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lavoro pubblicato mercoledì 4 novembre 2015
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Qual'è il senso?

di ChiaraG. Letto 459 volte. Dallo scaffale Fantasia

Suona la sveglia, apro gli occhi e fisso il soffitto, mi giro su un fianco e colpisco la sveglia con un pugno per farla smettere. Non voglio alzarmi, non voglio affrontare un’altra giornata. Stanotte ho fatto un incubo. Non voglio andare a scuola ad.....

Suona la sveglia, apro gli occhi e fisso il soffitto, mi giro su un fianco e colpisco la sveglia con un pugno per farla smettere. Non voglio alzarmi, non voglio affrontare un’altra giornata. Stanotte ho fatto un incubo. Non voglio andare a scuola ad ascoltare la voce monotona di insegnanti esauriti che non vedono l’ora di arrivare alla pensione. Non ricordo che incubo era, ma so che mi ha lasciato un malessere profondo.

Con uno sforzo considerevole mi alzo dal letto, mi stropiccio gli occhi, stiro le braccia. Il contatto dei piedi nudi con il tappeto di fianco al letto è piacevole e mi rassicura, è qualcosa di familiare, che si ripete tutte le mattine tale e quale. Mi alzo e mi trascino verso l’armadio, lo apro e scelgo i primi vestiti che trovo buttandoli malamente sul letto.

Vado in cucina a fare colazione, la stanza è vuota. Mia sorella sta ancora dormendo, mia madre è già andata al lavoro, mio padre non lo vedo da dieci anni. Butto nella tazza un po’ di caffè avanzato da ieri, non lo scaldo nemmeno, non ne vedo il senso. Uso lo zucchero bianco al posto dello zucchero di canna perché nel caffè freddo è meglio così. Bevo il caffè a piccoli sorsi, ma senza staccare mai la tazza dalle labbra. Vado al lavandino, sciacquo la tazza e la rimetto a posto. Non ho mangiato niente, non ho fame questa mattina.

Vado diretto in bagno, mi lavo i denti e le ascelle. Torno in camera, mi spoglio e mi abbraccia il freddo. Per un attimo mi lascio coccolare da quel gelido abbraccio e poi mi metto i vestiti. La maglietta non è stirata, pazienza. Prendo lo zaino, infilo dentro le ultime cose e vado all’ingresso. Mi infilo le scarpe e esco di casa.

Metto le cuffie e accendo l’mp3. Mi accendo una sigaretta, mi fa schifo di prima mattina, ma continuo a fumare. Mi gira la testa. Arrivo alla fermata del pullman. Arriva il pullman, si ferma davanti a me, apre le porte e vedo le facce degli studenti stipati dentro, ognuno implora che io non salga dalla porta dov’è lui. Non ho voglia di stare schiacciato in mezzo a tutta quella gente, non salgo sul pullman. Le porte si richiudono e il pullman parte. Mi avvio a scuola a piedi. Arriverò sicuramente sudato e in ritardo, non mi importa.

Arrivo a scuola alle 8 30 ma non ho voglia di subire una ramanzina per il ritardo, quindi mi fermo a un bar vicino per aspettare le 9 e entrare direttamente alla seconda ora. Ordino un caffè, lo bevo, ne ordino un altro. Mi accendo un’altra sigaretta e penso se è il caso di ripassare le ultime formule per la verifica di Fisica che sarà alle 9. Decido di no, ormai so quello che so.

Passa una ragazza dell’artistico, che è giusto di fianco al mio liceo ( scientifico), l’ho già vista altre volte, è molto carina e mi piacciono i suoi capelli azzurro nuvola. Più che il colore dei suoi capelli in realtà mi piace il fatto che se li sia tinti di quel colore, perché può voler dire solo 2 cose :

- Lo ha fatto per farsi notare, quindi vuole essere vista dal mondo: anche lei come me pensa di essere diversa dagli altri e vuole manifestarlo apertamente, pur essendo cosciente che migliaia di altre persone la pensano allo stesso identico modo.

- Le piacciono i capelli azzurri ed è indifferente all’opinione comune.

Sia l’una che l’altra sono qualità positive per me , quindi anche la ragazza nella mia mente si colloca nel settore contrassegnato con un più. Potrei andare a parlarle, decido di non farlo. In fondo mi rappresenta solo qualcosa di astratto, una concezione un po’ vaga e indefinita. Conoscendola rovinerei tutto. O forse ho solo paura.

Sono le 8 55, vado a scuola. Mi dirigo all’ufficio della vicepreside per farmi dare il foglietto di entrata in ritardo. Mi chiede qual è la causa del ritardo, le rispondo che ho perso il pullman, mi fa notare che è già la terza volta questa settimana che entro alle nove, le faccio gentilmente notare che evidentemente quella settimana ho perso il pullman tre volte, mi dice di non risponderle con quel tono, le dico che mi dispiace ma non mi sembra di aver usato nessun particolare tono, mi dice di smetterla di fare lo sbruffone o manda a chiamare i miei genitori, le dico che i miei genitori hanno di meglio da fare che stare a sentire le sue chiacchiere isteriche, mi dice di andare in classe e di andare nell’ufficio del preside all’intervallo.

Esco sbattendo la porta, mentre cammino per i corridoi freddi e bui tiro un pugno al muro, passo davanti alla macchinetta del caffè, le tiro un calcio. Arrivo davanti alla porta di classe, guardo l’orologio, sono le 9 05. Il professore di Fisica è già dentro, altrimenti la porta sarebbe stata aperta. Busso violentemente alla porta, apro senza aspettare di sentire avanti. Il professore mi guarda dall’alto in basso. Dico in fretta buongiorno, lascio il foglietto sulla cattedra e vado a sedermi al mio banco. I banchi sono già tutti staccati l’uno dall’altro per la verifica, che proprio ora il professore inizia a distribuire. Dice che abbiamo un ora e mezza di tempo e ci da il via per iniziare. Guardo i problemi uno a uno, non so neanche da dove partire. Non so niente. Fisso il foglio bianco per un quarto d’ora e poi vado a consegnare la verifica. Il professore mi guarda malissimo, mi chiede se voglio davvero già consegnare, dico di si, mi chiede perché non voglio fare la verifica, dico che non mi riescono i problemi, mi chiede come faccio a saperlo se non ho neanche provato a farli, gli dico che lo so e basta, mi dice che se non provo mi mette una nota e che mi sto comportando in maniera arrogante, gli rispondo che sono perfettamente cosciente di essere un arrogante , che può mettermi la nota se gli sembra che questo risolva la cosa e che quei problemi, in ogni caso, io non li svolgo. Mi fa notare che la mia media è già sotto il sei e che rischio seriamente il debito, gli dico che rischio la bocciatura, mi chiede quali altre materie ho sotto, gli rispondo matematica,inglese,latino, tecnica, storia,filosofia e italiano. Lui mi guarda sottosopra e mi fa notare che sono praticamente tutte le materie. Gli rispondo che ne sono perfettamente cosciente e non c’è bisogno che lui me lo ricordi. Mi chiede perché tutto questo sta succedendo, fino a poco tempo fa ero un studente normale. Qui avrei potuto dirgli che proprio quello mi turbava, la parola “ normale”, ovvero sinonimo di mediocre. Ero uno studente mediocre, con la media del 6,8 circa. Sapendo che non sarei mai riuscito a distinguermi per i voti alti ho deciso che almeno potevo esprimere il mio sentirmi diverso da tutti avendo una media vergognosamente, eccezionalmente bassa. Invece di rispondere tutto questo ho detto gentilmente al professore di farsi i cazzi suoi. Sono tornato al banco, ho messo l’astuccio nello zaino, ho chiuso lo zaino, mi sono messo il piumino, ho tirato su la zip , mi sono messo lo zaino in spalla e sono uscito dalla classe, senza sbattere la porta, impadronito da una sorta di calma paranormale.

In tutto questo il professore non ha detto niente, troppo stupito. Tuttavia a metà corridoio ho sentito la porta della mia classe che veniva aperta violentemente e una voce chiamarmi intimandomi di tornare subito in classe e che sarebbe stato chiamato il preside. Pensando che in realtà avevo già un appuntamento con il preside ho sorriso a me stesso, non mi sono neanche voltato verso il professore, ho continuato a camminare e sono uscito dalla scuola. Per fortuna sono appena diventato maggiorenne, altrimenti sarebbe successo un vero e proprio casino, con tanto di polizia.

Metto le cuffie, mi accendo una sigaretta e inizio a camminare, non so bene neanche io dove sto andando , so solo che voglio far sparire presto la vista di questo edificio grigio dal mio orizzonte. Sto camminando da un quarto d’ora, e scopro che mi sto dirigendo verso un parco , non so se se è voluto a livello inconscio o no. Mi squilla il cellulare, è mia madre, la scuola probabilmente l’ha contattata. Le rispondo, non voglio farla preoccupare, lei non ha colpa se sono una rovina totale. Ciao mamma, dico, mi urla contro al telefono che sono del tutto impazzito, come mi viene in mente di uscire così da scuola, le dico che quest’anno verrò bocciato, mi chiede se ho qualche rotella fuori posto, le dico di non preoccuparsi, è tutto ok, mi chiede dove sono, le dico al sicuro tranquilla, mi dice che deve tornare a lavorare ma che stasera parleremo, le dico ok e aspetto che sia lei a buttare giù, non vorrei che pensasse che le ho attaccato in faccia.

In realtà non lo so neanche io se ho o non ho qualche rotella fuori posto. È che da mesi tutto mi sembra così inconsistente, così provvisorio. Tutte le cose che un tempo mi pareva avessero importanza, avessero un senso, ora non lo hanno più, tutte le cose per cui prima credevo valesse la pensa lottare adesso mi sembrano superficiali, stupide, inutili. Qualunque cosa mi sembra così poco, così fragile, pronta a rompersi a una minima carezza del vento. È il pensiero della fine che mi ha fatto questo effetto, è successo un paio di mesi fa, non so bene come spiegarlo ma mi sono svegliato e improvvisamente mi sono reso conto che sarei dovuto morire. L’ho sempre saputo, ma è come se in quel momento l’avessi scoperto per la prima volta. E così ha avuto inizio tutto. La consapevolezza di una fine ha iniziato un procedimento. Un progetto di distinzione dagli altri, per morire come individuo singolo e non come membro di un umanità transitoria. E contemporaneamente, proprio perché tutto di fronte alla morte è privo di senso, il modo in cui mi distinguo non ha importanza. Va bene qualsiasi cosa.

Arrivo al parco e mi siedo su una panchina sotto un salice. Prendo un bastoncino e inizio a disegnare per terra delle figure, le prime cose che mi vengono in mente, non ci faccio neanche caso. Davanti a me vedo passare due suore, che stanno entrando nel parco a braccetto. Ritorno a disegnare. Improvvisamente mi colpisce un idea e inizio a seguire le suore. L’idea di fondo è quella di parlarci, sto aspettando il momento giusto. Prendono un sentiero laterale dove gli alberi sono più fitti, e la luce del sole passa dalle foglie in modo frammentario. Le seguo con nonchalance. Continuano a camminare per venti minuti e poi arrivano a un ponte sopra un ruscello. Al posto di attraversarlo si girano di scatto verso di me e mi chiedono se ho intenzione di seguirle ancora, dico loro molto tranquillamente di si, perché sto aspettano il momento giusto per rivolgere loro una domanda, mi dicono di farlo subito perché devono andare, gli dico che vadano pure io le seguo e nel frattempo elaboro la mia domanda. Loro alzano le spalle in un gesto di indifferenza si girano e attraversano il ponte, anche io sto per attraversale ma mi fermo sul bordo. Per qualche strano motivo non riesco a fare un passo in più, sono come bloccato sull’orlo del ponte. Ei sorelle, urlo, non riesco a continuare, tornate indietro per favore. Le suore si girano verso di me dall’altra parte del ponte, mi guardano con occhi ridenti e se ne vanno sghignazzando malignamente tra di loro. In preda a una rabbia isterica prendo un sasso e lo lancio al di là del ponte, nella loro direzione. Il sasso colpisce un albero di fianco alle due suore che si girano di nuovo verso di me e mi dicono se penso davvero di poterle colpire o rivolgere loro mai quella domanda che ancora devo formulare. Tiro un altro sasso e di nuovo colpisco solo una albero, le suore se ne vanno di nuovo sghignazzando e presto spariscono dietro una curva.

Frustrato torno indietro ma al posto di ritornare alla panchina di prima mi addentro più profondamente nel parco. Arrivo a un piccolo lago completamente coperto da lenticchie d’acqua, tanto che sembra quasi solido. Lancio sopra un rametto per assicurarmi che ci sia davvero acqua. Di fianco a me c’è un salice piangente e lungo tutta la costa del laghetto ci sono alte piante d’acqua con fiori rosa. Dall’altra parte del lago vedo altri alberi e una vecchietta seduta a leggere.

Mi metto a sedere per terra a gambe incrociate, poi mi stendo. Il Salice troneggia sopra di me e mi sembra di essere l’unico essere umano di tutto il pianeta terra, è una sensazione meravigliosa. Non so per quanto tempo resto disteso ma quando mi rimetto in piedi la vecchietta è ancora sulla panchina dalla parte opposta del lago. Faccio il giro e la raggiungo, è strano vedere il punto dov’ero prima dalla parte opposta, sembra quasi un luogo diverso. Mi siedo sulla panchina di fianco alla vecchietta e le dico buongiorno, mi risponde buongiorno , le dico che è una bella giornata, mi dice che ho ragione, le chiedo cosa sta leggendo mi dice niente, perché ha dimenticato gli occhiali a casa e non ci vede, le chiedo perché allora guarda il libro sfogliando le pagine, mi dice che quel gesto ripetuto e sempre uguale la tranquillizza. Mi chiede a che scuola vado, le rispondo al liceo scientifico, mi chiede se oggi è giorno di vacanza, le dico di no ma che non avevo voglia di stare in classe e me ne sono andato, mi dice che anche lei lo ha fatto una volta e scoppia a ridere, rido con lei. Tira fuori una sigaretta se l’accende e mi chiede se ne voglio una, dico no grazie che sono fornito e ne accendo una delle mie. Le chiedo se ha nipoti, mi dice si ma che sua figlia non glieli fa vedere perché pensa che lei sia una cattiva influenza, le dico che mi dispiace, mi dice che dispiace anche a lei e che sta seriamente pensando di rapire i nipotini fuori da scuola e portarli a casa sua per passare almeno un pomeriggio con loro, ma capisco dai suoi gesti e dal tono della sua voce che non lo intende sul serio. Mi chiede se mi piace la scuola che faccio, le dico che l’idea di base è ok ma i professori fanno schifo, mi chiede perché, rispondo che non trasmettono passione, mi dice capisco e tira una lunga boccata di fumo. Le dico che a volte mi sembra che i professori ripetano meccanicamente delle cose senza rendersi conto delle rivelazioni che ci stanno trasmettendo, di quanto in realtà siano importanti le parole che escono dalle loro bocche, di quanto queste potrebbero cambiare la mia vita se solo arrivassero dirette senza dover passare da un filtro che la mia mente ha eretto per cercare di eliminare impurità: il tono della voce esaurito, la cadenza monotona, gli occhi spenti. Ecco prima di arrivare a me le informazioni devono passare da questo filtro, e qualcosa così si perde, invece se arrivassero dirette sarebbe molto meglio. La vecchietta ha ascoltato attentamente e mi dice che sono un giovane in gamba , le dico grazie e le dico che sarò bocciato. Mi chiede perché. Le dico tutto, le confesso la mia paura di fronte alla morte, di fronte al fatto di essere solo uno fra tanti e morire come tale, le dico che tutto mi sembra pallido, inconsistente, effimero. Lei mi sorride e mi dice che c’è un detto, e lo pronuncia in modo tale che le parole arrivano dirette alla mia anima senza passare da nessun tipo di filtro, e quindi si incidono in profondità, il detto è questo: “ Signore dammi il coraggio e la forza di cambiare ciò che posso, accettare ciò che non posso , e la saggezza per distinguere i due casi”.



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