, solo istinto di branco e voglia di fare i grandi.

Certo però non era colpa mia.

Passai dal retro, sicuro come l’oro che avrei trovato Alan, il mio palo per sedicenni; eccolo là, appoggiato ad una macchina, cappuccio sulla testa, jeans largo, scarpe da basket, il più finto rapper dei finti rapper, il più pivello dei pusher, il più gasato ragazzotto del sud ovest.

Gli mollai il primo capitolo della saga dello sballo giovanile; pagò bene, molto bene; che idiota, troppo bene.

Ero di nuovo in macchina, alleggerito.

Fatto il primo spaccio la voce si sparge e a distanza di dieci chilometri e dopo mezzora, per la gente sei già tornato un criminale a tempo pieno, un amico a cui chiedere favori, uno spietato assassino, cose così; avete presente no? ti fai male un dito a Las Vegas, a Phoenix sanno che sei morto caduto da un burrone. Le cose si ingigantiscono.

Questo discorso vale anche per gli sbirri, per cui, prima che sia troppo tardi, bisogna sempre fare la capatina dall’uomo blu (da queste parti veste beige, ma il detto è quello).

Mi mossi verso Alcantara e Brubank, due brutti quartieri in degrado nero, roba da famiglie sfollate, un posto ormai mezzo mangiato dal deserto, senza acqua corrente, e con un paio di fabbriche semichiuse.

Di certo in mezzo a quella merda secca e arida avrei trovato Salvation, vero nome Layne Ferry, la poliziotta Kapò della Gestapo che ti parava il culo se rimanevi pesce piccolo e fornivi lo sballo gratis ai suoi “ragazzi”.

I suoi “ragazzi”, di cui era mamma e padrona, erano una banda di picchiatori, teppisti, nazisti, skins, invasati contadini troppo giovani, che per conto di Salvation spaccavano i culi ai neri e ai messicani che prendevano troppo gallo per le strade di Alcantara e Brubank. Squadroni, ronde, chiamateli come volete, della gente del cazzo senza il minimo cervello ma con le mazze da baseball, le spranghe, i muscoli e tutto il necessario.

Orbene, la vita è una merda, non ditemelo a me che lo so bene, figuriamoci alle minoranze di quei due quartieri.

Salvation mandava fuori di testa i suoi con acidi, pasticche, anfetamine, metanfetamine, alcaloidi, speed, tutto, e io ero il distributore automatico.

Sennò erano botte, forti forti forti; e anche le manette, strette strette strette.

Lasciai in mano a Salvation tante di quelle pasticche che se prima ero andato sopra coi guadagni, ora ero di nuovo meno che a pari, ma le regole sono regole, e così si fa, così ha sempre funzionato, per cui era meglio non stravolgere il codice di procedura proprio quel giorno.

La notte finiva, erano quasi le cinque.

Io me ne tornai a casa, il mattino dopo avrei fatto il giro delle sette chiese, per dare l’ostia a tutti i fedeli.

Sì, c’eravamo così vicini...

Prima di dormire pensai a quello che sarebbe stato una volta finito tutto; avrei dimenticato questa vita, questa città, queste abitudini; avrei mollato con la droga, non mi sarei più fatto perchè il nervoso, lo stress, non mi avrebbero più nemmeno sfiorato. O si, immaginavo di alzarmi la mattina presto, fare colazione a Bel Air, fare footing tra le viuzze dei quartieri residenziali, circondato da verde e da un sacco di fica!

Poi una doccia e via, al lavoro, il mio vero lavoro, la mia vera vocazione: il cinema.

Produttore di film di prima classe, tutte idee mie, tutta farina del mio enorme sacco creativo; mi sarei fatto una cifra di collaboratori con i contro cazzi, dei registi bravissimi, un cast sempre a disposizione, tecnici e artisti che avrebbero ucciso per lavorare con me, ai miei fantastici progetti, alle mie illuminanti creazioni!

Ora di certo non potevo iniziare così, ma sapevo dentro di me che il talento c’era, e che una vita di merda come quella che avevo fatto io doveva per forza di cose far parte di un progetto più grande, di un disegno del quale non percepivo ancora la forma completa, esatto, un abbozzo, le grandi difficoltà per farsi le basi, poi qualcuno o qualcosa avrebbe notato i sacrifici e lo schifo che hai mangiato per anni, e ti avrebbe dato la dovuta ricompensa.

Ora avevo un mio set, un’idea e una storia pronta, un colloquio con una agenzia di casting che mi avrebbe trovato gli attori: per iniziare mi sarei anche diretto il film, da solo, e avrei utilizzato artigiani di bassa lega per le scenografie eccetera, e menomale che ho amici nel settore falegnameria, sennò avrei anche dovuto pagarli, però era un inizio, cazzo! Un inizio di una nuova esistenza, onesta, legale, normale, volta ad un futuro di soldi, donne, pazzesco. Un paradiso che nemmeno col crimine organizzato nessuno avrebbe mai raggiunto: l’apice.

Hollywood, e cristo, eravamo nel bel mezzo degli anni ‘80, il successo stava tutto lì.

Non volevo sapere cosa mi avrebbe riservato il decennio successivo, ma avevo una certezza, il cinema avrebbe conquistato il mondo come e più che negli anni sessanta, lo sentivo, fresco ed elettrizzante come una brezza di maggio sulle braccia.

Non ero nessuno, ma presto sarei stato sulla lista degli invitati di Donald Trump e di quella troia di sua moglie.




3

L'overdose di chi porta l'ostia



Le undici, cazzo era tardi.

Avevo dormito un po’ troppo ma mi ripresi subito, spolverai un grammo e mezzo, anche due, sul comodino accanto al letto.

Un colpo peso, tachicardia, fiato corto, occhi strabuzzati, non ci vedevo più un cazzo, mi era montata male, subito.

Informicolite le braccia e le gambe, mi innervosii solo a vedermi riflesso nello specchio: lo mandai in frantumi con una sedia, iniziai a correre in cerchio per la camera, sudato come un maiale che gira sul fuoco. A poco a poco ripresi la vista nitida, ma l’agitazione era fuori da ogni controllo.

Mi sentivo schioccare le ossa, digrignavo i denti, non sentivo alcun dolore se mi pizzicavo o mi mordevo, perchè mi stavo mordendo le mani, poi tirai un urlo furibondo.

Nero.

Cazzo che nero.

Scivolai nei meandri dell’oscurità e persi me stesso, i miei contatti col vero, col piano materiale.

Ciao Jareth, mi dissi, questa proprio non ci voleva.

E invece porca di quella puttana riaprii gli occhi.

Allora era vero che c’era qualcuno o qualcosa che si era accorto di tutta la merda che avevo ingoiato nella mia vita e voleva darmi una seconda possibilità

Si, una seconda possibilità, a qualsiasi costo, anche a costo di non farmi morire.

Aprii gli occhi ed ero steso sul divano, con una flebo nel braccio e un mal di testa colossale, oltretutto mi sentivo le ossa in frantumi, ero veramente spossato.

C’era un gran casino, mi girai verso destra e vidi Manny, giacchetta stretta bianca, camicia rosa con gli sbuffi pseudo-settecenteschi, pantaloni a zampa perlati e stivale con tacco da frocio anni settanta, che rovistava in ogni angolo di casa mia (una stanza), e buttava via tutta la cocaina che trovava.

Quel maledetto negro che conoscevo fin da piccolo era sì un inaffidabile spendaccione, schiavo del gioco d’azzardo, cocainomane bastardo, ma mi voleva bene; bene quello vero, quello che se anche lui è un drogato, ma forse è l’unica cosa che fa con un minimo di giudizio, butta via tutta la merda che ti ha mandato in overdose, chiama un dottore a metterti una flebo in casa, e ti appoggia per non farti mai più.

E’ un amico, uno di quelli che mi ha fatto uscire dai tunnel, dai tunnel pesti e bui.

Un segnale.

E qua le prospettive tornavano nitide come la sera prima, il sogno si faceva reale e tangibile, un compagno come lui che sarebbe venuto a dividere la fama, l’impegno, il successo, un ragazzo davvero unico.

-Sei un cazzone, Jah, un cazzone di merda! Vaffanculo! A te, alla troia della tua mamma, all’alcolizzato di tuo padre che per fortuna l’hanno ammazzato dei portoricani più ubriachi di lui. Sei maledetto, mi fai incazzare! Tu hai chiuso, hai chiuso, ma non con me, Jah, non con me, te lo scordi che io ti lascio nella tua autocommiserazione, nel tuo fallimento interiore che se non sniffi non rendi nella vita, cazzo, ma cazzo, ma sei stronzo dentro, ma che cazzo ti viene in mente di vivere così? ma che cos'è? cosa credi che sia? caffè? Aspetta che faccio colazione, ma cosa, la fai col naso la colazione? ma fottiti, porca troia, ma quante volte te l’ho detto? per divertirsi, per spasso, ogni tanto, una soddisfazione, deve essere, non una schiavitù merdosa. Jah, se eri negro, colorato come me, eri già morto, perchè la gente dei quartieri dove esiste il rispetto reciproco, dove esiste la decenza, cioè tra di noi, ti lascia morire, ti metteva in un sacco e se ne lavava le mani! e vaffanculo a Manny invece, l’amico tuo troppo buono! Non ti azzardare mai più, testa di cazzo di un fattone, non ci provare, o io ti spezzetto con la motosega e ti tiro in un canale, per me non sei mai esistito, chiaro? è chiaro Jah? Pensa al tuo futuro, vuoi fare cinema? ecco, perfetto, ecco il tuo futuro, guarda!

E mi buttò nella pattumiera tutta la coca, senza battere ciglio; Manny mi fissò per un minuto buono, io giustamente non dissi niente, lui nemmeno.

Poi mi sorrise.

Mi alzai, ci abbracciammo, mi mandò in culo un altro po’, mi disse di quanto anche lui avesse il vizio del gioco, ma che però era tutto agli sgoccioli, che lui non mi avrebbe abbandonato mai, che saremmo andati dritti nella hall of fame, che il cinema ci aspettava, e le chiacchiere partirono, con le mie ossa che tornavano sopportabili, la mia testa che non sentiva più, e fino a che la flebo di quel toccasana che non ho mai saputo cosa fosse non finì, rimanemmo su quel cazzo di divano a ricamare e disegnare prospettive.

Ero ancora in vita, per quelle cazzo di prospettive.

Spiegai a Manny dell’ecstasy, degli appuntamenti che avevo quel giorno, e ripromisi a me stesso e anche a lui che non avrei più toccato la coca.

E così fu, spinto da quella forza e da quella speranza che mi pervadevano l’anima da un po’ di tempo, cioè da quando mi venne in mente la trama del film e l’idea di fare il produttore.

Non mi sono più drogato da quel giorno dove credetti di morire.

Sopravvivere a una overdose ti aiuta a progredire come uomo.


Basta frasi fatte del cazzo, dovevo tornare alla mia esistenza grama e misera ancora per un po’, dovevo spacciare, essere l’uomo di merda di sempre, e poi avrei anche potuto fare il moralista.

In quel momento non mi sembrava il caso.

Stavo per ricominciare con la mia missione “manda in pappa il cervello degli adolescenti”.

Ma chi cazzo se ne frega.

Salutai Manny e iniziai il giro, se avevo fatto bene i calcoli avrei finito a mezzanotte, un giorno prima rispetto a quello che avevo detto a Ted. Lui felice, io con il debito pagato un giorno in anticipo.

Le ruote della mia Capri, sgonfie e consunte, mi portarono nel parcheggione di Stanford Avenue, un’enorme strada piena di posteggi per gli avventori dei casinò turistici.

Non quelli da giocatori veri, si intende.

Questo luogo enorme era l’ideale per scambi, omicidi, furti, cambi d’auto, cose del mestiere.

Da quelle parti, dando per scontata la presenza di soli turisti e famiglie, l’unica garanzia di sicurezza era fatta da telecamere visibilissime, aggirabilissime, distruggibilissime e da un corpo di vigilanza privata, pagata dalla società che gestiva quei parcheggi, che girava con delle jeep solo nel perimetro della zona, della gente che non aveva voglia di fare un cazzo, quindi se tu facevi un massacro di innocenti, ma lo facevi nel mezzo a questi parcheggioni, non ti notava proprio nessuno.

Benissimo, nel centro esatto di una di queste aree gigantesche, mi trovai con un tale che conoscevo di vista che mi comprò a buon prezzo le pasticche e che partì alla volta di Oklahoma City per farsi e per far sballare tutti i suoi amici ad una festa, non so che cazzo fosse, una specie di rimpatriata; io le odio e le ho sempre odiate le rimpatriate.

Cazzi suoi, aveva pagato, rimontai in macchina e mi diressi verso gli altri tasselli del puzzle: la forma completa di questo puzzle ideale era un’immagine di me vestito bene, seduto dietro una scrivania, con in mano il contrattone della Fox o della Universal, e un sorriso a trentadue denti, il tutto coloratissimo.

Una qualche reminiscenza dell’overdose di due ore prima, penso...

Sveglia Jareth,vaffanculo, si continua.

Andai e andai per tutto il giorno, da Timothy il macellaio, da Freddy che voleva mettere l’ecstasy nel caffè alla moglie, dalla suora del monastero di Santa Lucilla, da Fanuzzo, dal giornalista sportivo che mi piace tanto e dà sempre contro all’allenatore dei Dodgers, da Sandra, alla quale proposi una scopata invece dei soldi, e dalla quale non beccai né l’una nell’altra cosa, però cazzo come è fica Sandra, è una cosa pazzesca, ma forse la vedo così clamorosa proprio perchè mi evita come la peste, da Fanette, stessa cosa, ma siccome è un mostro le richieste mi sono state accontentate entrambe, cioè l’ho scopata e poi mi ha anche dato un pacco di soldi, però non ho finito perchè un po’ è brutta come il peccato mortale, un po’ ero reduce da un sovraccarico cardiaco e muscolare, insomma, una figura meschina e mi interruppi a metà.

Riparto, dove ero? si, Fanette. Oddio che orrore, maledetto me.

Mai più.

Da Jordison, quell’ebreo del cazzo, l’unico pusher moralista che io conosca. Ha voluto le pasticche perchè almeno aprono la testa ai giovani, ma che cazzo dice quel rabbino ipocrita? ma che crede, che non si mangino il cervello della gente, quelle cose? no, dai, ci vuole proprio di essere perversi a spacciare e avere il coraggio di dire che non fa male quello che spacci.

Onestà nella disonestà, lo diceva sempre...non so chi cazzo lo diceva sempre, ero sempre troppo fatto da ragazzino per sapere chi lo stesse dicendo, però girava nell’aria quella voce saggia.

Undici di sera, dodici ore dopo il mio crollo umano, avevo i soldi, non mi era rimasta più nemmeno mezza pasticca, ed ero pronto a pagare Norton con la cresta che c’avevo fatto sopra.


Chiamai Ted.

-Pronto.

-Pronto, Teddy, sono Jareth. E’ fatta, fatta proprio bene.

-Ehi, stella! come va? io benone, e con questa notizia ancora meglio!

-Hai guadagnato anche qualcosa di più, capellone.

-Jareth, che scherzi? quel che è extra è tuo, ne avevamo parlato.

-Non hai capito, io parlo di extra extra, quel che mi spettava l’ho già preso, qua c’è un bonus, proprio!

-Allora sei divino, cazzo, divino come Jimmy Page!

-E chi cazzo è?

-Lascia perdere.

-Ok.

-Rozzo, vengo a prendere il materiale verde!

-Si, vieni a prendere quel che cazzo ti pare, fricchettone, ma io sono qua per darti i soldi!

-Appunto! il materiale verde, la criptonite!

-Come ti pare, come ti pare, re dei soprannomi! a tra poco, Ted.

-A tra poco, dove ti trovo?

-A Sundance Avenue, sono davanti al Bette Davies' Eyes Cornershop

-La caffetteria per gente con la puzza sotto al naso?

-Quella lì, ma c’è pieno di troie.

-Arrivo!


Venti minuti e mi vedo sbucare questo stronzo non solo con i capelli corti e vestito meglio, anche se pur sempre a rocker che mi urta molto, ma con la Porsche che si voleva comprare. Quella lì, ultimo modello, 1984; ce l’hai fatta eh, bastardo di un hippie!

Ebbene, quella era una dimostrazione in più che c’è posto per tutti sul pianeta successo, che in un modo o nell’altro, se accetti di cambiare, se ci stai ai compromessi, se ti impegni, se ti fai un culo così, puoi farcela, puoi andare lontano, là dove le prospettive vanno a cadere.

Gli detti i suoi maledettissimi soldi, compresi gli extra, e di questo fu veramente molto felice, insomma, non aveva trovato l'ultimo degli stronzi e nemmeno un furbetto che tentava di fregarlo, niente di tutto questo, aveva trovato me, uno che qualcosina ne sapeva e che poi, sotto sotto, era un bravo ragazzo; un po’ fallimentare, un po’ in ritardo, un po’ debole e vizioso, ma che ci volete fare, prendere o lasciare, e lasciare tutti quei testoni per Ted non era la cosa giusta da fare.

Così agguantò la cifra notevolmente superiore alle aspettative, tutta in contanti freschi, sporchi e dannati, maledettamente intrisi di indifferenza e macchiati di nero pece, il nero di centinaia di ragazzi troppo piccoli per entrare in quel tunnel di merda, troppo ingenui e puri per sporcarsi la mente con quell’orrore in pasticca. Ma erano pesci teste di cazzo, e noi le esche bastarde, e qualche boss, produttore o chi ti pare a Kansas City, beh si, lui era il pescatore.

Remore di coscienza?

Oggi forse sì, quel giorno no di certo, era l’ultimo dei miei pensieri, anzi, non era proprio in coda.

Remore di coscienza

Per forza, ma non perchè sono migliore o perché sia cambiato, diverso in qualche punto.

Ma perchè poi scopri che te la porti dietro, ogni cazzata che fai, e all’inizio la seppellisci e quando riaffiora ti da una pugnalata, un soffio d’ansia, un pensiero negativo e subito dopo la rinfossi bene bene dentro i meandri del tuo egoismo, ma un giorno, quando c’è troppa roba sotterrata, non sai più dove metterla, e nascondere qualcosa dentro di te diventa impossibile, allora sì che sei fatto; non te la godi più, campi di rimorsi, ti ci svegli, ci passi la giornata e gli dai la buonanotte.

Mi presi la mia parte.

Ventimila, eccoli qua, in mano mia, li misi nel cruscotto della macchina, richiusi lo sportello e tornai verso Ted.

-Grazie, Barba- Mi disse, riconoscente davvero, più per il favore che per i soldi.

-Tu dici grazie a me? Non sai i miei cazzi, e tantomeno te li dirò, ma tu, molto probabilmente, mi hai salvato il culo.

Era doveroso che almeno sapesse quanto era stato utile.

-Io non lo so quel che ho fatto, Yuppie, e incravattato così mi stai proprio sulle palle, ma sei davvero efficace.

-Hai fatto, capellone schifoso, hai fatto un sacco.

-Bene, se ho fatto, il karma mi darà la giusta ricompensa.

-Se lo dici tu...

-Lo dico io.

-Bravo Ted, sei il meno peggio che abbia mai incontrato.

-Non ti frego, Barba, non ti frego, e ora guarda di diventare quello che meriti, o che credi di meritare di essere.

-Stanne certo, spiccherò il volo!

-Jareth, Jareth come? Quando guardo i titoli di coda di un bel film, insomma, voglio dire a voce alta “ehi, quello è il Rozzo, il fenomeno di Las Vegas che mi ha voluto tanto bene!”

-Jareth Barba, lo potrei usare come pseudonimo, che ne pensi?

-Penso che Barba sia proprio il soprannome più stronzo che ci sia, e che fa proprio pena.

-Bravo Ted, ogni giorno un pezzettino, ma cresci.

-Cresciamo, Jareth, ogni giorno, e il giorno dopo risiamo piccoli embrioni e dobbiamo ricominciare tutto da capo.

-Riparti con le stronzate Zen?

-No, ti dico quel che penso davvero. Penso che con questo vivere alla giornata, quando la sera riesci a riaddormentarti è un po’ come se muori, e la mattina, aprendo gli occhi, ti senti in dovere di ringraziare qualcuno o qualcosa di averti rimesso al mondo, un altro giorno, un’altra opportunità.

-Non si può vivere in modo continuo, vero fricchettone?

-Già.

-E dici anche qualcuno o qualcosa, lo dico anche io, perchè non sono sicuro di chi possa esserci lassù o laggiù a pararti il culo, a rispondere a una tua cazzo di preghiera, a vegliare sulla tua testa di cazzo.

-Potremmo inventare una nuova religione per star fallite e donne ricche depresse: “Qualcuno o qualcosa, provare per credere!”

-Si, come no, Ted

-Come no...Ci rivedremo mai più?

-Spero di no.

-Anche io.



4

Del maledettissimo cazzo




E ce ne andammo, ognuno per la sua strada, ognuno verso il proprio incerto futuro.

Il mio però, sbiadito, sfuocato, acerbo quanto vi pare, l’avevo bene in mente.

Andai a casa, non sapevo che da lì a quaranta minuti avrei fatto la grossa, grossa cazzata.

Appena varcai la porta del mio monolocale, o meglio del mio monostanza, iniziò a girarmi la testa.

Un'overdose dodici ore prima, digiuno tutto il giorno, una flebo da cavallo di anti-tutto-non-so-cosa, una giornata calda, torrida e secca, mezzo bicchiere d’acqua, sempre di corsa, mai una pausa.

Ma chi voglio prendere per il culo: l’overdose, punto.

Chi cazzo può star bene dopo una overdose? Nessuno, ma nemmeno Andy Warhol, ma nemmeno Lou Reed, cristo santo.

No, non c’ero proprio, né col fisico, e, ahi ahi, nemmeno con la testa.

Ecco che cazzo era insieme alla debilitazione: era astinenza.

Non mi ero fatto mai tutto il giorno? Nemmeno una sniffatina, ve lo giuro.

Partirono le traveggole.

Mi credevo di resistere, di smettere così da un momento all’altro, ma non avevo fatto i conti con il mio fisico assuefatto e con la mia mente marcia.

Marcia dentro, porca puttana.

Mi prese una botta tremenda, la testa vorticava, io vorticai a terra, mi sentivo scricchiolare tutto dentro, mi presero delle coliche alla bocca dello stomaco come se stessi in continuazione per vomitare, conati, ansia, ecco cosa fu la sensazione peggiore: l’ansia.

Mi avvinghiava il collo, mi strangolava e mi premeva sul petto; cominciai a sudare e ad agitarmi, agitarmi in preda ad un terrore, una paura che non avevo mai provato prima, nemmeno quando mia madre tentava di mettermi la testa nel forno da piccolo.

Ansia e tachicardia, mi tastai il polso, sembrava stesse per esplodere; così come il cuore, che mi pulsava in gola, nelle tempie, rimbombava nella pancia e mi sussultava su e giù per l’esofago.

Ero fradicio di sudore, i capelli, che tenevo imbrillantinati tutti all’indietro, mi erano scesi tutti sulla faccia e me la coprivano, coprivano una smorfia di dolore e di terrore puro che mi facevano assomigliare ad un mostro; mi guardai nei resti dello specchio: avevo due occhiaie pazzesche, gli occhi vitrei e iniettati di sangue, le labbra secche, che si stavano screpolando, il colorito di un cadavere ripescato in un fiume.

La salivazione era a zero. La mia bocca era il deserto.

Sete? per niente, avevo troppa nausea e troppo mal di stomaco per bere.

Mi stringevo i pugni, mi distesi, trovai la forza di accendermi una sigaretta, bellissimo, si, la sigaretta, almeno riusciva a scandirmi il respiro: inspirare, espirare, inspirare, espirare.

Ma chi cazzo ce la faceva? L’ansia mi stringeva talmente tanto il diaframma che mi pareva di essere sotto a uno schiacciasassi.

E poi ansia di cosa? di niente, non avevo lo straccio di un pensiero, di una paranoia, in testa avevo il vuoto totale, eppure mi sentivo spaventato, in pericolo mortale: forse lo ero davvero, tanto che ad ogni rumore, ogni scricchiolio di mobili, ogni clacson o macchina che passava sotto casa, ogni alito di vento che muoveva le tende o scostava gli scuri della finestra accostata, tutto mi dava sussulti, tutto mi faceva paura, cazzo che paura.

E sudavo, e respiravo a fatica, e fumavo questa sigaretta che mi sembrava l’unica soluzione.

E vi giuro che stavo peggio dell’overdose.

Mi dovevo fare.

Subito.

Rovistai dovunque, buttai all’aria tutta la casa, la pancia picchiava come un martello pneumatico, ma le forze, quelle della disperazione, erano tornate.

Cercai, spaccai tutto, rivoltai il letto, aprii la finestra e buttai di sotto il televisore; non trovai un cazzo.

Niente, Manny aveva ripulito tutto.

E Manny entrò in quel momento.

Mi fece mandare giù a forza, e quando dico a forza intendo che ci siamo proprio presi a cazzotti, un tranquillante di quelli forti davvero, quelli per i matti del manicomio, e difatti, quaranta secondi di urla, sbraiti e dimenarsi, poi ciao Jareth; anzi buonanotte.

Mi risvegliai rincoglionito e stordito sul divano, o perlomeno quello che ne restava dopo la mia ricerca disperata di coca.

-Ecco che è tornato tra noi Jareth Wilson, signore e signori!

Le prime parole che sentii.

-Si, esatto

Risposi a fatica; provai ad alzarmi, tutto inutile, ero troppo affaticato e troppo imbottito di quei tranquillanti, penso che mentre dormivo Manny mi avesse riempito per bene.

-Non riesco nemmeno a muovere un dito, Man.

-Lo vedo, lo vedo.

-Che cazzo devo fare?

-Ti vuoi fare?

-Cazzo no, Manny! che ti dice il cervello?

-Bene, questo è un buon segno.

-Mi testavi?

-No, valutavo come stavi.

-Vaffanculo!

-Vaffanculo tu, Jah.

-Senti, io non posso stare qua sdraiato, io devo pagare Norton, ho i soldi.

-Ma tu non riesci a muoverti, che cosa fai, il giochino dei controsensi?

-No, non faccio nessun giochino, io sto rischiando di venire ammazzato!

-Come ogni giorno, Jah.

-Oggi è diverso, perchè domani faccio un cazzo di film, o no?

-Giusto.

-Ecco, allora? io come la metto? ho ventimila nella tasca interna della giacca, contanti, pronti per levarmi dai coglioni.

-Eh, la metti che ci vai domani e rimandi per oggi?

-No, direi proprio di no, non ho voglia né di rimandare il mio sogno né tantomeno di farmi mettere strani oggetti arroventati nel culo da quel sadico.

-Glieli porto io!

-No, Manny, è fuori discussione, tu sei un cazzone.

-Anche tu sei un cazzone.

-Si ma tu ti ubriachi per la via e me li sputtani, me li perdi, sei inaffidabile sui soldi, ti voglio bene ma sui soldi non ti conto.

-Ma anche tu li butti via.

-Si ma io non gioco, cazzo di un cazzo!

-E che c’entra?

-C’entra tutto, stronzo di un negretto, c’entra tutto.

-Te li porto io, cazzo!

-Ma no, perchè mi vuoi rovinare ancora di più?

-Perchè non è vero, Jah, non ti rovino, ho trentacinque anni, lo so che quelli non sono soldi del cazzo, che posso anche sputtanarmi e poi chiederti scusa e non succede niente. Qua ci sono conseguenze brutte, c’è lo strozzino di mezzo, e chi meglio di me? Io che gioco d’azzardo? Conosco strozzini e usurai di tutto il Nevada e di tutta l’Arizona, ho rischiato, mi hanno picchiato, dato fuoco alla casa e alla macchina più volte, mi ci sono scottato di brutto, Jah, lo so che con quelli non si scherza, tantomeno con Norton, io con quello mai ce lo farei un prestito.

-Stronzo che sei, me l’hai detto tu di andare da lui!

-Ma perchè lui è quello che vuole meno garanzie, e tu che garanzie avevi? non hai mai frequentato il giro del gioco, non hai nemmeno una macchina decente, insomma, Norton era l’ultima spiaggia, l’unico che ti avrebbe mollato dei soldi per fare cinema.

-Io non gliel'ho detto per cosa volevo gli ottomila.

-Ma le voci corrono.

-Perchè te sei un parolaio, una bocca larga, Manny, e l’avrai detto a tutti i travestiti del Riva’s.

-No, l’ho detto alla bisca e da Duncan, poi anche a qualche troia, ma che sapevo io che si spargeva la voce.

-Chi sa quanto mi hanno preso per il culo.

-Ma chi se ne frega, ora, di chi ti ha preso per il culo, Jareth! Forza, che si fa? te li porto io, dammeli. Tra un’ora sono qua e domattina si parte.

-E che cazzo, va bene, tanto sennò non c’è soluzione. Io con oggi voglio finire la festa, e siccome sono le due di notte, OGGI è finito. Dai, prendi i soldi in tasca, e levati dal cazzo, non voglio vedere il tuo muso nero e la tua cesta di capelli fuori moda per un paio d’ore, torna con il debito pagato. E ricordati che alle tre e mezzo chiamo Norton, se me li sputtani giuro che t’ammazzo.

-Non-ti-sputtano-niente. Falla finita, paranoico in astinenza.

-Manny...

-Eh...

-Grazie, negraccio.

-Prego, drogato straccio bianco.


Eccola là, la cazzata dell’anno.


Manny prese i soldi dalla tasca interna, la fascetta da pezzettoni da cento che contava ventimila all’ultima banconota. Già da come li guardò dovevo capire che era stato uno sbaglio affidargli i soldi.

Ma io non potevo aspettare di più, e poi mi autoconvinzi che ero troppo in paranoia per via dell’astinenza e delle medicine, che mi stavo preoccupando troppo e che magari per una cosa seria, una cosa di cui ne andava del mio futuro e della mia vita, Manny non avrebbe scazzato. Insomma, aveva dimostrato di volermi bene sempre, anche se era una leggera e anche inaffidabile, parecchio inaffidabile, però io dalla merda seria ce l’avevo tolto più volte, e lui aveva sempre reso il favore, insomma, quella mattina mi aveva salvato la vita da un’overdose e la sera mi aveva accudito da una crisi; quando c’era bisogno, il bisogno vero, non si comportava male.

O quasi.


Accidenti a me.

Ma perchè mi fido?


E se i tranquillanti me li avesse dati apposta? Se si fosse approfittato della situazione? Della mia debolezza? Ho sempre voluto scartare questa ipotesi e sempre, dico sempre, ho voluto pensare che Manny è un cazzone, talmente cazzone da farti ammazzare, ma che almeno di cuore era buono.

Sennò non mi darei pace.

Sennò io...io...lasciamo perdere.


Uscì di casa, senza nemmeno salutarmi, di corsa, come se avesse qualcosa che scottava tra le mani, una bomba; e ventimila dollari in mano a Manny sono una bomba, eccome.

Passò un’ora: io nel frattempo fumai qualche sigaretta, allungai il braccio e presi una vecchia rivista, lessi un po’ per far passare il tempo e poi credo di essermi anche appisolato.

E’ così che passò anche la seconda ora: le quattro del mattino.

Niente Manny. Niente calma.

Il tempo iniziava a non passare più, i minuti parevano giorni, poi lì, mezzo in coma come ero, non potevo nemmeno fare granché per distrarmi, ed ecco che l’ansia, stavolta non indotta dall'astinenza, ma quella vera, cominciò a farsi sentire.

Sì, le iniziai a pensare tutte e a dire il vero iniziai a maledire me stesso e ogni cosa che avevo fatto dal giorno che avevo imparato a camminare.

Pensai a mia madre, che poteva aver abortito anche me, oltre che per il mio ipotetico fratello, o che la testa nel forno poteva anche lasciarcela, così almeno sarei stato un bimbo buono sotto terra.

No, invece dovevo crescere, testa di cazzo così.

Fallito così.

Senza meta fino a ventott’anni, e ora che ce l’avevo, era tardi perchè mi ero costruito una montagna di merda e me l’ero legata la piede per sempre con una catena.

Amici del cazzo, abitudini del cazzo, dipendenze del cazzo, errori del cazzo, debiti del cazzo, donne del cazzo, famiglia del cazzo, frequentazioni del cazzo, lavori del cazzo, tutto del cazzo.

Del

Maledettissimo

Cazzo




5

Il liquido amniotico dei vinti



A quel punto la fiducia in Manny, in me, in tutto l’universo, cadde.

Dovevo telefonare a Norton e sentire che cosa era successo.

Erano le quattro e mezzo, io non ce la facevo più.

Feci uno sforzo colossale e mi alzai. Mi sentivo cedere le ginocchia e pensai sul serio di essere composto da una lega di piombo e merda, poi agguantai il cordless e mi ritirai sul divano.

Digitai il numero 4, premetti il verde e partì dalla rubrica il numero dello strozzino malefico che mi ero opportunamente salvato, per evitare di rispondere più o meno nel novanta per cento dei casi.

Squilli su squilli, non rispose nessuno.

Riattaccai pronto a richiamare subito, quando sentii dei passi sulle scale.

Passi, tanti passi, e anche dei tacchi.

Ecco che iniziai a distinguere il classico rumore di due calici che sbattono contro a una bottiglia di champagne, inconfondibile suono, e avertii pure avvicinarsi delle risatine.

Poi il rumore delle chiavi nella toppa.

E le narici mi furono invase di un profumo da donna di quart’ordine dato a litri: troie, Manny, soldi a puttane.

Associai quell’odore all’odore della morte.


Non andò come nei film, non andò come tra persone normali, non andò che poi si sistemò tutto.

No.

Io ve la dico davvero, e davvero in quel momento, a quella vista, a quell’odore, io non risposi più di me.

Non so nemmeno di preciso cosa sia successo in quei pochi istanti che trascorsero dall’ingresso di Manny a quello che sto per dire, ma giuro, non mi interessò per niente e nemmeno mi interessa.

Ritrovai tutto ad un tratto la forza, l’ira più funesta e l’odio più profondo riempirono ogni lacuna fisica che avevo, e mi chiusero il cervello. Ciao contatti con il buonsenso, la realtà, le conseguenze, le prospettive, dio che palle le prospettive, ora proprio no, ora non c’era da pensare proprio ad altro, figuriamoci a quelle cazzo di prospettive, quei pensierini gentili e soavi, quelle belle speranze che sbocciavano nella mia testa di artista alle prime armi.

NO!

Balzai dal divano, lo guardai negli occhi, torvo, lui si terrorizzò.

Mi diressi verso il comodino. Non gli toglievo gli occhi di dosso. Camminavo all’indietro, piano piano.

Manny iniziò a scusarsi e a blaterare proprio come aveva sempre fatto.

Io non feci come avevo sempre fatto.

Astinenza, disperazione, paura di Norton, stress disumano, due giorni a vendere pasticche, un culo così per uscire da quel mondo, un sogno in frantumi, una casa sfasciata e ora anche un amico che mi rovinava.

NO!

Ruppi, avrebbe rotto chiunque.

Con quello che queste ultime quarantotto ore mi avevano dato, era ovvio che reagii diversamente da sempre.

Forse Manny avrebbe fatto bene ad immaginarselo, perchè ripeto, in quel momento pensai che fosse il peggiore bastardo infame carogna del mondo, o meglio non pensavo proprio, ma oggi spero tanto che il suo cuore fosse pulito e che fosse solo tanto coglione, tanto malato di soldi e di gioco da poter fare così male senza volerlo.

Ma gli feci più male io, senza volerlo, oppure volendolo, non lo so davvero. Non lo saprò mai.

Lui non riusciva a guardarmi, voltava gli occhi di qua e di là, le troie non ridevano più, anzi si erano messe in disparte, rimaste sulla porta, Manny invece era un metro più avanti, a ridosso del divano che stava in mezzo alla stanza.

Continuavo a retrocedere fissandolo e senza aprire bocca, bianco emaciato, i capelli spettinati e neri, sudati e sporchi, tutti sul volto, la bocca semiaperta in un ghigno agghiacciante di incredulità, ironia e morte.

Aprii il cassetto, sfondai il segretaire con un cazzotto, presi la .38 che tenevo lì da una vita e che non avevo MAI usato, gliela puntai in faccia, tirai il cane.


Fine di Manny.


La porta era rimasta aperta, tutti sentirono lo sparo, tutti sentirono e videro le troie che scappavano e urlavano giù per le scale, e poi giù per strada.

Io rimasi fermo, immobile, la pistola nella mano.

Guardavo nel vuoto, dove prima stava la testa di Manny, non avevo più niente, avevo perso tutto.

E il colpo di grazia me l’aveva dato l’unica persona al mondo che mi aveva salvato la vita.

Lascia o raddoppia, è proprio così che gira il mondo.

E quando uno ti salva il culo, è proprio quella persona che ti manda dritta all’inferno.

Io gli restituii il favore, mandandocelo prima di me.

Sempre guardando nel vuoto, camminai avanti, scavalcai il cadavere con la testa spappolata di quel negro che conoscevo da vent’anni e che ora mi sembrava il più estraneo degli estranei; il guaio è che non conoscevo più nemmeno me stesso, non sapevo più chi fossi, non sapevo più niente, di nessuno.

Ero pronto a morire, penso proprio di sì.

Deve essere così che ci si sente, quando si arriva al capolinea, ma soprattutto quando ne siamo coscienti.

Si perde il senno, la fiamma dentro che ti tiene acceso il motore.

Si muore dentro, prima di morire fuori.

Uscii dalla porta, trascinandomi come uno zombie. Non avevo paura che mi vedessero, che sapessero, di venire arrestato, tanto ormai forse era meglio il carcere a vita che finire nelle grinfie di Norton.

Ma ovviamente non pensavo nemmeno a quello.

No signori, io ero finito, nell’anima proprio. Nel senso, chi se ne fotte se non ho più i soldi, se non faccio più il passo del cinema, se non esprimo la mia creatività, no, qua la cosa era diversa.

Ero svuotato, ecco.

E avevo anche perso la ragione.

Droga, astinenza, stress, una vita così, non lo so, tutto mi aveva portato solo incubi e danni, e il più grosso era steso sul pavimento di casa mia.

Ormai il cervello era fottuto e anche tutto il resto.

Scesi le scale, un passo alla volta, piano piano, tra le urla e gli sguardi attoniti dei vicini.

Arrivai al portone, varcai la soglia, tre scalini, lo sguardo fisso, nel vuoto della mia esistenza.

Ero per strada, c’era casino, gente affacciata alle finestre, un vociare curioso, ipocrita e vivace, era successo un avvenimento, per questa manica di stronzi guardoni.

Per me non era successo niente, era soltanto finito tutto.

Sbadigliai, e iniziai a non sentire, o non voler più sentire, tutta quella svariata umanità.

Ciò che mi circondava si fece ovattato, ed entrai in una strana pace, un limbo dei sensi, che mi cullava.


Ero immerso nel liquido amniotico dei vinti.

Ritornai indietro con la mente, ma vi giuro che non fu un percorso di bei ricordi.

Mi restò indifferente quella serie di diapositive che ripercorrevano i fatti salienti della mia vita.

Che squallore, la parte che mi interessava meno era proprio il cinema, il successo e quella cazzata di trama che avevo pensato.

Niente miss maglietta bagnata, dunque, e niente villone a Bel Air, tantomeno niente contratto e niente grande schermo multimediale.

No no, niente di tutto questo.

Terminai la carrellata dal titolo “Vita di merda di Jareth” e, sollevato dal quel poco di fresco che a Las Vegas becchi solo all’alba, entrai in strada, camminando piano, trascinando le mie gambe tanto deboli e il mio cuore che batteva solo per inerzia.

Sirene.

Eccoli, finalmente.

Arrivarono quattro volanti che mi sbarrarono la strada; io fermo immobile, faccia inespressiva, occhio vitreo, tanta rassegnazione.

Mi disturbavano tutti quei lampeggianti, tutto quel casino.

Avevo perso, ok, e allora? occorre armarsi per l’armageddon?

No, prendetemi, sparatemi, chiudetemi in un pozzo, ma fate presto e non fate rumore.

Ultimo desiderio?

Salutare Ted, forse, e dirgli che forse i capelloni erano meglio di tanta gente.

Se fossi rimasto vivo me li sarei fatti crescere. Ehi, wow! una prospettiva!

Allora forse non era tutto perduto?

E proprio in quel momento, nella mia ironica elucubrazione, sentii tirarmi indietro le braccia e freddo sui polsi.

Voilà, arrestato.

Non me ne fregava un cazzo.

Anzi, io non c’ero proprio, là.

Mi parlavano gli agenti, ma io non sentivo altro che un brusio, confuso, confusissimo.

Mi perdonerete, ma non mi ricordo altro.








6

Otto anni di prospettive




Passai qualche giorno sotto osservazione al pronto soccorso, poi fui ricoverato in una clinica psichiatrica del Massachusetts, mi mandarono lontano, al freddo e in mezzo agli alberi.

Un posto bellissimo. Un ricordo troppo vago però per dire cosa abbia fatto, come mi abbiano curato, eccetera.

Passati due mesi lì, mi mandarono in un’altra clinica, così decise il giudice per le indagini preliminari, una clinica di disintossicazione, per via delle mie frequenti ricadute e crisi di astinenza. Me ne hanno raccontate di tutti i colori, io non me lo ricordo, e non ho voglia di pensare o scrivere ciò che mi hanno detto, è troppo. Già me le sono vissute, ora starle a tirare fuori è un po’ come quando dissotterri le cattive azioni. Tanto tornano sempre a galla gli stronzi, ma ogni tanto, se c’è una secca, si possono anche insabbiare, o che ne so, si può tingere l’acqua di marrone così non si vedono.

Insomma la clinica di disintossicazione.

Ci sono stato benissimo, davvero.

Ecco, di quel posto ho un bel ricordo. Mi hanno aiutato tutti, nessuno del personale o dei pazienti sapeva dell’omicidio e dei miei precedenti, io là ero solo un ex cocainomane da aiutare, che aveva perso il cervello e gli andava ridato a piccole dosi.

E così fecero, tenevano la mia dipendenza sotto medicinali che non mi facevano star male o dare di matto, facevamo giochi, attività di gruppo e sport. Parlavamo, parlavamo e ci aprivamo. Mi sentivo libero e spensierato, e riacquistavo mente, ricordi, capacità e senno, soprattutto il senno, che mi dava la calma. E anche l’ansia, in qualche tempo, se ne andò.

Laggiù imparai ad avere pazienza. La cosa che non avevo mai avuto, il pezzettino mancante.

La pazienza, era lei.

Mi era sempre scappata la terra sotto ai piedi, come diceva l’alcolizzato di mio padre.

E aveva ragione. Su una sola cosa, ma aveva ragione.

Ne uscii dopo un anno, e mi dispiacque. Ma non perchè finalmente mi sarebbe toccata la galera vera, ma perchè avevo ritrovato le parti semplici di me stesso. Ero diventato parte di una squadra, avevo amici e tante persone che mi stavano vicino, a me, lo stronzo più stronzo, eppure mi stavano vicino, mi aiutavano, perchè per loro, dicevano, cattivo non puoi essere, sei solo malato.

Andai a finire in carcere, omicidio volontario, spaccio di ecstasy, spaccio di cocaina, furto d’auto, furto con scasso, insomma, rovistarono anche in tutto il mio passato e me le fecero pagare tutte.

Ma ero tornato tranquillo, non avevo più nemmeno il minimo bisogno di farmi, di sniffare e simili e soprattutto avevo pazienza. Quindi accettai tutte quelle condanne, e ne convenni che era anche giusto.

Vedi delle volte come ci vuole di ammazzare qualcuno; ti rinsavisce.

Venticinque anni.

Cazzo.

Era sedia elettrica, ma mi dettero l’attenuante dell’insanità mentale: quindi ergastolo.

Ma buona condotta e quell’anno ricostituente per l’anima in comunità mi fornirono un altro attenuante: “pronto a ristabilire, in futuro, il contatto con la società”. Questo il verdetto.

Venticinque anni.


Un trionfo giudiziario, per via delle proteste che pervenivano dal primario della clinica di disintossicazione e dal suo amico avvocato, il quale scelse di difendermi gratis, portarono la mia condanna definitiva a scendere di un bel pezzo: otto anni e sarei stato fuori.

Me li feci tutti, me li feci volentieri, anche. Lo so che sembra impossibile, ma un po’ tutte quelle medicine, un po’ mi ero cotto il cervello, un po’ero tranquillo davvero, sopportai bene tutto quel tempo dietro le sbarre.

Mi capitò Watford, un carcere ottimo, sempre in Massachussets, così una volta al mese andavo anche alla clinica a fare una visita medica di routine e a trovare tutti, pazienti ancora là e personale, i quali mi facevano sempre una gran festa.

Ero un signor assassino.

La cosa un po' mi dispiaceva, perchè ovvio, mi riaffiorava il senso di colpa, la rabbia, tutto insomma, e mi sentivo comunque un omicida pazzo e stronzo, un uomo che doveva friggere su una sedia elettrica come tutti gli altri.

Però il Jareth egoista e bastardo, anche se era molto e sepolto, ogni tanto faceva vocina nella mia testa e diceva “bene così Jah, meglio a loro che a te”.

E vaffanculo.

Passarono così, otto lunghi anni.


Ed ecco che quando tornai libero, la vita e il mondo erano sì cambiati, ma fino a un certo punto, e grazie anche all’aiuto di tante persone e alla mia forza di volontà, divenuta tanto paziente, accettai i cambiamenti, il progresso e la mia inadeguatezza, facendo i conti con la realtà e riuscendo a farla finita con le prospettive e i castelli in aria.

Mi era rimasto un solo vizio: le sigarette.

E in dieci anni di interdizione sociale, otto di galera e due di ospedali, beh, ho avuto il tempo materiale di imparare davvero a conoscere il cinema, il teatro, la recitazione, la regia.

Si, ero regista di un musical che facevamo tutti gli anni in carcere, e in cella ho letto e studiato un sacco.

Imparai davvero, niente voli pindarici, imparai con la pazienza.

E ne feci un hobby, un divertente e spensierato hobby, col quale, una volta uscito dal carcere, riuscii anche a campare

Cinema? Broadway? Magliette bagnate e ville a Bel Air? No, niente di tutto questo.

Pazienza




Oggi insegno teatro e recitazione ai ragazzi tossicodipendenti nella clinica che mi ha riaperto gli occhi.

Tengo corsi amatoriali gratuiti il pomeriggio nell’auditorium e la mattina faccio cineforum con tutti i pazienti interessati.

E’ una grandissima soddisfazione.

Umile, normale, onesta.

Le prospettive? La pazienza ti dà la prospettiva più grande: non puoi sapere quello che capiterà nella tua vita, specialmente se sei uno che tende a buttarla nel cesso, ma se hai un sogno, indipendentemente da COME si realizzerà, stai pur certo che puoi farlo avverare.

Perchè la vita è un’onda che va su e giù, e se hai sogni irrealizzabili e fretta, andrà ad infrangersi contro a una cazzo di scogliera.

Ma se il mare della tua vita lo tieni calmo e non in tempesta, vedrai che l’onda arriverà su di una spiaggia tiepida e l’accarezzerà con dolcezza.

Pazienza...



FINE


Michele Simonetti

2008











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