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lavoro pubblicato martedì 10 novembre 2015
ultima lettura lunedì 21 ottobre 2019

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Il segreto del corvo

di Rica. Letto 759 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un grido agghiacciante squarciò d'improvviso il velo della notte. Come dal nulla, in mezzo al cielo scuro trapunto di stelle, apparve un'immensa figura alata; e di nuovo si udì un urlo orrendo. La creatura si mosse veloce tra le rare nuvo.......

Un grido agghiacciante squarciò d'improvviso il velo della notte. Come dal nulla, in mezzo al cielo scuro trapunto di stelle, apparve un'immensa figura alata; e di nuovo si udì un urlo orrendo. La creatura si mosse veloce tra le rare nuvole, sbattendo le ali possenti e scrutando la terra che la osservava allibita. Un corpo forte, coperto di squame lucenti veniva sospinto in avanti da ali innervate di fasci di muscoli. Sulla testa serpentina, appena visibile al chiarore delle stelle, due piccoli occhi rossi brillavano come tizzoni ardenti.

La creatura si fermò, un'ombra minacciosa stagliata contro il cielo, le grandi ali che sbattevano furiosamente per tenerla sospesa. I suoi piccoli occhi rossi scrutarono il paesaggio sottostante, in cerca della loro preda. Un fitto boschetto di querce, un gruppetto di capanne di legno che formava un villaggio e poi campi, frutteti e orti, fin dove i suoi occhi potevano vedere; ancora più lontano, una città e un piccolo specchio d'acqua tondeggiante nel quale si rifletteva, pallida, un'esile falce di luna.

Lo sguardo della creatura continuava a setacciare ogni palmo di quella terra, trafiggendo con lampi infuocati ogni cosa che vedeva muoversi, ma della sua preda non c'era più traccia. Dov'era? Dove si era nascosto quell'insulso piccolo ratto? Se non lo avesse trovato, il padrone avrebbe avuto dei grossi problemi. La ali cominciavano a dolergli: era faticoso restare fermi in volo in uno stesso punto per tanto tempo. Si era quasi deciso a tornare indietro, per sorvolare nuovamente quella zona, quando qualcosa attirò il suo sguardo infuocato. Un'ombra, piccola, minuscola, si muoveva appena lungo il confine del boschetto di querce.

La creatura ruggì di soddisfazione e si gettò subito in avanti. Aveva trovato la sua preda, aveva trovato quel dannato piccolo ratto che il padrone voleva. Ma anche la sua preda si era accorta di lui ed era stata più veloce: con uno scatto incredibile, dettato dalla disperazione, si era lanciato nell'intrico del boschetto, scomparendo di nuovo alla sua vista.

La creatura, che non aveva né tempo né voglia di aspettare che il ratto uscisse di nuovo, prese la sua decisione. Compì due ampi giri sopra al boschetto, annusando attentamente l'aria per definire la direzione del vento. Le sue ali presero a sbattere più forte quando si fermò nuovamente a mezz'aria. Era lì. Era quello il punto giusto. Curvò il lungo collo flessuoso, spalancò le fauci irte di zanne e ruggì. Una potente fiammata gialla e rossa eruttò dalla sua bocca, inondando l'appendice Est del boschetto. Il legno prese immediatamente fuoco; il vento fece subito la sua parte, trascinando le fiamme verso la sua vittima. In poco tempo, il quieto boschetto di querce si era trasformato in un inferno di fuoco e fumo.

Il corridoio era immerso nell'oscurità. Non c'erano lanterne appese alle pareti; dalle finestre filtrava solo il nero profondo della notte senza luna. Thomas, appiattito contro la parete di pietra ruvida, scrutava l'oscurità con sguardo attento, tendendo le orecchie per captare ogni suono. Dei passi. Qualcuno si avvicinava al suo nascondiglio. Come uno spettro, Thomas scivolò dietro al battente di una porta lasciata aperta. I passi si fecero più vicini; adesso poteva sentire anche il frusciare dei mantelli e lo scoppiettare di una torcia. Poi vide la luce: all'inizio era solo un tenue bagliore proveniente da dietro l'angolo, ma si fece ben presto sempre più forte. E infine le figure emersero dal buio: erano in tre, due uomini e una donna. La donna camminava avanti, con la torcia in mano; i due uomini la seguivano quasi a passo di marcia. Erano guardie: indossavano alti stivali di pelle, divise grigie e mantelli neri. Portavano sul petto e sul mantello lo stemma del loro signore: un corvo nero che volava ad ali spiegate in mezzo ad un cielo rosso sangue.

Thomas trattenne il respiro: se lo avessero scoperto, per lui non ci sarebbe stato scampo. Il battito del cuore gli rimbombava nel petto forte come un tamburo, così forte che ebbe paura che le guardie potessero sentirlo. Ma non lo udirono; passarono oltre senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Così com'era apparsa, la luce della torcia svanì lentamente nell'oscurità e il corridoio tornò buio e deserto. Ma Thomas non si mosse. Rimase lì, immobile, dietro alla porta, finché non fu certo che le guardie fossero lontane.

Solo allora scivolò silenziosamente fuori dal suo nascondiglio e cominciò a percorrere con cautela il corridoio nella direzione opposta rispetto a quella presa dalle guardie. Secondo la mappa che gli avevano dato, il suo obiettivo non doveva essere lontano. La stanza del tesoro si trovava su quel piano, in fondo al corridoio, dietro ad una massiccia porta in castagno; una porta impossibile da sfondare, bloccata da quattro serrature. Il conte Silenthorn era noto per essere uomo prudente.

Thomas avanzava lungo il corridoio con prudenza: sapeva di avere poco tempo prima che la pattuglia passasse di nuovo, ma non poteva nemmeno rischiare di farsi udire dalle sentinelle che presidiavano la porta. Era un ladro professionista, lui. Sapeva muoversi in assoluto silenzio, sapeva calcolare i tempi giusti per eseguire un colpo, sapeva scassinare qualunque serratura.

Il corridoio curvava ad L. Thomas si fermò dietro l'angolo in ascolto. Si sentiva chiaramente un rumore di passi scanditi, ma nessuno era in avvicinamento. Un tenue bagliore giungeva sin dove si trovava lui. C'erano altre torce, altre guardie. Thomas si sporse appena e i suoi attenti occhi neri registrarono la situazione in meno di un secondo.

Il corridoio finiva davanti ad una robusta porta di legno; ai lati di essa erano appese due torce che illuminavano lo stretto ambiente. In mezzo, una guardia, un uomo alto e massiccio, camminava avanti e indietro per allontanare il sonno. Thomas tornò ad appiattirsi contro il muro, dietro l'angolo, dove l'oscurità lo proteggeva. Chiuse gli occhi e fece un profondo respiro, mentre si concentrava sul movimento della guardia.

Aprì gli occhi e si frugò silenziosamente nelle tasche del gilet. Ne estrasse una piccola cerbottana e un dardo appuntito. Aveva poco tempo, non poteva sbagliare. Doveva colpire la guardia nel momento in cui era di spalle ed aveva a disposizione un unico tentativo. Se avesse sbagliato mira, sarebbe stato scoperto; se non avesse tirato, avrebbe perso secondi preziosi per ritentare, perché la pattuglia passava ogni venti minuti davanti a quella porta.

Thomas sistemò il dardo nella cerbottana e poi se la portò alla bocca. Tutto ciò che doveva fare adesso era mirare e sparare. Si sporse cautamente e vide la guardia, ma la guardia non vide lui. Il cuore di Thomas cominciò a battere all'impazzata mentre prendeva la mira. Non poteva sbagliare.

Si udì un lungo sibilo. La guardia alzò la gamba per avanzare, ma si bloccò improvvisamente. Si portò una mano al collo, tastandosi la carne attraverso il guanto. Trovò il dardo, ma non lo estrasse: barcollò e cadde all'indietro con un tonfo sordo.

Thomas corse in avanti, sperando che nessuno avesse udito il rumore del corpo che cadeva. L'uomo era steso a terra, immobile. Non ancora morto, ma già privo di sensi. Thomas prese a frugargli in tutte le tasche, finché non trovò un grosso mazzo di chiavi. Già che c'era, prese alla guardia anche un tintinnante sacchetto di cuoio che conteneva probabilmente tutti i suoi averi. Lui era pur sempre un ladro e i morti non hanno bisogno di soldi.

Cominciò dalla prima serratura. Qual'era la chiave giusta? In quel mazzo ce n'erano almeno venti. Osservò le chiavi per un istante, poi si decise a provarle tutte, l'una dopo l'altra. Passò un tempo che gli parve interminabile, ma alla fine individuò la prima chiave e la serratura cedette con un click metallico. Poi la seconda: stesse prove, stesso click. Doveva sbrigarsi: qualcuno poteva sentirlo, le guardie potevano tornare. Sapeva fin troppo bene cosa capitava ai ladri come lui, quando venivano sorpresi nella tenuta dei Silenthorn. La terza serratura fece più resistenza, sembrava che nessuna chiave del mazzo potesse aprirla, ma infine cedette, subito seguita dall'ultima.

Thomas si ripose il mazzo di chiavi in tasca, poi spinse con cautela la porta in avanti. Questa si aprì cigolando appena sui cardini. Il ladro scivolò all'interno e poi richiuse con delicatezza la porta alle proprie spalle. L'interno era immerso nella penombra, rischiarata appena da un paio di candele lasciate accese: riuscì a vedere un sontuoso letto a baldacchino chiuso da pesanti tendaggi rossi, uno specchio, delle poltrone, una cassapanca e poco altro. Quel luogo non somigliava affatto ad una stanza del tesoro, sembrava di più... una camera dal letto? Thomas si guardò intorno, sorpreso. Possibile che avesse sbagliato stanza? No, il posto era quello, non aveva dubbi: c'erano le guardie e la porta con le quattro serrature. Il ladro cominciò ad avanzare lentamente nell'oscurità, tendendo le orecchie per capire se la camera era occupata. Udì qualcuno respirare sonoramente, immerso nel sonno, e per poco non lo calpestò: una domestica grassoccia giaceva profondamente addormentata ai piedi del letto. Thomas non riusciva però a capire se qualcuno stesse realmente dormendo nel letto a baldacchino. Silenzioso come un'ombra, scivolò fino al bordo del letto e sollevò lentamente un lembo della tenda rossa che lo chiudeva. La luce era poca e perciò non riuscì a vedere bene, ma poté individuare facilmente i contorni di una figura, forse femminile, profondamente addormentata su un morbido materasso di piume.

Due persone. La stanza del tesoro era occupata da due persone che potevano svegliarsi al minimo rumore. Doveva essere prudente. Cominciò a guardarsi intorno in cerca del suo obiettivo, poi la vide. Riposta dentro ad un prezioso cofanetto d'avorio lasciato aperto, vi era la cosa più splendida che il ladro avesse mai visto. Era una pietra di forma ovale, tanto splendente da catturare tutta la luce emanata delle candele, grossa come un uovo di piccione; il colore cangiante, variava dall'azzurro al viola, passando per il blu profondo del cielo notturno. Una seoid autentica! Esistevano pochissimi esemplari di quel tipo di gemma e il conte Silenthorn ne possedeva una!

Thomas non si era sbagliato. Aveva rischiato la vita per arrivare in quel luogo, sfidando pericoli reali, come le guardie, l'alto muro di cinta, le trappole sparse per il parco esterno, i cani da guardia, ma anche la superstizione che circondava quel luogo. Tutti avevano paura della villa dei Silenthorn: si diceva che fosse infestata da mostri e fantasmi, e c'era anche chi giurava che il conte avesse al proprio servizio, oltre ad una schiera di tagliagole sanguinari che aveva assoldato come guardie, una creatura mostruosa e demoniaca: un drago.

“Sciocchezze!” aveva pensato Thomas quando aveva udito raccontare quelle storie, “Non ci sono né fantasmi, né mostri; solo qualche guardia e due cani spelacchiati”. E il suo coraggio era stato ripagato. Afferrò la pietra con cautela, la soppesò tra le dita, saggiandone la consistenza dura e fredda; la avvolse in un panno e la ripose in una delle sue tasche. Quanto tempo aveva per fuggire prima che si accorgessero del furto? Non molto, ma non ricordava quanto. Doveva andarsene, subito.

Tornò silenziosamente sui propri passi e scivolò fuori dalla pesante porta di legno, di nuovo nel corridoio. Ai suoi piedi, la guardia, ormai uccisa dal veleno del dardo. Thomas si fermò per un attimo ad ascoltare, ma non udì nessun rumore sospetto, perciò si affrettò a percorre il corridoio, con una certa spavalderia. Ma sì, perché si preoccupava? Era giunto sino alla stanza del tesoro e l'aveva rubato, uscire dalla villa non poteva essere più difficile di questo. Inoltre lui era il primo, il primo ladro che fosse riuscito a rubare la seoid al conte, questo doveva pur significare qualcosa, no?

Doveva ammetterlo, quando quell'uomo lo aveva avvicinato all'Unicorno Bianco e gli aveva proposto di fare il colpo, offrendogli come ricompensa il doppio del valore della pietra, non ci aveva quasi creduto. Impossessarsi di un tesoro simile e riuscire a venderla alla persona giusta significava sistemarsi per la vita, ma... il doppio? Chi sarebbe stato tanto folle da pagare una cifra simile per una pietra? Una pietra splendida, rarissima, ma pur sempre una pietra. E chi poteva permettersi una cifra simile?

«Il mio padrone è molto ricco» gli aveva spiegato l'uomo con il mantello calato sul volto. «Molto ricco e molto generoso. Ed ha un gran bisogno di quella pietra. Tu puoi aiutarlo?»

Solo più avanti aveva scoperto che, se messe nelle mani giuste, le seoid potevano diventare degli artefatti magici potentissimi. E aveva anche sentito dire che gli stregoni esperti potevano materializzare grandi quantità d'oro con un solo movimento delle loro mani. E allora aveva accettato: il rischio era grande, ma la ricompensa lo era ancora di più. Non solo l'oro, ma anche la fama e la gloria di aver rubato ad un vecchio corvo ricco e avido.

«Sono l'uomo giusto» gli aveva annunciato con spavalderia il giorno dell'appuntamento. «Non esiste un oggetto che io non possa rubare.»

E allora l'uomo aveva sorriso da sotto il mantello. Gli aveva dato una pergamena sulla quale era tracciata la pianta della villa dei Silenthorn. E poi gli aveva offerto un generoso anticipo: un sacco pieno di monete d'oro sonanti. E aveva preso la decisione giusta: ora la pietra era nelle sue mani e presto lui sarebbe diventato ricco. Ricco e famoso!

Perso nelle sue gloriose fantasie, quasi superò la finestra aperta da cui era entrato e che era per lui l'unica via d'uscita possibile. La scavalcò. E allora udì ciò che si aspettava: le grida della guardie. Il suo furto era stato scoperto. Corse dietro ad un fitto cespuglio di rose e rimase in ascolto. Le urla si avvicinavano e si facevano più forti. Vide le torce apparire e sparire dietro ai vetri delle finestre chiuse. Presto avrebbero trovato il punto da cui era entrato; doveva fuggire subito. Corse a perdifiato per il parco, sperando di essere in vantaggio sulle guardie. Lo era. Raggiunse il muro di cinta ansimante, ma vivo. Lo scalpicciare degli stivali delle guardie e il rumore delle loro grida erano ancora lontani. Thomas cominciò a scalare il muro. Aveva poco tempo, ma era fiducioso: ce l'avrebbe fatta. Un appiglio dopo l'altro, con l'agilità che gli si confaceva, raggiunse la cima. E da lì poté vedere le guardie che setacciavano il parco, che correvano verso la recinzione esterna. Vide dei cani che fiutavano il suo odore.

Una volta a terra, dall'altra parte, senza perdere tempo, cominciò a correre verso il villaggio più vicino, attraversando la distesa di campi coltivati che circondava la villa. Sorrise, mentre correva. Era salvo, era libero, era ricco! Ce l'aveva fatta! Lui, primo fra tanti, aveva rubato il tesoro dei Silenthorn! Tutti avrebbero ricordato le sue gesta, cantastorie avrebbero cantato di lui, la sua memoria non sarebbe mai morta. Adesso rideva, rideva e correva in mezzo ai campi. Thomas il Ladro, il miglior ladro della storia!

Poi lo udì. All'inizio pensò che si trattasse del grido di una donna, ma quando lo sentì di nuovo capì che non aveva nulla di umano. Il sorriso scomparve dal suo volto, un brivido gelido gli salì lungo la schiena, le sue gambe si bloccarono e fu costretto a fermarsi. Cos'era quel suono orribile? Cos'era? Fece appena in tempo a voltarsi: un'ombra oscura, gigantesca, un'immensa ombra alata oscurò le stelle e la luna, squarciando il velo della notte con un altro grido orrendo.

La notte era tornata silenziosa. L'unico rumore che si udiva chiaramente era lo scoppiettare del fuoco che divorava il piccolo boschetto di querce situato a mezzo miglio dal villaggio di Baile. Una cortina di fumo bianco si alzava dal rogo, mentre a Est il cielo cominciava a schiarirsi in vista dell'alba.

Quando Dealla arrivò sul posto, un gruppo di suoi sottoposti si era già raggruppato sul lato Ovest del boschetto in fiamme, in attesa del suo arrivo. La donna li osservò per qualche istante dall'alto della sella, infine scese da cavallo e si avvicinò a loro.

«Dov'è?» chiese ad uno degli uomini che le aveva accennato un saluto. Questo, senza nemmeno parlare, le indicò quello che a prima vista le era apparso come un cumulo di stracci ma che, guardando meglio, si accorse essere un uomo rannicchiato su sé stesso. Intorno a quest'ultimo stavano cinque guardie disposte in circolo, tutte con le spade sguainate e pronte a ferire al suo più piccolo movimento. Dealla si fece avanti; tutti i presenti si raggrupparono intorno a lei.

Dealla posò i suoi gelidi occhi azzurri su di lui. Era davvero quello il ladro che nottetempo si era introdotto nella villa per rubare la preziosissima seoid del padrone? Adesso sembrava solo un povero disgraziato, incapace di nuocere a chicchessia. Tremava e piangeva come un bambino, mentre si stringeva le ginocchia al petto e fissava con gli occhi sgranati nell'oscurità davanti a sé. Dealla non avrebbe avuto bisogno di farlo, ma alzò ugualmente lo sguardo per osservare nella sua stessa direzione e lo vide anche lei: Mylanth il drago, acciambellato nell'erba qualche metro più in là, proprio come un'innocua lucertola. Il rettile era pressoché immobile, tanto che, se non fosse stato per i vigili occhi rossi e il leggero movimento della coda, poteva essere scambiato per una statua.

Dealla sorrise: l'apparizione di Mylanth faceva sempre quell'effetto; persino i suoi uomini, nonostante alcuni fossero abituati da anni a lavorare al suo fianco, si tenevano ben distanti dal drago. La donna si avvicinò al ladro con passo deciso, senza nemmeno sfoderare la spada; quel povero idiota era così spaventato che non si sarebbe mosso nemmeno se avesse minacciato di tagliargli la gola. E infatti non si mosse: continuò a fissare il drago, pieno di terrore.

Dealla cominciò a frugargli nelle tasche finché non trovò quello che cercava: la pietra. Era splendida e preziosissima e solo a lei, tra i dipendenti del conte, era permesso toccarla, per questo i suoi uomini non avevano perquisito il ladro. Se l'avessero fatto e avessero toccato la pietra, Mylanth li avrebbe sbranati immediatamente. Senza perdere altro tempo, il comandante delle guardie sorpassò i suoi sottoposti e raggiunse il punto in cui era accomodato il drago.

«Mylanth» lo chiamò la donna; il drago sollevò il muso e la guardò. «Riportala alla villa, in fretta.»

Gli porse il proprio tascapane, al cui interno aveva riposto con cura la pietra magica. Il drago grugnì mentre si alzava sulle zampe posteriori. «Voi umani dovreste fare più attenzione. Odio essere svegliato nel mezzo della notte per volare dietro a ratti del genere.» La voce del drago era profonda e spaventosa e più d'uno dei presenti sobbalzò nell'udirla.

Mylanth, nonostante le proteste, strinse la tracolla del tascapane in una zampa irta d'artigli e si alzò immediatamente in volo. Dealla lo osservò per qualche istante mentre si allontanava in volo. Mylanth era una creatura scontrosa, ma capiva meglio di chiunque altro quanto la seoid fosse indispensabile per la vita della contessina. Da tempo malata di un male incurabile, non sarebbe sopravvissuta troppo a lungo lontana dalla pietra magica che la teneva in vita. Per questo, suo padre il conte Silenthorn aveva preso qualsiasi precauzione per proteggere la seoid dai ladri che continuamente tentavano di rubarla, anche a costo di essere tacciato di malvagità e crudeltà. Ogni volta che un ladro veniva catturato, la sua testa veniva staccata dal corpo e appesa sopra la cancellata che dava accesso al parco della villa. Era un'usanza ripugnante, che il conte odiava più di chiunque altro, ma era l'unico modo che conosceva per tenere lontani i malintenzionati.

Dealla fece un cenno ai suoi uomini. Il ladro strillò mentre uno dei suoi lo afferrava e lo bloccava a terra; implorò pietà e pianse. Una spada calò verso il basso e poi non si udì più niente, se non il rumore del boschetto che continuava a bruciare.

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